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Gianni Lancia: il rivoluzionario incompreso

Quando la Seconda guerra mondiale arrivò in Italia, le fabbriche della Lancia erano nella lista degli alleati: Torino e Bolzano subirono gravi danni con le bombe nei primi anni ’40. Gianni, in età universitaria, era stato iscritto dalla mamma alla prestigiosa Università di Pisa per studiare il corso quinquennale di ingegneria. Non era un buon posto dove trovarsi una volta iniziata la guerra, la città subì bombardamenti particolarmente pesanti nell’autunno del 1943.

Dici Lancia e pensi, nell’ordine, a Vincenzo e a Gianni. L’ingegner Gianni nasce a Fobello (comune della provincia di Vercelli in Piemonte, a circa 100 km a nord-est di Torino) in 16 novembre 1924 e si stabilisce successivamente a Torino, dove vive fino a 90 anni. Fino a 30 giugno 2014. Gianni Lancia è stato un ingegnere, un industriale e un appassionato di corse italiano. Tutto proiettato nell’automobilismo è noto per aver gestito la Lancia da 1949 al 1955. Gli viene anche attribuito il merito di aver creato il famoso e leggendario marchio dell’Elefante che galoppa nel 1953.

Gianni era l’unico figlio maschio di Vincenzo e Adele Lancia. Con gli altri era vicino di età: Anna Maria, la maggiore, nata nel 1922, ed Eleonora, nel 1926 e tragicamente assassinata dalla figlia disturbata nel 1996. Rimasero tutti orfani di padre nella prima adolescenza per la morte improvvisa di Vincenzo nel febbraio del 1937, e su Gianni, non ancora di 13 anni, la prospettiva di dover prendere il posto del padre deve aver pesato grande.

Fin dall’inizio, dal 1906, la Lancia era nota come casa costruttrice di automobili avanzate nel XX secolo. Con telaio avanzato, sospensioni indipendenti e motori compatti unici, le loro auto erano sempre state “fuori dalla norma”. In Lancia avevano raggiunto questo meticoloso sviluppo tecnico con una combinazione insolita di artigianato e produzione industriale.

Erano fanatici e si impegnavano nel design e nella cura dei dettagli, soprattutto quelli realizzati in casa e disegnati da loro. Questa società di dimensioni moderate aveva la propria fonderia, costruiva le proprie parti e sviluppava direttamente molti dei propri processi di produzione. Poco prima della morte di Vincenzo Lancia nel 1937, aveva nominato direttore tecnico il famoso ingegnere e progettista dell’Alfa Romeo anteguerra, Vittorio Jano.

Dopo la morte improvvisa di Vincenzo nel febbraio 1937, il giovane Gianni Lancia che ancora non aveva 13 anni decise di rilevare l’azienda di famiglia. Sua madre, Adele, è stata rapidamente nominata presidente della società. La donna forte e competente, abilmente sostenuta da un gruppo di dirigenti senior, prese il controllo in un momento davvero difficile.

L’ultima vettura della Lancia, l’innovativa e indipendente l’Aprilia con un nuovo V4, era stata lanciata solo pochi mesi prima al Salone dell’automobile di Parigi alla fine del 1936: una nuova fabbrica di camion era diventata una fonderia a Bolzano, lontano da Torino, con l’orecchio puntato al confine austriaco. Mussolini stava trascinando l’Italia nelle guerre in Spagna ed Etiopia, coinvolgendo la Lancia nella produzione militare. E oltre le Alpi la versione tedesca del fascismo di Hitler minacciava tutta l’Europa. Non era un momento promettente per una neo vedova madre di bambini adolescenti assumersi il peso di una grande azienda industriale.

Quando la Seconda guerra mondiale arrivò in Italia, le fabbriche della Lancia erano nella lista degli alleati: Torino e Bolzano subirono gravi danni con le bombe nei primi anni ’40. Gianni, in età universitaria, era stato iscritto dalla mamma alla prestigiosa Università di Pisa per studiare il corso quinquennale di ingegneria. Non era un buon posto dove trovarsi una volta iniziata la guerra, la città subì bombardamenti particolarmente pesanti nell’autunno del 1943.

Gianni a volte doveva tornare a Torino da Pisa. Non era facile, ma in quegli anni stava avviandosi alla direzione della Lancia, in quel momento sotto la guida dello zio Arturo Lancia, tornato a Torino dagli Stati Uniti nel 1944 dopo di una carriera manageriale di successo nell’industria automobilistica.

Gianni doveva ancora laurearsi quando fu nominato direttore generale nel 1947, ruolo importante per un giovane, e si laureò solo dopo il 1948, in seguito alla morte di Arturo quando si ritrovò in cima alla Lancia. Quello fu il momento in cui Gianni prese completamente la guida dell’azienda, 1948 all’età di 26 anni. L’Italia stava iniziando ad emergere dal disastro bellico alla fine degli anni ’40. I danni delle bombe alle fabbriche erano stati più o meno riparati e la produzione di Aprilia, Ardea e dei camion aumentava. I soldi erano pochi ma l’azienda era tutt’altro che impoverita. Nonostante alcune resistenze da parte dei vecchi membri del consiglio di amministrazione, Gianni si è impegnato a introdurre una nuova auto derivata dalle ricerche intraprese a Padova negli anni di guerra.

Lancia Aurelia Rally MonteCarlo 1953
Lancia Aurelia Rally MonteCarlo 1953

Nel 1950, quando fu lanciata l’Aurelia al Salone Internazionale dell’Automobile di Torino, Gianni e sua madre Adele si ritrovarono con un altro successo della Lancia che si aggiungeva ai precedenti successi di Vincenzo. Correva anche l’anno del matrimonio di Gianni con Luisa Magliola, nel giovane aumentava la fiducia. Negli anni ’50 la Lancia aveva 8.000 dipendenti che producevano 10.000 auto e 2.000 camion pesanti all’anno.

Tra l’altro, in gioventù, Vincenzo Lancia si era guadagnato una considerevole reputazione internazionale come pilota ma aveva abbandonato le corse quando era diventato un industriale. Sembrava addirittura avere antipatia verso lo sport motoristico, sfruttandolo solo occasionalmente. Forse non sorprenderà, ma il figlio Gianni era invece diventato un grande sostenitore delle corse automobilistiche.

Già dal suo ingresso in azienda, Gianni aveva mostrato le idee molto chiare, che non avevano però convinto la vecchia dirigenza, con un forte focus sulle competizioni come vetrina per aumentare la visibilità del Marchio. Vedere le buone prestazioni della B21 da parte di un team privato nel Giro di Sicilia 1951 lo aveva spinto a partecipare alle competizioni (Lancia Aurelia B21 n° 344 Grolla-Monferraio, 2° in classe GT2.0/ 14° assoluto).

Gianni si era davvero preso bene per le corse. Nei due anni successivi, aveva ordinato la costruzione di un team di sei B20 leggere da 2 litri, seguite da sei vetture GT2500 e la produzione di una sequenza di vetture sportive V6 twin-cam.

Dalla Scuderia Lancia alla HF: dalla F1 al WRC
Dalla Scuderia Lancia alla HF: dalla F1 al WRC

Nel 1953 l’allora Gianni Lancia, scelse il simbolo dell’Elefante Galoppante come gettone di portafortuna per le prime apparizioni in gara della squadra. La leggenda narra che gli ingegneri si opposero a quell’idea perché l’Elefante non era per niente veloce o agile, ma Gianni Lancia aveva risposto “Sì, ma quando un elefante inizia a correre, nessuno può fermarlo”. Così nacque il logo poi trasferito alla HF pensata da Cesare Fiorio.

Le auto sportive però erano solo il trampolino di lancio per le ambizioni del Gran Premio Lancia. Nel 1954 Gianni Lancia decise di tentare la fortuna nel Campionato del Mondo di Formula 1, così mise a segno un colpaccio e riuscì a prendersi come pilota Alberto Ascari, che fu il secondo campione consecutivo, con un contratto molto costoso, dalla Scuderia Ferrari.

Inoltre Gianni aveva già ordinato al grande ingegnere Vittorio Jano di progettare una monoposto V8 GP, la serie D che doveva essere alla base di un serio attacco a tutti gli avversari nelle corse automobilistiche internazionali. Queste erano le scommesse di un giovane, fatte con teste esperte e mature del consiglio di amministrazione della società Lancia.

Ascari vinse la Mille Miglia 1954 con la Lancia D24, ma lo sviluppo della macchina D50 GP non proseguiva nei tempi previsti. Così il debutto del GP di Ascari fu posticipato alla gara finale della stagione 1954, il Gran Premio di Spagna. Nel 1955 Ascari partecipò al 1° GP d’Argentina. In vantaggio dal secondo posto nelle qualificazioni, si ritirò per un incidente al 22° giro.

Il 22 maggio, secondo round del Gran Premio a Monaco, Ascari si schiantò contro una chicanes durante la gara e la macchina con lui dentro cadde in mare. Fortunatamente, si salvò e sopravvisse miracolosamente, ma si ruppe il naso. Grazie ad altri scarsi risultati delle corse uniti all’ambizioso piano della Lancia di mettere in produzione diversi costosi prototipi da corsa, l’azienda era quasi al fallimento. Qualche mese dopo ci fu anche la morte di Ascari poco dopo il GP di Monaco, durante un test del 26 maggio 1955.

La tragica perdita di Ascari comportò un rapido peggioramento della situazione finanziaria aziendale e la fine anticipata dell’ambizioso progetto di F1 della Scuderia Lancia con le sue D50. Ma segnò anche la fine del sogno di Gianni Lancia di rimanere competitivi, se non vincenti, nella più alta vetrina dello sport motoristico.

Gianni e sua madre Adele vendettero le loro azioni della Lancia a Carlo Pesenti di Italcementi nel giugno 1956. Con lo stesso comunicato stampa in lutto per la morte di Ascari, la Lancia annunciò la sospensione dell’attività sportiva e la partenza di Gianni Lancia per il Sud America.

Si pensava che la Lancia D50 era scomparsa dopo sole 4 gare (1954 in Spagna e 1955 in Argentina, Monaco e Belgio), ma invece presero il via delle trattative tra Fiat, Lancia e Ferrari attraverso la mediazione dell’Automobile Club Italia. La Lancia consegnò sei D50 e tutto il materiale da corsa alla Ferrari. Anche Vittorio Jano e altri tecnici si trasferirono alla Ferrari, visto che anche la Fiat avrebbe finanziato Ferrari per 5 anni.

Gianni Lancia si è trasferito in Brasile, dove gestiva un’azienda di conserve, prima di tornare in Italia negli anni ’80. Successivamente andò a vivere in Francia, stabilendosi nella bellissima regione della Costa Azzurra. A Torino tornava spesso e con piacere e qui è morto il 30 giugno 2014.

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