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Fiat e Abarth: l’elettrico dà la scossa finale ai rally

L’obiettivo pare quello di cambiare la natura di Fiat e Abarth e demolire completamente la tradizione sportiva che non affascina più. In un contesto del genere non può non aver influito la scelta miope di rendere i rally delle gare semplici, incapaci di produrre marketing. Incapaci di trasformare una vettura in una leggenda di potenza e robustezza. Impossibilitati a creare miti leggendari.

Parla dal tetto del Lingotto di Torino, trasformato in un giardino che presto aprirà a tutti, proprio mentre la palazzina di Gianni Agnelli viene messa in vendita da PSA e in fretta e furia vengono scippate le bandiere italiana, europea e aziendale. Ditte di nuovi italiani smantellano gli interni della palazzina simbolo della storia industriale italiana, mentre durante l’EV Day 2021, Olivier François, il numero dell’ormai iper francesizzato marchio Fiat, ribadisce la svolta elettrica già annunciata a più riprese. Dopo la proiezione di un video registrato a Torino durante il primo lockdown, con cieli azzurri e alberi in fiori, François dice: “Ci serviva un lockdown per capire il messaggio?”. Ma quale messaggio? Che le auto inquinano e gli aerei, le navi, i trattori e i camion no?

Ed ecco la svolta: Fiat sarà 100% elettrica “almeno in Europa”, dice il manager. Quando? “Quando potremo offrire auto elettriche al prezzo di quelle a benzina, che dovrebbe essere fra il 2025 e il 2030”, perché la vocazione di Fiat è quella di offrire auto sostenibili per tutti. L’esempio è la concept Centoventi, “un’elettrica pura per la gente”, dice François, che rivendica la scelta fatta con la nuova 500, offerta soltanto in versione elettrica: “Abbiamo fatto all-in con la nostra auto più iconica”. Vero, adesso la 500 non farà più concorrenza alle rivali endotermiche del gruppo.

Ma non solo Fiat sarà elettrica. Anche Abarth offrirà auto solamente elettriche, presumibilmente sulla base della nuova 500, a partire dal 2024. E conclude con un nuovo slogan: “è green solo quando è green per tutti”. Se Fiat appare destinata a diventare un brand completamente elettrico dal 2030, con Abarth si schiaccia sull’acceleratore e il Marchio percorrerà una strada ancora più radicale già dal 2024, con tutti i nuovi modelli a propulsione completamente elettrica. I rally, ormai non interessano più neppure per la clientela sportiva, esigua ormai per la verità, e soprattutto per evitare di rilanciare un Marchio che può fare pericolosa concorrenza alla Peugeot.

Fondata nel 1949 da Carlo Abarth (chissà Buonanima come si starà rivoltando nella bara), l’azienda omonima aveva ottenuto successo a partire dalle sue marmitte, potenti e rumorose. Componente che a breve sarà relegato ai modelli storici. Abarth attualmente propone versioni prestazionali dei modelli Fiat: è in gamma con 500 e 500C in svariate salse, tra cui la piccantissima 695 Essesse. Fino al 2019 proponeva anche la sua versione della 124 Spider, da cui è derivato un modello da rally omologato nella categoria FIA R-GT.

Se è vero che nei piani della società manca il motorsport, ormai ritenuto utopico, non manca tuttavia l’idrogeno come soluzione per i veicoli commerciali leggeri che, dal 2022, vedranno l’elettrificazione su tutti i modelli. Unica eccezione sarà il Fiorino, prima di un processo totalizzante che coinvolgerà, entro la fine del 2024, tutta la gamma del brand. L’obiettivo pare quello di cambiare la natura di Fiat e Abarth e demolire completamente la tradizione sportiva che non affascina più. In un contesto del genere non può non aver influito la scelta miope di rendere i rally delle gare semplici, veloci, incapaci di produrre marketing. Incapaci di trasformare una vettura in una leggenda di potenza e robustezza. Impossibilitati a creare miti leggendari. Signori e signore, benvenuti alla fine di un’epoca, certi che ne inizierà un’altra che non sarà necessariamente migliore, in cui il Made in Italy farà spazio al Made in Altrove…

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Lancia e rally: oltre un secolo di storia e di successi

La storia sportiva delle vetture prodotte dal Costruttore comincia addirittura prima all’inizio degli anni Cinquanta, per terminare poi nella prima metà degli anni Novanta del secolo scorso. In questo lasso di tempo la Casa si è affermata in maniera dirompente come una delle più forti. Noi ci concentriamo sul lungo e glorioso periodo che ha unito Lancia e i rally. Un periodo intramontabile che, ancora oggi, emana una luce forte e scalda i cuori di tanti appassionati.

Il marchio Lancia in un secolo di competizioni, dall’epoca pionieristica alla Formula 1, dalle grandi corse su strada al Mondiale Rally. E sì, il tempo passa e mentre noi ci proiettiamo verso il futuro, un bel giorno, ci accorgeremo che il presente è diventato storia. Ero ragazzino e sognavo le Gruppo B. Tra gli anni Settanta e gli anni Novanta crescevo all’ombra dei successi della Lancia.

In realtà la storia sportiva delle vetture prodotte dal Costruttore torinese comincia addirittura prima all’inizio degli anni Cinquanta, per terminare poi nella prima metà degli anni Novanta del secolo scorso. In questo lasso di tempo la Casa si è affermata in maniera dirompente come una delle più forti, combattive e vincenti della categoria, stabilendo il record di undici titoli costruttori: un Campionato Internazionale e dieci Mondiali, di cui sei consecutivi dal 1987 al 1992, altro primato

Gli albori delle competizioni Lancia abbracciano un arco temporale di oltre cento anni. Infatti, lo stesso fondatore Vincenzo Lancia aveva un passato come collaudatore e pilota, quindi il legame con il motorsport fu inevitabile e indissolubile fin dall’inizio. Dalle partecipazioni alla Mille Miglia con la Lancia Aurelia B20 GT, al debutto nella Formula Uno degli anni Cinquanta con la Lancia D50 pilotata da Alberto Ascari, la storia sportiva di Lancia è costellata di sfide e successi.

L'Aurelia B20 di Gigi Villoresi impegnata nell'Acropoli del 1958
L’Aurelia B20 di Gigi Villoresi impegnata nell’Acropoli del 1958

Al bottino vanno sommati anche cinque titoli Piloti: una Coppa Fia e quattro Mondiali. Pur essendosi ritirata ufficialmente nel 1991, e senza più vetture iscritte nel Mondiale Rally dal 1993, la Casa torinese conserva numeri importanti: cento e novantaré podi conquistati e settantaquattro vittorie. Nel corso dei decenni, Lancia ha schierato vetture da rally estremamente competitive come la Fulvia Coupé, la Stratos e la Rally 037, affidate a piloti come Sandro Munari, Juha Kankkunen e Miki Biasion.

La vettura più titolata è stata la Delta: quarantasei successi in prove valide per il Mondiale Rally, sia in assoluto in coabitazione con la Subaru Impreza sia in Gruppo A, e sei vittorie nella classifica costruttori. Dal 1951 in poi Lancia cominciò a impegnarsi ufficialmente, con un proprio reparto sportivo, nelle varie discipline dell’automobilismo, comprese la Formula 1 e le grandi corse su strada come la Mille Miglia, la Targa Florio e la Carrera Panamericana.

Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Sanremo 1974
Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Sanremo 1974

Fulvia-Munari, coppia vincente e convincente nel mondo

Nei rally, la prima grande vittoria venne con l’ex pilota del circus Louis Chiron che, in coppia con Ciro Basadonna, vinse il Rally di Monte-Carlo del 1954 con l’Aurelia GT B20 2500. Nel 1958 un altro grande pilota di F1, Gigi Villoresi, ormai al termine della carriera, trionfò al Rally dell’Acropoli, ancora con l’Aurelia B20 e anch’egli affiancato da Basadonna. Agli inizi degli anni Sessanta, un giovane pilota, Cesare Fiorio, figlio di un addetto stampa Lancia, creò l’HF Squadra Corse, un reparto agonistico per affezionati clienti.

La prima vittoria a carattere internazionale per la Squadra HF arrivò al Tour de Corse del 1967 con il giovane Sandro Munari, alla guida della Fulvia Coupé HF. Negli anni seguenti arrivarono altre vittorie che culminarono con l’affermazione dello svedese Harry Kallstrom nel Campionato Europeo Rally del 1969, che costituì il primo titolo internazionale ottenuto dalla Lancia, quando ancora non esisteva un Mondiale per la specialità. In quell’anno, tra gli altri successi, la Fulvia HF vinse il prestigioso Rac Rally in Gran Bretagna, risultato poi bissato la stagione successiva, sempre con Kallstrom e la Fulvia.

Lancia debuttò nel Mondiale Rally, nato nel 1970 e allora ufficialmente denominato Campionato Internazionale Marche, proprio con la Fulvia 1.6 Coupé HF. In quella prima stagione la casa torinese chiuse al terzo posto, e sempre con la Fulvia arrivò quarta l’anno successivo.

Nel 1972, quando già era considerata un’auto sul viale del tramonto, la Fulvia HF vinse invece il Coppa Internazionale Costruttori, grazie al trionfo di Sandro Munari al Monte-Carlo, alla vittoria di Simo Lampinen in Marocco, al suo secondo posto in Grecia e all’affermazione di Amilcare Ballestrieri al Rally di Sanremo.

L’anno dopo, quando l’Internazionale Marche cambiò nome in Campionato del Mondo Marche, Lancia ottenne il peggior risultato da vent’anni anni a quella parte, arrivando tredicesima. Ma era in arrivo la Stratos. Si trattava per Lancia, ormai facente parte da tre anni del Gruppo Fiat, di una scelta nuova e ambiziosa: quella di costruire un’auto da corsa completamente dedicata e destinata a primeggiare nel rally.

E non l’ulteriore evoluzione di un modello di serie. Il 1973, come detto, fu un anno di transizione per Lancia che sviluppò la Stratos, anche in gare di velocità come la Targa Florio, spesso in gara come prototipo, nell’attesa dell’omologazione. Il Campionato del Mondo Rally del 1974, fortemente segnato dalla contemporanea crisi economica ed energetica, vide l’annullamento di molte prove e la concentrazione di molti rally sul finire di stagione.

La Fulvia ebbe il suo canto del cigno con un terzo posto al Safari Rally (Munari), mentre la Beta HF 1800 portò punti preziosi. Ma fu con l’omologazione della Stratos, nel mese di ottobre, che Lancia si trovò di colpo con una nuova vettura in grado subito di vincere tre delle prove in calendario sul finire di stagione: Sanremo e Canada grazie a Munari, e Tour de Corse per merito di Jean-Claude Andruet. Scavalcò la “cugina” Fiat in classifica e conquistò l’iride.

Adartico Vudafieri con la Fiat 131 Abarth Rally al Rally Il Ciocco e Valle Serchio 1980
Adartico Vudafieri con la Fiat 131 Abarth Rally al Rally Il Ciocco e Valle Serchio 1980

La Lancia Stratos deve cedere il posto alla Fiat 131

La Stratos, guidata ancora da Munari, da altri piloti italiani come Amilcare Ballestrieri e Raffaele Pinto, e da stranieri come Andruet, Waldegaard, Bernard Darniche e Markku Alén, riuscì così a vincere i successivi tre Mondiali Costruttori e tre edizioni consecutive del Montecarlo, nel 1975, 1976 e 1977: sempre per merito del “Drago” Munari. Anche se nel palmares mancarono sempre alcune affermazioni di prestigio come il Rac e il Safari, la vettura si imporrà abbastanza facilmente a ogni latitudine, guadagnandosi soprannomi come la “bête à gagner” o “l’ammazzarally”.

L’epopea della Stratos s’interruppe bruscamente alla vigilia del Mondiale Rally del 1977, quando il Gruppo Fiat optò per la fusione dei suoi due team sportivi, Lancia e Fiat-Abarth, con quest’ultimo che già partecipava al campionato, con minor successo, con le 124 Abarth Rally.

Il risultato di ciò non fu altro che l’accantonamento progressivo della Stratos a vantaggio della nuova 131 Abarth Rally. La Stratos aveva già fatto il suo lavoro di marketing, cioè sostenere il marchio Lancia in calo di popolarità dopo l’acquisizione da parte del Gruppo Fiat, e ora doveva far spazio a un’altra auto assolutamente valida ma meno carismatica.

Sandro Munari ebbe ancora il tempo però, di vincere per la terza volta consecutiva il Rally di Monte-Carlo e la prima Coppa Fia, in poche parole il Mondiale Piloti, mentre l’iride per le marche andò alla Fiat, che bissò il successo nel 1978, stavolta oltre che come Costruttore anche nei Piloti, con il finlandese Markku Alén alla guida della 131.

Tuttavia, lo stesso Alén vinse il Sanremo proprio alla guida di una Stratos poiché, nel biennio 1977-1978, la berlinetta a motore Ferrari (che per il 1977 mantenne i colori tricolore dello sponsor Alitalia, mentre nel 1978 passò alla livrea gialloblù Pirelli e Olio Fiat) era ancora affidata, meno frequentemente della 131, ai piloti ufficiali del gruppo, in alcuni selezionati rally del WRC e in molte prove dell’Europeo.

Nella stessa stagione 1978 erano alla guida della 131 anche i futuri campioni del mondo Walter Röhrl e Ari Vatanen, oltre alla pilota Michèle Mouton. Nel 1979 il gruppo torinese, dopo aver già vinto cinque titoli consecutivi, ridusse l’impegno e il budget nei rally, prendendo parte solo ad alcune gare. Così il Mondiale Rally verrà vinto dalla Ford, davanti alla sorprendente Datsun e alla stessa Fiat.

Nonostante il disimpegno ufficiale, la Stratos trovò comunque modo di essere protagonista con tre vittorie assolute, prima con la vettura blu dell’importatore francese Chardonnet, guidata da Darniche e vincitore a Montecarlo (quarto successo monegasco per la Stratos) e in Corsica, e poi con la vettura privata di Tony Fassina, trionfatore a Sanremo davanti a una muta di 131 ufficiali. Nel 1980 si assistette al ritorno ai vertici della Fiat, che sempre grazie alla 131 vinse il titolo marche e quello piloti con Walter Rohrl.

L’anno dopo, con il successo inatteso di un’auto del Gruppo 2 (la Talbot Sunbeam Lotus) e l’esordio della prima auto di una nuova generazione (l’Audi quattro a trazione integrale), il gruppo torinese decise progressivamente di pensionare la 131, in attesa del debutto della Lancia Rally 037. Siamo agli albori del Gruppo B. A sorpresa però, dopo che in Portogallo Alén portò per l’ultima volta al successo la Fiat, fu ancora Bernard Darniche a dominare il Tour de Corse, con una Stratos assolutamente privata e capace di vincere ancora, dopo l’ultimo successo della sua sostituta.

Henri Toivonen con la Lancia Rally 037
Henri Toivonen con la Lancia Rally 037

Gli anni del Gruppo B e i successi Lancia

Dal 1982, quando ormai il disimpegno del marchio FIAT dai rally era cosa fatta, Lancia cominciò a lavorare sulla Rally 037, sviluppata negli anni precedenti e portata all’esordio nel Tour de Corse di quell’anno. La 037, vettura a trazione posteriore e a compressore volumetrico, dopo un paziente lavoro di messa a punto, era pronta per recitare un ruolo da protagonista l’anno successivo con l’introduzione del nuovo ed estremamente performante Gruppo B.

Il campionato del 1983 fu infatti caratterizzato dal lungo duello con la più potente Audi quattro (turbocompressa e, soprattutto, a trazione integrale) e con l’epilogo meno prevedibile: la vittoria nel campionato marche. La berlinetta torinese, pur con una potenza inferiore alla rivale tedesca, vinse infatti il mondiale costruttori primeggiando a Monte Carlo, in Corsica dove monopolizzò i primi quattro posti, in terreni sulla carta più favorevoli all’Audi come in Nuova Zelanda e all’Acropoli, e infine sulle strade amiche del Sanremo. I piloti ufficiali furono Walter Röhrl e Markku Alén, rispettivamente secondo terzo nella classifica piloti, ma si misero in luce anche gli italiani Attilio Bettega e Adartico Vudafieri.

Nel bennio 1984-1985 la 037 non riuscì invece a ripetere l’impresa, ormai ardua nei confronti del dominio delle trazioni integrali (all’Audi si era nel frattempo affiancata la Peugeot con la sua 205 Turbo 16), tuttavia Alén e Bettega, assieme ai nuovi arrivati Miki Biasion e Henri Toivonen, riuscirono ancora a cogliere piazzamenti sul podio in numerose prove. I campionati si conclusero con un secondo posto nel 1984, dietro l’Audi, e un terzo nel 1985, in cui Lancia decise peraltro di non partecipare ad alcune prove nella parte centrale della stagione. L’ultima vittoria fu quella di Alén, in Corsica nell’84, ma vi fu anche la tragica scomparsa di Bettega, un anno dopo, sempre al Tour de Corse.

Ma alla Lancia si stavano preparando grandi cambiamenti, con lo sviluppo e l’esordio subito vincente, al RAC Rally del 1985 grazie al finlandese Toivonen, della Delta S4, prima vettura da rally del Gruppo Fiat a trazione integrale e dotata di un propulsore a doppia sovralimentazione modulare (turbocompressore e compressore volumetrico “Volumex”).

La stagione della Delta S4 fu però assai breve: il 1986 vide in sequenza, dopo il trionfo di Toivonen al Montecarlo, l’incidente della Ford di Santos in Portogallo e la morte dello stesso Toivonen e del suo copilota Sergio Cresto in Corsica, esattamente un anno dopo la tragedia di Bettega. Questi tragici eventi decretarono, per la stagione 1987, la fine del Gruppo B e la messa al bando, con decisione della Federazione Internazionale dell’Automobile, dei “mostri” da 500 CV. La Delta S4 terminò comunque seconda sia nella classifica marche che in quella piloti, con Alén, in un campionato deciso a tavolino ancora dalla FIA soltanto nel mese di dicembre, dopo la squalifica delle Peugeot al Sanremo e l’annullamento della prova italiana in cui le Lancia avevano conquistato i tre posti sul podio (con Alén, Dario Cerrato e Biasion).

Markku Alén alla guida della Delta HF 4WD durante il RAC del 1987
Markku Alén alla guida della Delta HF 4WD durante il RAC del 1987

La meravigliosa stirpe della Lancia Delta

Con l’epoca del Gruppo B giunta al capolinea, Lancia, a differenza di altre case (come la Peugeot, che decise di abbandonare la scena), si lanciò nello sviluppo di una nuova vettura da rally secondo il nuovo regolamento, che dalla stagione 1987 avrebbe visto in gara soltanto le auto di Gruppo A e N. La casa italiana non ebbe grandi problemi a imporsi in quell’anno, anche a fronte della scarsa concorrenza causata dal cambio di categoria — in cui molti rivali commisero l’errore di presentarsi al via con automobili di Gruppo A inadeguate, in quanto troppo voluminose (Audi 200 quattro), a due sole ruote motrici (Renault 11 Turbo) o di poca potenza (Sierra XR 4×4 e Mazda 323 4WD).

Il campionato dell’87 vide primeggiare la Delta HF 4WD: alla concorrenza rimasero soltanto rare vittorie parziali. Lancia ebbe pochi problemi anche nei cinque anni successivi, portando a 11 i titoli per il marchio torinese che vinse anche 4 mondiali piloti, equamente divisi a metà tra il finlandese Juha Kankkunen, iridato nel 1987 e nel 1991, e l’italiano Miki Biasion, campione nel biennio 1988-1989, anni in cui peraltro si prese la soddisfazione di portare per la prima a volta in casa Lancia la tanto agognata affermazione al Safari Rally, un cruccio che turbava il marchio torinese fin dai tempi della Fulvia.

Proprio il biennio ’88-’89 fu quasi un monologo per la nuova Delta HF Integrale — nota a posteriori anche col suffisso “8v” —; addirittura nel corso del campionato 1988 soltanto una prova della classifica marche sfuggì alla otto valvole, il Tour de Corse vinto da Didier Auriol su Sierra RS Cosworth. Unica e vera competitrice costante della berlinetta italiana, dal finire della stagione 1989, fu la Toyota che con la Celica GT-Four affidata a Carlos Sainz riuscì a conquistare i mondiali piloti del 1990 e del 1992; in particolare nel ’90 lo spagnolo fu molto abile ad andare a punti quasi in ogni gara a cui partecipò, mentre Lancia, che pure con la nuova Delta HF Integrale 16v aveva trionfato nel maggior numero di appuntamenti, pagò l’aver spartito partecipazioni e vittorie fra i suoi tre diversi alfieri, Auriol, Kankkunen e Biasion.

Molto emozionante fu poi la stagione 1991, iniziata con un netto dominio di Sainz (che interruppe a Monte Carlo la serie di ben 5 trionfi Lancia) e terminata con un filotto di vittorie di Kankkunen e la conquista della doppia iride. Il finnico e Auriol, ma anche un Biasion alla sua ultima stagione col marchio torinese, guidavano una sedici valvole data troppo presto per finita ma che, invece, grazie a una messa a punto perfetta, al lavoro del team e alla regolarità dei tre suoi portacolori, prese il sopravvento su una Toyota in cui, a fianco di Sainz, non vi erano altri piloti di pari valore e costanza di rendimento.

Il 18 dicembre 1991 Lancia annunciò il suo ritiro in forma ufficiale dai rally, pur in concomitanza con la presentazione dell’ultimo step evolutivo della Delta, la HF Integrale “Evoluzione”. Per la stagione 1992 la Martini Racing, fino ad allora solo sponsor, con l’appoggio della struttura tecnica del Jolly Club — in quegli anni il più importante team privato a portare in gara le vetture torinesi — diventò quindi una vera e propria squadra che, ricevendo in dote dalla casa madre vetture e piloti, nonché il supporto dell’Abarth per lo sviluppo, prese parte in maniera semiufficiale al mondiale. La nuova HF Integrale, dopo una serie di sei trionfi di Auriol, e un successo a testa per Kankkunen e il nuovo acquisto Andrea Aghini (al Sanremo), vinse il sesto titolo costruttori consecutivo di una Delta, l’ultimo della storia Lancia; perse invece quello piloti in maniera rocambolesca, a vantaggio del solito e regolare Sainz.

Il tramonto di un mito e l’ombra di strani interessi

Dal 1992 il Gruppo Fiat decise di non investire più nelle competizioni sportive col marchio Lancia, concentrandosi sull’Alfa Romeo (nel frattempo acquisita nel 1986) che, con la 155 GTA prima e con la 155 V6 TI poi, a metà degli anni 1990 vide la casa milanese partecipare e trionfare in vari campionati turismo in giro per l’Europa, come il Superturismo italiano, il DTM tedesco, il BTCC britannico e il CET spagnolo. A livello meccanico, in primis per le quattro ruote motrici, i prototipi da pista della 155 furono derivati proprio dalla Delta HF Integrale “Evoluzione” che ancora nel ’92 dominava nei rally, rimarcando la bontà di una tecnologia Lancia capace di eccellere sia su terra sia su asfalto.

Fatto sta che tali decisioni, per quanto concerne il mondiale rally, ebbero come risultato che nella stagione 1993 la Delta campione marche in carica, non più aggiornata dal reparto corse della casa madre, venne gestita privatamente e portata in gara dalla squadra satellite Jolly Club sotto le insegne del nuovo sponsor Repsol, subentrato a Martini nel frattempo disimpegnatosi; l’azienda iberica portò in dote la grande novità dell’anno, l’ingaggio del campione del mondo in carica Sainz, transfuga da una Toyota ove approdarono proprio gli ex lancisti Kankkunen e Auriol. Il programma di partecipazione al mondiale fu tuttavia ridotto: il Jolly Club riuscì a schierare per tutto il campionato unicamente la vettura di Sainz, affiancandogli solo occasionalmente le presenze di Andrea Aghini e Alex Fiorio, e ottenendo globalmente risultati mediocri, con alcuni secondi e terzi posti come migliori piazzamenti in una difficile stagione priva di vittorie.

Si trattò dell’ultimo anno in cui furono iscritte delle Lancia al via del mondiale: la Delta, priva di sviluppo, era divenuta ormai poco competitiva rispetto alle più moderne vetture schierate dai costruttori rivali, anche se per tutto il decennio le berlinette torinesi continuarono a correre, affidate a privati, in giro per il mondo; gli ultimi successi mondiali di Lancia (in gare valide per il campionato due litri, a due ruote motrici) furono quelli conquistati nel 1995 da Aris Vovos e Jorge Recalde, rispettivamente all’Acropoli e in Argentina, mentre alle soglie del XXI secolo le affermazioni alla Mitropa Rally Cup, nel 1999 con Ezio Soppa, e al Rally del Libano, nel 2000 con Roger Feghali, furono gli ultimi colpi di coda di una ormai vetusta Delta.

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Abarth e le corse: storia completa dalle origini ai rally

Terminata la vicenda umana di Carlo Abarth e quella societaria della Abarth & C., il marchio sopravvive e viene di nuovo utilizzato per connotare le versioni più spinte di alcuni modelli Fiat. È una circostanza non inconsueta (si pensi alle attuali Mini Cooper, per le quali è probabile che al di fuori della Gran Bretagna solo una minuscola parte dei loro clienti potenziali sappia dire il perché del nome Cooper), e vale la pena di tentare di spiegare come mai il marchio Abarth abbia ancora un valore commerciale. Un primo motivo è il numero relativamente alto di vetture prodotte fino al 1971 con il marchio. Per inciso, quelle prodotte in seguito sono enormemente più numerose, ma la fama si era costruita prima, negli anni in cui Carlo Abarth guidava l’azienda; poi, si è vissuti sul patrimonio di notorietà e prestigio che lui aveva costruito.

Storie di Rally pubblica un estratto dalla monografia dell’AISA, la numero 90: “Abarth: l’uomo e le sue auto“. L’intervento è di Lorenzo Boscarelli, presidente dell’associazione culturale e studioso di storia dell’automobile.

di Lorenzo Boscarelli

Le vetture Abarth nascono dalle Cisitalia, dal punto di vista tecnico e organizzativo-industriale. Carlo Abarth, assunto come Direttore Sportivo in Cisitalia nel 1947, ben presto dimostrò il suo talento tecnico promuovendo profonde modifiche della Cisitalia spider MM (detta “Spider Nuvolari”). Nella primavera del 1948, la vettura fu dotata di un telaio a longheroni e crociera centrale, che sostituì quello originario in traliccio di tubi, e di sospensione anteriore a bracci longitudinali oscillanti e barre di torsione anziché a balestra trasversale e braccio inferiore oscillante.

La monoposto Cisitalia D46 fu pure modificata nella carrozzeria, resa più aerodinamica, e potenziata nel motore, portato da 1.100 a 1.200 cc, per iniziativa di Carlo Abarth. La vicenda Cisitalia declinò molto rapidamente tra la fine del 1948 e la primavera del 1949, per gravi problemi finanziari, e Carlo Abarth costituì nel marzo 1949, insieme all’amico e pilota Guido Scagliarini, la società Abarth e C., acquisendo in conto liquidazione dalla Cisitalia due vetture del tipo 204 Spider biposto corsa e altre tre in corso di allestimento (tutte vennero ridenominate Abarth 204 A, dove A sta per Abarth), una monoposto D46 modificata e ricambi vari.

Con questo materiale Abarth iniziò la propria attività di costruttore di automobili, così come quella sportiva della “Squadra Carlo Abarth”, che nel 1949 poté avvalersi di piloti di primissimo piano, come Tazio Nuvolari, Felice Bonetto, Franco Cortese, Piero Taruffi, oltre a Guido Scagliarini e altri, che colsero buone affermazioni. Scagliarini fu quinto assoluto e secondo della classe 1.100 Sport alla Mille Miglia, al volante di una 204, nonché Campione Italiano 1949 per la classe 1.100 Sport, e Piero Taruffi vinse il Campionato Italiano per le monoposto di Formula 2.

Nel 1949, Carlo Abarth ebbe l’idea di mettere in commercio degli accessori per incrementare le prestazioni di vetture di serie; in particolare, marmitte di scarico e collettori di aspirazione a più carburatori. L’iniziativa ebbe un rapido successo e resse per diversi anni le sorti economiche dell’azienda. Nel 1950, continuò l’attività sportiva con le vetture esistenti, alle quali si aggiunse la nuova berlinetta 205 A(1), carrozzata magistralmente da Vignale su disegno di Giovanni Michelotti. Il telaio era in lamiera scatolata e le sospensioni ripetevano lo schema della 204.

La 204A debuttò il 28 marzo a Monza, nella Coppa Intereuropa, vincendo la classe 1100 Sport, pilotata da Guido Scagliarini. Il 10 aprile, Tazio Nuvolari colse l’ultima vittoria della sua carriera vincendo la classe 1100 Sport nella gara in salita Palermo-Monte Pellegrino, al volante della spider 204 A. Nelle Mille Miglia 1950, Abarth schierò due berlinette Vignale 204A, una delle quali dotata di estensioni del frontale e della coda per migliorare la penetrazione aerodinamica; questa vettura dovette ritirarsi, mentre l’altra si classificò 31ª assoluta, un risultato molto inferiore a quello del 1949.

L’onere della partecipazione alle competizioni indusse l’Abarth a sospendere la propria attività ufficiale alla fine del 1950, orientandosi verso la produzione di esemplari unici o di piccolissime serie di vetture sportive oltre che di marmitte e accessori per potenziare i motori, attività cui arrideva un sempre maggiore successo in tutta Italia. Da ricordare sono la 205 A berlinetta Vignale presentata nel 1951, che era una 204 A con finiture più lussuose; la Abarth “1500” berlinetta Bertone, del 1952, su meccanica Fiat 1400 rielaborata e dotata di una aggressiva carrozzeria disegnata da Franco Scaglione; la coupé Ghia su meccanica Fiat 1100-103, del 1953; la Abarth “2000”, con organi meccanici della Alfa Romeo 1900 Super, come sempre rielaborati, con una carrozzeria berlinetta Ghia e telaio in lamiera scatolata, presentata al Salone dell’Automobile di Torino del 1954. Tutte vetture di pregio, che riscossero grande interesse, ma pensate forse più come veicoli pubblicitari per sostenere le vendite di marmitte e accessori che come iniziative industriali.

Nel 1955, Abarth presentò la 207 A, ancora una volta con telaio scatolato in lamiera e meccanica Fiat 1100. Di questa vettura furono costruiti una dozzina di esemplari, tutti dotati di una bella carrozzeria biposto corsa di Boano.

Sulla stessa meccanica e con linee molto simili alla 207 A furono realizzati uno spider stradale (denominato 208 A) e una berlinetta stradale (209 A). Quasi tutti gli esemplari furono esportati negli Usa; non ottennero grandi risultati sportivi, in quanto il loro motore ad aste e bilancieri non era competitivo rispetto ai bialbero delle concorrenti, in particolare le Osca, mentre le Lotus 9 e 11 di pari cilindrata disponevano di telai e sospensioni molto più efficienti.

Il 1955 fu un anno di svolta per l’Abarth. In quell’anno si ebbe la prima partecipazione di vetture Abarth a una gara di Campionato Mondiale Marche: il 23 gennaio 1955, due Abarth 204 A disputarono la 1.000 km. de la Ciudad de Buenos Aires. Erano vetture ormai superate, ma una delle due (iscritta come Cisitalia) conquistò il 3° posto nella classe Sport fino a 1.500 cc.

La grande novità del 1955 fu comunque l’apparizione della Fiat 600. La Fiat, per favorire il lancio del nuovo modello, affidò a molti carrozzieri alcuni dei primi autotelai, tanto che già al Salone di Ginevra, dove la 600 debuttò, la berlinetta Fiat era accompagnata da diverse versioni fuori serie.

Un autotelaio fu assegnato anche all’Abarth, che al Salone di Torino presentò la 210 A, una spider con linee corsaiole, realizzata da Boano, e con motore preparato dall’Abarth, mantenendo la cilindrata originaria, di 633 cc. Sembrava il tipico esercizio di stile, e in effetti lo era; non ci si poteva aspettare che un motore ad aste e bilanceri, anche portato a 750 cc, e pur installato su un moderno telaio, rendesse la vettura competitiva contro le vetture Sport dell’epoca.

Però, lo schema a motore posteriore fornì ad Abarth una base eccellente per derivare dalla Fiat 600 di serie una quantità di versioni che fecero conoscere il nome della Casa dello Scorpione in tutto il mondo, tramite innumerevoli vittorie sportive.

Abarth, la sede di Corso Marche
Abarth, la sede di Corso Marche

Dalle Fiat-Abarth alle Abarth Simca

Nel 1955, Zagato allestì tre berlinette su base Fiat 600, che colsero qualche affermazione in gara. Carlo Abarth comprese l’opportunità e nel 1956 presentò la Abarth 750 Zagato, una berlinetta che nella prima versione aveva forme quasi identiche a quelle delle Fiat 600 Zagato dell’anno prima, ma era dotata di un motore preparato da Abarth, con cilindrata portata a 750 cc. Inoltre, Abarth iniziò a vendere Fiat 600 di serie modificate con i componenti meccanici adottati sulle berlinette Zagato, e a vendere le “cassette” con tutte le parti necessarie alla modifica.

Fu l’inizio di una nuova storia, per l’Abarth e per i tanti piloti che nel decennio successivo portarono in gara le piccole vetture torinesi. Le Mille Miglia del 1956 furono la prima gara di rilievo per l’Abarth 750. Presero il via una decina di esemplari, nelle versioni con carrozzeria Fiat di serie e berlinetta Zagato; secondo della classe Turismo di Serie Speciale fu Alfonso Thiele, giunto a Brescia in poco più di 15 ore, distaccato di 31 minuti dal vincitore di classe, il francese Maurice Michy, al volante di una Alpine Renault A106.

Thiele precedette di oltre 35 minuti il vincitore della categoria 750 Sport, Ovidio Capelli, che aveva una Osca 750 Sport. Le vetture chiuse in quelle Mille Miglia furono molto avvantaggiate dalle pessime condizioni meteorologiche lungo tutto il percorso, ma ormai una pagina era stata voltata: una vettura derivata dalla serie e in vendita a 1.460.000 lire (Abarth 750 berlinetta Zagato) aveva battuto una Sport costruita solo per correre e in vendita a 4.500.000 lire!

Negli anni successivi, furono costruite centinaia di Abarth 750 Zagato, nelle varie versioni, e solo poche decine di vetture 750 Sport, di differenti marche. La conquista di record di velocità fu il nuovo terreno che l’Abarth affrontò con le vetture a base Fiat 600. Carlo Abarth, alla fine del 1955, chiese alla Bertone di allestire una carrozzeria per vettura da record e ne risultò una monoposto estremamente filante, che nel mese di giugno 1956 sulla pista sopraelevata di Monza stabilì un nuovo record del mondo sulle 24 ore, alla media di quasi 156 km/h. Altri record furono stabiliti sulle lunghe distanze nei mesi successivi, con motori di cilindrate differenti, da 500 a 800 cc e sempre utilizzando la vettura carrozzata da Bertone.

Numerose furono nel 1956 le vittorie in gare di velocità. Enrico Carini si laureò Campione Italiano e vinse anche il Trofeo della Montagna nella classe 750 GT. Le Mille Miglia del 1957 segnarono un’importante affermazione per le Abarth 750 Zagato: Alfonso Thiele vinse la categoria 750 Gran Turismo, alla media di quasi 118 km/h, giungendo a Brescia con meno di 3 minuti di distacco dalla Osca 750 Sport ufficiale di Giancarlo Rigamonti. Una conferma dell’estrema competitività della vetturetta torinese.

Nel 1957, furono conseguiti nuovi record di velocità, questa volta con una vettura realizzata dalla Pininfarina e dotata di motori derivati dalla Fiat 600 e dall’Alfa Romeo Giulietta (con cilindrata ridotta a 1.100 cc). Il motore dell’Alfa Romeo Giulietta fu utilizzato da Abarth anche come base per realizzare una berlinetta di 1.000 cc (mantenendo invariato l’alesaggio del motore d’origine e portando la corsa a 58 mm.), l’Alfa Abarth 1000. La vettura, dotata di telaio in traliccio di tubi d’acciaio e di carrozzeria Bertone, disegnata da Franco Scaglione, fu presentata al Salone dell’Automobile di Torino del 1958. Rimase allo stato di prototipo e fu l’ultima di quella serie di esemplari unici che aveva caratterizzato la produzione di Abarth per buona parte degli anni Cinquanta. In seguito, altre Abarth furono esemplari unici, ma non furono concepiti come tali.

Nel 1957, apparve sul mercato un’altra vettura Fiat destinata ad essere la base di tante future Abarth, la Nuova 500. Subito, Carlo Abarth ne elaborò il motore, dimostrando che avrebbe potuto fornire potenze ben superiori a quella di serie, la cui modestia ne stava ostacolando la diffusione. Anche in questo caso, Abarth perseguì la strada dei record: nel febbraio del 1958 una 500 dotata di carrozzeria Fiat e di un motore preparato, corse ininterrottamente per 7 giorni e 7 notti sulla pista sopraelevata di Monza, concludendo la sua maratona a una media di oltre 108 km/h (la velocità massima della Fiat 500 di serie era allora di 85 km/h).

L’exploit fu notato dal professor Vittorio Valletta, presidente della Fiat, che, insoddisfatto dell’andamento delle vendite della Nuova 500, comprese che associare il nome della Fiat a quello dell’Abarth avrebbe potuto favorire le vendite di tutta la produzione Fiat. A Carlo Abarth la Fiat propose un contratto per il quale Abarth avrebbe ricevuto un compenso in denaro per ogni vittoria conseguita da una vettura recante il marchio Fiat Abarth. Fu l’inizio di un periodo fortunatissimo per l’Abarth, che sviluppò un modello da competizione dopo l’altro, quasi tutti di grande successo, ottenendo così un sostegno economico determinante per il proprio sviluppo.

Sulla base della Fiat Nuova 500, fu realizzata la Fiat Abarth 500 Zagato, costruita in poche decine di esemplari e che colse buoni successi nella propria categoria, contrastata solo dalle inglesi Berkeley di pari cilindrata. I notevoli successi in gara convinsero Carlo Abarth che il potenziale del motore 750 cc non era ancora stato sfruttato a fondo. Affidò a Gioachino Colombo, bravissimo tecnico che aveva alle spalle più di vent’anni di lavoro come progettista di auto da competizione, il progetto di una versione bialbero a camme in testa del motore 750 cc mantenendo basamento e monoblocco del motore Fiat di serie.

Il nuovo motore debuttò nell’autunno 1957 su di una vettura da record e fu montato, a partire dal 1958, su un nuovo modello di gran turismo, denominato “Fiat Abarth 750 Record Monza”, sempre carrozzato da Zagato. Il debutto in gara della vettura avvenne alla 12 Ore di Sebring, il 22 marzo 1959; 4 vetture vennero iscritte dal Roosevelt Team, importatore di Abarth in USA, e conquistarono i primi quattro posti della classe 750 GT, un trionfo che ebbe larga eco e favorì un ampio successo di vendite sul mercato americano.

La 750 Record Monza dominò la propria categoria per tutto il 1959, in Europa e in USA. Tra l’altro, alla Targa Florio non solo vinse la propria classe, ma fu più veloce della Osca vittoriosa nella classe 750 Sport, dimostrazione evidente che il suo schema costruttivo la favoriva, in particolare sui circuiti tortuosi, rispetto a quello convenzionale motore anteriore-trazione posteriore, nonostante il suo peso fosse superiore a quello delle Sport e la potenza inferiore.

Sviluppate a fondo, con il modello bialbero, le potenzialità del motore 750 cc, non restava che aumentarne la cilindrata, il che avvenne nello stesso 1959, portandolo a 850 cc. Questa versione fu condotta al debutto da Mario Poltronieri, che il 5 aprile vinse la categoria 1.000 cc. nella 100 Miglia di Daytona Beach, in USA, conquistando anche il 9° posto assoluto.

La fama delle vetture Abarth indusse la Porsche a chiedere la collaborazione di Carlo Abarth per realizzare una versione alleggerita della Carrera 1600 GT, che fu denominata GTL (L sta per leicht, leggera). Dotata di una carrozzeria con Cx, sezione frontale e peso inferiori a quelli della vettura di serie, la Carrera 1600 GTL colse ottime affermazioni nel 1960, ma la Porsche giudicò inadeguato il livello di finitura e dopo 21 esemplari la commessa fu terminata.

Nel 1960 entrarono in vigore nuove classi di cilindrata, per le competizioni: la 700 cc prese il posto della 750 e la FIA (Fédération Internationale de l’Automobile) istituì la Coppa FIA per vetture Gran Turismo, per le classi 500, 700, 1.000, 1.300, 2.000 e oltre 2.000 cc. L’Abarth aveva creato il modello “700 bialbero”, che colse molti successi, così come le “Record Monza” 750 cc e 850 cc, che in molte occasioni si imposero nella classe 1.000 cc. In particolare, nelle 4 Ore di Sebring, disputata il 25 marzo 1960, una “850 Record Monza” batté la Austin Healey Sprite (di 948 cc) condotta niente meno che da Stirling Moss.

Nel 1960, per la prima volta, l’Abarth prese parte alle 24 Ore di Le Mans: la Casa iscrisse due vetture con motore di 850 cc e una con cilindrata di 705 cc (a Le Mans non erano ammesse vetture di cilindrata inferiore a 700 cc). Tutte e tre si ritirarono, ma prima di cedere, alla 17ª ora, la “Record Monza” 850 cc di Paul Condriller e Jean Guichet si mantenne in testa alla propria categoria e fece segnare la velocità di 192 km/h sul rettilineo di Les Hunaudières.

Alla fine del 1960, nacque la Fiat Abarth “1000 bialbero”, che avrebbe avuto negli anni a venire una brillante carriera sportiva e un ottimo successo di mercato; ne furono costruiti, fino alla metà degli anni Sessanta, circa 200 esemplari, un numero ragguardevole per una vettura da competizione. Come era accaduto per il 750 cc bialbero, fu una vettura da record a montare per prima il nuovo motore, conquistando una messe di primati, sempre sulla pista sopraelevata di Monza. La “1000 bialbero” aveva lo stesso schema costruttivo delle sue progenitrici, ma era dotata di freni a disco sulle ruote anteriori e la carrozzeria non era più prodotta da Zagato, ma da diversi artigiani torinesi.

Nel 1961, la Simca presentò il modello 1000, progettato da un gruppo di tecnici di origine Fiat, ma costruito ovviamente in Francia. I successi delle Fiat Abarth indussero Enrico Pigozzi, presidente di Simca, a chiedere alla Abarth di sviluppare in via sperimentale delle versioni potenziate della Simca 1000 (da cui sarebbero nate, negli anni seguenti, le Simca Abarth 1150, che ebbero scarso successo). Carlo Abarth colse invece l’opportunità di creare una nuova serie di vetture da competizione, basate sul pianale, modificato, della Simca 1000. Nacque così, all’inizio del 1962, la Abarth Simca 1300 GT, dotata di motore bialbero a camme in testa di 1.288 cc completamente progettato dall’Abarth, ma che oltre al pianale, utilizzava trasmissione, sterzo e sospensioni, opportunamente adattati, dell’utilitaria francese.

È da notare che su questo modello il nome Abarth precede Simca, perché giustamente Carlo Abarth, non avendo con la Casa francese un accordo analogo a quello sottoscritto nel 1958 con Fiat, volle mettere in risalto chi aveva dato il contributo essenziale allo sviluppo della vettura, cioè l’Abarth stessa. La Abarth Simca 1300 GT fu omologata nella categoria Gran Turismo nell’ottobre del 1962: per tutta quella stagione corse tra le Sport, ottenendo successi notevoli su tutti i circuiti.

Nel 1962, la FIA trasformò la Coppa FIA Gran Turismo in Campionato Mondiale Costruttori Gran Turismo, articolato in numerose classi, da 700 cc a oltre 3.000 cc. La Fiat Abarth 1000 bialbero vinse la 3 Ore di Sebring, prima gara di Campionato, battendo ancora una volta la Austin-Healey Sprite condotta da Stirling Moss, che disputò con la consueta valentia una delle sue ultime gare, prima dell’incidente che ne troncò la carriera. L’1 maggio, Lodovico Scarfiotti vinse con una 1000 bialbero il 12° Circuito del Garda, seconda prova del Campionato Mondiale Costruttori, battendo di pochi metri, dopo una contesa durata tutta la gara, il britannico Innes Ireland, allora valido pilota di Formula 1.

Come si è visto in precedenza, i piloti impegnati nel Campionato Mondiale di Formula 1 di frequente disputavano gare al volante di vetture Gran Turismo e Turismo, anche di piccola cilindrata; erano professionisti, ma il professionismo non impediva di competere in tante categorie. Davvero era un’altra epoca, in cui anche i migliori piloti correvano per divertirsi, per realizzare la propria passione, anziché per arricchirsi con una professione.

La superiorità delle Fiat Abarth 1.000 bialbero si confermò nelle gare successive: vinse tutte e cinque le gare del Campionato, che si concluse il 2 settembre con la 1.000 Km. del Nürburgring. Nel 1960, la Fiat aveva presentato la 600 D, evoluzione della 600, con motore portato a 767 cc e irrobustito in diversi componenti (albero motore, bielle ecc.). Carlo Abarth ne derivò una versione potenziata, la Fiat Abarth 850 TC, che fu presentata nel febbraio del 1961 e alla quale arrise un grande successo commerciale, diventando la vettura su cui una generazione di piloti mosse i primi passi agonistici.

La 850 TC differiva dalla 600 D non solo nel motore, aumentato di cilindrata e molto potenziato, ma aveva anche i freni a disco anteriori, molle delle sospensioni diverse, un radiatore supplementare. La base era Fiat, ma la quantità di modifiche apportate dimostrava la serietà dell’approccio tecnico dell’Abarth, tanto da farne una vettura veramente diversa da quella di origine. Con la 850 TC, nelle sue diverse versioni, e, in seguito, con la 1000 berlina, presentata nel 1962, l’Abarth acquisì una diffusione di mercato che mai più nel seguito avrebbe uguagliato.

Il 1961 fu ricco di successi in competizione. La prima grande vittoria della “1000 bialbero” fu ottenuta nelle 4 Ore di Sebring, in Florida, dove ancora le Fiat Abarth batterono le Austin-Healey Sprite, nella speciale versione da corsa denominata “Sebring”, nonostante queste fossero condotte da piloti di primissimo piano (come Walt Hansgen, Bruce McLaren, Stirling Moss). Di particolare prestigio fu la vittoria di classe, e il quattordicesimo posto assoluto, conquistato dalla “850 Record Monza” nelle 24 Ore di Le Mans, per merito dell’equipaggio Hyslop-Hulme, ed estremamente significativo il successo ottenuto nella Coppa Intereuropa, disputata il 10 settembre a Monza.

Alfonso Thiele, con una 1000 bialbero, vinse la gara, della durata di 3 ore, precedendo la Giulietta SZ “semiufficiale” di Elio Zagato e Consalvo Sanesi. Fu una vittoria “epocale”, che dimostrava la competitività della 1000 bialbero, capace di sconfiggere una vettura di 1300 cc. su un circuito molto veloce, che avrebbe dovuto favorirla. Una settimana prima, la 850 TC aveva colto il suo primo successo in un’importate gara internazionale, la 500 km. del Nürburgring.

Le vittorie conseguite nel 1961 consentirono all’Abarth di vincere la Coppa FIA GT (una sorta di Campionato Mondiale per vetture Gran Turismo) per la Divisione II (fino a 700 cc) e III (fino a 1.000 cc). Un risultato di grande prestigio, ottenuto con vetture che con il modello di serie da cui in origine erano state derivate, la Fiat 600, avevano ben poco in comune.

Le capacità tecniche dell’Abarth avevano portato lo schema costruttivo di partenza a uno sviluppo inimmaginabile pochi anni prima, traendo da un’utilitaria una vera macchina da corsa. In questo sta la grandezza dell’Abarth e, come si sarebbe visto alcuni anni dopo, anche il suo limite. La 1000 bialbero rappresentò lo sviluppo ultimo. L’Abarth conquistò la vittoria non solo nella 1a Divisione (fino a 1.000 cc), ma fu prima anche nelle sub-Divisioni fino a 700 cc e fino a 850 cc.

Sempre nel 1962, fu presentata la Fiat Abarth 1000 berlina, evoluzione della 850 TC, cui per molti anni, in versioni via via potenziate, arrise un grandissimo successo sportivo nella categoria Turismo. La Abarth Simca 1300 GT debuttò a metà aprile, in una gara in salita francese, cogliendo il primo posto assoluto, guidata da Gianni Balzarini. In seguito vinse, nella categoria Sport, diverse gare importanti, tra le quali il Circuito d’Auvergne, in Francia, e la 1.000 km di Parigi (disputata sul circuito di Monthléry) e fu prima nella categoria Sport fino a 1.300 cc alle 24 Ore di Le Mans.

Occorre comunque ricordare che la vettura che vinse la categoria GT fino a 1.300 cc nelle 24 Ore di quell’anno, una Lotus Elite, percorse oltre 200 km. più della Simca Abarth. Nell’ottobre del 1962, al Circuito di Innsbruck debuttò la Abarth Spider Sport 1450, con motore in posizione centrale, ovviamente bialbero, e telaio tubolare progettato da Mario Colucci, come tutte le Abarth da corsa di quegli anni.

Il 1962 fu anno di grandi risultati anche industriali; i dipendenti dell’azienda giunsero a quasi 400 unità e la produzione si mantenne sempre al di sopra delle 100 vetture al mese. Un grande sviluppo, rispetto a pochi anni prima, cioè al periodo precedente la comparsa dei modelli derivati dalla Fiat 600, quando Abarth era essenzialmente un produttore di marmitte di scarico e di altri componenti per aumentare le prestazioni di vetture di serie, ma costruiva ancora pochissime vetture complete.

All’inizio del 1963, la Fiat Abarth 1000 berlina venne omologata nella categoria Turismo, il che aprì la strada alle innumerevoli vittorie di questa vettura. Essa fu, in seguito, oggetto di radicali evoluzioni tecniche e di continui incrementi di prestazioni, che la mantennero competitiva fino ai primi anni Settanta.

Lo sviluppo di soluzioni sempre più complesse, imposte dall’esigenza di rimanere vincente, ebbe due conseguenze importanti: il continuo aumento del prezzo di vendita (nel 1961, la Fiat Abarth 850 TC costava di listino 850.000 lire, nel 1963 1.269.900 lire, a fine 1965, nella versione “corsa”, 2.340.000 lire e ai primi del 1969, preparata da gara, oltre 5 milioni!) e la progressiva specializzazione sia della 850 sia della 1000 berlina come pure automobili da corsa, con il conseguente calo dei volumi di vendita.

In altre parole, se nel 1962 o nel 1963 era possibile acquistare una Fiat Abarth 850 o 1000 berlina per andare a spasso con una vettura molto briosa (per l’epoca), senza l’intenzione di correre, tre anni dopo l’acquirente di una di quelle macchine, nella quasi totalità dei casi, l’avrebbe usata in gara e, d’altra parte, la vettura aveva assunto caratteristiche che la rendevano poco compatibile con l’uso turistico.

In questo, come si vedrà negli anni successivi, sta il dilemma dello sviluppo dell’Abarth, non sappiamo quanto chiaramente percepito dallo stesso Carlo Abarth: tentare di essere un costruttore di vetture da turismo e gran turismo, con volumi consistenti, affiancando a questa produzione quella di macchine da corsa (lo potremmo chiamare il “modello Porsche”), oppure diventare essenzialmente un costruttore di vetture da competizione, con una piccola produzione di vetture stradali (è il “modello Maserati” dal 1946 all’avvento della 3500 GT).

Di fatto, l’Abarth imboccò questa seconda direzione, con esiti alterni, che la portarono a creare ottime vetture da corsa, ma fatalmente a scontrarsi con avversari dotati di risorse tecniche ed economiche ben superiori alle sue, con le conseguenze del caso. Torniamo comunque al 1963, un anno fulgido per l’Abarth, che disponeva di cinque modelli eccellenti: le Fiat Abarth 850 e 1000 berlina, le 700 e 1000 bialbero e la Abarth Simca 1300 GT. Esse vinsero moltissime gare, data la loro superiorità sui concorrenti e la qualità dei loro piloti; come sempre, una vettura molto competitiva attira i migliori piloti!

L’Abarth vinse le tre sottoclassi (700 cc, 850 cc, 1.000 cc) del Campionato Mondiale Gran Turismo 1a Divisione e fu seconda nella sottoclasse 1.300 cc della 2a Divisione (vinta dall‘Alfa Romeo, con la Giulietta SZ). Questo risultato non brillante della Abarth Simca 1300 GT, di fronte alla Giulietta SZ, più anziana in termini anagrafici e tecnici, si spiega con alcune assenze in gare di Campionato e con una relativa maggiore fragilità della vettura torinese.

Nel 1963, l’Abarth preparò una Fiat 2300 S coupé per conquistare dei record di velocità su lunga distanza, il che avvenne in una sessione sulla pista sopraelevata di Monza, dall’1 al 5 aprile. Furono conseguiti il record sulle 72 ore, a 178,198 km/h, e quelli intermedi, a partire dai 5.000 km. La stessa vettura disputò poi con successo alcune gare internazionali nella categoria Turismo. Il 1963 vide anche l’apparizione dell’Abarth 2000 Sport Spider, con telaio tubolare e motore centrale bialbero su cinque supporti di banco (di nuova concezione).

Guidata da Hans Hermann si dimostrò competitiva con la Porsche 718 RS in alcune corse in salita valide per il Campionato Mondiale Costruttori. Vennero presentati tre ulteriori modelli: la Fiat Abarth 595, derivata dalla Fiat Nuova 500, della quale manteneva la carrozzeria, ma era dotata di un motore di 595 cc., potenziato con i consueti interventi mirati ad incrementare le prestazioni, della Simca Abarth 1150 berlina (che manteneva la scocca della Simca 1000, con cui Abarth tentò un’operazione simile a quella effettuata con le Fiat Abarth 850 e 1000, ma alla quale non arrise il successo) e della Abarth Simca 2000 GT, una berlinetta da competizione che avrebbe raccolto molti allori negli anni successivi.

La 2000 GT rappresentò una svolta nella presenza delle Abarth nelle corse. Fino ad allora, le loro avversarie erano state vetture i cui componenti meccanici derivavano da automobili di serie: per esempio, Alpine A 106, Giulietta SZ, Austin Healey Sprite, modificate per renderli adatte alle competizioni, oppure delle Gran Turismo con vocazione corsaiola, come le Lotus Elite. Contro di loro le Abarth avevano spesso avuto la meglio, perché più o altrettanto potenti e leggere e con uno schema costruttivo, il motore posteriore, che le favoriva.

L’avversaria della Abarth Simca 2000 GT fu invece una vera automobile da corsa, la Porsche 904 Carrera GTS, presentata nell’autunno del 1963, concepita per le competizioni e dotata di conseguenza di una meccanica priva di “compromessi”. La contesa tra la 2000 GT e la 904 si annunciò subito molto avvincente; nell’inverno 1963-64 il giornalista francese Bernard Cahier provò entrambe le vetture, per la rivista transalpina L’Automobile. Cahier rilevò prestazioni molto simili (per la Porsche 904, velocità massima di 257 km/h, 400 m. da fermo in 13,5 secondi, Km. da fermo in 24,5 secondi; per l’Abarth Simca 2000 GT, velocità massima di 262 km/h, 400 m.

Da fermo in 14, 2 secondi, km. da fermo in 24,8 secondi). Cahier concluse le sue prove affermando che le prestazioni delle due vetture erano equivalenti e che solo la loro robustezza nelle gare di lunga durata avrebbe decretato la superiorità dell’una sull’altra. Il verdetto delle gare di Campionato Mondiale Costruttori 1964 fu molto chiaro: la Porsche 904 trionfò nella Divisione II (fino a 2.000 cc), conquistando 160,1 punti, l’Alfa Romeo (con la Giulia TZ) fu seconda con 33,9 punti, e l’Abarth solo terza con 27,2 punti. Ciò detto, l’Abarth Simca 2000 GT fu una vettura di successo, adatta a gare in salita e su percorsi sinuosi, dove si oppose validamente alle Porsche 904, non di rado avendo la meglio.

Tutto ciò fu ben illustrato dai risultati delle gare del 1964. In nessuna competizione in circuito valevole per il Campionato Mondiale Costruttori, II Divisione (fino a 2.000 cc) l’Abarth Simca 2000 GT batté la Porsche 904, che prevalse sempre nettamente, mentre nelle gare in salita spesso accadde il contrario.

Sono in particolare da ricordare le vittorie di categoria nella Freiburg–Schauinsland e nella Sierre-Montana-Crans, valevoli per il Campionato Mondiale Costruttori, oltre che per il Campionato europeo della Montagna, nelle quali la Abarth Simca 2000 GT, guidata dal ventunenne astro nascente Franco Patria, batté le Porsche 904, così come in diverse altre gare in salita, ancora per merito di Patria e di Herbert Demetz. Se il cammino della 2000 GT si rivelò spesso arduo, quello delle Abarth Simca 1300 GT e delle Fiat Abarth 1000 bialbero, 700 bialbero, 850 TC e 1000 berlina fu invece quasi sempre trionfale, essendo queste vetture di norma nettamente superiori ai concorrenti. L’Abarth con le vittorie conquistate dalla 1300 GT si aggiudicò il Campionato Mondiale Costruttori I Divisione (che, nel 1964, fu riservato alle vetture fino a 1.300 cc).

Numerosi furono pure i successi conquistati dalle Abarth in campionati di velocità nazionali, in numerosi Paesi; in quell’anno, la Casa in totale conseguì 741 vittorie, di classe e assolute. Vi contribuirono anche i rari successi delle monoposto, che nel 1964 per la prima volta l’Abarth costruì. Si trattò della Formula 2 con telaio tubolare progettato da Mario Colucci e dotata di motore di 1.000 cc derivato da quello della 1300 GT, che si rivelò assai poco affidabile, compromettendo le possibilità di affermazione della vettura, e della Formula 3, che sullo stesso telaio montava un motore ad aste e bilancieri derivato da quello della Fiat Abarth 1000 berlina. La Formula 3 colse qualche vittoria di classe in gare in salita, ad esempio nella Trento-Bondone, guidata dallo svizzero Tommy Spychiger.

La gamma Abarth nel 1964 si arricchì della versione SS della 595 e della 695 e 695 SS, sempre basate su meccanica e su carrozzeria della Fiat Nuova 500. La Fiat presento quell’anno la 850 e Abarth fu svelto a derivarne delle versioni modificate, che però, al contrario delle vetture basate sulla Fiat 600, non avevano ambizioni corsaiole.

Così non fu per la Fiat Abarth OT 1600 che, sotto la carrozzeria della Fiat 850, disponeva di un motore 1.600 cc bialbero e di sospensioni completamente diverse da quelle dell’utilitaria d’origine. La OT 1600 rimase però un prototipo. Nel 1964, l’Abarth presentò anche un prototipo a motore centrale e telaio tubolare, che montava il motore della Abarth Simca 1300 GT. Denominato Lufthansa, dal nome della scuderia che lo avrebbe portato in gara, non ottenne risultati di rilievo.

Il 1964 si chiuse per l’Abarth con due eventi negativi: uno tragico, la morte di Franco Patria a Monthléry, durante la 1.000 km. di Parigi, quando la sua vettura, mentre ripartiva dai boxes, fu investita da una Jaguar E che era sfuggita al controllo del pilota. L’altro, grave dal punto di vista industriale, fu la decisione della Simca di non rinnovare l’accordo di collaborazione con Abarth, che scadeva a fine 1964.

La scomparsa di Enrico Pigozzi, presidente della Simca, che aveva stipulato l’accordo con Carlo Abarth, e il fatto che la Simca era passata sotto il controllo della Chrysler, poco interessata alle gare automobilistiche, spiegano l’evento, altrimenti scarsamente comprensibile, dati i successi conseguiti dalle Abarth Simca in competizione.

All’inizio del 1965, l’Abarth adottò sulle berline 850 TC e 1000 una sospensione anteriore a molle elicoidali, mentre la balestra inferiore fu mantenuta con la funzione di braccio trasversale. Con la nuova sospensione divenne consueto l’utilizzo di pneumatici “racing” (allora, sempre Dunlop), con un netto miglioramento dell’aderenza.

Apparvero sul mercato le Fiat 850 coupé e 850 spider e Abarth ne derivò delle versioni potenziate, mantenendo carrozzerie e gran parte degli organi meccanici d’origine. La 850 coupé servì da base per la Fiat Abarth OTR 1000 coupé, dove OTR stava per Omologata Turismo Radiale; la vettura era dotata di un nuovo motore ad aste e bilancieri, denominato “radiale” dalla forma della camera di scoppio, ottenuta dall’intersezione di due segmenti sferici, che creavano una camera quasi emisferica. Questo motore, negli anni seguenti, avrebbe consentito di mantenere competitive le berline 850 TC e 1000.

Nuovi successi e inedite ambizioni

Per la stagione agonistica 1965, l’Abarth sviluppò due nuove vetture sport, la Fiat Abarth OT 1600 Sport Spider e la Fiat Abarth OT 2000 Sport Spider, dotate di motore posteriore a sbalzo e di telaio in lamiera scatolata, che ancora faceva uso di diversi componenti di derivazione Simca. Il richiamo del nome Fiat era formale, in quanto solo alcuni componenti delle sospensioni erano di origine Fiat. Queste vetture, dotate di una carrozzeria molto filante disegnata in Abarth e costruita in vetroresina da Sibona e Basano, a Torino, si dimostrarono competitive fino dal debutto, che si ebbe alla Targa Florio, dove la OT 1600 guidata da Hans Hermann e Leo Cella fu sesta assoluta e prima di classe.

Nei mesi seguenti, le vetture ottennero diversi successi in corse in salita; Hans Hermann al volante della OT 2000 fu 1° assoluto alla Bolzano-Mendola, valevole per il Campionato Mondiale Costruttori, e 3° assoluto nel Campionato Europeo della Montagna, avendo vinto al Mont Ventoux ed ottenuto il 2° posto alla TrentoBondone ed il 3° alla Cesana-Sestrière. Nella categoria Gran Turismo dell’Europeo della Montagna, vinta da Herbert Müller con la Porsche 904, Herbert Demetz fu 4° con l’Abarth Simca 2000 GT.

L’Abarth nel 1965 presentò un altro modello che avrebbe avuto un’ottima carriera agonistica: la Fiat Abarth OT 1300, un coupé che adottava la struttura costruttiva delle Sport OT 1600 e OT 2000, ma era dotata di una carrozzeria chiusa che fino alla linea di cintura era assai simile a quella delle due Sport. Il 1965 si concluse per l’Abarth con una nuova sessione di record sulla pista di Monza, con vetture monoposto e derivate dalle Sport OT; in questo caso si trattò di record di accelerazione, sui 400 m., 500 m. E km. con partenza da fermo.

All’inizio del 1966, l’Abarth presentò la Sport 1000 SP, con telaio a traliccio tubolare e motore centrale, che fu costruita fino al 1968 in 50 esemplari (i primi 25 consentirono di omologare la vettura nella categoria Sport). La vettura aveva il motore bialbero di lontana derivazione Fiat 600 D, dotato però di una nuova testata, con condotti di alimentazione non più verticali, tra i due alberi a camme, come sempre era stato dal 1959 quando aveva debuttato la 750 Record Monza, bensì laterali, su cui erano montati due carburatori doppio corpo orizzontali. Originale nella 1000 SP era la posizione dei due radiatori dell’acqua, collocati di lato, davanti alle ruote posteriori.

Il gusto di Carlo Abarth per le vetture fuori dell’ordinario, forse soprattutto la sua attenzione a “fare notizia”, si manifestò con la Fiat Abarth OT 2000, che, sotto la carrozzeria della Fiat 850 coupé ospitava niente meno che il motore bialbero di 2.000 cc, che conferiva alla vettura altissime prestazioni (viene da chiedersi, quanto gestibili).

Questa vettura rimase allo stadio di prototipo, così come era accaduto alla berlina OT 1600 presentata alla fine del 1964. Dalla OT 1300 coupé fu invece derivata la OT 1600 Prototipo, che differiva dalla OT 1300 soprattutto per il motore di maggiore cilindrata. Altra vettura derivata dalla OT 1300 coupé fu la OT 2000 coupé, che differiva dalla precedente per il motore 4 cilindri bialbero di 1.946 cc.

Nel 1966, l’Abarth presentò il primo suo motore con frazionamento superiore a 4 cilindri, un 8V di 2 litri di cilindrata, con 4 alberi a camme in testa, alimentato da 4 carburatori doppio corpo verticali, con condotti di alimentazione posti tra i due alberi a camme di ciascuna testata e scarichi centrali. Questo motore innovativo non trovò un utilizzo immediato nelle competizioni. Nel 1966, l’Abarth conquistò ancora una volta il Campionato Mondiale Sport I Divisione (riservato alle vetture con cilindrata fino a 1.300 cc, costruite in almeno 50 esemplari), con la OT 1300, e il Challenge Europeo Turismo I Divisione, vinto da Giancarlo Baghetti con la 1000 berlina, oltre alla solita messe di campionati nazionali.

Le vittorie di classe e assolute furono 904, il valore annuo più alto mai ottenuto dall’Abarth. Va però notato che nelle gare di campionato mondiale l’Abarth incontrò spesso una opposizione consistente da parte delle Alpine Renault M 65, A 110 e A 210, che furono prime di classe alla 12 Ore di Sebring e alla Targa Florio. Inoltre, le Abarth di cilindrata superiore a 1.300 cc disputarono pochissime gare di Campionato Mondiale in circuito e non presero parte al Campionato Europeo della Montagna.

Al Salone dell’Automobile di Torino del 1966, Abarth presentò la OT 1300/124, che su pianale e scocca della Fiat 850 coupé montava un motore derivato da quello della Fiat 124, portato a 1.280 cc e con potenza aumentata a 75 CV. La vettura non ebbe seguito commerciale, ma servì da base per un futuro modello, la berlinetta “Scorpione”, di cui si dirà in seguito. Il 1966 fu per l’Abarth un anno positivo nelle corse, pur con i limiti detti, e lo fu anche dal punto di vista commerciale. In Italia, l’Abarth vendette 686 vetture, meno che in anni precedenti, ma il “mix” di vendita includeva prodotti di maggior contenuto tecnico e valore economico, per il progressivo spostamento verso una produzione sempre più specializzata e “corsaiola”, nella quale diminuiva l’incidenza delle vetture per uso turistico.

La vicenda di Carlo Abarth appariva allora brillante. Egli aveva, negli ultimi dieci anni, raggiunto grandi risultati, nelle corse e nel riconoscimento che tanti piloti privati gli riservavano acquistando le sue vetture e portandole con successo in gara. La “svolta”, nella storia sua personale e dell’azienda, era venuta con l’avvio della produzione delle piccole vetture basate sugli organi meccanici della Fiat 600, che Abarth aveva saputo far evolvere con determinazione e abilità, fino a divenire costruttore di vetture di cilindrata molto superiore, in grado di contrastare e non di rado battere avversarie tra le più blasonate, come le Porsche e le Alfa Romeo.

Da produttore di “accessori” per potenziare automobili di serie (marmitte, collettori ecc.) Abarth era divenuto un costruttore di vetture che, pur avendo nel nome, per ragioni commerciali, quello di grandi aziende (Fiat e Simca) erano frutto in larghissima parte delle capacità progettuali e realizzative dell’Abarth stessa. Carlo Abarth nutriva comunque ambizioni ancora maggiori, come sarebbe apparso con chiarezza nel 1967. Quell’anno, vennero aggiornati, come di consueto, i molti modelli della gamma destinata alle corse (potenziamento dei motori, modifiche alle sospensioni ecc.), che li mantennero competitivi, cosicché di nuovo conquistarono il Campionato Mondiale Sport I Divisione (con la Fiat Abarth OT 1300) e il Challenge Europeo Turismo I Divisione (vinto da Wilhibert Kauhsen con la Fiat Abarth 1000 berlina).

Gli eventi tecnici più rilevanti dell’anno in Abarth furono però collegati ad altre vetture e progetti. Venne presentata la Fiat Abarth 2000 Sport Spider, dotata del noto motore 4 cilindri, di telaio tubolare e di una carrozzeria che riprendeva le linee della 1000 SP. Di quella vettura vennero realizzate versioni con motore sia centrale, sia a sbalzo, cioè posto dietro l’asse delle ruote posteriori. Un dilemma che sarebbe continuato negli anni seguenti in altri modelli, via via assecondando le preferenze di Carlo Abarth (che propendeva per lo schema con motore a sbalzo, così come alcuni piloti) o dei tecnici e di altri piloti, che invece preferivano il motore centrale.

Gli eventi tecnici e i progetti più rilevanti, e sorprendenti, del 1967 furono tuttavia altri. Il primo fu una vettura di 6 litri di cilindrata (identificata con il numero di progetto T 140), con motore 12 cilindri a V di 120°, un albero a camme in testa per bancata di cilindri, alimentata a carburatori, destinata a competere nel Campionato Mondiale Costruttori, categoria Prototipi. Lo sviluppo di questa vettura fu iniziato a metà 1966, all’incirca nel periodo in cui alle 24 Ore di Le Mans le Ferrari 330 P3 subirono una durissima sconfitta dalle Ford Mk II, che si piazzarono ai primi tre posti e a fine stagione vinsero il Campionato Mondiale Costruttori.

All’inizio del 1967, il motore della Abarth T 140 girò al banco e della vettura fu costruito il mascherone della carrozzeria, ma nel giugno di quell’anno la FIA (Federazione Internazionale dell’Automobile) pose un limite di 3.000 cc alle vetture Prototipo per il 1968, rendendo immediatamente obsoleta la T 140, che mai vide la luce. Carlo Abarth espresse tutto il proprio rammarico, criticando la decisione della FIA, che a suo dire (non senza ragione) mutava i regolamenti con anticipo insufficiente, ma i giochi erano fatti.

All’inizio del 1968, Carlo Abarth annunciò lo sviluppo di una Formula 1, che era iniziato mesi prima, promettendo che la vettura, dotata di un motore 8V, avrebbe iniziato i collaudi nel mese di maggio seguente. A spiegazione di questo progetto, Carlo Abarth addusse la maggiore stabilità dei regolamenti della Formula 1, rispetto a quelli delle categorie per vetture Sport o Prototipo, nonché una critica a Enzo Ferrari, accusato di fare polemiche anziché risultati concreti (mentre lui, Carlo Abarth, faceva il contrario). Anche la Abarth Formula 1 non vide mai la luce.

È opportuno riflettere su quei due progetti senza seguito, poco coerenti con le esperienze e le possibilità dell’Abarth. Come abbiamo visto, le Abarth non furono mai competitive, nelle gare di durata, se non nella classe 1.300 cc (nella quale, però, diverse corse erano più brevi di quelle per le classi superiori), mentre nella classe 2.000 cc furono dominate dalle Porsche 904 Carrera GTS nelle poche occasioni in cui gareggiarono assieme.

L’Abarth non disponeva né del materiale né dell’esperienza sufficiente per gestire un Campionato Mondiale Costruttori nelle classi oltre 1.300 cc e, tanto meno, nella classe massima, dove ormai dominava la Ford e perfino la Ferrari era sulla difensiva. La stessa Porsche, che di lì a poco sarebbe divenuta dominatrice con la 917, aveva seguito un percorso di graduale crescita e maturazione durato un ventennio (pur disponendo di risorse tecniche di gran lunga superiori a quelle dell’Abarth).

L’ambizione di entrare in Formula 1 era ancora più irrealistica: Abarth aveva costruito solo monoposto di Formula 2 e di Formula 3, nel 1964, ottenendo risultati assai modesti; con queste limitate esperienze come era pensabile affacciarsi alla Formula 1, allora dominata da Lotus, Brabham, McLaren, Ferrari? Queste ambizioni appaiono ancor più velleitarie considerando i risultati commerciali di Abarth nel 1967, assai deludenti, con un calo di quasi il 50% delle vendite di vetture in Italia (da 686 nel 1966 a 369 nel 1967), nonostante una gamma rinnovata l’anno prima con la presentazione dei modelli derivati dalle Fiat 850 coupé e spider.

Forse Carlo Abarth, protetto economicamente dall’accordo con Fiat, che gli garantiva ottimi introiti per le vittorie delle vetture con marchio Fiat Abarth, si lasciò portare dall’entusiasmo e non considerò che quel flusso di cassa avrebbe potuto un giorno scomparire.

Gli anni delle Sport e Sport Prototipo

Il 1968 vide diverse novità importanti. La 1000 SP (la piccola biposto a motore centrale e telaio tubolare) venne omologata nella categoria Prototipi, essendo stato raggiunto il traguardo delle 50 unità prodotte, e continuò la sua ottima carriera sportiva. La 1000 berlina fu ancora potenziata (nella versione Gruppo 5 il motore “radiale” ad aste e bilancieri giunse a sviluppare 110 CV) e dotata di una sospensione posteriore con bracci oscillanti in tubi, il che le consentì di rimanere competitiva.

Fu presentata la Fiat Abarth 2000 Sport Spider, una biposto corsa a motore posteriore a sbalzo, il noto 4 cilindri in linea bialbero, che subito si mostrò assai competitiva ed ebbe un ottimo successo di mercato, con oltre 50 unità costruite, fino al 1970. Nacque la Fiat Abarth 3000 Sport Spider, dotata di un nuovo motore 8 V di 3 litri, alimentato a carburatori e sviluppante 350 CV, montato in posizione centrale in un telaio a traliccio in tubi.

La vettura debuttò all’inizio di ottobre vincendo una gara in circuito di secondaria importanza, sul circuito di Aspern, in Austria, ma si dimostrò molto difficile da guidare, con una forte tendenza ad entrare in testa-coda, che solo l’abilità del pilota, in quel caso Peter Schetty, poteva contrastare. Caratteristica di questo modello era la posizione del radiatore dell’acqua, alta, al centro del corpo vettura, dove allora di solito si trovavano gli “alettoni”, per ottenere una deportanza aerodinamica; la sua notevole massa, collocata così in alto, di certo peggiorò la tenuta di strada.

Al Salone dell’Automobile di Torino, l’Abarth presentò una nuova vettura stradale, il coupé Scorpione, che adottava il pianale della Fiat 850, il motore della Fiat Abarth OT 1300/124 e una carrozzeria disegnata da Francis Lombardi, a due posti. Questo modello riscosse un buon successo e venne prodotto per alcuni anni, in tre versioni, la più potente delle quali, denominata Scorpione SS, disponeva di due carburatori doppio corpo Weber.

Nel 1968, l’Abarth non conquistò alcun campionato internazionale. In parte perché sfavorita dai nuovi regolamenti – nel Campionato Mondiale Costruttori scomparvero le “Divisioni”, cioè le classi di cilindrata, e il Challenge Europeo Turismo fu assegnato non più al costruttore, bensì al pilota – e perché non ebbe a disposizione vetture competitive. Questo non si può dire della Fiat Abarth 1.000 berlina, che vinse numerose gare del Challenge Europeo Turismo, ma, essendosi alternati alla vittoria diversi dei piloti dell’Abarth, il Challenge fu vinto da John Handley, che lo disputò al volante di una BMC “Mini Cooper S”.

Oltre che dalle berline derivate dalla Fiat 600, nel 1968 le migliori soddisfazioni sportive Abarth le ebbe dalle 2000 Sport Spider, che furono prime assolute in numerose gare in salita, spesso per merito di Peter Schetty e Johannes Ortner, e dalle 1000 SP, che colsero numerose vittorie di classe. Alla fine di quell’anno, Carlo Abarth rilasciò un’intervista al quotidiano spagnolo El Mundo Deportivo nella quale illustrava con orgoglio i risultati raggiunti dalla sua azienda, affermava (giustamente) di essere un costruttore, non più un trasformatore di auto di serie, e sottolineava di essere riuscito a sopravvivere pur: “operando quasi esclusivamente nel difficile settore delle auto da competizione”.

Quest’ultima frase dice come la vera vocazione di Abarth fosse sempre stata l’automobile da corsa, molto più che quella da turismo sportivo o da gran turismo. I rispettabili volumi produttivi che l’azienda aveva raggiunto nella prima metà degli anni Sessanta, all’epoca del massimo successo delle 850 TC e 1000 berlina, nonché delle 595 e 695, avevano portato buoni risultati economici, ma non avevano evidentemente indotto Carlo Abarth ad abbandonare la sua ambizione primaria, diventare a pieno titolo un costruttore di vetture da corsa.

L’Abarth continuò a produrre vetture stradali, la coupé Scorpione è l’esempio dell’impegno rinnovato in quel settore, ma il massimo sforzo tecnico dell’azienda fu sempre concentrato sulle vetture da corsa, anzi questo “squilibrio” si accentuò con il passare del tempo e con il crescere delle ambizioni, come testimoniato dalla T140 e dall’idea di costruire una Formula 1.

Il 1969 si aprì con un’amarezza, l’abbandono di Peter Schetty che, nominato da poco Direttore Sportivo dell’Abarth, improvvisamente la lasciò per la Ferrari, dove avrebbe disputato come pilota il Campionato Europeo della Montagna. L’Abarth quell’anno ottenne molte vittorie, con la 2000 Sport Spider che, omologata nella categoria Sport, vinse il Campionato Europeo della Montagna in quella categoria, con Arturo Merzario (il titolo assoluto nell’Europeo della Montagna andò invece a Peter Schetty, al volante della Ferrari 212E) e la 1000 berlina, con la quale “Pam” (Marsilio Pasotti) conquistò il Challenge Europeo Turismo nella 1a Divisione.

L’Abarth presentò a inizio stagione una nuova vettura, la Fiat Abarth 2000 Sport Prototipo Cuneo, che derivava dalla 2000 Sport Prototipo, ma aveva una carrozzeria in alluminio a forma di cuneo, più efficace dal punto di vista aerodinamico. Questa vettura disputò diverse gare dell’Europeo della Montagna, ma non riuscì mai a precedere la Ferrari 212E. Ottenne invece una brillante vittoria assoluta al Gran Premio del Mugello dove, guidata da Arturo Merzario, prevalse sulle Porsche 908 e le Alfa Romeo 33, date per favorite. In settembre, l’Abarth presentò la versione rinnovata della 3000 Sport Spider, con carrozzeria a cuneo e nella quale il radiatore dell’acqua era in posizione convenzionale.

Al Salone dell’Automobile di Torino debuttò la Fiat Abarth 1600 GT Italdesign, un elegante coupé 2 posti +2, disegnato da Giorgetto Giugiaro, con motore bialbero posteriore a sbalzo di 145 CV. La vettura presentata a Torino era dotata di gomme “racing”, una strana soluzione per un veicolo con ambizioni di gran turismo. Purtroppo, questa bella automobile rimase allo stato di prototipo.

Per la stagione 1970, l’Abarth, oltre ai consueti aggiornamenti delle berline basate sugli organi meccanici delle Fiat 600 e delle Fiat 500, presentò la Fiat Abarth 1000 Biposto Corsa, dotata del motore 4 cilindri bialbero montato a sbalzo dietro l’asse posteriore, di telaio tubolare e di una carrozzeria a forma di cuneo. Con un passo di soli 1.950 mm. e una carrozzeria ridotta all’essenziale, la piccola biposto, ben presto soprannominata “Millino”, pesava solo 400 kg ed ottenne buoni successi in gara.

Altra novità fu la Autobianchi A 112 Prototipo, ovviamente basata sulla A 112 di serie, ma dotata del motore 1.000 cc. “radiale”. Questa vettura, sulla carta dotata di grande potenziale agonistico, fece però onore solo al suo nome di “prototipo”, e rimase tale. Alla fine del 1970, Abarth presentò la Autobianchi A 112 Abarth, che venne prodotta in serie a partire dall’anno seguente, nello stabilimento Autobianchi di Desio, e conobbe un notevole successo commerciale. Anche la Fiat Abarth 3000 Prototipo subì diverse modifiche per la nuova stagione, tra le quali un leggero aumento di potenza (che giunse a 355 CV); questa vettura, del peso di soli 600 kg, era stata progettata per dare il meglio sui circuiti molto tortuosi e nelle gare in salita.

Anche i modelli 2000 a 4 cilindri subirono aggiornamenti: furono disponibili sia nella versione Sport Prototipo Gruppo 5 (in cui rientravano le vetture costruite in almeno 25 esemplari) che in quella Prototipo. Esse gareggiarono nel Campionato Europeo della Montagna e nel Trofeo Europeo Costruttori, varato quell’anno e riservato alle vetture di cilindrata fino a 2.000 cc., per competere nel quale venne approntata una vettura, contraddistinta dalla sigla SE019, con il motore centrale.

Le maggiori soddisfazioni nel 1970, l’Abarth le ebbe nel Campionato Europeo della Montagna, vinto da Johannes Ortner al volante della Fiat Abarth 2000 Sport Spider SE019, mentre il secondo posto fu ottenuto da Franco Pilone con una 2000 Sport Spider Gruppo 5. Vero è che, da quell’anno, Ferrari e Porsche non si impegnarono più direttamente nell’Europeo della Montagna, lasciando campo libero all’Abarth, che rimase l’unica marca a schierare una squadra ufficiale. Meno brillanti furono i risultati nel Trofeo Europeo Costruttori fino a 2 litri, che fu vinto dalla Chevron-Ford con 52 punti, mentre seconda fu la Lola-Ford e l’Abarth terza, con 37 punti. Degna però di nota fu la vittoria nella gara del Mugello, per merito di Arturo Merzario, al volante di una Fiat Abarth 2000 Sport Prototipo con motore a sbalzo, mentre sempre al volante di Fiat Abarth 2000, ma con motore centrale, giunsero secondo Leo Kinnunen e terzo Gijs van Lennep.

Johann Abt vinse il Campionato Europeo Turismo 1ª Divisione al volante di una Fiat Abarth 1000 berlina, un modello che solo una volta, nel 1968, aveva mancato il successo in quel Campionato, da quando era stato istituito. Nel 1970, le vittorie assolute o di classe ottenute da vetture Abarth furono 790, un valore molto alto – nonostante la concorrenza si mostrasse sempre più agguerrita – che risultarono anche nella conquista di numerosi campionati nazionali di categoria.

Al Salone dell’Automobile di Torino, a fine ottobre 1970, fu presentata la nuova versione della Fiat Abarth 3000 Sport Prototipo, sempre con motore centrale 8V, alimentato a iniezione, dotato di accensione elettronica e di nuove testate, che ne portarono la potenza a 365 CV. Nuovi erano anche il telaio, con passo accorciato, e la carrozzeria, piuttosto tozza e che, come tutta l’impostazione del veicolo, ricordava da vicino la Porsche 908/3, che aveva debuttato nel mese di maggio precedente alla Targa Florio.

Dopo i risultati commerciali abbastanza deludenti degli ultimi anni, il 1970 si chiuse con un buon numero di vetture Abarth vendute (540 in totale, in Italia) per merito soprattutto dei modelli a base Fiat 850, cioè la Fiat Abarth OTS 1000 e il coupé Scorpione. Per il 1971, Abarth sviluppò tre vetture destinate ciascuna a un campionato: la Fiat Abarth 3000 Prototipo (SE020) per il Mondiale Marche, la 3000 Monotipo (SE022) per l’Europeo della Montagna, e la 2000 Spider Prototipo (SE021) per il Trofeo Europeo Costruttori fino a 2 litri.

Un impegno molto elevato, forse in parte velleitario, ad esempio nel Mondiale Marche, data la sproporzione di potenza delle vetture e di risorse tecnico-economiche che esisteva tra l’Abarth e i suoi principali concorrenti, cioè Ferrari, Alfa Romeo, Matra. Una svolta improvvisa e il tramonto All’inizio dell’anno, Abarth trasferì a un tecnico esterno, Enzo Osella, che avrebbe poi molto sviluppato la propria attività, il compito di assicurare ai clienti un’adeguata assistenza e l’aggiornamento costante delle loro vetture, per mantenerle allo stesso livello di sviluppo di quelle ufficiali.

Un’iniziativa volta a limitare l’insoddisfazione di chi aveva speso una cifra elevata nel tentativo di procurarsi mezzi molto competitivi e poi si trovava sui campi di gara a competere con le Abarth ufficiali, che disponevano di modifiche precluse ai privati. L’Abarth colse buoni successi nel Campionato Europeo della Montagna, che fu vinto da Johannes Ortner al volante della Fiat Abarth 3000 Monotipo, e diverse altre vittorie, per quanto assai meno numerose che negli anni precedenti.

Non si dimostrò invece all’altezza dei concorrenti nel Trofeo Europeo Costruttori fino a 2 litri e tanto meno nel Mondiale Marche. L’episodio più rilevante del 1971 non furono però i successi sportivi o le vicende commerciali, bensì la svolta che ebbe il rapporto con la Fiat. Nel 1968, la Fiat aveva comunicato ad Abarth l’intenzione di por fine all’accordo stipulato dieci anni prima, in virtù del quale Abarth riceveva un compenso economico per ogni vittoria conseguita da una vettura recante il marchio Fiat Abarth. Carlo Abarth aveva ottenuto una dilazione, che gli consentisse di preparare la sua azienda a questo mutamento radicale, che l’avrebbe posta nella necessità di sostenersi da sola.

Nel frattempo, la Fiat aveva sviluppato un proprio reparto dedicato a preparare le vetture da rallye, le Fiat 124 Sport Spider, affidato all’ingegnere Giovanni Sguazzini, il quale, nel 1971, propose ai vertici aziendali di rilevare l’Abarth stessa, anziché continuare a versarle dei contributi. Il che avvenne all’inizio di agosto di quell’anno, tanto che, poco dopo, tutto il materiale da competizione fu trasferito, insieme all’ingegnere Antonio Tomaini e ad alcuni tecnici e operai, ad Enzo Osella, che continuò nell’attività sportiva.

Il 15 ottobre 1971, la Fiat diramò il seguente comunicato: “La Fiat ha rilevato totalmente la Società Abarth & C. S.p.A. con sede in Torino, corso Marche 38, e capitale di 750 milioni di lire. L’Abarth continuerà a mantenere la sua denominazione ufficiale. La produzione verrà integrata con la preparazione delle vetture Fiat destinate ai rally. Cesserà l’allestimento dei prototipi per competizioni, mentre l’attività sarà orientata verso l’elaborazione di motori Fiat e Autobianchi per versioni sportive. La prima realizzazione è stata l’Autobianchi A112 Abarth presentata recentemente.

Mouton-Conconi alla ventiquattresima edizione del Rally MonteCarlo 1977
Mouton-Conconi alla ventiquattresima edizione del Rally MonteCarlo 1977

Continueranno regolarmente le altre attività nel campo degli accessori e, in particolare, delle marmitte. L’Assemblea degli Azionisti della Abarth, tenutasi oggi, ha nominato l’ing. Giovanni Sguazzini amministratore unico della Società di cui Carlo Abarth resterà consulente.” Renzo Avidano mantenne la Direzione Generale dell’azienda e gli organici precedenti vennero ridotti, ma il Reparto Rally della Fiat fu trasferito in corso Marche. La mossa di Fiat è comprensibile; non aveva più ragione mantenere un apporto economico a un’azienda le cui vetture da competizione continuavano sì a chiamarsi Fiat Abarth, ma che con i prodotti Fiat non avevano più nulla in comune, salvo il nome.

Esclusi, beninteso, i modelli dotati di carrozzerie derivate dalla Fiat 500 e dalla Fiat 600, i quali pure comunque con le versioni d’origine avevano in comune solo le forme esterne, peraltro assai modificate. Oggi potremmo dire che negli ultimi anni prima del 1971 Fiat non era altro che uno sponsor di Abarth (allora il termine non era ancora in voga), ma che i benefici per Fiat non erano maggiori di quelli che trae qualsiasi sponsor.

Ben diversa era stata la situazione alla fine degli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, quando le vetture Fiat di serie e le Fiat Abarth che ne erano derivate avevano numerosi punti in comune. Il 1971 non segnò solo la svolta nella storia dell’Abarth che abbiamo appena narrato, ma vide anche la nascita della monoposto Formula Italia, progettata e costruita dall’Abarth, sviluppata per iniziativa della CSAI per favorire la crescita di giovani piloti.

La vettura adottava il motore della Fiat 125, un cambio di velocità Lancia e numerosi altri componenti di vetture Fiat. Debuttò in competizione nel 1972, quando furono organizzate una ventina di gare in circuito, e favorì la maturazione di numerosi piloti italiani, alcuni dei quali, per esempio, Bruno Giacomelli, Riccardo Patrese, Siegfried Stohr, arrivarono in Formula 1. Il lavoro di Carlo Abarth come consulente dell’azienda che aveva fondato e che aveva dovuto cedere fu quasi solo nominale, limitandosi nel 1972 a qualche presenza sui campi di gara.

Il 1972, durante il quale, come negli anni successivi, la gestione delle vetture recanti il nome di Abarth venne curata da Enzo Osella, fu peraltro ricco di soddisfazioni sportive. Franco Pilone vinse il Campionato Europeo della Montagna e Arturo Merzario il Trofeo Europeo Costruttori nella categoria Sport Prototipi fino a 2 litri. La vettura utilizzata fu una nuova versione della Abarth 2000 Sport Spider, progettata dall’ingegner Antonio Tomaini, per iniziativa di Enzo Osella.

Il telaio era in tubi di sezione tonda e quadra e nella parte centrale era irrigidito da pannelli di alluminio rivettati; il motore era il 4 cilindri in linea di 2 litri, che aveva subito un lieve incremento di cilindrata, aumentando l’alesaggio.

Questi successi furono accompagnati da quelli ottenuti dalle Fiat Abarth di derivazione Fiat 600 e Fiat 500, che continuarono a vincere gare e campionati nazionali ed europei anche nel 1972 e nel 1973. Nel 1974, si sviluppò una nuova vettura prototipo, la Abarth SE027, che, in un primo tempo, era previsto montasse il 4 cilindri in linea di 2 litri, mentre poi fu modificata per accogliere un nuovo 6 cilindri in linea, sempre di 2 litri, progettato dall’ingegner Stefano Jacoponi. Il progetto non diede però i risultati sperati e venne interrotto.

Al suo sviluppo aveva in parte contribuito Carlo Abarth e con questa vettura si può dire che si concluse la sua attività di costruttore di automobili. Carlo Abarth morì per un male incurabile alla fine del 1979, a Vienna, dove si era trasferito dai primi anni Settanta. Nel 1981, la Società Abarth & C. S.p.A. venne fusa per incorporazione nella Fiat Auto S.p.A. Si concluse così anche formalmente una vicenda che era iniziata 32 anni prima e nel corso della quale l’Abarth aveva prodotto, fino al 1971, poco meno di diecimila vetture, molte delle quali avevano contribuito a conquistareoltre 7.000 vittorie di classe e assolute.

Adartico Vudafieri con la Fiat 131 Abarth Rally al Rally Il Ciocco e Valle Serchio 1980
Adartico Vudafieri con la Fiat 131 Abarth Rally al Rally Il Ciocco e Valle Serchio 1980

Abarth, una vicenda che continua

Terminata la vicenda umana di Carlo Abarth e quella societaria della Abarth & C., il marchio sopravvive e viene di nuovo utilizzato per connotare le versioni più spinte di alcuni modelli Fiat. È una circostanza non inconsueta (si pensi alle attuali Mini Cooper, per le quali è probabile che al di fuori della Gran Bretagna solo una minuscola parte dei loro clienti potenziali sappia dire il perché del nome Cooper), ma vale la pena di tentare di spiegare come mai il marchio Abarth abbia ancora un valore commerciale.

Un primo motivo è il numero relativamente alto di vetture prodotte fino al 1971 con il marchio. Per inciso, quelle prodotte in seguito sono enormemente più numerose, ma la fama si era costruita prima, negli anni in cui Carlo Abarth guidava l’azienda; poi, si è vissuti sul patrimonio di notorietà e prestigio che lui aveva costruito.

È ben vero che le Fiat Abarth 124 Sport Spider e le Fiat Abarth 131 hanno vinto dei Campionati Mondiali Rally, contribuendo così a mantenere il valore del marchio, ma questo era stato in gran parte già creato. Le Abarth erano vetture da corsa alla portata di un gran numero di persone.

Inoltre, erano vere vetture da corsa, anche quelle derivate dalle Fiat 600 e Fiat 500, in quanto fornivano un’ottima base per elaborazioni molto spinte, che le rendevano capaci di competere con vetture di cilindrata ben superiore.

Questo fu vero anche negli anni precedenti alle esasperazioni che si raggiunsero nei periodi finali della loro carriera sportiva, quando ormai avevano ben poco in comune con i modelli di serie. Di conseguenza, moltissimi piloti hanno disputato competizioni al volante delle Abarth e moltissime persone che mai hanno corso, ma che hanno avuto curiosità o passione per le corse, hanno conosciuto le vetture Abarth. Qualcosa di peculiare le Abarth lo hanno espresso anche dal punto di vista tecnico, riuscendo per molti anni a incarnare la massima elaborazione disponibile, a partire da una base utilitaria. Tra una Fiat 600 e una Fiat Abarth 1000 bialbero non c’è molto in comune, ma la seconda non sarebbe nata senza la prima e ne conservava non pochi elementi strutturali.

Carlo Abarth seppe avvalersi come nessun altro del potenziale insito nelle vetturette Fiat a motore posteriore. Oggi molti lo hanno dimenticato, ma tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta cassette di trasformazione della Fiat 600 erano offerte da Giannini, Nardi e Stanguellini, così come vetture derivate dalla Fiat 600 erano costruite da Cisitalia e Siata, tutti nomi allora noti e stimati, ma nessuno di costoro riuscì neppure lontanamente ad emulare il successo dell’Abarth. Poi l’Abarth è riuscita a fare un passo ulteriore, a diventare un vero costruttore di automobili da corsa, con l’ambizione di competere con i maggiori costruttori del mondo. Ambizione che non è rimasta solo tale, anche se ha dovuto fare i conti con avversari che disponevano di risorse ben superiori a quelle alla portata di Carlo Abarth.

Chi lo ha conosciuto ricorda la sua istintiva e profonda conoscenza dell’automobile, non frutto di studi, ma di sensibilità innata e di passione. Due valori che lo condussero a creare vetture che hanno alimentato la passione di vastissime schiere di persone, che hanno serbato il ricordo delle loro emozioni e lo hanno trasmesso ad altri. Da tutto questo deriva la forza del marchio Abarth, che ancora oggi può essere utilizzato come valore aggiunto per un’automobile che ambisce alla sportività.

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Lancia ECV/ECV2: progetti Made in Italy stoppati sul nascere

Purtroppo, il progetto SE040 E2 muore insieme al sogno del Gruppo B. Tuttavia, visto il potenziale utilizzo nella formula del Gruppo S, la maggior parte dei progressi tecnici dell’SE040 vengono trasferiti nel nuovo progetto SE041: l’ECV (Experimental Composite Vehicle), esposta al Motor Show di Bologna 1986. Con le sue sole 10 unità richieste per l’omologazione, il Gruppo S avrebbe offerto la possibilità ai Costruttori Lancia e Abarth di includere tecnologie molto sofisticate e anche molto costose.

Nel 1985, la FISA annuncia una possibile categoria sostitutiva al Gruppo B: il Gruppo S (ne abbiamo parlato qui). Il nuovo regolamento richiede soltanto dieci vetture per l’omologazione. Si tratta essenzialmente di una classe per prototipi da rally. Il debutto del Gruppo S è previsto per il 1° gennaio 1988, ma poi viene risucchiato dal vortice dalla cancellazione del Gruppo B a partire dal 1987 e non se ne fa più nulla.

All’inizio del 1986, prima del veto ufficiale del Gruppo B da parte della FISA, Abarth sta lavorando ad una versione evoluta EVO2 della Delta S4 (progetto in codice SE040) che dovrebbe portare ulteriori miglioramenti alla già molto competitiva vettura da gara. Gli obiettivi principali sono: migliorare affidabilità e prestazioni del motore e del cambio, nuovo design delle sospensioni anteriori, migliore efficienza aerodinamica (che non è il punto forte della S4) e migliore maneggevolezza, spostando più peso verso il centro di gravità della vettura.

Per raggiungere questo obiettivo sono state avanzate nuove idee per l’aerodinamica dell’auto, come minigonne laterali, alette aggiunte ai lati dello spoiler posteriore e un estrattore posteriore (diffusore). Inoltre, un lembo in Teflon flessibile e deformabile montato sotto la parte anteriore dell’auto contribuirebbe a fornire più o meno carico aerodinamico.

Gli intercooler (scambiatori di calore) vengono spostati dalla parte posteriore in una posizione alta (alimentati da una presa d’aria più grande sul tetto), con le prese d’aria laterali utilizzate solo per lo sfiato del vano motore (che poteva essere reso più piccolo e più aerodinamico). Infine, la configurazione dei doppi fari sarebbe stata sostituita da una singola unità a doppia funzione per lato.

Il motore doveva essere migliorato con l’eventuale utilizzo di una nuova trasmissione a cinghia dentata e sovralimentata, o sostituita del tutto con una nuova configurazione sequenziale di due turbine, resa possibile grazie ai progressi nei controlli elettronici. Questa nuova tecnologia avrebbe anche consentito l’uso di nuovi differenziali a slittamento limitato, controllati elettronicamente. Inoltre, un derivato dalla F1, la trasmissione tipo CVT a variazione continua, sviluppata da Dante Giacosa, è stata effettivamente testata ma è risultata inadeguata a causa degli eccessivi picchi di coppia del motore.

Purtroppo, il progetto SE040 E2 muore insieme al sogno del Gruppo B. Tuttavia, visto il potenziale utilizzo nella formula del Gruppo S, la maggior parte dei progressi tecnici dell’SE040 vengono trasferiti nel nuovo progetto SE041: l’ECV (Experimental Composite Vehicle), esposta al Motor Show di Bologna 1986.

Con le sue sole dieci unità richieste per l’omologazione, il Gruppo S offrirebbe la possibilità ai Costruttori Lancia e Abarth di includere tecnologie molto sofisticate e anche molto costose nella vettura. La ECV del 1986 ha qualcosa di completamente nuovo rispetto alla Delta S4: un telaio sperimentale fatto con una combinazione di fibre di carbonio e una monoscocca a nido d’ape in alluminio, che in realtà è stata precedentemente progettata e prodotta in Abarth come studio nel 1983 per il 1984.

La nuova carrozzeria comprende anche pannelli in carbonio/kevlar, materiali termoplastici e fibra di vetro. I cerchi sono Speedline sperimentali, anche questi in unità composite che pesano solo 6 kg ciascuno. Il telaio è il 20% più leggero, ma con la stessa rigidità torsionale rispetto a quello standard in acciaio della Delta S4: uno dei primi a utilizzare la progettazione CAD, normalmente riservati alla Formula 1 prima dell’avvento del Gruppo B. Gli ingegneri Abarth sostenevano che sarebbe stato possibile migliorare la leggerezza del telaio ancora del 40% se lo sviluppo fosse proseguito.

Il motore Triflux della Lancia ECV2 Gruppo S da rally
Il motore Triflux della Lancia ECV2 Gruppo S da rally

Il motore Triflux: la particolarità della ECV ed ECV2

Un’altra differenza distintiva rispetto alla Delta S4 è quella dell’utilizzo di un motore TriFlux: un’idea dell’ingegner Claudio Lombardi. Mentre il blocco motore del 1759 cc è rimasto lo stesso, la testa è stata totalmente ridisegnata per adattarla alla doppia turbina. Il nuovo design aveva una valvola di scarico e una di aspirazione su ciascun lato della testata, con i doppi collettori di scarico che alimentavano ciascuno un turbocompressore. Forzando tutti i gas di scarico attraverso un solo turbocompressore si forniva una ottima risposta ai bassi regimi di giri motore.

Con l’aumento della velocità del motore, entrava in funzione il secondo turbocompressore – gradualmente introdotto – fino ai regimi elevati, dove entrambi i turbocompressori funzionavano parallelamente e contemporaneamente. Si afferma che il TriFlux consentisse fino a 600 CV con un ritardo del turbo inferiore rispetto alla configurazione doppia (compressore/turbo) adottata nelle altre vetture da rally. Si dice che siano stati costruiti in totale cinque prototipi di motori TriFlux.

Le caratteristiche aerodinamiche originariamente previste per la Delta S4 E2 (SE040) sono state implementate nella ECV, come i fari singoli, le minigonne laterali, il diffusore posteriore, spoiler sul tetto, prese d’aria laterali più lisce e nuova sezione anteriore. Gli intercooler montati sul retro avrebbero dovuto finire in alto, verso il tetto dove le prese d’aria erano state spostate.

Questa nuova configurazione, abbinata alla nuova parte posteriore chiusa, richiedeva la sostituzione del lunotto posteriore con feritoie per facilitare lo sfiato del vano motore. In realtà, questa soluzione si era rivelata meno efficiente nel disperdere il calore rispetto alla configurazione normale che veniva notevolmente aiutata da una pressione naturale della parte inferiore dell’auto.

L’ECV incarnava la visione esatta di innovazioni rivoluzionarie nel design del telaio, materiali esotici, aerodinamica ed elettronica dagli elevati standard. In teoria, se il Gruppo B non fosse stato bandito, lo sarebbe stato l’ECV (meno la sua scocca di carbonio). Avendo visto in azione la Lancia Delta S4 E2, per il 1987 si poteva solo immaginare l’immenso successo che la ECV avrebbe portato al Marchio.

Il Gruppo S del 1987, in sostituzione del Gruppo B, sembrava un compromesso troppo costoso per Abarth dal momento che non avrebbe più massimizzato le nuove normative. Inizia da qui la stesura di idee del team di ingegneri per lo sviluppo di una variante più piccola di Lancia Delta S4/ECV: progetto SE042. Questa nuova vettura da rally del Gruppo S sarebbe basata direttamente sul telaio tubolare della Delta S4 con sistemi meccanici e di trasmissione per lo più identici.

Il cambiamento più grande avverrebbe nell’uso di un motore turbocompresso da 1430 cc, quindi più piccolo di cilindrata, che avrebbe rispettato la cilindrata rivista e i 300 CV previsti dalle nuove normative e dal fattore di moltiplicazione di 2,0. Il nuovo motore, poiché avrebbe prodotto meno riscaldamento a causa della sua minore potenza, offriva opportunità uniche per migliorare le potenzialità complessive della Delta.

Il design di base della Delta S4 poteva essere migliorato e il radiatore affinato e utilizzato per migliorare l’aerodinamica frontale dell’auto e lasciare spazio alla configurazione dei doppi ammortizzatori che gli ingegneri avevano tentato – senza successo – di implementare nella S4 del 1985. L’uso di un singolo (invece di due) intercooler aria/aria montato sul retro (originariamente alimentato dalle prese laterali, uno ciascuno), avrebbe permesso il montaggio sul tetto del radiatore dell’olio da spostare in una delle precedenti posizioni dell’intercooler.

Questo a sua volta avrebbe eliminato del tutto la necessità della presa d’aria sul tetto rendendo l’auto più compatta e migliorando così ancora una volta l’aerodinamica. Non è mai stato costruito alcun prototipo e l’auto esisteva solo sulla carta, poiché il Gruppo S fu cancellato poco tempo dopo la sua approvazione come sostituto del Gruppo B, prima della fine del 1986.

Tuttavia, mentre il progetto SE042 era nato morto, Lancia non aveva mai fermato lo sviluppo della ECV dando ad Abarth il compito di migliorarne ulteriormente il design. Nel 1988, Lancia presenta una versione ancora più radicale dell’ECV, semplicemente soprannominata ECV2, che ha la stessa struttura in carbonio con telaio monoscocca in alluminio e motore TriFlux come l’ECV, ma lascia il posto ad un aspetto più aerodinamico e compatto, ispirato al defunto progetto SE042 Gruppo S.

La parte anteriore e posteriore della ECV2 viene accorciata e ribassata, con una riduzione di 100 mm di lunghezza rispetto alla ECV. Ciò rende necessario spostare alcuni dei componenti ausiliari del motore nella parte anteriore dell’auto, il che a sua volta contribuisce a migliorare la distribuzione dei pesi. I doppi intercooler risiedono ancora nella sezione posteriore, ma devono essere resi più piccoli, consentendo loro di essere spostati anche più in basso per una migliore gravità. Tuttavia, poiché il flusso d’aria è molto limitato, gli intercooler vengono raffreddati ad acqua.

Vale la pena ricordare che l’ECV2 utilizza lo stesso telaio e il motore TriFlux dell’ECV, il che significava che quest’ultimo è stato completamente smontato per la fabbricazione della ECV2. Pertanto, era importante notare come il prototipo ECV originale non esistesse più. Eppure, nel 2010, Giuseppe Volta, con l’aiuto di molti ex membri del team Abarth, ricostruì una replica perfetta utilizzando un tubolare standard della Delta S4 Stradale come base e utilizzando parti originali del corpo della ECV che aveva in deposito.

Per completare il lavoro, un motore TriFlux nuovo di zecca è stato accuratamente ricreato con l’aiuto del progettista originario dell’unità: l’ingegner Claudio Lombardi. La realizzazione di una Lancia ECV è stata presentata per la prima volta pubblicamente a Rallylegend 2010 a San Marino. Al momento della messa in produzione, entrambe le ECV erano considerate “quasi impossibili da guidare” dai collaudatori Abarth a causa delle dimensioni molto ridotte del TriFlux e dell’enorme esplosione di potenza quando i turbo avevano raggiunto il massimo.

Per cercare di risolvere questo problema sull’ECV2, i turbo erano di dimensioni ridotte ma con livelli di pressione aumentati che portavano ad una guidabilità leggermente migliore per la stessa identica quantità di potenza: 600 CV. Tutti gli addetti ai lavori concordano sul fatto che il potenziale del motore e delle auto sarebbe stato maggiore se fosse stato ulteriormente sviluppato.

Purtroppo, da quando il progetto del Gruppo S fu annullato, anche la ECV e la ECV2 furono fermate, perché non avrebbero mai potuto gareggiare. L’esercizio era, comunque, a favore di Fiat/Lancia/Abarth, pionieri di molte tecnologie venti e passa anni prima del loro effettivo debutto nelle vetture di serie, e capaci di fornire uno sguardo importantissimo sull’aspirante futuro del Delta S4 se il Gruppo B o quello S non fossero stati aboliti.

Scheda tecnica Lancia ECV2

MotoreQuattro cilindri in linea. Posteriore longitudinale
Alesaggio e corsa88.5 x 71.5 mm
Cilindrata1759 cm3
DistribuzioneTriflux a flusso invertito doppio
Numero valvoleQuattro per cilindro e 2 alberi a camme in testa
Rapporto di compressione7.5:1
Potenza massima600 CV a 8000 giri/min
Coppia massima55 kgm a 5000 giri/min
SovralimentazioneMediante due turbocompressori KKK tipo K26, con scambiatori di calore aria-acqua (intercooler)
Pressione turbineDa 1.8 a 2.2 bar
TrasmissioneTrazione integrale permanente con ripartitore centrale a giunto viscoso
CambioA innesti frontali a 5 rapporti + RM
Accensione/IniezioneIniezione elettronica Weber/Magneti Marelli IA.W. integrata con l’accensione
LubrificazioneCarter secco
FreniA disco autoventilanti sulle 4 ruote
DimensioniLunghezza 3690 mm; Larghezza 1880 mm; Altezza 1500 mm; Passo 2440 mm
Carreggiata e pesoAnteriore 1500 mm – Posteriore 1520 mm – Peso 930 Kg
PneumaticiPirelli P7 Corsa
Prestazioni0-200 km/h in 9 secondi; velocità massima 220 km/h

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Attilio Bettega: storia dell’erede di Sandro Munari

Lui era l’erede del Drago. Tutta l’Italia rallystica vedeva in Bettega l’erede di Sandro Munari, prima di quel tragico Tour de Corse 1985. A 19 anni decise di debuttare con la Fiat 128 Coupé di famiglia, ovviamente nel Rally di San Martino di Castrozza.

Il drammatico incidente di Attilio Bettega attirò l’attenzione di tutto il mondo sulla inesistente sicurezza delle vetture del Gruppo B. Esattamente un anno dopo, il compagno di squadra di Bettega, Henri Toivonen, rimase ucciso a sua volta insieme al copilota Sergio Cresto nell’incendio della Lancia Delta S4 che cadde in fondo ad un burrone.

Questo ulteriore dramma motivò il bando del Gruppo B. Ma il pilota di Molveno non saltò agli onori delle cronache a causa di un incidente che lo portò via maledettamente giovane. Lui era l’erede del Drago. Tutta l’Italia rallystica vedeva in Bettega l’erede di Sandro Munari, prima di quel tragico Tour de Corse 1985…

Attilio era schivo, modesto e tremendamente veloce. Era nato il 19 febbraio 1953, a Molveno, dove la famiglia Bettega gestisce ancora oggi un hotel. La passione per le auto era fortissima, se ne innamorò presto ed iniziò andando a vedere le gare che si svolgevano in zona. A 19 anni decise di debuttare. Lo fece con la Fiat 128 Coupé di famiglia, ovviamente nel rally di casa, il San Martino di Castrozza.

Concluse la prima gara con un quarantaduesimo piazzamento assoluto. Nel 1973 passò all’Opel Ascona 1900 Gruppo 1 preparata dal Mago Virgilio Conrero. Vinse la sua classe nel Campionato Regionale Triveneto. Dal 1974 al 1976 corse con una un’Opel Kadett GT/E preparata da Carenini.

Quando nel 1976 la Fiat lanciò il Trofeo A112 Abarth 70 HP, Attilio capì che si trattava dell’occasione giusta per emergere. Si guardò in giro, bussò alla porta del Jolly Club, poi intercettò Luigi Tabaton, patron della Grifone, che trascorse un periodo di vacanza vicino a Molveno.

Attilio Bettega al volante della Lancia Rally 037
Attilio Bettega al volante della Lancia Rally 037

Il farmacista genovese lo conosceva di fama, guardava i suoi tempi e gli affidò una vettura preparata da Albanese. Delle quattordici gare in calendario il trentino ne vinse cinque e fece sua la classifica finale. In premio, a fine stagione, ebbe una Lancia Stratos Alitalia per disputare il Rally Valle d’Aosta.

In coppia con la moglie Isabella Torghele partì all’attacco, senza alcun timore reverenziale nei confronti del compagno di squadra Sandro Munari e alla fine si piazzò secondo, vicinissimo al “Drago”, che a sua volta era al suo ultimo successo in carriera.

La buona prestazione sulla neve valdostana convinse i vertici del Gruppo Fiat ad offrirgli una Stratos per l’annata 1978. Con una ex vettura ufficiale, nei colori Olio Fiat, curata dalla University Motors e seguita dalla Grifone, Bettega affronta una serie di gare in Italia ed in Europa.

È secondo al Coppa Liburna dietro ad Adartico Vudafieri. Stesso risultato ad Antibes, alle spalle di Bernard Darniche, ed all’Hunsruck, vinto da Walter Rohrl. Per il Valle d’Aosta di fine anno, Fiat gli offre una 131 Abarth Alitalia e gli mette a fianco Maurizio Perissinot, “Icio”, fresco campione d’Europa con Tony Carello sulla Stratos. I due vincono dando vita ad un’unione che durerà fino alla fine.

Dalla 131 Abarth Rally alla Ritmo 75 alla Lancia 037

Nel 1979 il trentino entra nella squadra ufficiale disputando alcune gare iridate ed altre italiane alternando tra 131 Abarth Gruppo 4 e Ritmo 75 Gruppo 2. Con quest’ultima si deve ritirare a Montecarlo mentre con la 131 Abarth vince Costa Smeralda, Lana, 4 Regioni e Valle d’Aosta finendo terzo al Rallye Sanremo iridato.

Nel 1980, Perissinot è chiamato sotto le armi e la Fiat gli affianca due navigatori esperti: con Mario Mannucci è sesto a Montecarlo sulla Ritmo, mentre il resto della stagione lo corre con Arnaldo Bernacchini. Sono ottavi all’Acropoli e sesti a Sanremo, primi in Valle d’Aosta e secondi con Michele Alboreto al Giro d’Italia di fine anno con la Beta Montecarlo (motore volumetrico).

Ormai Bettega è la speranza dell’Italia da rally. Guadagna sempre più considerazione nel giro del Campionato del Mondo. Nel 1981 sale ancora una volta sul podio, terzo all’Acropoli. Nel Campionato italiano vince il Ciocco. La Fiat 131 Abarth è ormai da pensionare e nel 1982 la Casa italiana presenta la nuova Lancia Rally 037 Gruppo B con l’intento di rinverdire i fasti del passato.

La vettura debutta al Tour de Corse: nell’ultima prova della prima tappa, nei pressi del villaggio di Salvareccio, va a sbattere contro un muretto spezzandosi entrambe le gambe. La gara non viene sospesa ed Attilio deve attendere ben quaranta minuti intrappolato nei rottami della 037 prima di essere soccorso.

È immediatamente trasportato in elicottero al Cto di Torino dove viene operato più volte. Il rischio di amputazione di un piede è alto ma la bravura dei medici e la sua forza di volontà alla fine vincono. Dopo un anno Attilio torna alle gare. Nel 1983 risale in auto proprio al Tour de Corse, gara che gli è ormai entrata nel sangue. È quarto, alle spalle dei compagni di squadra Markku Alen, Walter Rohrl e Adartico Vudafieri.

Il quinto posto all’Acropoli e le due terze piazze in Nuova Zelanda e a Sanremo dimostrano che Bettega è pienamente recuperato e che può guardare con fiducia al 1984. In questa stagione la 037 è inferiore alle Audi quattro ed alle Peugeot 205 T16, ma Attilio porta comunque a casa un terzo posto in Portogallo ed un secondo a Sanremo, alle spalle di Ari Vatanen. A fine stagione vince il Rally di Monza, il suo ultimo successo.

Una cartolina d'antan di Attilio Bettega
Una cartolina d’antan di Attilio Bettega

L’inizio della fine e l’addio ad Attilio Bettega

Il 1985 prevede per lui un doppio programma: alcune prove del Mondiale Rally con il team ufficiale ed il Campionato Europeo con una vettura seguita dalla scuderia Tre Gazzelle. Al suo fianco c’è Sergio Cresto, che l’anno prima aveva sostituito in un paio di gare Perissinot, sofferente per la frattura ad una gamba in un incidente al Costa Smeralda. La stagione iridata inizia al Safari dov’è in testa prima di doversi ritirare.

Nella serie continentale si deve fermare al Costa Brava ed arriva secondo al Costa Smeralda. Il 2 maggio si corre il Tour de Corse. Bettega è deciso ad ottenere quella vittoria (anche iridata) che tutti pronosticano. Alle sue spalle scalpita il giovane Miki Biasion che sta facendo bene con la vettura del Jolly Club. Le prime speciali è secondo, a caccia della Renault 5 Maxi Turbo di Jean Ragnotti. Alle 10:45 di giovedì 2 maggio parte la PS4, la Zerubia-Santa Giulia, 30,6 chilometri.

Dopo un chilometro si affronta una destra veloce, da quarta piena, seguita da un breve rettilineo. La 037 numero 4 l’affronta in maniera perfetta. La vettura sta per aggredire il rettilineo, quando una sbandata (avvallamento dell’asfalto? Gomme fredde?) scompone l’auto che s’infila in mezzo agli alberi a non meno di cento chilometri orari.

L’auto centra una pianta dal lato sinistro. Il tetto si accartoccia e imprigiona Attilio, che muore sul colpo. “Icio” non si fa neppure un graffio. È sotto shock. Salta giù dalla vettura senza mai guardare verso Attilio. Da quel giorno non correrà più. Il figlio di Attilio, Alessandro, aveva seguito le stesse orme del padre diventando egli stesso pilota di rally. Ma dopo diverse vicissitudini ha abbandonato questo sport.

Storia tecnica della Lancia Delta S4: belva nata per correre

Lo staff Lancia-Abarth condotto dall’ingegner Lombardi dà vita alla Delta S4 – S sta per Sovralimentata e 4 per le quattro ruote motrici – con l’obiettivo di vincere nelle competizioni rally internazionali del Gruppo B. Quest’auto è l’unica Delta mai prodotta per le competizioni.

Nel 1985 per rendersi nuovamente competitivi di fronte alle altre case automobilistiche nel Mondiale Rally, bisognava battere la Peugeot 205 Turbo 16 sul suo stesso campo, quello aperto dall’Audi con la Quattro: la trazione integrale è una necessità inderogabile e la Lancia 037, utilizzata fino ad allora nelle gare, non è ormai più competitiva.

Lo staff Lancia-Abarth condotto dall’ingegner Lombardi dà vita alla Delta S4 (S sta per Sovralimentata e 4 per le quattro ruote motrici), con l’obiettivo di vincere nelle competizioni rally internazionali del Gruppo B. Quest’auto è l’unica Delta mai prodotta per le competizioni a non avere in pratica nulla da spartire col modello di serie, come confermano le testimonianze di Cesare Fiorio e di Miki Biasion, ma anche di altri personaggi meno noti ma fondamentali per la nascita della S4, dagli “allestimenti gara” alle caratteristiche dei prototipi e fino alle versioni definitive.

Il motore della S4 (nell’immagine di copertina Fotsport) è di soli 1759 centimetri cubici, ma raggiunge una potenza, senza problemi di affidabilità, di circa 500 cavalli. Il basamento del motore, posto centralmente, e la testata sono entrambi in lega leggera. Le canne dei cilindri erano rivestite superficialmente con un raffinato e tecnologico trattamento a base di materiale ceramico. Le valvole erano 4 per cilindro. Vi è un sistema di doppia sovralimentazione, turbina KKK più compressore volumetrico Volumex, brevettato da Abarth, che spingeva sin dai 2000 giri.

La potenza pura arriva dal turbocompressore KKK a gas di scarico. L’unione dei due sistemi permette elasticità e potenza. I due sistemi di sovralimentazione vengono accoppiati escludendo il Volumex agli alti regimi di rotazione dove funzionava solo il turbocompressore.

La Delta S4 in versione stradale ha 250 cavalli, la versione da gara al debutto nel 1985 ne ha poco meno di 500, mentre l’ultima evoluzione schierata nel Campionato del Mondo Rally del 1986 sviluppa per brevi tratti quasi 600 cavalli, con una pressione di sovralimentazione di 2,5 bar tramite un overboost regolabile dall’abitacolo.

Miki Biasion in azione su Delta S4 al Rally di Sanremo del 1986
Miki Biasion in azione su Delta S4 al Rally di Sanremo del 1986

Il telaio ha una struttura reticolare di tubi saldati al Ni-Cr, per poter essere facilmente riparabile e permettere all’assistenza di raggiungere con facilità tutti gli organi meccanici, mantenendo una sufficiente leggerezza. Le sospensioni sono a parallelogramma deformabile, progettate per sopportare una accelerazione di gravità otto volte superiore a quella normale, per avere una robustezza totale.

Le anteriori hanno molla e ammortizzatore coassiale, mentre le posteriori hanno l’ammortizzatore esterno alla molla, per sopportare il maggior peso, 57 per cento del carico, più trasferimento di peso in accelerazione. L’escursione è di 250 millimetri.

I primi test della Delta S4 con Giorgio Pianta

La trasmissione si avvale di un cambio ad innesti frontali, con albero primario cavo. Il moto arriva alla parte posteriore dell’albero attraverso una sottile barra concentrica, che si torceva per rapidi aumenti di coppia sollecitando meno il cambio.

Si avvaleva inoltre di un ripartitore centrale di coppia costituito da un rotismo epicicloidale sul terzo asse, munito di giunto Fergusson autobloccante. Il semplice differenziale impone parità di coppia. Se uno dei due assi si trova in zona a bassa aderenza si verifica uno slittamento e il differenziale riduce la coppia trasmessa all’altro asse, limitando la trazione.

Per impedire ciò bisogna inibire delle forti differenze nella velocità di rotazione dei due assi. Il giunto Ferguson è costituito da due armature, una interna ed una esterna, con due serie di dischi forati ed affacciati tra loro. Il giunto è poi sigillato e riempito di un liquido siliconico viscoso.

Se c’è una velocità di rotazione relativa tra le due armature, il liquido è costretto a laminare fra disco e disco e attraverso i fori nei dischi, esercitando una coppia frenante e riscaldandosi. Oltre una certa temperatura la coppia frenante si impenna, ottenendo la saldatura di presa diretta del giunto: in caso di rottura di un semiasse, il Fergusson si blocca e il veicolo può proseguire.

I primi test tecnici della Delta S4 furono seguiti da Giorgio Pianta, allora capo collaudatore dell’Abarth. A partire dall’estate 1985, Cesare Fiorio, responsabile Squadra Corse Lancia, affidò Miki Biasion lo sviluppo della vettura. La distribuzione della potenza sulle ruote nell’ambito della trazione integrale era stabilita su due standard fissi: a seconda degli impieghi si poteva scegliere l’opzione del 20 per cento all’avantreno e 80 al retrotreno, oppure quella del 35 per cento e 65.

Henri Toivonen, pilota ufficiale della scuderia Lancia Martini, in un’intervista dichiarava: “…Non avevo il coraggio di tener giù per farla scivolare. Poi ho capito che dovevo guidarla come se fosse sui binari…”. Il debutto nel Mondiale Rally avvenne al Rally Rac del 1985.

Fu un successo: primi due posti con le coppie Toivonen-Wilson e Alen-Kivimaki. La casa torinese si presenta al via del 34° Lombard Rac Rally con due vetture. Con Toivonen c’è eccezionalmente Neil Wilson, chiamato a sostituire Juha Piironen, infortunatosi un mese prima al 21° Rallye Catalunya.

Con i titoli costruttori e piloti ormai già assegnati, la gara inglese, appuntamento conclusivo della serie iridata, può considerarsi a tutti gli effetti un gustoso antipasto della stagione 1986: oltre alla nuova Lancia Delta S4 fa infatti la sua comparsa lungo le prove speciali iridate la MG Metro 6R4, mentre in casa Audi viene sperimentato sulla vettura di Walter Röhrl un nuovo cambio semiautomatico messo a punto in collaborazione con Porsche.

I favoriti d’obbligo restano comunque Timo Salonen e Kalle Grundel con le Peugeot 205 T16 E2 mentre per i piloti dei team ufficiali Mazda, Nissan, Opel e Toyota ci sarà solamente la possibilità di lottare per le posizioni di rincalzo.

Quel debutto vincente al Rac Rally 1985 con ‘Toivo’

L’avvio di gara è sorprendente: la Delta S4 si dimostra subito all’altezza dell’agguerrita concorrenza, con Alén vincitore delle due prove speciali inaugurali e primo leader della corsa. Il duro lavoro di mesi sembra dare i suoi frutti: delle sette prove speciali previste nella prima tappa, la Lancia Delta S4 se ne aggiudica ben sei: cinque con Alén e una con Toivonen. Markku mantiene il comando fino al tredicesimo tratto cronometrato, cedendolo solamente nella notte a cavallo tra la seconda e la terza tappa al connazionale Mikkola.

Quando sull’Audi di Hannu cede il propulsore, Alén prontamente si riprende la leadership mentre Toivonen sale al terzo posto, alle spalle dell’ottimo Tony Pond sulla MG Metro 6R4. Con Timo Salonen, Kalle Grundel, Hannu Mikkola, Walter Röhrl e Malcolm Wilson fuori gara, appare ormai chiaro che la lotta per la vittoria sarà un affare tra le due Lancia e la MG. Il confronto si fa così molto serrato: Alén prova ad allungare nella quarta tappa ma è vittima di una toccata in cui danneggia una sospensione posteriore.

Pond non riesce tuttavia ad approfittarne, finendo fuori strada e danneggiando la parte anteriore della sua Metro: l’inglese si vede così costretto a cedere la seconda posizione a Toivonen. Il giovane finlandese, nonostante un problema ad un differenziale e un leggero cappottamento, appare via via sempre più in confidenza con la sua nuova vettura, a tal punto da risultare in diverse occasioni più veloce dell’esperto compagno di squadra.

Forse proprio a causa del fiato sul collo del giovane connazionale, Markku Alén compromette quella che fino a quel momento era stata una gara praticamente impeccabile, uscendo di strada nel corso della P.S. 54 e perdendo più di cinque minuti.

Henri Toivonen si ritrova quindi al comando, seguito da Tony Pond. Alén però non demorde, lanciandosi in una furibonda rimonta che, proprio negli ultimi chilometri della corsa, gli permette di raggiungere e superare il rivale inglese e di guadagnare così il secondo posto. La Delta S4 si dimostrò ben presto l’auto da battere. Ma il dramma era alle porte. Nel maggio 1986 al Tour de Corse, Toivonen-Cresto, fino a quel momento in testa al rally, uscirono di strada. La vettura esplose. Henri e Sergio morirono bruciati.

La drammatica scomparsa di Henri Toivonen e Sergio Cresto non era un caso isolato. L’anno prima c’era stata quella di Attilio Bettega, sulla Lancia Rally 037. Arrivò successivamente la morte di due spettatori e l’accadimento di altri numerosi incidenti, per fortuna con risvolti meno drammatici.

Il Mondiale Rally andò comunque avanti ed era già vinto dalla coppia Alen-Kivimaki, su Lancia Delta S4, anche grazie all’epilogo del Rally Sanremo. Per aver maggior effetto suolo la Peugeot montò le minigonne sulle fiancate delle T16 e le tre vetture furono squalificate.

I francesi fecero ricorso in appello, ma il Sanremo fu dominato dalle Lancia. Il Mondiale Costruttori andò alle Peugeot e il Mondiale Piloti a Markku Alen, su Delta S4, ma undici giorni dopo la fine del campionato, la Fisa accolse il ricorso della Peugeot e cancellò il risultato del Sanremo, regalando anche il Mondiale Piloti alla Peugeot. La Delta S4, dopo soli tredici mesi, concluse il suo breve ma intenso ciclo. Non vinse nessun titolo iridato ma rappresentò senza dubbio la più alta espressione delle vetture Gruppo B.

L’esperienza maturata con la S4 permise alla Lancia di presentare dopo pochi mesi la nuova Delta Gruppo A, una macchina destinata ad entrare nella leggenda e a vincere per ben sei volte il Mondiale Costruttori. I tragici avvenimenti dei campionati 1985 e 1986 indussero la Federazione internazionale a prendere la decisione di sospendere l’attività delle Gruppo B nel Mondiale Rally a favore di auto con caratteristiche più vicine a quelle di serie, le Gruppo A. 

Mentre la Delta S4 correva, era in preparazione un prototipo, la Lancia ECV, che aveva due turbine KKK, un intercooler ed altre modifiche meccaniche e strutturali, che sarebbe dovuto diventare la Delta S4 Evoluzione.

Scheda tecnica Lancia Delta S4

Dimensioni

Lunghezza4092 mm
Larghezza1880 mm
Altezza1360 mm
Interasse2440 mm
Carreggiata anteriore1510 mm
Carreggiata posteriore1535 mm
Sbalzo anteriore852 mm
Sbalzo posteriore800 mm
Peso950 kg

Motore

PosizioneCentrale-longitudinale
Tipo4 cilindri in linea
SiglaAbarth 233 ATR 18S
Cilindrata1759,3 cc
Cilindrata FIA2463 cc ( 2990.81 cc a partire dal 01/01/1988)
Alesaggio x corsa88,5 x 71,5
MaterialeAlluminio
Rapporto di compressione7:1
AspirazioneTurbocompressore KKK K27
Compressore volumetrico Abarth Volumex R18/2
Distribuzione2 assi a camme in testa
Valvole16
AlimentazioneIniezione Weber Magneti Marelli IAW
Potenza massima480 CV @ 8400 giri/min (dati dichiarati)
Coppia massima50 kgm @ 5000 giri/min (dati dichiarati)

Trasmissione

TrazioneIntegrale permanente
Cambio5 marce ad innesti frontali
FrizioneBidisco metallo-ceramica
DifferenzialiAnteriore: autobloccante ZF
Centrale: ripartitore di coppia + giunto Ferguson
Posteriore: autobloccante Hewland
Rapporti1) 2,385; 2) 1,705; 3) 1,305; 4) 1,136; 5) 1,000; RM) 2,500

Telaio e sospensioni

ScoccaMonoscocca a traliccio tubolare
MaterialeAcciaio e resina rinforzata con fibre
Schema anterioreRuote indipendenti a triangoli sovrapposti
Schema posterioreRuote indipendenti a parallelogrammi sovrapposti
Freni4 dischi autoventilanti
Freno a mano 
Serbatoio2 serbatoi di capacità complessiva 80 litri

Parti rotanti

CerchioniSpeedline 16”
PneumaticiPirelli P7 (vetture ufficiali Lancia Martini)
Freni4 dischi autoventilanti
SterzoA cremagliera

Carrozzeria

Numero di volumi3
Numero delle porte2
Materiale delle portiereResina rinforzata con fibre
Numero di posti2

Attività agonistica

Esordio assoluto 14° Colline di Romagna (1985)
Equipaggio esordio assoluto Markku Alén /  Ilkka Kivimäki
Esordio Campionato Mondiale 34° Lombard RAC Rally (1985)
Equipaggi esordio Campionato Mondiale Markku Alén /  Ilkka Kivimäki  Henri Toivonen /  Neil Wilson
Team esordio Campionato Mondiale Lancia Martini
Principali Piloti Markku Alén (1985-1986)  Miki Biasion (1986-1987)  Henri Toivonen (1985-1986)  Mikael Ericsoon (1986)  Kalle Grundel (1986)  Jorge Recalde (1986)  Dario Cerrato (1986)  Fabrizio Tabaton (1986)  Gustavo Trelles (1988-1990)  Juan Carlos Oñoro (1987)  Bruno Saby (1987-1988)  Paolo Alessandrini (1986-1988)
Principali Team Lancia Martini  Jolly Club  H.F. Grifone  A.R.T. Engineering
Prima vittoria (WRC) 34° Lombard RAC Rally (1985)
Ultima vittoria (WRC) 14° Toyota Olympus Rally (1986)

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L’11 febbraio 1978 e i Quattro Moschettieri dei rally

EASA per ora ha seminato tra le proprie fila, malcontento generale e confusione ma ormai il seme è piantato e a breve darà vita a quel fantastico gruppo di lavoro che, per oltre venti anni, genererà capolavori a quattro ruote in grado di portare titoli su titoli a Torino ed Arese, tanto nei rally quanto in pista. Un MonteCarlo disastroso è lo specchio della situazione ed ancora una volta, sarà evidente l’importanza della programmazione e preparazione di una gara sull’esito finale.

Per EASA (Ente Attività Sportiva Automobilistiche), sotto il cui tetto sono ormai riunite Lancia Squadra HF e Fiat Abarth, la stagione 1978 non può che avere come obiettivo principale la conquista del Campionato del Mondo. La fusione delle due più blasonate e vincenti formazioni rallystiche non può non portare grandi successi. Vincere è un diktat.

Se lo aspettano tutti, a partire dagli operai, dai dirigenti, dagli azionisti alla famiglia Agnelli, ma anche tifosi, appassionati, addetti ai lavori ed ovviamente pure gli avversari. Ma come alcuni avevano previsto e come la storia aveva già dimostrato in altri ambiti, l’unione di due colossi non è semplice e richiede tempo per essere messa a punto.

EASA per ora ha seminato tra le proprie fila, malcontento generale e confusione ma ormai il seme è piantato e a breve darà vita a quel fantastico gruppo di lavoro che, per oltre venti anni, genererà capolavori a quattro ruote in grado di portare titoli su titoli a Torino ed Arese, tanto nei rally quanto in pista. Un MonteCarlo disastroso è lo specchio della situazione ed ancora una volta, sarà evidente l’importanza della programmazione e preparazione di una gara sull’esito finale.

Mentre Audetto aveva il suo da fare sul campo gara, dal quartier generale EASA sito all’undicesimo piano del Beach Plaza Hotel di Monaco, veniva convocata una mega riunione alla fine della prima tappa che vedeva l’arrivo proprio nel principato. Inizia la caccia alle streghe, si addossano colpe a tutti: piloti, meccanici, ricognitori, la Pirelli ma non i dirigenti.

Un classico, troppi a decidere e pochi a lavorare e così lo squadrone ammazza campionato si ritrova giù dal podio con Nicolas con la Porsche degli Alméras che vince seguito dalle due piccole R5 Alpine di Ragnotti e Frequelin. Si va così in Svezia con una squadra di specialisti nordici: Alen, Salonen e Lampinen con le 131 e Blomqvist con la Stratos. L’avversario qui è molto più temibile di quelli del Monte e porta un nome ben preciso: Ford.

La squadra diretta da Peter Ashcroft parte con i favori del pronostico e schiera tre velocissime Escort Mk2 per Waldegaard, Mikkola ed il giovanissimo Vatanen. Il freddo e le lande desolate della Svezia, non hanno lo stesso fascino glamour di Monte-Carlo ed i cervelloni di EASA disertano la trasferta, lasciando campo aperto alla classe operaia ed i risultati si vedono. Se non fosse per un problema al cavo dell’acceleratore in PS ed una foratura, Blomqvist avrebbe potuto davvero fare bottino pieno con la Stratos ed anche le 131 sono sempre state nelle posizioni di vertice con Markku Alen ed Ikka Kivimaki che chiudono terzi a due minuti e mezzo dal vincitore Waldegaard dopo 640 chilometri di PS totalmente innevate.

Ed è qui che finalmente arriviamo al momento che ci interessa raccontare, paragonabile alla giocata del fuoriclasse perché dietro al risultato di Markku ci sono i Quattro Moschettieri citati nel titolo di questa “cartolina dal passato” e che rispondono ai nomi di Buschiazzo, Crema, Dal Sasso e Fregnan. Dopo poche PS della seconda tappa, la Fiat 131 di Alen perde la quarta marcia. Mentre si pianifica dove e come intervenire, si decide di togliere il limitatore di giri per permettergli di usare di più e meglio la terza. È un rischio ma sono tutti professionisti e Markku viaggia sul filo del rasoio senza piegare le valvole. Una PS e poi si interviene.

Lungo la strada che porta a Bredsjön nei pressi di Torsby, viene individuato un distributore lungo la strada che dispone di un piccolo garage dotato di un ponte sollevatore, indispensabile per potersi riparare dal freddo ed eseguire la sostituzione del cambio in tempi record.

Vengono montate le lampade e preparati gli attrezzi necessari e quando arriva la Fiat 131 Abarth numero 3, Chardonnet che è li solo come spettatore fa partire il cronometro: i Quattro Moschettieri si gettano sotto la macchina, ognuno sa perfettamente cosa fare, le mani si muovono da sole e con maestria, sprezzanti del gelo che le mette a dura prova quando svitano i dadi pieni di neve e ghiaccio accumulatisi attorno al cambio mentre l’olio caldo scivola copioso nella bacinella sottostante. Dopo 4 minuti è già tempo di agganciare e serrare il nuovo cambio, si fa il livello, si provano le marce con la vettura in moto ed alta sul ponte e via, tutto funziona.

Da quando si è fermata la macchina sono trascorsi appena 11 minuti e 50 secondi ed i ragazzi sono di nuovo in viaggio verso il successivo controllo orario, dove arriveranno trafelati ma in tempo, senza pagare nessun ritardo. La classe operaia va in paradiso, è questa la migliore risposta alla dirigenza ed alla sua burocrazia. La strada è segnata ed è quella giusta. Missione compiuta.

100 anni di Storie di Rally: le storie più belle su carta

100 anni di Storie di Rally arriva fino ai tempi più moderni del rallismo, quelli di Alex Fiorio e Giandomenico Basso emergenti nel Trofei Fiat Rally, o quelli ancor più recenti con i vari Andrea Aghini, Andrea Dallavilla, Marcus Gronholm, Paolo Andreucci, Jari-Matti Latvala, Petter Solberg, Richard Burns, Sebastien Loeb, eccetera, impegnati rispettivamente a cercare il proprio meritato momento di gloria.

Una storia, quella dei rally, raccontata in tante storie, 74 per la precisione e circa 200 brevi aneddoti. Il tutto raccolto in 280 pagine. Questo è “100 anni di Storie di Rally”, nuova opera curata da noi di Storie di Rally che abbiamo riadattato e trasferito su carta le storie più belle e più lette del sito, dopo averle riordinate in un percorso cronologico che – partendo da Carlo Abarth, un po’ più anziano del Rally di MonteCarlo, e passando attraverso storia e aneddoti sul Rally di Sanremo, Cesare Fiorio, Rally di Svezia, Lancia, Tour de Corse, Safari Rally, Sandro Munari, Ove Andersson, David Richards, Stig Blomqvist, Attilio Bettega, Walter Rohrl, Henri Toivonen, Miki Biasion, Carlos Sainz e molti altri – attraversa le varie epoche del rallismo internazionale e italiano.

“100 anni di Storie di Rally” arriva fino ai tempi più moderni del rallismo, quelli di Alex Fiorio e Giandomenico Basso emergenti nel Trofei Fiat Rally, o quelli ancor più recenti con i vari Andrea Aghini, Andrea Dallavilla, Marcus Gronholm, Paolo Andreucci, Jari-Matti Latvala, Petter Solberg, Richard Burns, Sebastien Loeb, eccetera, impegnati rispettivamente a cercare il proprio meritato momento di gloria. E poi c’è la contemporaneità. Giorni, quelli odierni, che raccontano di un italiano emergente, come Andrea Crugnola, di un italiano sul tetto del mondo, come Andrea Adamo, e della “scuola francese di rally” mestamente ritirata dal WRC. Ma non solo.

Storie trattate nel libro, aneddoti esclusi: Carlo Abarth, Rally di MonteCarlo, Virgilio Conrero, Rally d’Italia, Cesare Fiorio, Rally di Svezia, Lancia nei rally, Tour de Corse, La grande sfida di BMC, Safari Rally, Mini, Walter Rohrl, WRC, Rally del Marocco, Sandro Munari, La famiglia Scandola, Rally Nuova Zelanda, Campionato Autobianchi A112 Abarth, Ove Andersson, Rally del Portogallo, Lancia-Martini, Seat Panda 45 e rally, Miki Biasion, Stig Blomqvist, Audi Quattro, Peugeot 205 T16, David Richards e Prodrive, Gianni Delzoppo, Lancia Delta, Campionato Fiat Uno, Attilio Bettega, Ayrton Senna, Campionato Italiano Rally 1986, 2 maggio 1986.

E poi ancora: Rally della Lana 1986, Paolo Andreucci, Rally di Sanremo 1988, Tripletta Lancia 1989, 1000 Laghi 1990, Rally di Spagna 1991, Subaru Impreza 555, Trofeo Fiat Cinquecento, RAC 1997, Rally di Finlandia 1998, RAC 1998, Rally di Aosta 1998, Richard Burns, Ari Vatanen, Subaru Impreza P2000, Markko Martin, Rally del Giappone, Mexico Rally, la stagione degli addii nel WRC, Rally Costa Smeralda 2010, Andrea Crugnola, Jari-Matti Latvala, Olivier Quesnel su Loeb e Ogier, WRC 2017, Hyundai e Adamo, Citroen World Rally Team.

L’edizione a copertina morbida è acquistabile direttamente dal nostro sito e disponibile su Amazon, ma anche ordinabile in libreria da gennaio 2020. La versione da collezione a copertina rigida, con delle splendide immagini nella retrocopertina, è ordinabile solo attraverso il sito di Lulu.com.

Libri su Storie di Rally

la scheda

100 ANNI DI STORIE DI RALLY

Autori: Marco Cariati

Collana: Storie di Rally

Copertina: rigida e morbida

Pagine: 280

Formato: 15,24 x 22,86 cm

Editore: Storie di Rally

Prezzo: 20,80 euro

Peso: 476 grammi

ISBN: 978-1-6759708-4-3

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Rally Race 1972: solo andata per Giuseppe Ciupa Barbagli

La storia è quella di un ragazzo, Giuseppe ‘Ciupa’ Barbagli, di appena venticinque anni, già sposato, che sta per diventare padre e che lavora nel reparto corse Abarth. Un giovane felice che ha fatto della sua passione, i motori da corsa, un lavoro ad altissimo livello. Un giovane che non vedrà nascere sua figlia, che verrà alla luce qualche giorno dopo la sua morte.

Giuseppe Barbagli, soprannominato “Ciupa”, per i più non è nessuno. Ma al gruppo di meccanici che hanno lavorato in Abarth nel periodo dell’epopea rallystica non è sconosciuto. Anzi. La storia è quella di un ragazzo di venticinque anni, già sposato, che sta per diventare padre e che lavora nel reparto corse Abarth. Un giovane felice che ha fatto della sua passione, i motori da corsa, un lavoro ad altissimo livello. Un giovane che non vedrà nascere sua figlia, che verrà alla luce qualche giorno dopo la sua morte. Tutto colpa di quel maledetto borsello.

Quel maledetto borsello che si portava a tracolla e che tanto andava di moda a quei tempi viene dimenticato da “Ciupa” nella spalliera della sedia del ristorante dove tutto il gruppo di meccanici Abarth aveva pranzato. Ormai si è già sulla statale che dalla frontiera portoghese Badajoz porta a Madrid, ma “Ciupa” se ne accorge dopo circa cento chilometri, per cui tutta la carovana si ferma.

“Decidemmo di continuare il viaggio per non fare troppo tardi la sera, mentre Moews con lo Spyder 124 Gruppo 4, caricò “Ciupa” per tornare indietro a prendere il borsello”, ha ricordato Vasco Pisanelli, capo meccanico della squadra di cui fa parte Giuseppe “Ciupa” Barbagli.

Verso sera, la piccola comitiva che viaggia in testa, arriva a Madrid, prende posto in hotel e tutti appassionatamente si recano al ristorante. Alle 22.30, Moews e “Ciupa” non sono ancora tornati, quindi qualcosa potrebbe essere successo. Qualcosa potrebbe essere andato maledettamente storto? Ma cosa?

Pisanelli, Garda e Gaudenti decidono di riprendere la strada e andare incontro ai loro colleghi con la Fiat 125 dell’assistenza. “Arrivammo sino a Talavera della Reina e non avendo visto nessuno per strada, se non uno scheletro di macchina senza più ne ruote, cerchi, sedili e nulla di nulla, tornammo indietro”.

Non potevano immaginare che quel rudere fosse la loro macchina, quella di Moews e Ciupa. Quindi, verso mezzanotte si recano nella piccola stazione di polizia per avere notizie di eventuali incidenti. È successo un tragico incidente. “Ciupa” è morto e quella notte non è possibile vederlo perché trasportato nella camera mortuaria del cimitero, mentre Moews è in coma in una stanza del primo piano di una costruzione adibita ad infermeria.

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100 anni di Storie di Rally 2: appuntamento con la storia

Tony Fassina, il privato di lusso che vinse il Rally Sanremo

Il 7 ottobre 1979 Tony Fassina si aggiudicava la ventunesima edizione del Rally Sanremo, sancendo di fatto l’ultima vittoria della Lancia Stratos nella competizione matuziana e la terza vittoria di un privato nel WRC. La Lancia Stratos HF con cui correva, targata TO M54374, era del Jolly Club.

Dopo sette lunghissimi giorni di gara, il 7 ottobre 1979 Tony Fassina si aggiudica la ventunesima edizione del Rally Sanremo, sancendo di fatto l’ultima vittoria della Lancia Stratos nella competizione matuziana e la terza vittoria di un privato nel WRC da quando esiste il Mondiale Rally Piloti: la prima è di Jean Pierre Nicolas con la Porsche 911 Almeras e la seconda di Bernard Darniche con la Stratos Chardonet al Rally MonteCarlo di quello stesso anno.

La Lancia Stratos HF con cui corre, targata TO M54374, è del Jolly Club. In quella indimenticabile occasione, Tony Fassina e Mauro Mannini regolano i conti con Walter Rohrl e Christan Geistdorfer e con Attilio Bettega e Icio Perissinot, entrambi sulle Fiat 131 Abarth Rally Alitalia. Vetture, le 131 ufficiali, che vengono preparate non da un meccanico, ma da un “esercito di scienziati”. Uno smacco pazzesco per la Squadra Corse Fiat (ufficiale).

A ridosso del podio si fermano Tony Pond e Ian Grindrod, sulla Talbot Sunbeam Lotus, oltre a Dario Cerrato e Lucio Guizzardi, sulla favolosa Opel Ascona B Conrero Squadra Corse. In quel pazzesco Rally di Sanremo, organizzato dall’indimenticato Adolfo Rava, le prove speciali sono settantaquattro. Trentanove PS nella prima tappa, dieci nella seconda, sedici nella terza e nove nella quarta.

Asfalti liguri e sterrati toscani. Diciassette, su ventisei classificati totali, sono italiani: Angelo Presotto, Tonino Tognana, Paolo Pasutti e molti altri. Trentasei i ritirati, tra cui Simo Lampinen, Timo Salonen, Per Eklund, eccetera. Ma Tony Fassina riesce a portare a termine sette giorni di gara e quattro tappe faticosissime. Mezza Italia. Migliaia di chilometri. Questo lo consacra nell’Olimpo delle competizioni e lo inserisce di diritto tra i grandi della “scuola italiana di rally”, ormai diventata brizzolata e, purtroppo questa è l’unica vera critica che gli si può rivolgere, senza un vero degno erede. Tony Fassina è il primo italiano privato a vincere una gara di Mondiale Rally.

All’asta la S4 telaio 202 di Henri Toivonen e Markku Alen

Il numero di telaio del modello battuto all’asta a fine ottobre è il 202, proprio quello con cui il pilota finlandese vince assieme al suo navigatore Neil Wilson nel 1985. L’anno dopo, la stessa Lancia Delta S4 viene usata da Markku Alen come vettura da ricognizione in diverse prove del Campionato del Mondo Rally.

Il 24 ottobre a Londra, la casa di aste inglese RM Sotheby’s ha battuto al migliore offerente, per la cifra di 764.000 sterline (848.000 euro e bruscolini), un esemplare della Lancia Delta S4 da rally originale. All’asta c’è andata la S4 numero 202 di Henri Toivonen e Markku Alen. Si tratta di uno dei soli due modelli che Lancia riesce a completare in tempo per partecipare all’ultima gara del Mondiale Rally nel 1985. Questa vettura sostituisce la Lancia 037 e riesce a vincere con alla guida Henri Toivonen.

Il numero di telaio del modello battuto all’asta a fine ottobre è il 202, proprio quello con cui il pilota finlandese vince assieme al suo navigatore Neil Wilson. L’anno dopo, la stessa Lancia Delta S4 viene usata da Henri Toivonen e da Markku Alen come vettura da ricognizione in diverse prove del Campionato del Mondo Rally.

La Lancia Delta S4 numero 202, nella sua ormai lunga storia, viene acquistata da diversi collezionisti nel corso degli anni, in varie parti del mondo. Passa, anzi ripassa anche da Torino. Questo esemplare partecipa anche al Rallylegend a San Marino e al Group B Rallylegend in Austria. Viene guidata da Harri Toivonen, fratello minore di Henri, durante uno show organizzato in occasione del Rally di Finlandia del 2016 in ricordo del fratello scomparso 30 anni prima.

La S4 utilizza un ingegnoso sistema ad induzione forzata (twincharger) che ha un punto in cui due turbocompressori vengono utilizzati per comprimere doppiamente l’aria in un motore. In base a questo sistema un compressore funziona in sequenza con un turbocompressore per ridurre il turbo lag e migliorare la guidabilità della vettura, mentre la potenza del motore da 550 CV viene trasmessa sulla strada tramite un sofisticato motore e un’altrettanto sofisticata di trazione integrale.

Nella storia vengono costruite circa 28 Delta S4 Gruppo B, in maggioranza usate dalla Squadra Lancia Martini della Casa e le altre dai team satellite Jolly Club e Scuderia Grifone. Inoltre, a titolo informativo, vengono costruite 200 versioni stradali per ottenere l’omologazione necessarie a correre in Gruppo B.

Particolare della S4 Toivonen con telaio 202, foto Motorsport Image
Particolare della S4 Toivonen con telaio 202, foto Motorsport Image

Completate in tempo per il RAC Rally del 1985

Sia questa vettura – telaio numero 202 – sia la sorella, telaio numero 207, vengono completate in tempo per il RAC Rally del 1985, a cui partecipano con i colori Martini Racing e vengono guidate da Henri Toivonen con Neil Wilson e da Markku Alen con Ilkka Kivimaki. Fin dall’inizio è chiaro che Lancia ha centrato la formula: Alen domina la prima metà del rally, prima che Toivonen reagisca su una sua defaillance e vinca per poco meno di un minuto.

In quell’occasione le due Lancia ottengono successi su quarantuno delle sessantatré prove speciali del RAC e questo sottolinea il ritmo della vettura. Forse ciò che è più significativo della dimostrazione di forza della S4 è che vince l’evento inaugurale, che è il più difficile del Campionato del Mondo Rally. Nessun’altra vettura che partecipa al Mondiale Rally nel Gruppo B può rivendicare un simile risultato.

Restaurata alle sue specifiche originali, conserva numerose caratteristiche d’epoca, come i sedili Sparco originali con rivestimento in Kevlar (ancora ricamato con i nomi del suo illustre guidatore e copilota) e Halda Rally Computer. Il telaio 202 rimane un esempio meravigliosamente originale e suggestivo di questo titano del Gruppo B.

È importante sottolineare che la documentazione di certificazione Abarth Classic allegata afferma che è stata sostituita solo la parte anteriore sinistra del telaio, il che non influirebbe sulla rigidità torsionale della vettura. Con cinque vittorie su dodici rally in quella fatidica e tragica stagione 1986, la Lancia Delta S4 rimane forse l’ultimo “proiettile” del Gruppo B.

https://youtu.be/OPrFiMvH_XM

Rally Nuova Zelanda 1977: Bacchelli piega Vatanen

Fulvio Bacchelli e Francesco Rossetti avevano corso un grosso rischio durante la notte della quarta ed ultima tappa del Rally Nuova Zelanda 1977 quando si erano trovati la strada improvvisamente sbarrata da un cancello chiuso e un grosso palo di ferro gli era finito di trasverso nell’auto, sfiorando le loro teste.

Al termine dalla quarta e penultima tappa del Rally Nuova Zelanda 1977, Radio New Zeland Rally, valido quale quinta prova del Campionato del Mondo Rally, Fulvio Bacchelli, Francesco Rossetti e la Fiat 131 Abarth Rally sono sempre in testa alla classifica con oltre otto minuti di vantaggio sul compagno di squadra Simo Lampinen.

Alle spalle dei due piloti Fiat si è inserito il finlandese della Ford, Ari Vatanen, che nelle ultime quattro prove speciali dell’ultima tappa è riuscito a ridurre a soli nove minuti e mezzo il suo distacco da Bacchelli.

Quarto, a mezzo minuto da Ari Vatanen c’è Markku Alen che continua a gareggiare sub-judice in attesa che le autorità sportive locali decidano se confermargli o meno la penalizzazione inflitta al termine della prima tappa (perché è stato pizzicato dal teleradar ai 160 chilometri orari dove il limite consentito era di 60 all’ora).

Dietro c’è il vuoto (o quasi), in quanto al quinto e sesto posto si trovano i neozelandesi Millen e Woolf (su Mazda), rispettivamente a 41 e 102 minuti da Bacchelli. Nella quarta tappa di quel Rally Nuova Zelanda 1977 Vatanen ha vinto otto delle undici prove speciali ed ha approfittato di un incidente occorso a Bacchelli.

Nell’ultima prova di velocità, il triestino non è riuscito a mantenere il controllo della vettura, che è finita su un mucchio di terra, proprio sul bordo estremo di una tortuosa strada nella foresta di Kaingarda, abitualmente utilizzata all’epoca soltanto da grandi camion che trasportano tronchi di alberi.

Con le ruote sollevate dal livello strada, la 131 Abarth non riusciva a muoversi più e per spostarla e riportala in strada Bacchelli e il suo navigatore Rossetti hanno dovuto attendere l’arrivo degli altri due equipaggi Fiat. Questo incidente ha fatto perdere cinque minuti al “nostro”, due ad Alen ed uno a Lampinen.

Bacchelli e Rossetti avevano corso un grosso rischio durante la notte della quarta ed ultima tappa del Rally Nuova Zelanda 1977 quando si erano trovati la strada improvvisamente sbarrata da un cancello chiuso e un grosso palo di ferro gli era finito di trasverso nell’auto, sfiorando le loro teste.

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La copertina di 100 anni di Storie di Rally

In pensione la A112: nasce il Campionato Fiat Uno

Dopo il Campionato Autobianchi A112, nasce il Campionato Fiat Uno. Anche la Fiat Uno consente a giovani piloti di mettersi in luce e si dimostra valida scuola per campioni come Alessandro Fiorio. La Uno 70 è perfetta per valorizzare giovani, tanto da rimane protagonista fino al 1987, anno in cui viene affiancata dalla più potente versione turbo.

Dopo otto intense e gloriose stagioni, il Campionato Autobianchi A112 Abarth viene sostituito dal Campionato Fiat Uno. È il 1985. La serie monomarca si disputa con la versione 70 della popolare utilitaria e la scelta di quel modello rispetta la filosofia del trofeo organizzato dalla Casa torinese: offrire ai giovani piloti un’automobile economica, robusta e facile da gestire.

La Uno 70 è perfetta in questo ruolo, tanto che rimane protagonista fino al 1987, anno in cui viene affiancata dalla più potente versione Turbo i.e., che poi la sostituirà dal 1988 al 1992. Il Campionato Fiat Uno viene così a contare otto edizioni, come quello precedente riservato alle spettacolari Autobianchi A112.

Anche la Fiat Uno consente a giovani piloti di mettersi in luce e si dimostra valida scuola per campioni come Alessandro Fiorio (che conquista il titolo iridato in Gruppo N nel 1987, è secondo nella classifica assoluta del Mondiale Rally nel 1989 e terzo nel 1988), Piero Liatti (campione europeo nel 1991 e vincitore del Rally di MonteCarlo 1997), Pier Giorgio Deila (campione italiano 1992), Piero Longhi (campione italiano 1993), Andrea Dallavilla (primo nel campionato italiano 1997), Andrea Navarra e Paolo Andreucci.

1985

Il nuovo Campionato debutta con il Rally Costa Smeralda e sugli sterrati sardi si impone Massimo Maneo, seguito da Mario Panontin. Tra i protagonisti anche il giovane Alessandro Fiorio, costretto al ritiro nella sua prima gara. Il torinese, allora appena diciannovenne, riesce però a rifarsi negli appuntamenti successivi, aggiudicandosi ben cinque delle nove gare nelle quali si articola il campionato: Elba, Lana, Piancavallo, Sanremo e San Marino.

Al secondo posto si piazza Lucio Guizzardi (primo al Targa Fiorio), che precede Panontin e Carrera. Fiorio si aggiudica anche l’Under 23, mentre nella classifica Femminile si impone Luisa Zumelli, che ottiene il quarto posto assoluto nel Rally di Piancavallo. La pilota bergamasca precede Donatella Vicenzi e Chantal Galli.

1986

L’anno precedente, Piero Liatti aveva preso parte solo al Rally della Lana, per lui gara di casa. Nel 1986, invece, decide di partecipare all’intero campionato (nonostante un budget limitatissimo) e si impone. Vince una sola gara, il Rally di San Marino, ma decisiva per l’assegnazione del titolo e ottiene una serie di buoni piazzamenti.

Alle spalle del biellese si classificano Nicola Tagliapietra e Alessandro Fassina. Quest’ultimo, primo nell’Under 23, ha ottenuto tre successi, nei Rally Costa Smeralda, Targa Florio e Lana. Una vittoria, nel Rally 4 Regioni, anche per il giovanissimo Pier Giorgio Deila, che si piazza terzo tra gli Under 23 e quinto assoluto. In campo femminile Luisa Zumelli bissa il successo ottenuto nel 1985, precedendo nuovamente Donatella Vicenzi.

1987

È l’anno dello sdoppiamento. Alla ormai collaudata Fiat Uno 70 viene affiancata la più potente ed impegnativa versione Turbo i.e., capace di erogare, una volta preparata, una potenza di oltre 120 CV. Vengono redatte classifiche separate per le due vetture. Tra le “aspirate” la spunta il giovane Pier Giorgio Delia, mentre Massimiliano Musso è il primo vincitore del Campionato Fiat Uno Turbo.

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Fiat 131 Abarth Rally: tecnica di una regina dei rally

La Fiat 131 Abarth Rally è una versione elaborata dal reparto corse Abarth della berlina Fiat 131, costruita tra il 1976 e il 1978 in 400 esemplari, e vincitrice di tre Mondiali Rally.

Lungamente utilizzata nel Campionato Mondiale Rally, la Fiat 131 Abarth Rally è riuscita a conquistare tre Mondiali Costruttori, una Coppa Fia Piloti ed un Mondiale Piloti, tutti tra il 1976 e il 1982. Ma come nasce la Fiat 131 Abarth Rally, vettura sulla quale solo Fiat poteva scommettere? Quali sono le sue peculiarità tecniche?

L’Abarth aveva approntato un prototipo su base Fiat X1/9 per sviluppare la nuova arma da rally torinese, ma il progetto fu ben presto interrotto e la dirigenza Fiat decise di puntare sull’evoluzione della 131 Mirafiori, allo scopo di promuovere l’immagine delta sua nuova berlina sul mercato internazionale.

Nasce così la Fiat 131 Abarth Rally, costruita tra il 1976 e il 1978 in quattrocento esemplari, destinata a conquistare tre Mondiali Costruttori, una Coppa Fia Piloti ed un Mondiale Piloti e la cui storia sportiva è stata raccontata qui. E nasce da una concezione diametralmente opposta rispetto a quella della Stratos: si tratta di una berlina tre volumi per famiglia ripensata per le corse.

Anche se della vettura da strada conserva le linee essenziali e qualche particolare tecnico dato che le auto approntate per le corse derivano da una versione speciale, la 131 Abarth, chiamata anche semplicemente “Rally”, apparsa per la prima al Salone di Ginevra nel marzo 1976.

Nello stesso periodo la 131 venne omologata in Gruppo 4 ed iniziò la sua carriera sportiva. Più recente di circa due anni, ovvero si è iniziato ad usarla nelle corse a partire dal 1978, la Fiat 131 Abarth Rally aveva come “cuore” un generoso quattro cilindri in linea con doppio albero a camme in testa e quattro valvole per cilindro che sviluppa 215 cavalli – in configurazione gara – a 7.000 giri, contro i 140 a 6.400 giri della vettura stradale.

Adartico Vudafieri con la Fiat 131 Abarth Rally al Rally Il Ciocco e Valle Serchio 1980
Adartico Vudafieri con la Fiat 131 Abarth Rally al Rally Il Ciocco e Valle Serchio 1980

L’iniezione Kugelfisher sostituisce il carburatore Weber

Frutto anche dell’iniezione meccanica Kugelfisher – all’inizio venne provata anche quella prodotta dalla livornese Spica – che sostituisce il carburatore Weber di serie. Si tratta del classico bialbero “made in Fiat” con una testa a 16 valvole che deriva da quella montata sul 124 Spider.

I primi modelli del 31 sono a carter umido ma ben presto si passa al carter secco, l’albero motore originale viene sostituito con uno ad otto contrappesi che, pur più pesante, garantisce maggiore rigidità. Le sospensioni anteriori utilizzano il classico schema McPherson, mentre per il posteriore vennero prese in considerazione varie ipotesi.

Si partì dal ponte rigido montato sulla Fiat 132, si valutò il ponte DeDion, poi quello utilizzato sulla 124 Spider ed infine si utilizzò lo schema McPherson con bracci oscillanti inferiori. Il differenziale posteriore è prodotto dalla ZF mentre il cambio a cinque rapporti è prodotto direttamente dall’Abarth. Un’immagine grintosa che le deriva dall’abbondanza di codolini e spoiler oltre che dai fari anteriori di dimensione diversa tra loro.

Insomma, pur non avendo l’eleganza innata della Lancia Stratos la vettura torinese emana grinta e muscoli, quelli che sono assolutamente necessari per poterla guidare dato che il servosterzo esiste solo nei sogni ed anche il servofreno è un miraggio.

E se una come Michèle Mouton l’ha definita “un camion” si capisce bene il motivo… Già di serie la 131 Abarth si presenta alleggerita con l’adozione di cofani e parafanghi in vetroresina mentre le portiere – due, la vettura deriva dalla versione a due porte – sono realizzate in alluminio. Sempre di serie la vettura dispone dello spoiler piazzato sulla coda e di quello installato nella parte finale del tetto così come del “labbro” nella parte inferiore del muso.

La Fiat 131 Abarth fu una delle vetture più vincenti
La Fiat 131 Abarth fu una delle vetture più vincenti

Le varie evoluzioni della Fiat 131 Abarth Rally

Nei primi due anni di vita la Gruppo 4 torinese presenta all’anteriore quattro fari delle stesse dimensioni, così come sul modello di serie, mentre a partire dalla stagione 1978 i due fari interni vengono proposti di dimensioni maggiorate. L’ultima novità estetica appare nella stagione 1980 – anche se, in realtà, qualche vettura ufficiale si era già presentata nella stessa configurazione alla fine dell’annata precedente – e riguarda i gruppi ottici posteriori.

Al posto di quelli originari con le due luci di retromarcia poste sul lato interno in una sorta di “T”, vengono montati quelli rettangolari della Nuova 131 Supermirafiori presentata a Ginevra nel 1978. La prima sensazione che si avverte, ficcando il naso dentro l’abitacolo, è quella di spaziosità. Nulla a che vedere con quello angusto della Stratos e, del resto, è normale dato che parliamo di una vettura derivata dalla berlina di serie.

I pannelli interni delle portiere sono quelli originari, rivestiti in sky – materiale chiamato anche finta pelle – con la maniglia di serie così come è di serie la manovella per abbassare il finestrino, unica fonte d’aria fresca per l’equipaggio. Nella parte posteriore dell’abitacolo, dove abitualmente erano piazzate le “vasche” dove riporre i caschi in trasferimento, trovano posto solo gli estintori e , fissata al montante del roll bar, una cinghia di distribuzione di scorta.

La plancia è ovviamente il più razionale possibile. La strumentazione è sistemata su un pannello nero sormontato da una palpebra, anch’essa nera, in panno. Al centro troneggia il contagiri, a sinistra temperatura e pressione dell’olio con la spia dell’alternatore, sull’altro lato la spia verde delle frecce, la temperatura dell’acqua e l’indicatore del carburante. Più in là, nella zona centrale della plancia, trovano posto gli interruttori – generale, ventole, pompe della benzina, luci… – più il pulsante per l’avviamento.

Ancora più a destra l’indicatore della batteria, la serie dei fusibili, il gancio dove appendere il microfono della radio ed il classico tripmaster Halda. Sul tunnel centrale c’è la leva del cambio, quella del freno a mano ed il ripartitore di frenata. Sul pianale davanti al sedile del navigatore si notano il cric e la chiave a croce per la sostituzione delle gomme.

Henri Toivonen, storia di una leggenda sempre viva

Henri Toivonen non è un eroe per i fan delle statistiche. I risultati del pilota finlandese non rendono la lettura eccezionale. Vince tre gare del WRC. Podi: nove. Campionati: nessuno. Quindi perché, ogni volta che viene chiesto del proprio eroe nei rally, tutti rispondono senza esitazione Henri Toivonen?

La storia di Henri Toivonen è certamente una delle più tristi per il finale, ma più appassionanti e coinvolgenti per tutti i ricordi e le leggende che si porta dietro e che ancora oggi animano il mondo dei rally. Purtroppo, rappresenta una delle pagine più nere di questo sport. Per cui dopo è stato necessario fermarsi a riflettere e riprogettare tutto. Ma questa volta in nome della sicurezza.

“Penso che sia stato uno dei piloti più coraggiosi di tutti i tempi in questo sport”, ha detto Jari-Matti Latvala. “Ho letto tanti libri e ho visto tanti video su di lui. Parlargli di come erano i rally di allora, con le macchine del Gruppo B, sarebbe incredibile”. Cerchiamo di capire meglio chi era Toivonen. Partiamo da una sua frase.

“Ho capito di amare i rally quando avevo sette anni. Mio padre stava facendo le ricognizioni per il 1000 Laghi, in macchina c’eravamo io, seduto davanti, mio fratello Harri e nostra madre. Io mi sentivo in paradiso, mio fratello invece era irrequieto. Alla fine papà accostò e lo lasciò in mezzo ai boschi, con mia mamma. Tornammo a prenderli un’ora dopo”, raccontava Henri. E in queste parole c’è tutta la sua storia e la sua passione.

Nato a Jyvaskila, in Finlandia, il 25 agosto del 1956, Henri era il figlio di Pauli Toivonen, campione europeo rally del 1968 e vincitore del Rally MonteCarlo 1966 dopo l’esclusione dalla classifica delle Mini. Sposato con Erja, padre di due figli, Markuus e Arla. La prima vittoria di Toivonen nel Mondiale Rally è arrivata al volante di una Talbot Sunbeam Lotus all’allora Lombard RAC Rally 1980, in Gran Bretagna, subito dopo il suo ventiquattresimo compleanno.

In Gran Bretagna, Toivo ha stabilito il record di pilota più giovane di sempre a vincere un rally iridato fino a quando il suo connazionale Jari-Matti Latvala lo ha battuto al Rally di Svezia 2008, all’età di 22 anni. Tra l’altro Latvala è uno dei suoi più grandi tifosi. Dopo aver guidato per Opel e Porsche, Toivonen entra in Lancia.

Nonostante rischi la paralisi al Rally Costa Smeralda 1985, torna a correre dopo diversi mesi, vincendo l’ultimo eventio della stagione 1985 al debutto con la S4, il RAC Rally, così come la gara di apertura della stagione 1986, il Rally di MonteCarlo, che suo padre aveva vinto involontariamente 20 anni prima.

Toivonen, alla guida della Lancia Delta S4, morirà in un incidente il 2 maggio 1986 sulla PS18 del Tour de Corse. Il suo copilota, Sergio Cresto, muore insieme ad Henri tra le fiamme che avviluppano l’auto subito dopo l’uscita di strada. L’incidente non ha testimoni e i pochi resti della macchina resero impossibile determinare la causa.

Henri Toivonen iniziò la sua carriera nelle corse in circuito, dove era molto competitivo. Ha corso con successo una prova del Campionato Europeo Endurance, ottenendo gli elogi di Eddie Jordan, nella cui squadra di Formula 3 Toivonen fece alcune apparizioni come ospite. Impressionò nel suo unico test di Formula 1.

Toivonen aveva forti legami con i rally già dalla tenera età. Jyvaskyla, la città di nascita è la sede del Rally di Finlandia dal 1951. Suo padre, Pauli Toivonen, era un pilota di rally di successo che avrebbe continuato a vincere i rally di MonteCarlo, 1000 Laghi e Acropoli, diventando anche campione europeo in un periodo in cui l’ERC era il massimo campionato per i piloti.

Henri Toivonen imparò a guidare a 5 anni, ma nonostante ciò, per ovvi motivi legali che non permetterebbero da nessuna parte ad un bambino di guidare, iniziò dai kart, vincendo la Coppa Nazionale, prima di passare alla Formula Vee, dove vinse subito una prova del Campionato Scandinavo nell’anno dell’esordio.

La carriera sportiva di Henri Toivonen

Henri vinse il Campionato Formula Super Vee l’anno successivo e vinse anche la gara di Campionato Europeo Endurance, diventando campione finlandese 1977 nella classe Formula Vee. A causa delle preoccupazioni della sua famiglia per la carente sicurezza delle corse in circuito, passò ai rally a tempo pieno. Aveva corso anche in gare di velocità su ghiaccio nel 1975. Per le leggi vigenti in Finlandia, Toivonen non potè competere seriamente nei rally fino al diciannovesimo anno d’età.

Con Antero Lindqvist come copilota, esordisce sulla Simca Rally Gruppo 1 e si ritira sulla PS36. L’anno dopo passa alla Sunbeam Avenger. Toivonen inizia la sua stagione 1978 al Rally Arctic, il secondo round del Campionato Europeo Rally e della Fia Cup for Driver, che precedeva il Campionato del Mondo Piloti, istituito nel 1979. Arrivò secondo, a 3’41” da Ari Vatanen e oltre 7’ davanti a Markku Alen, che avrebbe poi vinto la Coppa Piloti.

Sempre nel 1978, alla guida di una Citroen CX corre in Portogallo e Grecia, ma non riesce a finire entrambe le gare. La sua guida, però, ha attirato già l’attenzione. Per lui è pronta una Porsche privata per il 1000 Laghi, così come la Chrysler per il RAC. Nella gara di casa, Toivonen deve ritirarsi a causa di un guasto al motore, ma al RAC finisce nono. Nel 1979 corre molto in Inghilterra con una Escort Gruppo 4 alternando con altre macchine tra cui una 131 Abarth ufficiale avuta grazie a suo padre molto amico di Cesare Fiorio.

Quello stesso anno, Toivonen ottiene la sua prima vittoria rallistica al Nordic Rally, un evento del Campionato Finlandese Rally. Nella stagione 1979, matura esperienza partecipando a quindici rally del Campionati Britannico, di quello finlandese e di quello Europeo. Toivonen partecipa anche a due rally del WRC: il 1000 Laghi con la Fiat 131 Abarth e il RAC con una Ford Escort RS. Si ritira in entrambe le gare, ma al 1000 Laghi era leader, prima di essere costretto a fermarsi. Queste performance portarono a un contratto con il team Talbot Competition per la stagione 1980.

Da pilota ufficiale Talbot, insieme a Guy Frequelin, vince l’Artic e il RAC, aggiudicandosi a 24 anni, 3 mesi e 24 giorni il primato di pilota più giovane a vincere un rally iridato. Il suo stile di guida era esuberante, spesso falloso, e i suoi risultati non erano rappresentativi del suo ritmo, della sua velocità. Nella speranza di risultati migliori, il team fece collaborare Toivonen con tre diversi copiloti durante la stagione: Antero Lindqvist, Paul White e Neil Wilson. Al 1000 Laghi, Toivonen si ritirò a causa di un incidente durante l’undicesima PS.

Però, nella gara successiva, il Rally Sanremo 1980, è quinto. Alla fine di novembre, Toivonen, questa volta in collaborazione con White, sorprende tutti, sia gli esperti sia gli spettatori vincendo il RAC Rally , con oltre 4′ di vantaggio sul secondo classificato, Hannu Mikkola. Inizia il mito. Né Toivonen né Talbot, in realtà, erano competitivi. In un’intervista pubblicata su Autosport tre giorni prima dell’inizio della gara, Henri ammetteva: “Non penso di aver corso abbastanza rally per riuscire a vincere il RAC solo con l’abilità di guida. Se dovessi vincere, sarà perché sono stato fortunato e gli altri hanno avuto problemi. Hannu Mikkola conosce queste foreste come il palmo della sua mano, quindi è inutile cercare di guidare per batterlo. Devi aspettare che abbia dei problemi. Allora avrai una possibilità”.

I risultati di Toivonen portarono al rinnovo del contratto per un altro anno nella squadra Talbot. Si piazza quinto al Rally MonteCarlo 1981, trovandosi accanto come copilota Fred Gallagher (futuro copilota di Juha Kankkunen e Bjorn Waldegaard sulla Toyota Celica Twincam Turbo) uno che non parla la sua lingua ma sa solo l’inglese, per capirsi nomineranno le curve: cattive, veloci e medie. Poi sarà secondo in Portogallo e in Italia.

La Sunbeam Lotus Gruppo 2 a trazione posteriore è meno competitiva delle Gruppo 4 e dell’Audi Quattro a trazione integrale. Nonostante quattro ritiri, il secondo posto al Rally del Portogallo e a quello di Sanremo, oltre che il quinto posto al Monte, proiettano Henri al settimo posto assoluto nel Mondiale Rally Piloti. Insieme a Frequelin regalano il titolo Costruttori a Talbot. Quell’anno corre l’ultima prova del British Open Rally Championship, l’Audi Sport International Rally, e lo vince.

Nel 1982 e 1983 fa parte del team Rothmans con una Opel Ascona 400 e Manta 400. I compagni di squadra di Toivonen sono Ari Vatanen, che ha vinto il Campionato l’anno precedente (con David Richards come copilota), il campione del mondo 1980 e 1982 Walter Rohrl e Jimmy McRae, campione britannico rally dell’anno prima e padre di Colin. Molti ritiri e rimonte storiche ma ebbe poche soddisfazioni. Quello stesso anno fa un’apparizione, ospite nel Campionato Britannico F3, dove conclude decimo alla guida di una Ralt RT3. Nel suo test di Formula 1 per il GP di Silverstone, Toivonen è 1″4 più veloce del pilota ufficiale della squadra, Raul Boesel .

Nell’attesa dell’Europeo con la nuova Porsche 911 a trazione integrale corre il San Marino con una Ferrari 308, ma è costretto a ritirarsi per rottura della scatola dello sterzo. Toivonen continua con la Manta 400 Gruppo B. Sebbene la Manta sia una Gruppo B, era sottodimensionata rispetto alle Audi Quattro A2 e Lancia Rally 037, che all’epoca dominavano la scena del WRC. Nel 1984 arriva secondo al Campionato Europeo con una Porsche 911 del Team Rothmans con David Richards, malgrado l’auto non fosse mai stata omologata e piena di problemi si aggiudica cinque gare, compreso il Costa Smeralda, nonostante corresse con le “stampelle” per problemi fisici, a causa dell’incidente in una gara di kart.

Henri Toivonen con la lancia Rally 037 Gruppo B
Henri Toivonen con la lancia Rally 037 Gruppo B

Toivo e la nuova arma Lancia: la S4

Nel frattempo debutta con la Lancia Rally 037 in qualche gara del Campionato del Mondo Rally, conquistandosi la fiducia del direttore sportivo Cesare Fiorio che lo vuole nel Team Lancia. Passando definitivamente nel 1985 alla Casa torinese riesce a vivere tutta la fase finale della Lancia Rally 037, ormai sorpassata dalle vetture con le quattro ruote motrici.

In Costa Smeralda esce di strada infortunandosi nuovamente alle vertebre rimanendo infermo per dei mesi. Torna ed è quarto al 1000 Laghi e terzo a Sanremo. Ma la Lancia per stare al passo con la nuova tecnologia delle quattro ruote motrici più competitive sullo sterrato, ha già pronta la nuova “arma”, la Lancia Delta S4.

“Ho vinto il Rac 1985 nella mia prima gara su una quattro ruote motrici. La prima volta che l’ho guidata non avevo la più pallida idea di come fare a domarla. Non potevo dare un filo in più di gas perché altrimenti sarebbe saltata fuori strada. La mettevo anche di traverso in ingresso di curva ma non riuscivo a trovare l’impostazione migliore per farla scivolare. Probabilmente correggevo troppo la traiettoria o, più banalmente, non avevo abbastanza fegato per tenere giù. Alla fine, decisi di guidarla come se fosse stata sui binari”, ripete spesso.

L’inizio della stagione 1986 lo vede tra i favoriti per la vittoria finale del Mondiale Rally. E infatti, ottiene subito una vittoria al Rally di Montecarlo. In Svezia, quando era in testa, dopo poche prove speciali, una rottura di una valvola lo costrinse al ritiro. Ma Toivinen non si perse d’animo. Al Rally Portogallo, dopo la prima speciale (con le tre Lancia di Alen, Toivonen e Biasion già in testa) ci fu uno sciopero bianco dei piloti, che in seguito all’incidente di Santos con la Ford RS200 che uccise tre spettatori, decisero di non partire per le speciali successive per le scarse misure di sicurezza dei tifosi lungo i tracciati.

Toivonen fu portavoce della protesta di tutti i piloti ufficiali che partecipavano al Rally. Al Costa Smeralda ottenne la vittoria che fu schiacciante anche considerando che per alcune speciali ebbe un guasto al compressore volumetrico della S4. Al Tour de Corse del 1986, era il fatidico 2 maggio, Toivonen, prese la testa immediatamente con distacchi incredibili. Questa vittoria lo avrebbe riportato in testa al Mondiale Rally.

Henri Toivonen in Grecia durante un'assistenza
Henri Toivonen al Tour de Corse durante un’assistenza

L’incidente mortale di Henri e Sergio: 2 maggio 1986

Malauguratamente uscì di strada sulla discesa del Col d’Ominanda lungo una curva a sinistra apparentemente facile, ma che comunque confinava con un burrone molto ripido, non protetto da muretti o guard-rail e pieno di alberi. L’auto cappottando urtò con il fondo un fusto di un albero, il serbatoio, trovandosi sotto i sedili, fu compresso fino alla rottura.

La benzina investendo le parti incandescenti del turbo e dei collettori di scarico si incendiò, e con essa l’intera auto, che aveva appena finito di cappottare fermandosi sul tetto. Non ci fu scampo per Henri Toivonen e Sergio Cresto. Una colonna di fumo nero e la storia di Henri Toivonen, assieme a quella del suo navigatore Sergio Cresto, diventa leggenda.

Bruno Saby e Miki Biasion arrivati sul luogo dell’incidente in un paio di minuti, non poterono fare niente per salvare Henri e Sergio in quanto il calore emanato dall’incendio era insopportabile anche a diversi metri di distanza… Allucinante è la conversazione radio di Siviero (copilota di Biasion) con la squadra Lancia quando li avvisa dell’incidente.

Gli pneumatici hanno disegnato sulla strada una traiettoria che finisce dolcemente fuori strada. Non ci sono segni di reazioni improvvise o disperate, nessuna frenata o cambio di direzione. Un errore nelle note? Difficile, perché era un punto brutto ed i piloti tendono a ricordare bene i passaggi insidiosi. Una perdita di coscienza? Eppure la traccia delle gomme mostrava che quella traiettoria tonda sembrava essere stata impostata deliberatamente. Quello che accadde, non lo sapremo mai.

Henri dopo la sua morte rimase nei cuori di tutti gli appassionati di rally e per questo in suo onore gli viene dedicata la Corsa dei Campioni, una gara su un circuito dove i piloti storici di tutte le epoche si affrontano usando diversi tipi di auto. “Ci sono altri piloti con cui parlare delle vetture del Gruppo B, piloti che hanno grandi esperienze, come ad esempio potrei citare senza esitazione Markku Alén e Juha Kankkunen, ha ribadito Latvala, aggiungendo un chiarissimo: “Ma per me, Henri è stato il più coraggioso”.

Ciò che rimase della Delta S4 di Henri Toivonen e Sergio Cresto
Ciò che rimase della Delta S4 di Henri Toivonen e Sergio Cresto

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Flying Finn: da appassionati a professionisti dei rally

Nella storia dei Flying Finn il 1965, divenne forse la stagione di maggiore successo di sempre. Tutto iniziò con la fantastica vittoria di Timo Makinen al Rally di MonteCarlo, superato poi da Rauno Aaltonen incoronato campione europeo dopo la vittoria del RAC Rally. A quel tempo anche un giovanissimo Simo Lampinen si era unito al numero crescente di piloti finlandesi…

Quello che era iniziato come un avventuroso passatempo per signori benestanti si stava gradualmente trasformando in uno sport professionistico. Erano gli anni Cinquanta del Novecento. Non passò molto tempo prima che i primi Flying Finn emergessero nei rally internazionali. Rauno Aaltonen e Pauli Toivonen furono entrambi impegnati in team importanti durante il 1961, quando Aaltonen vinse effettivamente una gara di Campionato Europeo Rally in Polonia.

Mercedes-Benz lo aveva iscritto come copilota di Eugen Bohringer, ma in realtà Rauno guidava praticamente tutte le prove speciali, mentre il tedesco leggeva le note e poi guidava in trasferimento. Aaltonen passò presto alla British Motor Corporation, dove fu affiancato da Timo Makinen, il cui approccio spettacolare ottenne immediatamente attenzione ovunque. Incantava a tutte le latitudini. I due vennero soprannominati “Mini finlandesi” quando iniziarono a raccogliere i primi successi in BMC con le Mini Cooper.

Aaltonen ottenne una prestigiosa vittoria al termine della Spa-Sofia-Liegi con una Austin Healey. Si trattava di una corsa su strada del tipo marathon, che dal Belgio arrivava fino in Bulgaria, per poi tornare indietro. Ovviamente, venivano usati i passi di montagna più insidiosi dell’Europa centrale. Il tutto per tre giorni e mezzo di gara. Questo evento del 1964 fu ritenuto troppo pericoloso e fu sospeso.

Il 1965, divenne forse la stagione di maggiore successo di sempre per i Flying Finn. Tutto iniziò con la fantastica vittoria di Timo Makinen al Rally di MonteCarlo, superato poi da Rauno Aaltonen incoronato campione europeo dopo la vittoria nel RAC Rally. A quel tempo anche un giovanissimo Simo Lampinen si era unito al numero crescente di piloti lavori finlandesi.

Nel 1968, il finlandese più bravo fu Pauli Toivonen con un titolo europeo, frutto di sei successi in altrettante gare con la Porsche. Quell’anno Hannu Mikkola ebbe la sua grande occasione per entrare nell’elite, dove rimase per i successivi due decenni. Durante i primi anni della sua carriera, Hannu si aggiudicò due rally particolarmente lunghi e difficili. Trionfò per la prima volta nel Rally di Coppa del Mondo Londra-Messico da 16.000 miglia nel 1970 e poi, come primo non africano, conquistò il Safari Rally, quando ancora attraversava tre Paesi. Era il 1972.

Markku Alen entra nei ranghi dei piloti ufficiali nel 1974 e continua a raccogliere successi in quella che è conosciuta come la FIA Cup for Drivers, giusto un anno prima che nasca il Mondiale Piloti. Il primo finlandese a rivendicare quell’onore è Ari Vatanen nel 1981. Due anni dopo, quello stesso “mantello” viene reclamato da Hannu Mikkola, che diventa il pioniere delle 4WD con quel “missile” della sua Audi Quattro.

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100 anni di Storie di Rally 2: appuntamento con la storia

Storia di una foto fantastica: Rally del Portogallo 1981

Storia di una foto che ha fatto epoca e di una splendida carriera. Siamo a Serra de Sintra, è il 4 marzo del 1981. Migliaia sono gli spettatori che popolano la Laguna Blu e Peninha. Jorge Cunha, ancora da dilettante, va in quel Rally del Portogallo a dare una mano a Jose Nogueira, un fotografo professionista, noto anche come “Xtrod”.

Storia di una foto che ha fatto epoca e di una splendida carriera. La Fiat 131 Abarth Rally di Markku Alen perde la ruota sulla PS Peninha, durante il Rally del Portogallo 1981, un evento che alla fine vincerà comunque lui. In quel momento, proprio in quel posto, si trova un ragazzino appassionato, come tanti. È pronto e scatta la foto. Un capolavoro dato dall’essere nel posto giusto al momento giusto. Da qui, per Jorge Cunha inizia una carriera inaspettata e strepitosa di fotografo.

Quella immagine di Markku Alen mi ha aperto le porte alla una carriera professionale di fotoreporter”, ha raccontato Cunha. Per un fotografo, ci sarà sempre quella foto con una storia speciale. Jorge Cunha non fa eccezione e, nel suo caso particolare, la foto che, per puro caso, ha beccato Markku Alen quando ha perso la ruota sulla Peninha, è stata la porta d’ingresso per una carriera che continua ancora oggi come titolare di un’agenzia fotografica che segue le principali serie internazionali di rally.

Siamo a Serra de Sintra, è il 4 marzo del 1981. Migliaia sono gli spettatori che popolano la Laguna Blu e Peninha. Jorge Cunha, ancora da dilettante, va in quel Rally del Portogallo a dare una mano a Jose Nogueira, un fotografo professionista, noto anche come “Xtrod”. Quando arriva lì, non pensa di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, tanto meno che questo potrebbe segnare la sua carriera e la sua vita per sempre.

Il piano era quello di fotografare il primo passaggio sulla PS Peninha e poi andare a Montejunto, ma ero con mio fratello e un amico che faceva il pilota. Entrambi mi chiesero di rimanere sulla Peninha, perché volevano vedere i passaggi più veloci. Mi ricordai di quella zona, verso il fine prova, con un leggero rettilineo e ci incamminammo. Eravamo noi tre e questo posto non era per nulla ricercato. Generalmente, i fotografi e gli spettatori non andavano oltre il salto, poi c’era una curva prima del termine della PS in cui i piloti avrebbero fatto sollevare la ruota anteriore sinistra”.

Ero l’unico ad avere un obiettivo da 50 millimetri e una pellicola in bianco e nero. Secondo me, e dal modo in cui l’ho visto avvicinarsi al posto in cui ci trovavamo, la Fiat 131 Abarth Rally di Markku Alen aveva forato, o aveva qualche problema di sterzo. Deve aver toccato. Ha scartato proprio di fronte a me, provocando il sollevamento della parte posteriore della vettura mentre colpiva il lato delle rocce sul bordo strada. È stato tutto molto veloce”.

Il fotoreporter Jorge Cunha sulla PS Peninha
Il fotoreporter Jorge Cunha sulla PS Peninha

Il suo navigatore, Ilkka Kivimaki, scese dalla macchina e si rese conto che potevano muovere la vettura in retromarcia. Alen mise la retromarcia e si avviò rapidamente, fino alla conclusione di ciò che restava della PS. “Con la macchina fotografica in mano, in quel momentoscattai alcune foto, con la sensazione immediata di averlo colto in aria al momento dello schianto. Tuttavia, non potevo avere idea se la foto sarebbe uscita nitida”.

A terra c’era rimasta la ruota della Fiat 131 Abarth Rally di Alen e la sospensione. Quando tornammo sul posto per raccogliere il “trofeo”, la ruota era già stata presa. Ed eravamo in ritardo per la PS Montejunto. Continuai a seguire la gara. Lunedì, quando andai a ritirare le foto pensai che dovevo aver sbagliato qualcosa. Non so, c’era qualcosa che non mi tornava…”.

Quando alla fine Alen vinse la gara, però, le foto vennero apprezzate e pubblicate su vari media nazionali e stranieri. Non ottenni un soldo con la pubblicazione della foto, i rapporti con Jose Nogueira si deteriorarono e la sequenza originale di quel momento non esiste più. Però, questo episodio fu fondamentale nella mia carriera di fotografo professionista, poiché l’invito di Automundo arrivò due mesi dopo…”.

Markku Alen sfortunato navigatore di José Pinto

Markku Alen fece da copilota, suo malgrado, al giornalista e amico Jose Pinto? Nel 1978, però, era stato il pilota finlandese a far fare un giro al cronista di RTP. Un giro in cui Pinto svenne tra le braccia di Alen. Il giornalista giura vendetta che arriva, puntuale, quasi dieci anni dopo, in occasione del Rally del Portogallo 1988.

Nel 1978, e dopo essersi preso spaventi importanti con diversi piloti di fama internazionale, come Sandro Munari, Bjorn Waldegaard, Alcide Paganelli, Hannu Mikkola e Ove Andersson, il giornalista José Pinto chiede al vincitore di quella edizione del Portugal-Port Wine Rally quest’anno, Markku Alen, un giro sulla Fiat 131 Abarth Rally.

Il percorso scelto è di appena un chilometro e mezzo su terra. Alen, pilota Fiat agli ordini di Gianfranco Silecchia, risponde positivamente alla richiesta del cronista. Francisco Santos e Jean-Pierre Nicolas, sghignazzano. La strada sterrata – che il cronista non dimenticherà mai e che oggi è su asfalto – si trova tra la Laguna Blu e Alcabideche e si chiama Rio da Mula.

È tutto okay. Ci sono diverse auto di assistenza che chiudono il percorso. Il collega giornalista Domingos Piedade dà una mano stabilendo i collegamenti via radio, Jorge Gamito della Fiat (poi passato alle pubbliche relazioni) è gioioso al pensiero di quello che accadrà. Lui lo sa e, infatti, non salirebbe mai in auto con Markku. Neppure per un passaggio a casa se fosse da solo e a piedi nel deserto.

“I meccanici italiani, con qualche pacca di conforto sulla schiena, mi incoraggiavano – ha raccontato Jose “Ze” Pinto – e si affrettavano a scambiare pneumatici slick con pneumatici “sporchi” e Alen, di cui non avevo molta fiducia, rivelava un po’ del suo stile latino, aiutandomi nel montaggio delle cinture di sicurezza. Il motore ringhiò dopo pochi secondi. Il pollice della mano destra di Alen si alzò. E partimmo”.

Dopo pochi secondi e qualche centinaio di metri, nella vettura regna sovrano il terrore. “Imploravo il povero Alen di rallentare, gesticolavo, l’ho afferrato per un braccio. Mi sono aggrappato, ad un supporto in acciaio dove era stato posizionato il cronometro di Kivimaki – ha ricordato Pinto –. Il resto della storia non è interessante. Come ho scritto in un giornale di settore all’epoca, potrei aggiungere che abbiamo colpito duramente un muro. Sembrava una bomba il rumore causato dallo schianto. E alla fine sono caduto tra le braccia di Alen. Sono svenuto trale risate generali dei vari assistenti”.

“Da quell’occasione in poi, ebbi l’opportunità frequente di vedere e vivere Alen, in Portogallo e all’estero. Creai con lui un’amicizia curiosa ma, in verità, non ho mai più accettato i suoi inviti ad andare in macchina con lui. Neppure per soli 300 metri… Un giorno di qualche anno dopo il pazzesco giro sul tratto di Rio da Mula, penso fosse il 1981, a Torino, gli chiesi di autografare una foto e mi assicurai che…. Che…”. Lasciamo un attimo un sospeso la questione, andiamo 7 anni avanti, perché a questo punto arriva il bello di avere un giornalista per amico.

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100 anni di Storie di Rally 2: appuntamento con la storia

Quel RAC 1979 e le previsioni di vittoria Fiat per il 1980

In sede di bilancio post RAC 1979, data per scontata la vittoria delle numerose Ford e l’eccezionale prestazione della Datsun di Salonen, terza, il quinto posto assoluto procura poca gioia e poca soddisfazione a Markku Alen, che commenta così: ‘Conta vincere, non arrivare soltanto secondi o terzi. Così, poca pubblicità, capito?’ E intanto, pilota finlandese guarda già al 1980.

Al RAC 1979, la prova inglese di Mondiale Rally appena conclusa, sono d’obbligo alcune considerazioni. È stato uno splendido rally: per partecipazione dei migliori specialisti, per il suo pubblico ma, soprattutto, per organizzazione. Non un minuto di ritardo, non una prova speciale annullata. E, per una corsa di 2.850 chilometri, selettiva tanto da segnare il ritiro di 101 dei 175 partiti, non è poco.

Farebbero bene gli organizzatori dei rally italiani a muoversi e ad andare a vedere, o rinfrescarsi la memoria, invece di farsi le pulci in casa, a vicenda. In sede di bilancio, scontata la vittoria delle Ford di Hannu Mikkola e Russel Brookes, presentatesi in forze, e l’eccezionale prestazione della Datsun di Salonen, terza. Il quinto posto ha procurato poca soddisfazione a Markku Alen: “Conta vincere – ha detto – non arrivare soltanto secondi o terzi. Così poca pubblicità, capito?”.

Il pilota della Lancia Stratos England, macchina competitiva e potenziale vincitrice, al RAC 1979 ha comunque ottenuto un risultato che, a nostro parere, è stato di tutto rispetto, evidenziato dalla rimonta che il finlandese è riuscito a portare a termine per risalire dal trentesimo posto (dovuto all’uscita di strada la notte della prima tappa).

Bravo anche Walter Rohrl, ottavo con la sua Fiat 131 Abarth Rally England. Il tedesco ha preceduto Waldegaard e la sua Escort, ricomparsa in classifica generale ben dopo l’arrivo, in seguito al computo delle penalità, buttando fuori dai primi dieci la Toyota di Rauno Aaltonen, e modificando la classifica finale che ha aumentato il bottino della Ford, pronta a pensionare la Escort dopo aver vinto il titolo iridato.

Un rally spettacolare il RAC 1979, dicevamo, per come guidano i nordici: vere palle da schioppo, abituati all’improvvisazione (le prove speciali del RAC erano segrete) e dotati di una determinazione incredibile. Una corsa che la Stratos avrebbe anche potuto vincere, se Alen avesse disputato quest’anno l’intero Campionato Inglese per trovarsi in possesso di una maggior conoscenza del percorso.

Un rally nel rally è stato quello delle Autobianchi A112 Abarth partite in carovana da Torino, in nove, a vivere la grande avventura insieme ad Asa, Kléber Italia (che ha fornito pneumatici da trasferimento e da gara), Carello (per l’equipaggiamento dei gruppi ottici e delle spazzole tergicristallo speciali per climi rigidi), Sabelt Britax, Castrol, Fiamm e Lancia stessa. Ma anche Magneti Marelli e Linea Sport.

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100 anni di Storie di Rally 2: appuntamento con la storia

Jolly Club, la storia scritta dalla famiglia Angiolini

Una serie di documenti esclusivi permettono di ricostruire con esattezza la vera storia del Jolly Club, una storia che solo ufficialmente ha inizio nel 1957, quando viene fondata la scuderia da Mario Angiolini, papà di Roberto. La storia del Jolly Club nel 1957 straripa dando vita alla scuderia, ma sulla forte pressione di un esigenza che premeva sin dai primi anni Cinquanta e che era iniziata a nascere nel Secondo Dopoguerra.

Pronunci la parola Jolly Club per sentire, non un semplice rombo di un’auto da rally, ma un melodioso suono accompagnato dal profumo della benzina bruciata. Un suono che grazie ai ricordi diventa un concerto: quello delle Delta, una delle ultime grandiosi sinfonie che la scuderia milanese ci ha regalato.

Ma quando e come nasce il Jolly Club? “Nell’immediato dopoguerra la motorizzazione italiana era molto carente e formata, per la maggior parte, da mezzi prodotti prima del 1940, in precario stato di manutenzione e con una diffusione molto limitata. Per gli appassionati di motorismo, digiuni da un lustro di agonismo e di velocità, il desiderio di correre era bruciante ma le ristrettezze economiche e la carenza di vetture si opponevano alla realizzazione dell’uso dell’auto idealizzata come una nuova prova della libertà conquistata in competizioni sportive”.

Sono le parole scritte da Roberto Angiolini, figlio di uno degli uomini che hanno rifondato l’automobilismo italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale e che hanno contribuito a rendere i rally uno sport professionistico a livello nazionale. Figlio, che a differenza di alcuni fortunati figli, ha continuato a fare crescere ciò che gli era stato consegnato. Un gioiellino. Il Jolly Club, nome che evoca rally e corse, brividi e sudore.

Il mitico logo del Jolly Club, la principale scuderia italiana
Il mitico logo del Jolly Club, la principale scuderia italiana

Grandi campioni e indimenticabili auto da rally. Una scuderia che ha preso parte a varie edizioni del Campionato del Mondo Rally e che, come sponsor ha avuto principalmente Totip, ma che è stata patrocinata anche da altri marchi come FINA, Martini & Rossi e Repsol.

Una serie di documenti esclusivi e inediti di cui siamo entrati in possesso ci hanno permesso di ricostruire attraverso decine e decine di pagine la vera storia del Jolly Club, una storia che non ha inizio nel 1957, quando viene ufficializzata la nascita della scuderia. La storia del Jolly Club nel 1957 straripa dando vita alla scuderia, ma sulla forte pressione di un esigenza che premeva sin dagli anni Cinquanta del Novecento nelle vene del suo fondatore. Ma torniamo alla testimonianza del protagonista.

“Il poco automobilismo e motociclismo sportivo era legato alle potenti associazioni militari, uniche con qualche possibilità di accedere ai carburanti (contingentati) e con una qualche organizzazione in essere. L’Associazione Autieri d’Italia, nata come raggruppamento interforze tra tutti coloro che avevano, in guerra, condotto un mezzo motorizzato di terra, aveva un gruppo sportivo che veniva aiutato a partecipare ai raduni, alle gare in salita e di regolarità”.

“Per lo più si faceva un gran parlare della velocità di punta della propria Topolino Fiat “pasticciata’ da meccanici ex militari, per esempio Virgilio Conrero era motorista della regia aviazione. E’ anche grazie alla passione di questi reduci se l’automobilismo italiano si riprese velocemente dopo la guerra accettando anche la presenza del “gentil sesso”, con intuizione molto moderna per i tempi”, proseguono i ricordi di Angiolini.

“L’avvento della motorizzazione di massa, a metà degli anni Cinquanta, sorprese la Scuderia Autieri impreparata, avendo comunque mantenuto un carattere elitario ed una struttura più ricreativa che “professionale”, essa era restia ad allargare i programmi, coinvolgendosi con le fabbriche di automobili ed aprendo la possibilità di associare giovani che non avevano fatto parte delle forze armate”.

“Così nel 1956 gruppi di piloti si staccarono dalla Scuderia Autieri fondando organizzazioni nuove e specializzate. Quelli delle vetture di formula in massima parte si riunirono sotto i colori della Scuderia Madunina, con a capo il combattivo Marcello Giambertone. Quelli che correvano con i prototipi e con vetture Gran Turismo si ritrovarono sotto la bandiera della scuderia Sant’Ambreus, il cui capo assoluto era Eugenio Dragoni”. Quelli che partecipavano alle gare di regolarità, ai rally, ed alle competizioni per vetture Turismo, passarono al Jolly Club, guidato dal papà di Roberto, Mario Angiolini.

“Nel 1957 i soci del Jolly erano un centinaio nel 1967 erano 600 e quando presi il controllo del club erano circa 1000 corridori e circa 3000 simpatizzanti sparsi per l’Europa. Pagavano una tassa di iscrizione di 50.000 lire annue e la loro accettazione era soggetta al parere favorevole di una commissione di fondatori che respingeva con cortesia chi appariva non conforme allo spirito del club, per motivazioni errate con cui si avvicinava alle corse – molti erano influenzati dai fumetti e troppo aggressivi – o per cattiva educazione o palese inaffidabilità, tipo mitomania. Questa commissione poteva anche radiare un socio per comportamento antisportivo, anche se in 20 anni lo fece una sola volta”.

“Nel 1963 vi erano già due generazioni di piloti nel Jolly Club: Mario Baldrighi e suo figlio Cesare, ad esempio. Nel 1977 fu deciso di non accettare nuovi soci ma scegliere chi invitare ad associarsi e di potenziare le squadre di professionisti. Il Jolly Club si sviluppò attraverso sedi distaccate sul territorio, ciascuna seguita da un fiduciario che interloquiva direttamente con lo staff dirigenziale formato da mia madre, Federico Muller, Paolo de Leonibus e da me”. Si apre un enorme cassetto dei ricordi, quello di Roberto Angiolini.

Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Sanremo 1974
Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Sanremo 1974

Mario Angiolini, Sandro Munari, Leo Cella…

“Un particolare capitoletto desidero dedicarlo ad Andrea de Adamich, non perchè fosse meglio di altri grandi del Jolly ai tempi di mio padre, da Munari a Giunti a Cella o a Cavallari e altri, ma per la sua parabola di rapporto con il Boss Mario. Fu subito un suo pupillo, coccolato e spinto in ogni tipo di gara. Gli finanziò la F3 con cui vinse il Campionato Italiano. Era il pilota ideale per una squadra “privata”, non era istintivo e esplosivo come altri, ma più tecnico e intelligente e… non sbatteva o rompeva vetture”.

“In pochi anni divenne la prima guida del team Jolly Alfa e vinse tutto, dai Rally alle gare del Challenge Europeo Turismo…. sino al Nurburgring dove avvenne il “fattaccio”. Come sempre le vetture erano tutte uguali, ma la più uguale era per lui. A fine del primo turno di prove Dino Di Bona, un ottimo pilota un po’ più avanti con gli anni e senza ambizioni professionistiche, segnò un tempo di pochissimo migliore del suo. Al vecchio Nurgburgring di 27 chilometri stradali la differenza di 1” era nulla”.

“Andrea, che non considerava Di Bona un possibile avversario, pretese di invertire le auto e di partecipare al secondo turno a macchine invertite. Mio padre cercò di dissuaderlo innervosendosi per la richiesta inusuale e perentoria. Così accettò lo scambio di vetture, allora era possibile per lo stesso concorrente, ma si lasciò sfuggire uno stizzito: se non vai più forte sei fuori”.

“La voglia di dare una lezione a tutti e dimostrare (non serviva…) di essere il più forte tradì Andrea che prese 1” da Di Bona. Questo era il racconto degli altri piloti… Né mio padre né Andrea ne parlarono mai. Ma da allora tutto il periodo al Jolly – 26 vittorie – fu cancellato dai vari curricula di Andrea, e il nome di De Adamich non più pronunciato da mio padre”.

“Il carattere intransigente del vecchio, quello per cui ero andato via da casa a 16 anni, ebbero il sopravvento e Andrea passò dal Jolly alla Autodelta, con grande vantaggio per lui, ma secondo me mio padre fece un errore. Io, invece, rimasi suo amico ed estimatore. Poco dopo presi le redini della scuderia e riallacciai la collaborazione. Lo seguii nei prototipi dal box Autodelta cui facevo da cronometrista e da quel momento camminò con le sue gambe ed ebbe successo. Dopo tre lustri feci correre Cora, sua bella e determinata figlia, restando sempre suo amico e fan”.

Dario Cerrato e Geppi Cerri sulla S4 Totip del Jolly Club
Dario Cerrato e Geppi Cerri sulla S4 Totip del Jolly Club

“A questi appassionati si deve lo sviluppo del club che contava 2.185 piloti e circa 5.000 simpatizzanti. Anche per me è difficile una stima di quanti hanno militato sotto i colori del Jolly, ma azzarderei la cifra di 40.000 in 50 anni… Un esercito. Non vi era nazione, città o paese, in cui non ci si potesse rivolgere ad un consocio del Jolly Club che, con grande piacere, si sarebbe prestato ad aiutarti”, conclude Angiolini.

“Non vi era luogo dove andasse un socio a correre senza amici ad accoglierlo. Lo spirito di corpo, la disponibilità ed il piacere di parlare insieme della propria passione erano esaltanti. Cari Jollini vi ricordo tutti!”. E come dimenticare direttori sportivi come Alberto Redaelli, Enrico Vago, Emilio Colzani, Claudio Bortoletto e Andrea Muller. O le strutture tecniche consociate come Autosport Jolly, Telai Angelo del Monte, Motor Jolly, Jolly Adventure, Jolly Blu, Jolly Formula. E poi le scuderie collegate come Ateneo Jolly, Junior Jolly, Piave Jolly, Jolly Cesana, Jolly Bergamo e così via? No, non si possono dimenticare. Fanno parte della storia. Di quella storia del Jolly Club che infatti prosegue e che, dal 2007, ha ripreso l’attività come scuderia dedicata al supporto delle proprie vetture, comprese quelle storiche, e ad altre attività di promozione dello sport motoristico. In mezzo ci sono una valanga di successi e soddisfazioni. Ci sono i rally.

La scuderia, come visto, nasce a Milano nel 1957 da un’idea di Mario Angiolini, che poi lascia il timone nelle sapienti mani del figlio Roberto e della moglie, la mitica signora Renata Zonca, una vera istituzione dei rally. Sotto la presidenza di Roberto, il Jolly Club assume una dimensione internazionale, partecipando con ottimi risultati a varie competizioni motoristiche internazionali sia su pista che nei rally, schierando soprattutto vetture di produzione italiana come Fiat 124 Abarth e Fiat 131 Abarth, o Alfa Romeo Alfetta GT, GTV e 75.

Particolare rapporto la scuderia ha con la Lancia. Della Casa torinese schiera vari modelli nel Mondiale Rally, tra cui la Stratos, prima ancora la Fulvia, proseguendo poi con le Rally 037 e Delta S4 del Gruppo B, sino alle varie versioni da corsa della Delta Gruppo A (HF 4WD e HF Integrale). In particolare nel biennio 1992-1993, dopo il ritiro della Lancia dalle corse, è il Jolly Club a difendere i colori della Casa torinese nel Mondiale Rally.

Il Jolly Club utilizza anche vetture non italiane come Ford Escort RS Cosworth e BMW M3, in base alle esigenze dei singoli campionati internazionali e nazionali a cui partecipa. Le vetture e i mezzi della scuderia corrono nelle gare del Campionato del Mondo Rally e nei vari Campionati Europei e nazionali sino al 1996.

Da sottolineare come il Jolly Club sia attivo anche nel motociclismo (enduro e motocross) e nelle gare di motonautica, oltreché nei raid e nelle gare sport prototipi, arrivando anche in Formula 1, dove nella stagione 1986, grazie alla caparbietà di Roberto Angiolini e in collaborazione con la AGS, si presenta al via di due Gran Premi con un proprio team. Gianfranco Cunico ha vinto il Campionato Italiano Rally con le Escort nel 1994, 1995 e 1996 (le macchine 1995 e 1996 sono state costruite da Malcolm Wilson Motorsport per essere gestite da Jolly Club e sponsorizzate da Martini.

Una brochure di presentazione della Lancia Delta S4 Totip Jolly Club Rally Team
Brochure di presentazione della Lancia Delta S4 Totip Jolly Club Rally Team

Purtroppo, questa fantastica avventura chiude i battenti nel 1997, per una serie di problemi legali e fiscali inerenti la sua gestione. Tanti anni dopo arriveranno le assoluzioni. Ma ormai, sarà troppo tardi. Il mondo dello sport dell’auto e la sua dimensione saranno radicalmente cambiati. Dal 2007 il marchio Jolly Club è stato recuperato a tutti gli effetti ed è tornato nel mondo dell’automobilismo sportivo per iniziativa del gentleman driver Andrea Guidi, con l’aiuto dello storico presidente Roberto Angiolini, insieme al pilota e appassionato Riccardo Mariotti.

Fino al 2011, sono state disputate con successo anche gare dell’International Rally Cup, e nel 2009 anche dell’Euro Rally Challenge, oltre a gare storiche. Sono molte le vetture ancora nei colori storici del Jolly Club che percorrono le strade dei raduni di tutto il mondo.

Tratto da 100 anni di Storie di Rally 2 – Marco Cariati

Grandi campionesse: Fiat 131 Abarth Rally (VIDEO)

La Fiat 131 Abarth Rally nacque da una doppia esigenza del marchio Fiat: sostituire l’ormai obsoleta 124 Abarth Rally nel Campionato Rally e promuovere l’immagine della sua nuova berlina media sul mercato internazionale. Fu così che nel 1976 la Fiat presentò una vettura basata sulla carrozzeria della prima serie due porte, ma completamente trasformata dagli ingegneri del reparto corse Abarth.

La Fiat 131 detta “Mirafiori”, dal nome dello stabilimento di produzione in Torino, era un’auto di famiglia di medie dimensioni, prodotta dalla Fiat dal 1974 al 1984. La 131 sostituiva la fortunata Fiat 124 ed era disponibile come berlina a 2 o 4 porte e Station Wagon 5 porte. La 131 aveva uno schema tradizionale di motore anteriore longitudinale e trazione posteriore. I motori, dei 4 cilindri in linea a valvole in testa da 1.3 e 1.6 litri, erano evoluzioni di quelli della 124. La Fiat 131 Abarth Rally nacque da una doppia esigenza del marchio Fiat: sostituire l’ormai obsoleta 124 Abarth Rally nel Campionato Rally e promuovere l’immagine della sua nuova berlina media sul mercato internazionale.

Fu così che nel 1976 la Fiat presentò la 131 Abarth Rally, basata sulla carrozzeria della prima serie due porte, ma completamente trasformata dagli ingegneri del reparto corse Abarth, alleggerita di carrozzeria e rinforzata di telaistica, la Abarth Rally era senza paraurti e dotata di parafanghi allargati, spoiler, alettone, prese dinamiche e presa aria sul cofano; così modificata la Abarth Rally conservò solo il passo della vettura di serie rispetto alla quale è più corta, più bassa e più larga.

Per risparmiare peso, tutti i pannelli della carrozzeria, tranne il tetto e le porte, erano realizzati in fibra di vetro mentre i finestrini laterali e posteriori erano in plexiglass. Anche la meccanica fu completamente stravolta rispetto alla 131 di serie; il motore bialbero di base era stato completamente rivisto dal “mago” Aurelio Lampredi; il risultato era un’unità da 2 litri con testa in lega leggera e, per la prima volta, quattro valvole per cilindro. La versione stradale equipaggiata con due carburatori doppio-corpo Weber aveva 140 cavalli a 6400 giri/min.

Il motore delle auto da competizione raggiungeva 215 hp nella prima versione del 1975 per arrivare a superare i 230 hp negli anni successivi. Il cambio era a 5 marce; i freni, a disco su tutte le ruote. L’assale posteriore rigido venne sostituito da una sospensione indipendente con montanti MacPherson. Le vetture venivano costruite in collaborazione tra Fiat dove nasceva la scocca, Bertone dove veniva assemblata con le parti speciali di carrozzeria e Abarth, ormai divisione motoristica della Fiat.

Nel 1976 furono costruiti circa 400 Fiat 131 Abarth Rally a scopo di omologazione: 350 in allestimento stradale furono venduti da concessionari Fiat italiani, 50 furono affidati ad Abarth per le competizioni. Omologata nel Campionato Mondiale Rally, vi partecipò dal 1976 al 1982, anno in cui la Fiat decise di ritirarsi dalle corse e consacrare ai rally unicamente il marchio Lancia.

Debuttò nel 1975 nella gara italiana 100.000 Trabucchi con Giorgio Pianta, ma l’impegno ufficiale iniziò l’anno successivo, ottenendo negli anni a venire due titoli piloti nel campionato mondiale (1978 con Markku Alén e 1980 con Walter Rohrl) e tre titoli costruttori dal 1977 al 1980. Proseguì la sua carriera agonistica grazie ai team privati. La Fiat 131 Abarth Rally è il punto più alto raggiunto da Fiat nella sua storia “rallistica”.

Spesso sottovalutata per il look squadrato e ritenuta all’epoca poco affascinante, ha saputo guadagnarsi il plauso dei piloti e il tifo degli appassionati che pure avevano negli occhi il fascino dell’invincibile Lancia Strato’s, grazie all’affidabilità, alla piacevolezza di guida al limite e alle numerose vittorie ottenute.

Le indimenticabili: Lancia Delta S4 Gruppo B (VIDEO)

Henri Toivonen vinse subito i primi due eventi cui l’auto prese parte. Ma al Tour de Corse 1986, il finlandese perse il controllo della sua Lancia Delta S4 da 550 cavali e precipitò giù per un dirupo, trovando la morte insieme al navigatore Sergio Cresto. Incidente che come detto pose fine alla storia del Gruppo B.

La Lancia Delta S4 incarnò perfettamente lo spirito brutale delle auto da rally del Gruppo B. Lancia aveva conquistato i cuori degli appassionati già con la prima auto prodotta con specifiche del Gruppo, la meravigliosa Rally 037. Ma nel 1985, la Rally 037 con la sua trazione posteriore faticò parecchio contro le rivali a 4 ruote motrici. L’aggressiva Delta S4, turbocompressa, sovralimentata e a trazione integrale, fu la soluzione della Lancia. 

Nel 1985 la situazione del Mondiale Rally rendeva necessario, per essere competitivi, il confronto con la Peugeot 205 Turbo 16 al tempo ai vertici: il campo era quindi quello dell’ormai assodata trazione integrale, aperto all’inizio del decennio da Audi con la quattro. In casa Lancia-Abarth la Rally 037 a trazione posteriore, utilizzata fino ad allora nelle gare nonché ultima vettura a 2 ruote motrici a fare suo il titolo, appariva ormai superata e non più competitiva.

Henri Toivonen vinse subito i primi due eventi cui l’auto prese parte. Ma al Tour de Corse 1986, il finlandese perse il controllo della sua Lancia Delta S4 da 550 cavali e precipitò giù per un dirupo, trovando la morte insieme al navigatore Sergio Cresto. Incidente che come detto pose fine alla storia del Gruppo B, con la FIA che decise di modificare il regolamento del WRC alla fine della stagione.

La Lancia Delta S4 fece in tempo a vincere altri tre rally dopo la morte di Henri Toivonen, mentre la sua erede, la Lancia Delta HF 4WD con specifiche del Gruppo A, ne avrebbe onorato la memoria diventando l’auto più vincente nella storia dei rally mondiali.

Momento da ricordare: La vittoria di Henri Toivonen nella gara di debutto dell’auto, il Rally di Gran Bretagan 1985

La Lancia Delta S4 Stradale ha riscritto la storia dei rally

La più famosa, la più ammirata, la più amata, di tutte era la Lancia Delta S4 Stradale, nata solo perché c’era bisogno di un certo numero di vetture di serie per poter omologare la “sorella” da corsa. Ecco, la S4 stradale è la Bestia Torinese. Ma che differenze ci sono tra la S4 Stradale e la versione omologata in Gruppo B e schierata nel WRC?

La Lancia Delta S4 resta la grande icona del rallismo che non tornerà mai più. Per fare corre questa vettura, in Lancia furono costretti dai regolamenti a costruirne alcuni esemplari stradali, praticamente di serie. Nacque così la Lancia Delta S4 Stradale, la “sorella” calma (250 cavalli) di una famiglia nervosa che partiva dai circa 500 cavalli e arrivò a svilupparne quasi 650.

Il decennio degli anni Ottanta passò alla storia come una delle epoche più emozionanti delle corse automobilistiche. I veicoli da corsa erogavano cavalli in quantità industriale. Potenze folli. Era così in tutto. Dalla F1 ai rally, fino alle corse in moto. Tutto era elettrizzante da guidare e richiedeva un’immensa concentrazione e abilità da parte dei piloti.

La manifestazione più estrema di questo sviluppo la si ebbe nei rally, nel Gruppo B, dominato da auto con potenze estreme, che correvano su strade strette. Era sicuramente uno spettacolo da vedere ai suoi tempi. In questa epoca, era una festa nelle prove speciali con le varie Renault 5 Maxi Turbo, S1 Quattro della Audi e Rally 037 della Lancia.

Ma la più famosa, la più ammirata, la più amata, di tutte era la Lancia Delta S4 Stradale, nata solo perché c’era bisogno di un certo numero di vetture di serie per poter omologare la “sorella” da corsa. Ecco, la Delta S4 stradale è la Bestia Torinese. Ma che differenze ci sono tra la S4 Stradale e la versione omologata in Gruppo B e schierata nel WRC? E soprattutto, perché è considerata la vettura che ha riscritto (a livello tecnico) la storia dei rally?

Sviluppata congiuntamente da Abarth e Lancia, la Lancia Delta S4 Stradale fu un’auto sensazionale: il quattro cilindri da 1,8 litri dell’ingegner Claudio Lombardi, che era sia sovralimentato che turbo, era una “bomba”, formidabile in assetto da corsa, che arrivava a sfiorare i 500 cavalli e pesava come una piuma.

Il logo Lancia-Martini che campeggia sulla Delta S4 Stradale
Il logo Lancia-Martini che campeggia sulla Delta S4 Stradale

La S4 fu stata la prima vettura a trazione integrale della Lancia e implementò tre differenziali di cui uno era un differenziale centrale viscoso che ripartiva la coppia nella parte anteriore del 30% e posteriore del 70%. Al fine di soddisfare i requisiti di omologazione, Lancia non ne costruì più di 200 esemplari, con notevoli difficoltà a venderli. Alla fine degli anni Novanta, alcuni di modelli stavano ancora languendo nei depositi degli showroom. Nel 2019, una S4 stradale (telaio ZLA038AR000000155 e numero di motore 233ATR18S è andata all’asta a oltre 1 milione di euro).

La Delta S4 Stradale del 1985 è un’auto costruita per sbaglio (se non ci fosse stata la normativa FIA ad imporre un numero di vetture prodotte non sarebbe mai nata come auto stradale). Oggi è diventata, proprio per questo motivo, un oggetto di culto. Se ne trovano ben conservate fra diversi garage della Lombardia e del Veneto, ma non solo, in Francia e in Germania e in Inghilterra.

La Delta S4 Stradale è una delle più estreme ed emozionanti vetture da corsa prestate alla strada, capace di scatti incontrollabili. Ma alle sue spalle c’è una storia di successi su strade sterrate e asfaltate, dilaniate da questa incredibile potenza. Più potente e veloce di tutte le rivali, la S4 fa il suo debutto nel Mondiale Rally nel 1985, al Lombard RAC in Gran Bretagna.

La Delta S4 deve il suo nome al fatto di essere sovralimentata (S) e a quattro ruote motrici (4) ed era la nuova arma costruita dalla Lancia per contrastare gli avversari nel WRC, Audi e Peugeot in particolar modo. Resta una vettura innovativa col suo sistema di sovralimentazione-compressore volumetrico, che regalava risultati incredibili a tutti i regimi di rotazione, in quanto ai bassi regimi veniva usato il compressore Volumex per ottenere un picco di coppia per essere poi bypassato in favore del turbocompressore per gli alti regimi.

Il motore della Lancia Delta S4 (quindi anche della Stradale) era un quattro cilindri in linea con una cilindrata di 1759 centimetri cubi. Le valvole erano 4 per cilindro. Vi era un sistema di doppia sovralimentazione: un turbocompressore KKK k27 più compressore volumetrico (Volumex, brevettato dalla Abarth tipo R18). Il vantaggio del Volumex era di “spingere” già a 1.500 giri al minuto.

La Lancia Delta S4, un'icona del WRC
La Lancia Delta S4, un’icona del World Rally Championship

La potenza pura veniva invece dal turbocompressore KKK a gas di scarico. L’unione dei due sistemi permise elasticità e potenza. I due sistemi di sovralimentazione vennero accoppiati escludendo il Volumex agli alti regimi di rotazione dove funzionava solo il turbocompressore. La Delta S4 in versione stradale aveva 250 CV, la versione da gara al debutto nel 1985 ne aveva 480. La differenza sostanziale tra le due vetture era nella preparazione tecnica del modello usato per le corse. In pratica, le prestazioni erano la metà della versione da gara. Ma ciò nonostante risultava, e risulta, scorbutica e brutale.

Poi, la S4 da gara è evoluta… Basti pensare che l’ultima evoluzione schierata nel WRC 1986 arrivava a sviluppare per brevi tratti anche 650 CV (476 kW) con una pressione di sovralimentazione di 2,5 bar tramite un overboost regolabile dall’abitacolo. Terminata l’epoca del Gruppo B, la Lancia che ha in produzione la Delta HF 4WD intuisce le potenzialità della vettura in configurazione Gruppo A e decide di partecipare al Mondiale Rally 1987. Ma questa è un’altra storia.

Rally che hanno fatto la storia: ecco il Tour de Corse

Il controllo dei rally mondiali era di fatto passato nelle mani delle Case e degli organizzatori. Il Tour de Corse pagò il prezzo più alto di questa anomala situazione. Come non bastasse la tragedia di Attilio Bettega del 1985, nel 1986, ad un anno esatto dalla morte del pilota trentino, un altro dramma sconvolse il mondo dei rally.

Si può tranquillamente affermare, senza timore di essere smentiti, che il Tour de Corse ha attraversato epoche fondamentali della storia del rallismo, diventando uno dei rally che hanno fatto la storia. Nata nel 1956, la gara corsa ha accompagnato l’evoluzione delle competizioni su strada dalla loro trasformazione da specialità regolaristica a sport velocistico.

Tra i rally che hanno fatto la storia, il Tour de Corse è stato testimone dello sviluppo tecnico e della crescita agonistica dei rally. Di un mondo che sul tracciato di quell’isola, particolare e complessa, ha saputo esaltarsi grazie alle gesta dei suoi protagonisti, subendo poi le conseguenze, purtroppo in modo molto caro, di una situazione quasi paradossale. Perchè nella metà degli anni Ottanta, l’autorità sportiva si ritrovò priva di ogni potere.

Il controllo dei rally mondiali era di fatto passato nelle mani delle Case e degli organizzatori. Il Tour de Corse pagò il prezzo più alto di questa anomala situazione. Come non bastasse la tragedia di Attilio Bettega del 1985, nel 1986, ad un anno esatto dalla morte del pilota trentino, un altro dramma sconvolse il mondo dei rally.

Ancora in Corsica: Henri Toivonen e Sergio Cresto, in quel momento al comando della gara, morirono nel rogo della Delta S4, uscita di strada in una curva secca della diciottesima prova speciale. L’incidente provocò un dolore immenso. Lasciò sgomento tutto l’ambiente. Molti si chiesero se si poteva evitare. Ed il Tour de Corse divenne una gara di svolta.

Da ricordare come una sorta di “pietra miliare”. Mai più, si disse, dopo il 1986, si sarebbero viste in gara le vetture del Gruppo B. Ma se è vero, come abbiamo visto, che le vicende regolamentari a volte hanno tratto origine da episodi accaduti al Tour de Corse, è altrettanto vero che il tracciato della gara non è mai stato messo in discussione.

La gara corsa è un autentico palcoscenico sul quale si esaltano al massimo del loro potenziale le doti dei migliori specialisti dell’asfalto. Migliaia di curve in una sequenza continua. Mai un rettilineo. È il Tour de Corse. Una prova terribile. Dove tutto deve funzionare alla perfezione: la messa a punto della vettura deve essere garantita nel motore, nell’assetto, nella guidabilità, negli ammortizzatori.

Gli specialisti dell’asfalto pretendono un assetto molto rigido. Esigono una vettura molto “reattiva”. Perchè la macchina deve “sentire” con grande rapidità i cambi di direzione, facendo “lavorare” la gomma, anche se l’asfalto particolarmente abrasivo impone delle soluzioni che devono tenere conto della lunghezza dei tratti cronometrati al fine di raggiungere il giusto compromesso tra rendimento ed affidabilità. La magia del Tour de Corse è qualche cosa di inossidabile al tempo. L’ambientazione delle prove speciali è unica.

Da una parte c’è la montagna, dall’altra ci sono delle immense balconate a picco sul mare divise dalla strada soltanto da un muretto di non sempre certa resistenza in caso di urto. Sarà forse anche per questo che una sorta di incantevole inquietudine accompagna i piloti che vi gareggiano. È difficile descrivere le sensazioni con precisa aderenza alla realtà. Fa parte del fascino di una competizione nata nel lontano 1956 ed allora terminata con la vittoria della coppia composta da Gilberte Thirion e Nadege Ferrier su una vettura francese: una Renault Dauphine.

Ti piace questo contenuto? È uno dei pochi del nostro sito disponibili solo in versione premium. Per completare la lettura puoi prendere in considerazione di farti un bel regalo con il libro su cui è stato pubblicato (che contiene tante altre interessanti storie e aneddoti), o con le altre pubblicazioni cartacee della collezione editoriale. Diventerai orgogliosamente uno dei nostri sostenitori!

La copertina di 100 anni di Storie di Rally

Fiat Abarth Reparto Corse Rally di Emanuele Sanfront

Dalle gare degli equipaggi privati degli anni Sessanta all’ingresso ufficiale della Fiat nei rally nel 1970, contrassegnato l’anno seguente dall’acquisizione dell’Abarth. Fiat Abarth Reparto Corse Rally, pubblicato da Giorgio Nada Editore, è un volume ricco di immagini e aneddoti, in cui si racconta l’affascinante attività del Reparto Corse rally della Casa torinese.

Emanuele Sanfront ha partorito un altro libro dal sapore d’antan, come sa fare lui. Si chiama Fiat Abarth Reparto Corse Rally. Un libro che ripercorre dalla metà degli anni Sessanta sino alla fine degli anni Ottanta, la storia Fiat, indubbia protagonista nel mondo dei rally: vincitrice nel 1977 il suo primo Campionato del Mondo Rally.

Fiat Abarth Reparto Corse Rally, pubblicato da Giorgio Nada Editore, è un volume ricco di immagini e aneddoti, in cui si racconta l’affascinante attività del Reparto Corse rally della Casa torinese. Più che un libro, la storia di un team unito e coeso, ben organizzato che con i sensazionali successi firmati dalle vetture allestite dal reparto sportivo ha raggiunto una notorietà a livello mondiale.

Dalle gare degli equipaggi privati degli anni Sessanta all’ingresso ufficiale della Fiat nei rally nel 1970, contrassegnato l’anno seguente dall’acquisizione dell’Abarth. Dalle vittorie nei Campionati Italiano ed Europeo Rally alla stupenda conquista del Mondiale Rally 1977. Primo Campionato del Mondo Rally vinto da Fiat Abarth che se lo aggiudicherà nuovamente nel 1978 e 1980.

Il filo conduttore è la cronaca sportiva, ma i grandi protagonisti sono gli uomini del Reparto Corse. Parlano, raccontano le loro emozioni e aneddoti: meccanici, piloti, navigatori, dirigenti, tecnici. Importanti testimonianze di chi va fiero di aver fatto parte del mitico atelier sportivo torinese e di aver vissuto momenti meravigliosi e indimenticabili del periodo d’oro dei rally, di un’epoca che non tornerà mai più.

Impegnata con una propria squadra ufficiale, supportata dall’Abarth, ha fatto correre modelli leggendari come le Abarty 124 Rally e  le Abarth 131 Rally con al volante piloti di indiscusso carisma come, per citarne solo alcuni, Ceccato, Trombotto, Paganelli, Pinto, Bacchelli, Cambiaghi, Verini, Waldegaard, Rohrl e Alen.

Questa storia rivive in un volume ricco di immagini e aneddoti. Di particolare interesse anche i capitoli dedicati alla storia dell’Abarth, all’organizzazione del Reparto Corse del team torinese, al collaudo delle auto da corsa. Completano il libro, la storia, la preparazione, la descrizione tecnica, gli albi d’oro e tutte le targhe di quattro tra le auto impiegate nei rally dalla squadra ufficiale Fiat Abarth: 124 Sport Spider, 124 Abarth, X1/9 Abarth Prototipo e 131 Abarth.

Libri su Storie di Rally

la scheda

FIAT ABARTH REPARTO CORSE RALLY

Autori: Emanuele Sanfront

Collana: Grandi corse su pista, strada e rallies

Copertina: rigida

Pagine: 280

Immagini: oltre 300 in bianco e nero e a colori

Formato: 24,3 x 27 cm

Editore: Giorgio Nada Editore

Prezzo: 50 euro

Peso: 1,6 chili

ISBN: 978-8-87911-75-5-5

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La Zerotrentasette negli scatti di Sergio Biancolli

Sergio Biancolli ha sfruttato il suo enorme archivio fotografico di tanti anni di gare. Milioni di immagini passate a setaccio, ogni immagine una storia, una gara, un’avventura, per un totale di oltre 250 immagini selezionate e pubblicate in La Zerotrentasette secondo me, un libro da collezione.

Era nell’aria che all’uscita della nuova opera di Sergio Biancolli, La Zerotrentasette secondo me, mancava davvero poco. Se l’uomo di Photo Zoom non risponde al telefono e neppure a Messenger, vuol dire che sta correggendo le bozze: ed ecco “La Zerotrentasette secondo me” fresco di stampa. Un nuovo libro si aggiunge all’universo florido di pubblicazioni dedicate alla storia della Lancia Rally 037, ma il libro del fotoreporter torinese si distingue per autenticità.

Sergio Biancolli ha sfruttato il suo enorme archivio fotografico di tanti anni di gare. Milioni di immagini passate a setaccio, ogni immagine una storia, una gara, un’avventura, per un totale di oltre 250 immagini. Corso Marche, l’Officina Abarth. Ricordi e aneddoti. Un paradiso in cui perdersi. Come già avvenuto per il libro dedicato alla Porsche 911, anche in questo caso la ricchezza di questo volume è che rappresenta l’album di quasi tutti quei piloti che hanno corso con la Lancia Rally 037.

“Questo mio nuovo libro credo sia assolutamente in tema con i rally, sì, ma visti anche da un punto di vista simpatico e divertente come le nostre chiacchierate qui. C’è proprio tutta la mia passione, c’è un racconto delle giornate trascorse da bambino davanti ai cancelli dell’Abarth in Corso Marche, ci sono i racconti e gli aneddoti relativi alle gare viste e fotografate all’epoca, insomma 279 pagine e 260 foto che raccontano una macchina fantastica, la 037, dal punto di vista di noi appassionati”, spiega l’autore.

“Niente di tecnico, tantomeno di serioso, anzi c’è anche da ridere soprattutto per i racconti che mi hanno gentilmente inviato alcuni di coloro che ci hanno corso, o che ci hanno lavorato come meccanici Abarth. Non sono uno scrittore famoso, e nemmeno il più bravo fotografo del mondo, altri anche ultimamente hanno fatto libri ben più professionali di sicuro, ma ho scritto una storia che credo ci accomuni tutti a livello di emozioni, pure emozioni come solo noi che abbiamo vissuto quel periodo possiamo comprendere”.

Il libro può essere richiesto direttamente all’autore, scrivendo all’indirizzo mail: biancollizoomfoto@hotmail.com

Libri su Storie di Rally

la scheda

LA ZEROTRENTASETTE SECONDO ME

Autori: Sergio Biancolli

Copertina: morbida

Pagine: 279 pagine (260 immagini a colori e in bianco e nero)

Formato: 21 x 29,7 cm

Editore: Autopubblicazione

Prezzo: 38 euro

Peso: 1,8 chili

Loris Roggia: ‘Sei tu che cerchi un navigatore?’

Una bellissima e coinvolgente storia che ha come protagonista un giovanissimo Loris Roggia, agli inizi della sua carriera come copilota, e un altrettanto giovane Vittorio Caneva, all’epoca nelle vesti del pilota. Un racconto da gustarsi tutto d’un fiato, che fa parte del libro ‘Rally appunti di una vita’ firmato dall’istruttore di Asiago.

Il trillo della maledetta sveglia mi tirò su dal letto di soprassalto, le 3.40. Gli occhi incollati e la testa pesante… un orario demenziale anche a vent’anni. Fuori un silenzio irreale avvolgeva il paese, magicamente ancora assopito in quella calda notte d’estate.

A tentoni picchiando dappertutto mi avviai in cucina dove misi sul fornello una moka preparata diligentemente la sera prima. Mi guardai nello specchio, sembravo “zombie 2”, “ma chi me lo fa fare” pensai acidamente, “A quest’ora del mattino in giro per ‘sti fottuti rally, ma chi li avrà inventati mai”.

Il disegno della giornata era molto impegnativo, prendere l’A112 Elegant muletto, caricare il fotografo di Asiago di nome Igerio, che mai aveva visto o saputo che cos’era un rally in vita sua, andare a Bobbio, fare le note del rally delle valli Piacentine e tornare ottimisticamente in serata, se tutto fosse andato per il meglio. La A112 muletto era come un caccia della prima guerra mondiale se non lo tiravano giù i nemici cadeva da solo, probabilità di ritornare a casa sani meno del 22%.

Quando lo trovai alle quattro in punto davanti al suo negozio, Igerio sembrava la mummia di Ramsete II estratta dal sarcofago e impiantata contro il muro, un morto in piedi. Avrebbe voluto fare il navigatore, ma da quella volta invece non mi parlò mai più di rally.

Dopo le prime tre gare mia moglie che normalmente mi navigava, pensò bene di darsi alla maternità, l’ondeggiare del traghetto per la Sardegna aveva sortito effetti devastanti e inaspettati per cui ora si iniziava a comprare culle, biberon e accessori vari. Il navigatore che avevo nel frattempo recuperato si era dato alla fuga dopo un rocambolesco Colline di Romagna nel quale mi pagò un minuto al parco assistenza, non seppi mai il perché ma la cosa mi fece veramente arrabbiare.

Avevo un gran bel carattere a quei tempi, senza dire nulla girai la macchina e tornai a casa ancora con la tuta indosso, lasciando agli altri un piazzamento nei 5-6 e il premio gara che non era poco soprattutto considerando le inesistenti risorse dell’epoca, era un disonore pagare un minuto col navigatore sul tavolino a far niente, il solo pensiero mi faceva desiderare di sopprimerlo in modo atroce.

Mi trovai così senza nessuno, feci un lungo giro di telefonate ma la risposta era sempre quella “Voi del Trofeo siete matti, non salgo… mica voglio andare in ortopedia…” Così decisi di andare a provare la gara con il primo che mi disse di si, o forse per essere sinceri non ebbe il coraggio di dirmi no, Igerio il fotografo che aveva il negozio a fianco del mio.

Qualche mese prima gli avevo salvato la vita, era svenuto in bagno causa una stufetta a gas, suo padre era arrivato urlando “E’ morto” me lo caricai in spalla e lo portai fuori all’aperto dove rinvenne appena dopo l’arrivo dell’ambulanza, ci mancò poco davvero.

Era comico il modo in cui gli dettavo le note “DP… 50… SV… 80… ST…” e lui scriveva come poteva, meglio di niente, penna a sfera e blocco grande, d’altra parte non c’erano soluzioni, anche Gianni mi aveva abbandonato, lui più pazzo di me arrivò un paio di gare prima al Ciocco, la Range e il carrello con caricata la A112 e la fidanzata di un noto pilota a cui celatamente faceva la posta.

Sbarcò maledicendo la Garfagnana colpevole di essere troppo lontana da casa sua. Poi vide tutti assatanati già pronti per la gara, avevano provato come matti e lui nemmeno visto la strada “Mi presterai le tue note, tanto sulla terra vinco io” aveva detto con il suo solito ottimismo, e invece girò la Range e se ne andò a casa dove vendette tutto “Non ho tempo… e poi quelli provano troppo … hanno la macchina sporca, ho da fare io e un bimbo di tre anni” Borbottò mentre girava tutto nuovamente verso nord.

In poche parole ero rimasto solo, il sodalizio che si era creato tempo prima si era spezzato per sempre, un altro che aveva messo la testa a posto e alzato la bandiera bianca. Mancavano ancora alcuni giorni alla gara e se non avessi trovato qualcuno, io non avrei potuto correre, magra consolazione davvero, ma sembrava impossibile caricare un navigatore, anche pagandogli tutte le spese.

Forse in quel momento dovevo smettere, le difficoltà economiche erano altissime e anche il tempo a disposizione era molto ridotto, ma proprio quel mattino mi feci una promessa: “Avanti sempre, avanti a tutti i costi se si fanno questi sacrifici si deve pur arrivare a qualcosa”.

La giornata fu un incubo, ci perdemmo nel mezzo di una landa sconfinata, infilando una taglio in mezzo al bosco, questa divenne strettissima e ripidissima in salita e poi in discesa, poi di fango, molto fango, riuscimmo a venirne fuori miracolosamente mettendo dei rami sotto le ruote e lanciandoci poi giù per un prato, sulla cartina c’era una strada e la strada dovevamo trovare a tutti i costi altrimenti in quel posto non ci avrebbero mai più recuperato.

Il povero Igerio era aggrappato alla maniglia con gli occhi sbarrati immaginando che quelli per lui sarebbero stati sicuramente gli ultimi momenti di vita, io mi lanciavo indomito lungo il prato scivolosissimo sperando di trovare una via d’uscita, alla fine buttammo giù una recinzione di filo spinato e piombammo nella strada con i freni già bloccati da tempo e la macchina che andava alla deriva, un tonfo disumano salutò il nostro arrivo, incredibilmente non si ruppe nulla ma fu uno dei tanti miracoli che appaiono ogni tanto nella vita di ogni rallysta.

Rientrammo a casa verso mezzanotte, avevamo percorso 1.100 km . tra andata ritorno, prove e divagazioni varie a bordo della povera A112 Elegant già distrutta di suo… “Vieni giù stasera al ritrovo della scuderia forse ho trovato uno che potrebbe correre con te” Riattaccai il telefono e mi sparai a Marostica, sperando nel buon Dio.

Arrivai laggiù che si stavano sgranocchiando dei salatini con dell’ottimo prosecco. I soliti mitici e immancabili discorsi aleggiavano tra gomme gare e traversi di ogni tipo rendendo la serata davvero piacevole. D’un tratto si avvicinò a me un tipo con fare piuttosto spaesato.

“Sei tu che cerchi un navigatore?”, disse sottovoce girandomi attorno quasi avesse timore di parlarmi.

“Sì, sono io, ma tu chi sei?”, risposi senza afferrare bene se la sua era una proposta per salire con me o una riflessione per aiutarmi.

“Diciamo che di solito sono un navigatore” rispose con calma mentre con lo sguardo fissava le punte delle mie scarpe e girava sempre in tondo.

“Potrei correre con te se vuoi, basta che mi paghi le spese io soldi non ne ho”, continuò ancora girando sempre un po’ su se stesso sorseggiando senza gustarlo il prosecco dal calice.

“Ma… hai ancora corso vero ?”, gli chiesi preoccupato.

“Chi sei?”, era quasi inquietante il suo comportamento.

“Mi chiamo Loris… Loris Roggia ho corso con un po’ di gente, alcuni sono qui in giro, chiedi pure a loro” e se ne andò così com’era apparso, forse deluso dalla mia reazione che si vedeva chiaramente poco convinta.

Quella sera il destino cambiò sicuramente la mia vita e forse anche la sua (di Loris Roggia) creando un sodalizio che durò per quasi tutta la mia carriera.

Tuttavia il fare pacato di Loris Roggia, calmo, quasi distaccato non mi convinceva molto, di solito i navigatori erano arrembanti, vendevano bene la loro merce, cercando di essere simpatici al pilota e raccontando anche quello che non avevano fatto, invece lui era come su un altro pianeta, distaccato, sulle nuvole.

Pensai che non avevo alternative e che comunque dopo questa gara avrei avuto il tempo eventualmente per cercarne uno magari più sveglio…

“Ma siete sicuri che quello non si addormenta?”, chiesi ad un paio di piloti con cui aveva corso Loris Roggia.

“No tranquillo vedrai come si trasforma quando sale in macchina, non lasciarti trarre in inganno dal suo comportamento è uno fatto così”.

“Speriamo… chissà che dirà mia moglie quando lo vedrà… Dirà sicuramente che li trovo tutti io… mah!”.

Lo cercai e ci misi un po’ a ritrovarlo si era eclissato, stava girando da solo a testa bassa meditando chissà cosa, assopito nel suo mondo che in seguito gli ho spesso invidiato e che non era per niente sulle nuvole.

“Ehi tu… Sveglia! Domani passerò a prenderti alle nove in punto, dove abiti?”.

Mi aspettavo che mi dicesse: “Eh no! Domani devo chiedere a mia moglie, il lavoro eccetera”.

Invece, Loris Roggia sparò un “Va bene” Senza condizioni che sentii molto raramente in giro per tutto il resto della mia vita.

Quando suonai alla porta di casa si presentò immediatamente con la valigia in mano, ma dentro era tutto buio e per terra vidi una sagoma raggomitolata.

“Che è quello” Dissi un po’ inorridito.

“Ah… è mio fratello che dorme”.

“Come? Ma dorme lì per terra?”.

“Eh si” fece allargando le braccia.

“Ha litigato a casa e ora sta qui”, disse chiudendo piano la porta.

Con Loris Roggia arrivammo a Bobbio nel tardo pomeriggio e verso sera iniziammo le ricognizioni con le note del fotografo, scritte in maniera orrenda, ma lui non faceva una piega, le leggeva come fossero le sue.

“Adesso gli faccio vedere come vanno i trofeisti” e mi sparai come un folle su una prova che avevo visto solo una volta.
Lui non le perse mai, ogni tanto allungava il piede alzando la testa e ogni tanto mi diceva “Falla scorrere che ti pianti in uscita” e scuoteva la testa, come per dire “Ah! ‘sti giovani!”.

Poi finita la prova mi disse “Ma sei sicuro che riuscirai ad andare tutta la gara così?”.

In effetti aveva ragione avremmo fatto almeno la metà delle curve per caso, ma si vedeva che era davvero bravo, la giusta grinta, la giusta calma, vedeva delle cose che nessuno immaginava.

“Attento che è sporca” ed era sporca! Non ci era mai passato ma lo intuiva.

Rimasi a dir poco stupito, ma il mattino del giorno dopo stava malissimo, aveva un colore grigiastro e non metteva la testa fuori dal lenzuolo.

“Che hai adesso…”.

“Mah ogni tanto mi viene una cosa del genere… Non so…”.

Già, Loris Roggia parlava poco e in più adesso era moribondo, andiam bene.

“Senti per provare c’è solo oggi, io vado lo stesso a vedere le prove almeno mi resterà qualcosa in testa, mi spiace tu resta qui verrò dopo, se hai bisogno chiama sotto qualcuno verrà”.

Porca miseria, però non mi avevano detto che era difettato, miseria andava così bene, prima le note col fotografo, e poi guarda come sono ridotto adesso, che sfiga.

Feci la prima prova speciale, quella del passo Cerro e verso la metà, su un tornante c’erano molti spettatori che guardavano le prove.

Mi fermai tra un polverone mezzo di traverso.

“Chi è che vuol salire” urlai dal finestrino.

Vennero in una decina.

“io… io… io…”

Feci salire quello che sembrava il meno tonto “Sai dire le note?”

“Ma si… anzi no… non ho mai visto come si fa, ma mio zio è salito una volta con Vudafieri…”

Urca andiamo bene!

Feci un paio di passaggi con a bordo quel tizio che terrorizzato guardava la mia lotta con la vettura senza proferire parola.

Alla fine tornai in hotel dove trovai Loris Roggia ancora ko.

“Pensi di rimetterti per domani?”

“Non mi dura mai più di un giorno” disse con un filo di voce.

“Chiamo un prete o un dottore?”

Il giorno seguente le verifiche e poi in serata la partenza, faceva un caldo infernale nel cortile della ditta Astra di Piacenza sponsor della gara, a guardarlo bene sembrava che non avesse avuto nulla. Loris Roggia il giorno prima era moribondo oggi stava meglio di me, con il cappellino in testa e la tuta Linea Sport azzurra legata alla cintura lasciava vedere il pesantissimo maglione che si usava come sottotuta a quei tempi, un caldo veramente infernale e lui lì come se fosse a Karlstad in Svezia.

Mah… Che tipo strano…

Finalmente davanti a me la prima prova speciale, il Passo Cerro, una salita larga e veloce e una discesa mozzafiato sporchissima quasi sterrata, lui non c’era mai passato, io con lo spettatore e prima ancora con il fotografo Igerio, totale due volte. Roba da mondiale!

La salita era noiosissima non si andava su, soffrivo e continuavo a dire “arriverà anche la discesa prima o poi” Mentre il motore soffocava nell’arsura estiva.

Mi buttai giù come un pazzo tanto che più volte mi trovai in situazioni veramente disperate, affrontai un tornante subito dopo una frana con la macchina di traverso, quando questa toccò l’asfalto e lo scalino che lo delimitava, si mise su due ruote, facendomi rischiare un capottamento storico, poi piombammo su una destra sporchissima e mi ci buttai dentro a tutta, in uscita misi una ruota nel vuoto meritandomi la foto su AutoSprint, un altro due ruote su di un ponte nel quale tirai il freno a mano per non schiantarmi e poi ancora un paio di ruote in un fosso, dei rischi incredibili, e lui imperterrito a leggere le note, ogni tanto guardava a lato per vedere dove si andava, ma nulla di strano mi sembrava di andare addirittura piano.

“Bravi avete fatto il terzo tempo” ci disse il cronometrista alla fine dell’odissea.

“Cazzo Loris peccato, volevo vincerla, proviamo nella prossima”.

Mi aspettavo che mi dicesse “Ma tu sei matto ad andare così” e invece disse “Hai guidato un po’ sporco ma va bene, quanta ghiaia! Però se stai più calmo la prossima la vinceremo”.

La prova dopo invece fummo meno fortunati e finimmo in un fosso quasi subito, perdendo un paio di minuti, il solito gruppetto di spettatori ci ributtò in strada, lui non fece una piega anzi scese a spingere in un baleno e in un baleno era già riallacciato pronto a ripartire.

Riprendemmo e rifinimmo in un altro fosso dal quale uscimmo per fortuna a fine gara.

Meglio così! Statisticamente c’era da aspettarselo di finire in quel modo, avevamo giocato tutti i jolly che avevamo e anche di più.

Fu una delle poche volte in cui fui felice di ritirarmi e anche Loris Roggia non si lamentò più di tanto.

“Ma te la senti di correre anche al Liburna con me… oppure me ne devo cercare un altro ?”

“Perché no… secondo me vai forte… ma devi imparare come si fa…” Disse misteriosamente.

Suo fratello sul pavimento non c’era più, forse era tornato a casa sua o forse era semplicemente in giro, lo salutai con un cenno della mano, mentre lui trascinava la sacca all’interno, con un lieve gemito di sofferenza.

“Ci vediamo presto Loris, grazie di tutto”

Tratto dall’ebook Rally appunti di una vita: Il Sapore della Passione 2

Leo Cella, uno dei padri della scuola rallystica italiana

Leo Cella, insieme a Franco Patria e ad Amilcare Ballestrieri, è considerato uno dei padri della scuola rallystica italiana e, in particolare, il padre di quella ligure. Attenzione, quest’ultimo passaggio è importante, perché esprime il limite tutto italiano di provincializzarsi per ogni cosa. Ma questa merita essere approfondita. Quando i rally nascono in Italia, nei primi anni del 1960, si creano due grandi gruppi di piloti. Tutti indiscutibilmente bravi e promettenti, ma assolutamente rivali. E non solo nello sport.

Esiste la “scuola veneta”, formata da piloti provenienti da Treviso, Venezia, Vicenza, Trento e Rovigo, come Arnaldo Cavallari, Sandro Munari, Fulvio Bacchelli, Pino Ceccato, Marco Crosina e altri, e la “scuola ligure”, che ruota attorno alla città di Sanremo, al Rally dei Fiori e alla famosa Scuderia del Grifone di Genova, come Amilcare Ballestrieri, Franco Patria, Sergio Barbasio, Luigi Taramazzo, Daniele Audetto, i fratelli Gian Romeo e Mario de Villa, Mauro Pregliasco, Orlando Dall’Ava e altri.

Spiegato questo passaggio storico, si può iniziare col dire che Leo Cella nasce l’1 ottobre 1938 a Rimini. Sì, in Emilia Romagna. Ma, a parte la città di nascita, è ligure in tutto e per tutto. Vive a Coldirodi, nel Sanremese una futura prova della prova italiana valida per il Mondiale Rally, dove la sua famiglia gestisce una società di floricoltura. Cella è colui che apre le danze nei rally internazionali e che per primo sfida i grandi nomi dell’epoca. Spende tutta la sua vita e la sua carriera intorno alla città di Sanremo.

Soprannominato “il Gatto” dagli amici, Cella è, senza dubbio, il più veloce dei membri della “scuola ligure”. Inizia la sua carriera nel 1957 come pilota motociclistico. Finisce terzo di classe nel 1958 alla Pontedecimo-Giovi, in sella a una Moto Morini. A ventuno anni, quindi nel 1959, diventa campione italiano di motociclismo. Corre per la Aermacchi. Però, nel 1961 decide di passare alle quattro ruote. Un meraviglioso viaggio solo andata.

La prima auto da corsa che guida è l’Abarth 700 Bialbero, con cui vince la classe nel Campionato Italiano GT del 1961. Quello stesso anno partecipa ad un rally a Sanremo con una Volkswagen 1200 S. Il Rally dei Fiori. Chiude quinto assoluto con alle note il cognato Giancarlo Mamino. Negli anni successivi mostra un grande attaccamento verso il rally di casa, che è destinato a vincere due volte, nel 1965 e nel 1966. Nel 1962, Leo Cella guida un’Alfa Romeo Giulietta SZ nelle cronoscalate e nelle gare in circuito e vince la Chamrousse Grenoble in Francia.

Nel 1963 Leo Cella è insieme a Franco Patria

L’anno successivo, Cella è insieme a Franco Patria, un altro giovane estremamente promettente, nella Squadra Corse HF Lancia. L’esordio stagionale avviene, neppure a dirlo, al Rally dei Fiori, la gara di casa. Più avanti nella stagione i due giovani piloti condividono una Lancia Flaminia Zagato e si piazzano undicesimi assoluti alla Targa Florio, una delle più ambite gare di velocità che si corrono sulle strade pubbliche. Insieme, Cella e Patria, prendono parte anche alla prima edizione del Campionato Europeo Turismo.

In Italia, Cella guida una Lancia Flaminia Zagato e grazie alle sue vittorie di classe nella Coppa Intereuropa a Monza, nelle cronoscalate Stallavena-Boscochiesanuova e Bologna Raticosa e ai secondi posti rimediati nella Coppa della Consuma e nella Cesana-Sestriere vince il Campionato italiano GT 1963, classe 2500. Nel 1964 guida la Cooper T72 in alcune gare di Campionato Italiano Formula 3. Il suo migliore piazzamento in circuito è il secondo posto nel Gran Premio Lotteria di Monza, dietro Giacomo Russo.

È quinto assoluto e primo di classe nella 6 Ore di Brands Hatch, gara in cui condivide una Lancia Flavia Sport Zagato con “MC”, che è lo pseudonimo da gara di Marco Crosina. Poi a luglio, capita quello che non ti aspetti. Cella è vittima di un grave incidente alla 24 Ore di Spa-Francorchamps, la stessa gara in cui il suo compagno di squadra Piero Frescobaldi perde la vita. Per Cella solo qualche giorno d’ospedale e una lunga convalescenza, per fortuna. La stagione 1965 inizia con la prima vittoria nel Rally dei Fiori, con la Lancia Fulvia 2C e con Sergio Gamenara come co-pilota.

Il resto della stagione lo trascorre come ufficiale Abarth tra prototipi e vetture turismo. Targa Florio, insieme ad Hans Herrmann su un’Abarth 1600 Spyder, vittoria della cronoscalata Bolzano-Mendola con la 2000 GT Abarth-Simca, dietro il suo compagno di squadra, Herbert Demetz. Con quella stessa vettura, Leo vince la cronoscalata Garessio-San Bernardo, una gara del Campionato Italiano della Montagna. Nel Campionato Turismo vince a Zolder, in Belgio, nella Coppa di Terlaemen e chiude la stagione al quarto posto della Prima Divisione, con una Fiat Abarth 1000TC.

Il 1966 è l’anno in cui si contano i più bei successi internazionali anche in campo rallistico, che consegnano alla storia del motorsport uno dei più versatili piloti professionisti mai esistiti. Ha ventinove anni ed è maturo al punto giusto. Cella guida per il team ufficiale Abarth e per Lancia. A giugno lo ingaggia la Société des Automobiles Alpine per prendere parte alla 24 Ore di Le Mans, gara in cui, al suo debutto, termina primo di classe e nono assoluto, con la Alpine Renault A210 1300 condivisa col pilota francese Henri Grandsire.

Leo Cella e Luciano Lombardini con la lancia Fulvia HF
Leo Cella e Luciano Lombardini con la Lancia Fulvia HF

Cella diventa pilota rally di primo piano

In questa fantastica annata diventa pilota rally di primo piano in Italia e all’estero con la nuova Lancia Fulvia HF 1300. Nel 1966, Cella e Luciano Lombardini sono quinti nel Rally di Monte-Carlo e poi vincono il Rally dei Fiori, quello di Spagna e il San Martino di Castrozza (in questo caso il co-pilota è Romano Ramoino). Cella e Ramoino sono secondi nel Rally di Sardegna, dove terminano dietro la Renault 8 Gordini di Pierre Orsini e Jean-Michel Simonetti, e nel Rally delle 3 Città (Monaco-Vienna-Budapest), gara del Campionato Europeo che chiude alle spalle di Timo Mäkinen e Paul Easter all’opera con le Mini Cooper S.

A fine stagione è campione italiano rally. Quell’anno, Cella ha un ruolo chiave nello sviluppo della Lancia Fulvia HF 1300. Le sue sensazioni e indicazioni, sempre molto precise, sono molto importanti per il successo di questa vettura da rally dalle enormi potenzialità. Grazie a quella leggenda dei rally italiani che è Arnaldo Cavallari, quattro volte vincitore del campionato nazionale, che lo sostiene fortemente, Cella finisce in squadra con un giovane pilota della “scuola veneta”, Sandro Munari, che si unisce alla Squadra Corse HF Lancia alla fine del 1966.

Prima si disputa il Monte-Carlo in cui Cella e Lombardini sono quarti e Sandro Munari e George Harris sono quinti. Dopo il Monte-Carlo, la squadra Lancia decide di cambiare i ruoli dei copiloti. Lombardini va col giovane Munari, mentre Cella sceglie la moglie Livia, allora di ventuno anni. Lombardini, Munari e la famiglia Cella formano un bel quartetto nel panorama italiano ed europeo di rally. La prima gara di Cella con la moglie come navigatrice è il Rally di Sardegna, in cui la coppia chiude al secondo posto dietro i loro amici Munari e Lombardini.

Nel corso dell’anno, Cella vince per la seconda volta il San Martino di Castrozza, una gara molto dura intorno alle Dolomiti, navigato da Sergio Barbasio. Sandro Munari, a fine stagione, si aggiudica il Campionato Italiano Rally 1967. Sempre in quella stagione agonistica, Cella, Sandro Munari e Claudio Maglioli sono quattordicesimi nella 12 Ore di Sebring, sulla Lancia Fulvia HF. A maggio, Leo è secondo assoluto nella Targa Florio, che vale per il Mondiale Sportscar, con Giampiero Biscaldi su una Porsche 910.

Dopo questo successo, la Scuderia Ferrari lo vuole per la 24 Ore di Le Mans, da correre a fianco di Günther Klass al volante delle esigenti 4 litri Ferrari 330P4, ma lui rifiuta di firmare il contratto. Non si sente pronto per un prototipo di quella portata. Con il francese Philippe Vidal come co-pilota, la stagione 1968 si conclude con un bellissimo quinto posto assoluto nel Tour de Corse, ma inizia con un Rally di Monte-Carlo corso tristemente e con a fianco un altro nuovo navigatore, il giovane Alcide Paganelli.

Rally di MonteCarlo e quell’errore del suo copilota

Luciano Lombardini naviga sempre Sandro Munari. In squadra ci sono anche Ove Andersson con John Davenport, Sergio Barbasio con Ugo Barilaro e Bengt Soderström con Gunnar Palm. La tragedia è dietro l’angolo e, ovviamente, è del tutto inattesa. Durante il trasferimento da Atene a Monte-Carlo, la loro Lancia Fulvia HF ha un incidente nei pressi di Skopje, in Macedonia (Jugoslavia), e Lombardini purtroppo muore sul posto. Seppure molto addolorato, Cella partecipa ugualmente alla gara. Quando non è destino, non è destino.

Il suo giovane navigatore proprio alla fine commette un errore che costa loro la vittoria e li fa sprofondare in ottava posizione assoluta. Dopo il Rally di Monte-Carlo, si concentra sul suo nuovo ruolo di pilota del team Autodelta-Alfa Romeo in vista del Campionato del Mondo Sportscar. La prima gara con la nuova vettura, la Giulia GTA 1600 è alla 24 Ore di Daytona. Con Cella ci sono anche Teodoro Zeccoli e Giampiero Biscaldi come co-pilota. Alla fine sono ventesimi. Tornato in Italia, Leo Cella effettua un test a Balocco, tra Torino e Milano.

È una prova segreta. Si svolge precisamente nella provincia di Vercelli, con un’Alfa Romeo Tipo 33, in preparazione per la 12 Ore di Sebring, che si disputa il 23 marzo 1968. Siamo a febbraio. È il 17 e sono le 17.30. Con lui ci sono anche con colleghi piloti Teo Zeccoli e Roberto Bussinello. Mentre gira ad alta velocità, sbanda e muore nel violento impatto con una barriera.

L’Alfa Romeo Tipo 33 schizza via ai duecentoquaranta chilometri orari, capotta più volte e si ferma tetto in giù contro il pilone del ponte sopra la pista. I soccorritori trovano il pilota ancora vivo, privo di sensi. È intrappolato tra le lamiere di ciò che resta del prototipo. Cella viene portato d’urgenza a Vercelli, in ospedale, dove muore verso le 20.30 dello stesso giorno. Troppo gravi le lesioni alla testa e al torace. Dopo la sua morte, il circuito di Balocco viene chiuso per un po’ di tempo dalla procura della repubblica di Vercelli.

Carlo Abarth, Torino gli dedica (finalmente) una via

A Torino è stata inaugurata via Carlo Abarth in onore ai primi 70 anni del marchio e al forte legame che dal 1949 unisce il fondatore del brand e il capoluogo piemontese. Finalmente…

Torino inaugura una via dedicata al fondatore di un’azienda che, in corso Marche, cambiò la storia e la concezione dei rally in tutto il mondo, Carlo Abarth. Nella Città della Mole, dal 24 ottobre 2019, c’è via Carlo Abarth in onore ai primi 70 anni del marchio e al forte legame che dal 1949 unisce il fondatore del brand e il capoluogo piemontese.

Il tratto di strada intitolato a Carlo Abarth è compreso tra corso Orbassano e via Plava, dove attualmente sorgono il quartier generale della Casa dello Scorpione e l’Heritage HUB, che custodisce alcune tra le più importanti vetture prodotte dall’Abarth nella sua storia.

“Abarth quest’anno festeggia il settantesimo anniversario e l’intitolazione di una strada di Torino al suo fondatore Carlo Abarth è sicuramente il miglior modo per chiudere un anno di record e di festeggiamenti”, ha dichiarato Luca Napolitano di Abarth.

“Voglio ringraziare la Città di Torino per questo riconoscimento a colui che ha rivoluzionato il mondo dell’automobile sportiva attraverso intuizioni geniali ed elaborazioni uniche. Anche la nostra community, che attualmente conta oltre 110.000 fan e più di 70 club in Europa, ha voluto partecipare a questo momento storico e così testimoniare l’enorme affetto per il brand, per la sua storia e per il suo fondatore. Tutto ciò mi rende estremamente orgoglioso”.

Austriaco di nascita ed italiano d’adozione, Carlo Abarth (1908 – 1979) proprio a Torino, nel 1949, inizia la sua carriera alla Cisitalia e sempre qui, in via Trecate, insieme al pilota Guido Scagliarini apre la prima sede della sua azienda: la Abarth & C. Da allora la storia dello Scorpione si è arricchita continuamente di record sportivi e industriali, kit di elaborazione rivoluzionari e corse leggendarie.

In quegli anni che nasce un sodalizio indissolubile con Fiat, lo storico marchio automobilistico torinese nato 120 anni fa. Basti pensare che la prima vettura dello Scorpione è una 204 A, derivata da una Fiat 1100, che ha scritto una pagina memorabile nella storia dell’auto il 10 aprile 1950, quando Tazio Nuvolari vince la sua ultima gara, la Palermo-Monte Pellegrino.

Sempre a Torino, il 4 luglio del 1957, viene presentata la mitica Fiat 500. Carlo Abarth se ne innamora convincendosi che, con alcune elaborazioni, sarebbe potuta diventare estremamente performante. Nascono così le prime Fiat-Abarth 595 che cominciano a vincere su tutti i circuiti e, al tempo stesso, le famose “cassette di trasformazione Abarth” per elaborare i “cinquini” diventano l’oggetto del desiderio del grande pubblico.

Sono gli anni Sessanta, un periodo d’oro per lo Scorpione che, per far fronte alla crescente richiesta, decide di spostare la produzione in una nuova fabbrica sita in corso Marche, sempre a Torino. Così oggi, a 40 anni esatti dalla scomparsa di Carlo Abarth, il capoluogo piemontese dedica una via al genio che per primo intuì le potenzialità dell’elaborazione e del technical upgrade su vetture di normale produzione.

Abarth 124 Rally e gomme Pirelli: Paganelli-Russo pionieri

Cinquant’anni di corse insieme e per le Abarth 124, Pirelli produce ancora il Cinturato CN36. La stessa gomma che usarono gli allora esordienti nel Campionato Italiano Rally Alcide Paganelli e Ninni Russo.

Anni Settanta, Abarth e gomme Pirelli con la Fiat 124 si imponevano nei rally. Mezzo secolo dopo, i due marchi italiani vincono ancora nelle competizioni su asfalto e terra e vincono ancora con la Fiat 124. La collaborazione tra Pirelli e Abarth nelle competizioni rally ha radici negli anni Settanta, quando la casa italiana ha iniziato a montare i pneumatici Pirelli Cinturato CN36 sull’Abarth 124 Rally, allora esordiente nel Campionato Italiano con l’equipaggio composto da Alcide Paganelli e Ninni Russo.

Cinquant’anni dopo, l’Abarth 124 Rally 2019, con pneumatici Pirelli P Zero e l’equipaggio italiano composto da Enrico Brazzoli e Manuel Fenoli, si è aggiudicata il titolo del FIA R-GT Cup, campionato internazionale articolato su otto appuntamenti, tra cui tre gare valide per il WRC. Inoltre, l’Abarth 124 Rally corre nel monomarca Abarth Rally Cup, competizione di sei corse su circuiti europei. I P Zero per la 124 Rally, nelle misure 235/440 R18 RA (asfalto) e 205/65 R15 K (terra), ad esempio, sono stati sviluppati grazie all’esperienza di Pirelli nel WRC.

E cinquant’anni dopo è ancora Cinturato CN36. Per chi ancora guida l’Abarth 124 Spider degli anni Settanta sono tuttora disponibili pneumatici Pirelli Cinturato CN36, nel portafoglio di Pirelli Collezione, la gamma di pneumatici per auto classiche e vintage. Il disegno del pneumatico CN36, come quello originale del primo modello della vettura del 1970, è stato definito morbido a basse velocità e preciso ad alte velocità, con elementi longitudinali e diagonali che permettono l’assorbimento degli ostacoli e soprattutto mantengono l’effetto aquaplaning sotto controllo.

La Abarth, fondata il 31 marzo 1949 dall’ingegnere italo-austriaco Carlo Abarth e dal pilota Guido Scagliarini, nasce come scuderia sportiva, improntata alla produzione di autovetture sportive di piccola cilindrata, deve il suo successo soprattutto alle marmitte omonime, prodotte per l’elaborazione di diverse vetture di case automobilistiche come FIAT, Alfa Romeo, Lancia, SIMCA e Porsche.

L’azienda è una società controllata totalmente da FCA Italy, a sua volta facente parte di Fiat Chrysler Automobiles. Rilanciata a partire dal 2007, con il nome Abarth & C. SpA, l’azienda si occupa della produzione e commercializzazione di versioni sportive ed elaborazioni di vetture Fiat con il marchio Abarth.

Invece, la Pirelli & C. fu fondata a Milano nel 1872 dall’ingegnere Giovanni Battista Pirelli, allo scopo di produrre “articoli tecnici” di caucciù vulcanizzato. Sostanzialmente si trattava di tele gommate, cinghie di trasmissione, manicotti e raccorderie in gomma.

Immediatamente venne avviata la costruzione del primo opificio, nell’area adiacente via Ponte Seveso, poi rinominata via Fabio Filzi, dove oggi sorge il Grattacielo Pirelli, soprannominato “Pirellone”. La struttura era costituita da due fabbricati a due piani di diversa dimensione: quello più grande adibito alla lavorazione e l’altro per negozio, uffici e servizi. L’originaria dotazione di macchinari consisteva in depuratore, masticatore, mescolatore e calandra, costruiti in Francia, oltre a caldaie di vulcanizzazione di costruzione italiana. La produzione ebbe inizio nel giugno 1873.

Data l’estrema duttilità del materiale, con l’entrata in società dell’esperto commerciante Francesco Casassa, furono previsti vari impieghi e la gamma produttiva fu ampliata con altre applicazioni, come cavi telegrafici sottomarini, giocattoli, tappeti, impermeabili, materiale per sale chirurgiche e imbottiture anatomiche da applicare a reggiseni e culotte.

All’inizio degli anni novanta del XIX secolo, dopo l’invenzione dello pneumatico per bicicletta, la Pirelli sfruttò immediatamente il know-how acquisito nella produzione di manicotti in tela gommata per sperimentare quel nuovo tipo di manufatto, in collaborazione con la Bianchi, e realizzarlo per il mercato. Il Costruttore di auto da corsa e quello di pneumatici iniziarono una duratura collaborazione in campo sportivo nei primi Anni Settanta.

Cosa pensa Miki Biasion della Lancia Stratos HF?

Quella che all’inizio era solo una dream-car è diventata una formidabile arma nelle corse grazie all’impegno di un manipolo di uomini che avevano il talento, le conoscenze e l’esperienza per trasformare qualsiasi oggetto in un mezzo vincente. Ma cosa pensa Miki Biasion di questa auto da rally?

Cosa pensa Miki Biasion della Lancia Delta S4 o della Lancia Delta HF è cosa nota e la risposta la si trova direttamente nelle sue vittorie. Ma cosa pensa Miki Biasion della Lancia Stratos HF? Quando la Stratos gareggiava e vinceva, io ancora correvo in moto”, ricorda il due volte campione del mondo in un suo racconto.

“All’epoca mi interessavo un po’ a tutte le specialità motoristiche ed ero soprattutto attratto dalla tecnica per cui, vedere la “bete-a-gagner” in azione sulle strade del Rally Campagnolo e del San Martino non mi lasciò indifferente: sì, è la Stratos che mi ha fatto innamorare dei rally e ancora adesso, a trenta e più anni di distanza, è un oggetto affascinante. È l’unica automobile che vorrei avere in salotto”.

“Come la Porsche 911, era ed è una di quelle auto senza tempo e difatti è attuale ancor oggi: pochi ritocchi e farebbe girare la testa a tutti in qualsiasi salone dell’auto. In più, era danntamente competitiva e, immagino che pilotarla doveva essere un piacere immenso per ogni pilota”.

“Quella che all’inizio era solo una dream-car è diventata una formidabile arma nelle corse grazie all’impegno di un manipolo di uomini che avevano il talento, le conoscenze e l’esperienza per trasformare qualsiasi oggetto con un motore e quattro ruote in un mezzo vincente”.

“L’avevano già ampiamente dimostrato in precedenza con vari modelli e hanno continuato a farlo anche negli anni successivi. Soprattutto con la Fiat 131 Abarth Rally. Derivata da una tranquilla berlina per famiglie, ha rappresentato una svolta molto importante per il rallysmo”.

“Dopo gli anni dell’Alpine e della Stratos, berlinette nate per correre, fra i dirigenti dei grandi costruttori cominciò a farsi larglo l’idea che, per esaltare l’immagine di una marca, sarebbe stato più utile far correre delle vetture simili, molto simili, a quelle di grande serie che tutti potevano avere”.

“Vincere è certamente sempre importante, ma farlo senza schierare vere macchine da corsa paga di più in termini di ritorno. E la 131 ha vinto parecchio: tre mondiali costruttori e un Mondiale Piloti con Walter Rohrl. Ha fatto la sua parte, insomma. E l’ha fatta molto bene, lasciando un segno indelebile nella storia dei rally”.

“Anche se capisco che per i campioni di allora, abituati a maneggiare la Stratos, non fu facile accettare di mettersi ai comandi della 131: chi corre, da sempre e per sempre, vorrebbe sempre avere il massimo e ogni passo indietro è traumatico. Lo so bene per aver vissuto qualcosa del genere quando dal Gruppo B si dovette passare al Gruppo A che di cavalli ne avevano si e no la metà…”.

Rallylegend: di scena storia, contemporaneità e futuro

Il risultato è stato, ancora una volta, una quattro giorni intensa, di grande passione e di festa dei rally di ieri e di oggi. E se i tanti giovani presenti hanno affollato le hospitality e le prove speciali per festeggiare i beniamini di oggi, per gli appassionati con i capelli grigi Rallylegend Heritage ha rappresentato un tuffo in un passato glorioso.

Si è trattato di un’altra edizione memorabile di Rallylegend. Che è poi l’aggettivo che, ogni anno, si associa alla festa dei rally che va in scena nella Repubblica di San Marino. Quest’anno la presenza di Thierry Neuville e del team Hyundai Motorsport, con il team director Andrea Adamo che ha presenziato alle serie di test in programma, di Andreas Mikkelsen e di Craig Breen, anche loro provenienti dal WRC aveva già creato grande interesse.

Si sono poi aggiunti il funambolo americano Ken Block, che ha composto con Gigi Galli, ultimo pilota italiano “ufficiale” nel Mondiale Rally, e con Mattias Ekstrom, campione mondiale rallycross nel 2016 e due volte in pista nel DTM, un terzetto che ha infiammato il pubblico – tanto, tantissimo, molto di più dei quasi settantamila del 2018. Poi Miki Biasion, il due volte iridato rally di casa nostra, presenza immancabile di Rallylegend, con la ciliegina finale di Andrea Dovizioso, che alla domenica si è voluto cimentare al volante.

Il risultato è stato, ancora una volta, una quattro giorni intensa, di grande passione e di festa dei rally di ieri e di oggi. E se i tanti giovani presenti hanno affollato le hospitality e le prove speciali per festeggiare i beniamini di oggi, per gli appassionati con i capelli grigi Rallylegend Heritage ha rappresentato un tuffo in un passato glorioso, concretizzato in una ventina di meraviglie a quattro ruote, che ha fatto brillare gli occhi di emozioni a tanti.

Anche “The Legend Show”, l’altra novità di questa edizione, una sfida a coppie, senza rilevamento tempi ma solo spettacolo, intorno a due rotonde, diverrà probabilmente un altro “must” dei prossimi Rallylegend. “Tanta gente anche al giovedì sera – spiegano soddisfatti Vito Piarulli e Paolo Valli, dal ponte di comando dell’evento – per una cosa nuova che ci siamo inventati. Cosi Rallylegend si allunga, per offrire a tanti spettatori, provenienti da tutta Europa e anche oltre, uno spettacolo unico e inimitabile”.

Spettacolo Ken Block tra le rotonde dello shakedown

E’ stato un debutto con i fuochi d’artificio. E non solo virtuali, dato che uno spettacolo pirotecnico ha festeggiato – insieme ad un pubblico strabocchevole e entusiasta, posizionatosi sul percorso già molte ore prima del via – Ken Block, primo vincitore di “The Legend Show”, un vero e proprio challenge riservato a venti piloti e vetture d’élite – che parteciperanno poi al rally – un festival di “tondi” intorno a due rotonde, la nuova “invenzione” di Rallylegend, che si conferma un successo moderno e storico.

Una giuria di esperti ha decretato come il migliore ad “accarezzare” il centro delle rotonde il funambolico driver statunitense, famoso in tutto il mondo per le sue “acrobazie”, che a Rallylegend ha esibito al volante della sua Ford Escort Cosworth “vitaminizzata” e con il fido Alex Gelsomino a fianco. Nella sfida ravvicinata, con partenze contrapposte e quindi due vetture contemporaneamente in gara, ha avuto la meglio, alla fine, su Mattias Ekstrom, con Jonas Andersson, a bordo della Audi Quattro S1 RX e con Gigi Galli, con Alberto Genovesi, a chiudere il podio con la Kia Rio Rx.

“E’ stato uno spettacolo fantastico e coinvolgente – commentava alla fine il vincitore Ken Block, vero specialista di questo genere di esibizioni – e noi ci siamo divertiti un bel po’ a fare show. Ma soprattutto credo che sia sia divertito il mare di gente che è venuto ad assistere a questa interessante novità di “The Legend Show” …”

Anche tutti gli altri “big” che hanno infiammato gli spettatori, a partire dalle macchine storiche, in un crescendo di prestazioni che ha portato fino alla Hyundai i20 Coupè di Therry Neuville, si sono impegnati a fondo, per rendere indimenticabile la novità, che ha allungato Rallylegend di un’altra, spettacolare giornata.

Una grande folla in festa anche quella che ha assistito allo shakedown, prima occasione per vedere l’intero, splendido parco macchine dell’evento sammarinese in azione. Venerdi 12 ottobre, alle ore 19.00, a partire dalla tarda serata quindi, si è iniziato a fare sul serio, con la partenza della prima tappa del rally, il momento più atteso, per la suggestiva frazione in notturna. La ripetizione delle prove “Le Tane” e “San Marino” è stato inframezzato dallo scenografico riordino nel centro storico di San Marino.

A chiudere in testa la prima giornata tra le “new entry” Heritage, le splendide macchine originali e in livrea d’epoca, con al volante alcuni campioni “vintage”, ma solo per l’anagrafe, è il trentino Sandro Giacomelli, con Orian alle note, a bordo di una Fiat 131 Abarth del 1977, che ha preceduto Stefano Avandero, con Salin, con una bellissima Lancia Stratos del 1975 ex Darniche e la coppia Battiato-Battiato, su Lancia Fulvia Hf del 1972, già resa vincente da Amilcare Ballestrieri.

Thierry Neuville impegnato a Rallylegend
Thierry Neuville impegnato a Rallylegend

Nella categoria Historic, solo otto decimi di secondo separano il leader provvisorio Marco Superti, con Brunetti (Porsche Carrera RS 1972) dall’altra Porsche 911 SC del 1978 del sammarinese Giuliano Calzolari, subito in palla, al rientro alle gare dopo l’incidente dello scorso anno in Finlandi, qui con Ercolani alle note, mentre a chiudere il podio va l’altro veloce pilota di casa Stefano Rosati, con Toccaceli, su Talbot Lotus.

Come da facile pronostico, Thierry Neuville, con Gilsoul, comanda agevolmente tra le WRC con la Huyndai i20 Coupè WRC, davanti al suo team mate Andreas Mikkelsen, con Jaeger, al volante di una i20 Coupè ma del 2016 del team HMI. Terzo in classifica e primo degli “umani” nella categoria, “Il Valli”, con Cirillo, che completa un terzetto di “vuerrecì” coreane sul podio.

Tra le “Myth” Simone Romagna, con Addondi, e la Lancia Delta 16 V nei colori Martini Racing, guidano la categoria, davanti alla Subaru Impreza 555 di Boroli-Vercelli e alla Ford Escort Cosworth del fuoriclasse statunitense Ken Block, con Gelsomino alle note.

Parte il Day 2 con quattro ‘reucci’ che puntano a vincere

Giorno due di Rallylegend 2019 all’insegna delle conferme delle leadership della prima frazione tra le vetture Heritage, Myth e WRC, e con un nuovo leader tra le Historic. Questo, in estrema sintesi, l’esito agonistico di una tappa, vissuta in un abbraccio di pubblico davvero straordinario, lungo le sei prove speciali (tre da ripetere) in programma.

Conferma di Sandro Giacomelli, con Orian, a bordo della Fiat 131 Abarth tra le Heritage, dove il trentino consolida il suo primato davanti al secondo Stefano Avandero, con Salin, con una Lancia Stratos del 1975 ex Darniche, che supera, alle spalle del leader, il duo Battiato-Battiato, su Lancia Fulvia Hf del 1972 ex-Ballestrieri.

Il sammarinese Giuliano Calzolari, al ritorno alle gare dopo oltre un anno, passa in testa tra le Historic, con Ercolani alle note e la Porsche 911 SC del 1978, mostrando di avere già ritrovato il passo giusto, passo del quale fanno le spese Marco Superti, con Brunetti e la Porsche Carrera RS 1972, in testa a fine Giorno 1, e l’altro veloce pilota di casa Stefano Rosati, con Toccaceli, su Talbot Lotus, terzi.

Ancora una conferma, attesa, quella di Thierry Neuville, con Gilsoul, leader tra le WRC con la Huyndai i20 Coupè WRC, ancora davanti al suo team mate Andreas Mikkelsen, con Jaeger, al volante di una i20 Coupè ma del 2016 del team HMI. Completa un podio “internazionale” il danese Brian Madsen, con Torstein, a bordo di una Peugeot 206 WRC del 1999.

Tra le “Myth” Simone Romagna, con Addondi, e la Lancia Delta 16 V nei colori Martini Racing, guidano la categoria ma è ad un soffio la Ford Escort Cosworth dello statunitense Ken Block, con Gelsomino alle note, in netta rimonta. E anche Carlo Boroli, con Vercelli, non sono lontani, al terzo posto, con la Subaru Impreza 555. Tra i ritiri importanti quelli dell’uruguaiano Gustavo Trelles, con Del Buono, incappati in una uscita di strada già venerdì sera, e del siciliano Totò Riolo, con Floris, su Ford Sierra Cosworth.

Day 3 nel segno di Neuville, Block, Calzolari e Giacomelli

Non cercava di certo la vittoria, anche se non ha faticato per ottenerla. Thierry Neuville, il navigatore Nicolas Gilsoul e la Hyundai i20 Coupè WRC erano a Rallylegend, oltreche per far felici decine di migliaia di fans, soprattutto per svolgere una sessione di test in gara, in vista del rush finale del Mondiale Rally, che vede attualmente la Casa coreana in testa alla classifica Costruttori. E alla fine il pilota belga ha dominato anche in gara, avendo ragione del suo compagno di squadra Andrea Mikkelsen, con Anders Jaeger, al via con una Hyundai i20 WRC del 2016 del team HMI, per fare chilometri su fondo asfaltato, in ottica del prossimo impegno al rally di Spagna.

A Mikkelsen e Jaeger sono andati in premio i due prestigiosi orologi Eberhard&Co, molto apprezzati dall’equipaggio. Nessuno degli inseguitori è riuscito nel sogno, quasi impossibile, della gara della vita, nell’impresa da raccontare ai nipoti di stare davanti ai due battistrada “mondiali”. E il terzo classificato, primo degli “umani”, è alla fine il danese Brian Madsen, con Eriksen Torstein, navigatore di Mads Ostberg nel Mondiale Rally, a bordo di una Peugeot 206 WRC del 1999.

Tre piloti in meno di dieci secondi nella classifica finale raccontano la lotta che ha caratterizzato la categoria Myth, dove un soddisfatto Ken Block, con Alex Gelsomino alle note e la Ford Escort Cosworth del 1994 hanno avuto ragione degli inseguitori, primo dei quali Simone Romagna, con Addondi, e la Lancia Delta 16 V nei colori Martini Racing del 1990. Carlo Boroli, con Vercelli, non sono lontani, al terzo posto, con la Subaru Impreza 555 del 1993 ex Colin McRae. Tra i ritiri importanti quelli dell’uruguaiano Gustavo Trelles, con Del Buono, per problemi al motore già venerdì sera, e del siciliano Totò Riolo, con Floris, su Ford Sierra Cosworth.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Un detto che ben si attaglia al sammarinese Giuliano Calzolari, “Lupo” per i rallisti, che al rientro agonistico dopo più di un anno di stop forzato, ha vinto il suo secondo Rallylegend tra le Historic, al debutto con la per lui sconosciuta Porsche 911 SC del 1972 e con Ercolani alle note. Solo l’ultima speciale ha deciso il duello con il suo conterraneo Stefano Rosati, con Toccaceli, e la evergreen Talbot Lotus, per poco più di due secondi con Bruno Bentivogli, campione degli anni ’80, che con Segato alle note, ha pilotato da par suo una Ford Sierra Cosworth Gruppo N.

E’ il trentino Sandro Giacomelli, con Francesco Orian al cronometro, a bordo della Fiat 131 Abarth del 1977 il primo vincitore di Rallylegend Heritage, la nuova proposta di successo di Rallylegend 2019. Uno scrigno contenente una ventina di vetture di grande storia, originali e nelle livree d’epoca passate alla leggenda, qui impegnate in una Regolarità Sport, con un percorso rally ridotto.

Giacomelli, rallista D.O.C. con un notevole curriculum di vittorie, era alla prima esperienza con il cronometro “di precisione” ma ha preso subito il comando, per non lasciarlo più fino alla fine. Alle sue spalle, la terza e ultima tappa ha deciso la sfida tra il duo Enzo e Luca Battiato, a bordo di una splendida Lancia Fulvia HF 1.6 del 1972 ex Ballestrieri, giunti alla fine secondi, e la altrettanto spettacolare Lancia Stratos ex Darniche nei colori Chardonnet del 1975 di Stefano Avandero , con Nicola Salin, andati a chiudere il podio.

Ritirati, ma acclamati dal pubblico presente, Jean Claude Andruet, mito nei rally e nelle gare in pista, affiancato da Florence Brettenui, con una Fiat 131 Abarth Fiat France del 1976, al tempo pilotata anche da Michele Mouton, Miki Biasion, che ha fatto passerella con la Opel Kadett GTE gruppo 1 del 1979, con la quale ha debuttato nei rally, Chicco Svizzero, al via con la Alfa Romeo Alfetta 1800 del 1975 della quale era pilota ufficiale, e Tito Cane, tornato al volante dopo molti anni della stessa Fiat 131 Abarth nei colori 9Nove del 1977, con cui si aggiudicò il TRN del 1979.

La Antigua Legend Cup è ormai una tradizione a Rallylegend. Un trofeo con premi da sogno che, utilizzando le regole e i coefficienti delle regate veliche, consente, nella sua particolare classifica, di far competere a pari livello le vetture più lente con quelle più veloci. Quest’anno la vittoria è andata a Thierry Neuville, che si aggiudica una vacanza da sogno di dieci giorni ai Caraibi per due persone.

Sempre spettacolare, Paolo Diana con Mattia Dini alle note e la sua Fiat 131 Racing “vitaminizzata” del 1982 si è aggiudicato i premi “Pirelli Jump in the Legend”, per i salti giudicati più spettacolari da una giuria posizionata in due particolari punti del percorso.

L’amore tra Miki Biasion e la Delta: l’incontro nel 1985

A proposito di Miki Biasion e la Delta. Riflessioni a posteriori su una delle vetture più vincenti della storia: Non bastava più pigiare sull’acceleratore per bruciare i rettilinei in un attimo e anche io, come tutti, dovetti cambiare il modo di pilotare. Con meno cavalleria sotto il cofano, era fondamentale lasciare scorrere l’auto.

Un rapporto d’amore vero quello di Miki Biasion e la Delta. “Ci eravamo incontrati nel 1985 quando, molto sofisticata, aveva reazioni brutali e abbiamo continuato a frequentarci quando i nuovi regolamenti l’hanno costretta ad addolcirsi. Siamo stati insieme fino al 1991 e sono stati anni intensi e bellissimi…”. Sono le parole di Miki Biasion che racconta del suo rapporto con la Lancia Delta. Rapporto d’amore, ovviamente.

“Non ci separavamo quasi mai: quando, fra un rally e l’altro, i miei compagni di squadra staccavano la spina e si prendevano qualche giorno di vacanza, io attaccavo con i test. Dieci, dodici ore al giorno ad andare avanti e indietro su una base di qualche chilometro a collaudare questo e quello, a verificare se le modifiche studiate a tavolino dai tecnici dell’Abarth erano efficaci. A inventarci qualcosa per renderla più veloce, più competitiva”. Rapporto d’amore, dicevamo.

”In tutto, più di trecento giorni all’anno per sette stagioni, abbastanza per poter dire che nella mia vita ho passato più tempo a guidare una Delta che a fare altre cose… Finita la parentesi con la S4 che rappresentava l’esaltazione del rischio e del coraggio, è arrivata la 4WD. All’Elba in un giorno d’autunno del 1986, il nostro primo contatto, i primi approcci”, ricorda Miki Biasion.

“Niente di veramente esaltante, e non solo perché si ruppe subito una testina dello sterzo e me la misi in testa. Dai cinquecento cavalli della versione Gruppo B, la potenza era scesa a duecentocinquanta, duecentosessanta e la sensazione era frustrante”, dice ancora il due volte campione del mondo rally.

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La copertina di 100 anni di Storie di Rally

I 70 anni dell’Abarth e il francobollo già oggetto di culto

Il francobollo che riproduce il logo ufficiale del 70° anniversario di Abarth è stato realizzato dall’Ufficio Filatelico e Numismatico della Repubblica di San Marino. Con una tiratura di 60.000 unità, ciascuno del valore di 1,60 euro,

Abarth compie 70 anni e in occasione degli Abarth Days 2019, il raduno internazionale per tutti i fan di Abarth in cui si celebrerà il compleanno dello Scorpione, sarà emesso un francobollo celebrativo. Il francobollo che riproduce il logo ufficiale del 70° anniversario è stato realizzato dall’Ufficio Filatelico e Numismatico della Repubblica di San Marino.

Con una tiratura di 60.000 unità, ciascuno del valore di 1,60 euro, il francobollo è un vero e proprio oggetto da collezione che riproduce sia l’inconfondibile Scorpione sia la bandiera a scacchi in omaggio alle tante vittorie sportive del marchio italiano.

Il francobollo celebrativo prosegue la serie di tributi ai primi 70 anni di vita dello Scorpione iniziata con il lancio della gamma celebrativa “70° Anniversario”, l’Abarth 595 esseesse, ispirata al kit di elaborazione degli anni Sessanta, e la limited edition Abarth 124 Rally Tribute che celebra le tantissime vittorie della Abarth 124 rally nel 2018.

Storie di Rally media partner di Rallylegend: guida alla gara

Un onore per un giornale giovane e in continua crescita come Storie di Rally far parte dei media partner di quella che, giustamente, è da considerarsi il rally più rally rimasto nell’era contemporanea, fatte salve le gare del WRC e dell’ERC.

Storie di Rally media partner di Rallylegend 2019, la competizione sammarinese ideata dal vulcanico Vito Piarulli e da sempre centro di attrazioni del rallysmo internazionale e nazionale e delle principali attestazioni di stima, oltre che di invidie di varia natura.

Un sicuro piacere per Rallylegend 2019 trovare un nuovo media partner, che si unisce ad un settimanale autorevole come Autosprint, ad mensile pregiato come RS RallySlalom e alla storica RTV San Marino, nella promozione di una manifestazione che sta scrivendo la storia di un nuovo modo di fare un bel rallysmo.

Un contenitore lo ha definito qualcuno, un continuo esperimento di successo sarebbe meglio dire. La sera di mercoledì 9 ottobre l’atmosfera a San Marino sarà già infuocata con le prime ricognizioni nelle prove speciali, che proseguiranno anche la mattina e il pomeriggio di giovedì 10.

Alle 19.30 di giovedì 10 potete gustarvi la “The Legend Parade” mentre dalle 21 alle 23 c’è la mitica “The Legend Show”. Le PS vere e proprie partono venerdì 11 con il shakedown “I Laghi” dalle 10 alle 14. Dalle 19 alle 23.30 le prime speciali in notturna, una vera chicca per gli intenditori.

The Legend e Rally Village ma non solo

Sabato 12 la giornata comincia tardi, con la partenza per le PS fissata alle 13 e l’arrivo alle 18.30. Domenica è la giornata speciale, dedicata alla PS spettacolo “The Legend”, dalle 10 alle 14. Il Rallyvillage è assolutamente da non perdere, anzi non entrarci significa non godere appieno l’esperienza Rallylegend. All’interno troverete tutte le auto in gara, i piloti e altre chicche che un appassionato di rally non può perdere.

Arrivate nel 2017, le WRC Plus sono l’evoluzione delle vetture del mondiale del 2011, con motore 1600 turbo. Le vetture Plus arrivano a circa 380 cavalli di potenza e montano appendici aerodinamiche molto più appariscenti oltre ad avere il differenziale a controllo elettronico.

Il Legend Show Da comunicato stampa ufficiale, si tratta di: “un vero e proprio challenge riservato a venti piloti e vetture d’élite, che daranno spettacolo e adrenalina a gogò nelle due rotatorie, situate a poche decine di metri da Rallylegend Village e collegate da un rettilineo di 350 metri”.

Si svolgerà giovedì 10 ottobre alle ore 20.30, subito dopo la cerimonia di presentazione degli equipaggi sulla pedana di partenza. Si tratta di una vera e propria sfida: “partenze contrapposte e quindi con due vetture contemporaneamente in gara, tre giri in un senso di marcia su ogni rotatoria, seguiti da altri tre giri in senso inverso”.

Ci saranno anche due apposite giurie, una per rotatoria, che valuteranno la prestazione. La sfida, ad eliminazione diretta, “terminerà con una superfinale con i due campioni del “360°”, che si sfideranno su sei giri attorno ad ogni rotatoria per ogni senso di marcia”.

Heritage: auto da rally del Gruppo B e dei Gruppi 1, 2, 3 e 4

Dopo le premiazioni del Legend Show la giornata si chiuderà con una bella festa arricchita di musica all’interno del Rallylegend Village. Un’altra novità 2019 è la categoria Heritage, con 30 vetture ammesse.

Si tratta di una “competizione riservata a vetture originali, costruite fino all’anno 1982 ed appartenenti ai Gruppi 1, 2, 3, 4 e B, con la livrea dell’epoca e documentazione storica che attesti il passato della vettura”

Alcune di queste vetture, di grande valore sportivo, saranno inedite per il pubblico italiano e sammarinese. Le 30 vetture speciali faranno le stesse prove del sabato, ma con un solo passaggio. Mentre la domenica sfileranno esclusivamente nella PS “The Legend”.

Si tratta di una sorta di regolarità, tuttavia si svolgerà su strade chiuse e con medie superiori ai 50 km/h nei tratti di prove cronometrate. Inoltre i tempi massimi di percorrenza dei settori di gara saranno gli stessi previsti per il rally. Queste 30 vetture saranno infine le prime ad entrare nelle PS, proprio davanti alle Legend Stars.

Perché non mancare al Rallylegend: tutte le star

Thierry Neuville, la guest star di quest’anno, al via con Hyundai i20 coupè WRC del team ufficiale Hyundai Shell Mobis WRC, che ha scelto Rallylegend per una importante serie di test in gara, che vedrà presente anche il team director Andrea Adamo.

Aria di Mondiale Rally che faranno respirare anche Andreas Mikkelsen, al suo primo Rallylegend che disputerà con una Hyundai i20 WRC del team italiano HMI “vestita” nei colori 958 Santero e Craig Breen, che torna a San Marino dopo la vittoria 2018 tra le World Rally Car.

Grande attesa anche per il ritorno di Gigi Galli, che “sperimenterà” la sua Kia Rio RX da rallycross per la prima volta in prova speciale mentre lo statunitense Ken Block, affronta il suo primo Rallylegend con la sua Ford Escort Cosworth, denominata “Cossie”.

Grande Italia al via di Rallylegend 2019 con Miki Biasion, che sarà impegnato su più “fronti”, “Tony” Fassina, in gara con la sua splendida Lancia Stratos, Piero Longhi, che si cimenta con la Ford Fiesta WRC, poi ancora Bruno Bentivogli (Ford Sierra Cosworth), Simone Romagna (Lancia Delta 16V), il debutto di Mauro Sipsz(Lancia Stratos), l’aficionado Graziano Rossi (BMW M3 E46), centauro dai trascorsi importanti e papà di Valentino, fino ad arrivare al funambolico Paolo Diana (Fiat 131 Racing).

Tra gli oltre ottanta equipaggi provenienti da una venticinquina di Nazioni diverse, tornano Frank Kelly (Ford Escort MkII), i danesi Poulsen, brillante carriera nei loro campionati nazionali, e Chistof Klausner, immancabile con la sua Audi Quattro.

Al volante di meravigliose Lancia Stratos, Renault Alpine A110, Fiat 124 Abarth, Opel Ascona e Kadett, Fiat 131 Abarth, Porsche 911, Alfa Romeo Gtv in rare versioni 1800 e Turbodelta e altri “gioielli”, campioni ben impressi nella memoria degli appassionati come Jean Claude Andruet, che disputa il suo primo Rallylegend, con una Fiat 131 Abarth di grande pedigree, Miki Biasion, con la Opel Kadett GTE con cui debuttò nei rally giusto quaranta anni fa, Federico Ormezzano, con la Talbot Lotus con cui vinceva dando spettacolo senza limiti, Chicco Svizzero e “Tito” Cane.

Apre già al giovedì sera Rallylegend 2019 che, subito dopo la The Legend Parade, cerimonia di presentazione dei “big” al via sul palco dell’evento sammarinese, poche centinaia di metri più in là, vedrà andare in scena “Legend Show”, un vero e proprio challenge riservato a venti piloti e vetture d’élite, che parteciperanno poi al rally.

La sfida avverrà giovedì 10 ottobre a partire dalle ore 21.00. Il percorso sarà realizzato utilizzando le due rotatorie, situate a poche decine di metri da Rallylegend Village e collegate da un rettilineo di 350 metri. Partenze contrapposte e quindi due vetture contemporaneamente in gara. Due apposite giurie, una per rotatoria, valuteranno la prestazione. Il tutto ad eliminazione diretta per arrivare ad una superfinale con i due campioni del “360°”, che si sfideranno su sei giri attorno ad ogni rotatoria per ogni senso di marcia.

Guida al Rallylegend 2019: tutte le informazioni

Programma ufficiale Rallylegend 2019

Piantine e Mappe Prove Speciali Rallylegend 2019

Elenco piloti presenti al Rallylegend 2019

Le PS del Rallylegend 2019 su Google Maps (ottimo per raggiungere con precisioni i luoghi più indicati)

Tabella Tempi e Distanze Rallylegend 2019

Auguri di buon compleanno cara Lancia Delta: chi ringraziamo?

Una storia lunga 40 anni quella della nostra cara Lancia Delta. Una storia che segue quella della Lancia, definita ‘senza nessun appeal’ dal defunto CEO Sergio Marchionne, un’azienda leader nella produzione di serie e nei rally di tutto il mondo letteralmente spolpata e scarnificata dalla famiglia Agnelli e dai suoi uomini.

Auguri di buon compleanno cara Lancia Delta. Nel 2019 hai compito i tuoi primi 40 anni. La tua è la storia di una campionessa del mondo rally senza rivali e senza eguali, la storia di una regina dei rally che ha continuato a vincere anche se non più sviluppata da anni.

La tua è la storia di un’auto da rally leader dovunque. La tua è storia, purtroppo. Un po’ come la storia della Lancia. Un marchio ingiustamente definito “senza nessun appeal” dal defunto CEO Sergio Marchionne. La storia di un’azienda leader nella produzione di serie e nei rally di tutto il mondo letteralmente spolpata e scarnificata dalla famiglia Agnelli.

La Lancia Delta, nata nel 1979 dalla matita di Giorgetto Giugiaro, debutta nei rally in grande stile ufficialmente con la mostruosa Delta S4 Gruppo B solo sei anni più tardi. La Lancia Delta S4 sostituisce la Lancia Rally 037, che a sua volta aveva raccolto l’eredità della Fiat 131 Abarth Rally.

Sarà solo dopo la scomparsa di Henri Toivonen e Sergio Cresto (e l’anno prima di Attilio Bettega sulla Lancia Rally 037) che la Fia deciderà di sostituire le ormai troppo pericolose Gruppo B, che si avviano verso potenze addirittura superiori ai 1000 cavalli, con il Gruppo A.

Qui la creatura di Giugiaro, dotata di trazione integrale e di motore modificato della Thema Turbo, prima 8 valvole e poi 16, rinasce a nuova vita e conquista sei titoli mondiali Costruttori consecutivi, e quattro titoli piloti: due con Miki Biasion (1988 e 1989) e altri due con Juha Kankkunen (1987 e 1991).

La Lancia Delta S4, un'icona del WRC
La Lancia Delta S4, un’icona del WRC

La Delta di Giugiaro originale viene poi offesa

La Delta di Giugiaro originale viene poi offesa, pardon sostituita da un modello clone a due volumi della Lancia Dedra, che non è in grado di esprimere alcuna velleità sportiva e che, soprattutto, non ha alle spalle il reparto corse ufficiale della Casa, impegnato con l’Alfa Romeo nel DTM e nell’Euroturismo.

È recente la messa in vendita, in tiratura limitata, di cinquanta esemplari di Lancia Delta HF Integrale e ad un prezzo base di 350.000 euro. Si tratta delle Delta HF Futurista, repliche perfette delle varie Evo di ultima generazione, dalla cosiddetta Deltona alla EVO 6, i cui prezzi sul mercato dell’usato o sulle aste oscillano tra i 65-70.000 euro fino ai 250-300.000 euro per le Evo edizione limitata o per le ex ufficiali rally.

Un esemplare della Lancia Delta S4 ex-Markku Alen è stata recentemente battuta all’asta a 650.000 sterline. Dunque, buon quarantesimo compleanno Lancia Delta. Tutti noi appassionati di rally ancora speriamo e desideriamo rivederti in produzione e in gara. Utopie di appassionati che non capiscono nulla di marketing, che si lasciano incantare da immagini che non torneranno mai più.

Ma proposito di marketing, noi che non capiamo nulla di questa scienza inesatta, noi che avremmo continuato a far produrre e a far vincere la Lancia Delta HF Integrale a costo di vendere la Fiat, mezza Torino e anche la famiglia Agnelli, abbiamo una domanda, anzi un paio di domande.

Consentitecele: ma i risultati di vendita della solitaria Lancia Ypsilon, che peraltro da sola batte i numeri di vendita Alfa Romeo con Giulietta, Giulia e Stelvio messe insieme, non vi dice nulla? Non vi suggerisce di ripensarci? Non vi suggerisce che la Lancia è l’unico marchio dotato di appeal? Perché sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico…

Auguri di buon compleanno cara Lancia Delta. Dunque, chi ringraziamo?

Rally della Lana 1987: la firma di Dario Cerrato con la HF (VIDEO)

A vincere il Rally della Lana 1987 furono Cerrato-Cerri, alla guida della nuova Lancia Delta HF 4WD. Per l’equipaggio cuneese e la Lancia Delta quella fu la prima di una lunga serie di vittorie consecutive: cinque (record assoluto), dal 1987 al 1991.

Il 1987, anno rivoluzionario per il mondo dei rally (tutto era infatti cambiato con la scomparsa delle vetture Gruppo B), una grossa novità arrivò anche al Rally della Lana che, per la prima volta, alla ricerca di sterrati “ad hoc”, ampliò il proprio percorso fino al Monferrato.

A vincere furono Cerrato-Cerri, alla guida della nuova Lancia Delta HF 4WD. Per l’equipaggio cuneese e la Lancia Delta quella fu la prima di una lunga serie di vittorie consecutive: cinque (record assoluto), dal 1987 al 1991.

Cerrato inizia la sua carriera nei rally al Sanremo del 1975. Ben presto comincia a farsi notare nelle gare in Italia con le vetture della Opel preparate da Conrero. Cerrato ha come copilota Lucio Guizzardi, con il quale vinse la prima delle 6 edizioni conquistate, del rally della Lana a Biella, con la Opel Ascona 400.

Le altre vittorie le ottenne con Gepi Cerri nel 1987 a bordo della Delta HF 4WD, nel 1988, 1989, 1990 e 1991 tutte con la Lancia Delta integrale. Guizzardi lo traghettò anche nel passaggio dalla Opel alla squadra ufficiale Fiat sul sedile della 131 Abarth, dove ottenne il suo miglior piazzamento in una gara mondiale, al Sanremo giunse secondo.

L’avventura in fiat durò solo un anno, il 1981, ben presto ritornò sulle vetture di Conrero, a battagliare nel Campionato Italiano. Nel 1985 fu ingaggiato dal Jolly Club, per correre il campionato europeo, campionato che conquistò nel 1985 a bordo della Lancia rally, e nel 1987 con la Delta HF 4WD.

Claudio Berro spiega i trofei monomarca Peugeot Rally

L’ingegnere Claudio Berro uomo Peugeot, poi Abarth, e Maserati, fino alla Ferrari e padre delle Lotus Exige da rally insieme all’ingegnere Andrea Adamo, analizza il segreto del successo dei trofei monomarca Peugeot Rally: la semplicità.

Claudio Berro è stato per tanti anni al timone dell’attività sportiva di Peugeot Italia e, prima di essere chiamato a Maranello da Jean Todt, è stato un grande fautore dei campionati promozionali della Casa del Leone. Esatto: è stato uno dei papà dei trofei monomarca Peugeot Rally.

Peugeot Competition si chiama ora, all’inizio semplicemente Peugeot Rally. Una formula di grande successo che ha recentemente spento le 40 candeline ed ha permesso “allevare” nuove generazioni di piloti che hanno saputo distinguersi nel panorama sportivo italiano a bordo delle leonesse.

“Quello del trofeo promozionale Peugeot è stato un modo molto intelligente per avvicinare la gente al mondo dello sport automobilistico, sia nei rally sia in pista”, ricorda il manager ligure, “utilizzando una macchina quasi di serie, la 205 prima e la 106 Rallye poi, studiata ad hoc per questo scopo, grazie a costi molto bassi e una meccanica molto robusta, ma con prestazioni importanti. Questa, sostanzialmente, la ricetta vincente di questo programma in essere ancor oggi”.

La Peugeot 205 Rallye nacque nel 1988, come versione altrettanto sportiva delle GTI, ma più abbordabile e, soprattutto, pensata per l’impiego nelle competizioni. Dotata di un motore da 1,3 litri di cilindrata con alimentazione a carburatori erogava ben 103 cavalli che, uniti al peso ridotto all’osso anche dall’allestimento spartano (mancavano anche le bocchette di ventilazione centrali nell’abitacolo), le permetteva di rivaleggiare con vetture di ben altro segmento.

Divenne subito uno dei punti di riferimento nel mercato e fu impiegata ufficialmente come base per le competizioni in Gruppo N e Gruppo A. Ebbe grandissimo successo tra i giovani che la utilizzarono come valida alternativa alle GTI, più potenti sì, ma anche più costose.

La successiva Peugeot 106 Rallye nata nel 1993 fu l’erede di questo concetto espresso dalla 205: un’auto piccola, agile e leggera con un allestimento assai spartano e pensato per le corse, con sotto il cofano un motore semplice, dalla cubatura contenuta ma in grado di erogare una buona dose di cavalli (per la precisione 98) a regimi molto allegri. Un vero spasso in strada, vincente anch’essa sui terreni di gara.

Un'immagine del blocco motore della Peugeot 205 Rallye
Un’immagine del blocco motore della Peugeot 205 Rallye

“In Italia si è arrivati ad avere complessivamente quasi seicento iscritti nel 1989 e la sede centrale in Francia di Peugeot Sport non lo credeva possibile, ma era così!”. Altri tempi sicuramente, ma oggi, pur in un momento di difficile congiuntura economica con risvolti negativi sul mondo delle competizioni, gli iscritti alla quarantesima edizione del trofeo del Leone hanno superato quota 100 e rappresentano un successo davvero notevole, a conferma del fatto che la formula ideata da Peugeot in Italia è sicuramente molto attrattiva per chi vuole mettersi alla prova al volante di una vettura del Leone.

“Poi oltre al supporto interno c’era anche quello degli sponsor che consentiva di aumentare i premi importanti distribuiti ai vincitori. Lo stesso Andrea Aghini vinceva di continuo e con l’assegno ricevuto poteva acquistare pneumatici e benzina per la gara successiva, riducendo drasticamente i costi della stagione. I premi erano studiati per consentire ai più talentuosi di andare avanti, come fatto tutt’oggi dalla filiale italiana del Leone con il Peugeot Competition attuale”, prosegue Claudio Berro.

Tra l’altro, oltre allo sconto sull’acquisto della vettura, con il supporto di sponsor tecnici all’epoca c’era a disposizione un kit comprendente tuta, protezioni, roll-bar – conclude Berro – mentre oggi le vetture pronto gara possono esser acquistate direttamente da Peugeot Sport”. Insomma, un modo concreto per venire incontro ai trofeisti che ancor oggi sono valorizzati da questa formula vincente ideata quarant’anni fa.

Safari Rally 1979: Walter Rohrl racconta l’edizione più folle

Sebbene in quel Safari Rally 1979 avessero ancora un primo posto davanti agli occhi, una lunga sosta forzata in una enorme buca piena di fango gli consegnò un mesto ottavo posto finale. Tanto, a Rohrl non importava. Voleva tornare a casa il più presto possibile e prenotò il volo immediatamente successivo, che partì verso la mezzanotte di quello stesso giorno.

Ogni gara ha la sua edizione più folle. Anche il Safari Rally ne ha almeno una: quella del 1979. In realtà quasi tutte le edizioni furono pazzesche. Certo è che il 18 aprile 1979, che è una data scritta a caratteri cubitali nella storia della Fiat, Walter Rohrl e Christian Geistdorfer si ritrovarono a disputare il Safari Rally più pazzo della storia.

Walter Rohrl ricorda ironicamente: ”Fiat ci inviò con la 131 al mio ”rally preferito”. Erano presenti anche i colleghi Sandro Munari, Markku Alen e lo specialista locale Robin Ulyate. Munari ora era un ”vecchio” intenditore del Safari e parlava ancora del suo ”rally d’addio”. Ecco perché era accarezzato come un bambino e godeva di tutti i privilegi”.

Walter Rohrl ricorda che, per quel Safari Rally, Sandro Munari ”si era allenato dal mese di febbraio e aveva ”percorso in bicicletta su per giù 2.000 chilometri. Per Markku Alen era il primo Safari, così come per Christian Geistdorfer. Entrambi trovavano tutto molto eccitante e interessante. Con i miei ricordi del 1976, sono arrivato a Nairobi relativamente privo di emozioni, ho dovuto affrontare un vasto programma di allenamento e sono rimasto di nuovo seccato. Quindi, non capivo cosa ci fosse di così eccitante”.

Walter Rohrl al Safari Rally 1979
Walter Rohrl al Safari Rally 1979 col vetro sfondato da un volatile

”Mentre prendevamo appunti ad alta velocità per il rally con una Fiat di serie, capitava che qualche 131 Gruppo 4 mi superasse. Sandro Munari era l’unico che aveva un’auto da allenamento decente – ha aggiunto Rohrl –. La qualità delle sue note era migliore della mia. E qui ebbi la mia prima vera discussione con Audetto. Gli altri Costruttori arrivavano in Africa agguerriti e competitivi: Mercedes con sei auto, Datsun con sei auto e Peugeot con quattro auto. E ovunque c’erano esperti conclamati di Safari Rally”.

”Jurgen Barth e Roland Kussmaul erano agli inizi, con una squadra privata e con una Porsche 924. Già durante la prima fase della gara noi eravamo afflitti da problemi, che non ci consentivano di superare la sesta posizione. La seconda tappa della gara è stata come giocare alla lotteria: dopo la parte più difficile delle Taita Hills, un minibus si avvicina a noi in un bivio a destra. C’era solo poco spazio tra il pullman e il muro e ci ho rimesso la fiancata sinistra”, ricorda il campione tedesco.

”Poche ore dopo, un grosso uccello si schianta sul vetro della mia Fiat 131 Abarth Rally. Questo ci ha permesso di avere una visione speciale del paesaggio africano e avevamo anche le migliori condizioni di ventilazione. Ma vuoi mica che una giornata iniziata così non riservi altre sorprese? Guarda caso, iniziano a riversarsi secchi di acqua. Non un nubifragio, una tempesta. Le gocce di pioggia ci colpivano in faccia come pallini di fucile”.

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Franco Perazio inaugura la storia del Rally Lana

Nato nel 1973 e inaugurato dalla rossa Lancia Fulvia HF di Franco Perazio, il Rally Lana è diventato internazionale nel 1978 e ha avuto a lungo anche la validità per il Campionato Europeo e per quello svizzero, oltre che per il Campionato Italiano Rally.

Perché il Rally della Lana, o Rally Lana secondo la denominazione introdotta già negli anni Novanta, si chiama così? Facile immaginarlo vista la tradizione nel settore laniero della zona biellese, forse un po’ meno del dettaglio visto che ci vuole la denominazione originale per saperlo: Lana Gatto. Che era il nome del principale lanificio che sosteneva l’Automobile Club locale. Ed il nome è rimasto anche quando la sponsorizzazione si è esaurita.

Nato nel 1973 il Rally Lana è diventato internazionale nel 1978 e ha avuto a lungo anche la validità per il Campionato Europeo e per quello svizzero, oltre che per il Campionato Italiano Rally. Pur essendo un rally relativamente giovane è entrato da subito nel cuore degli appassionati biellesi e non solo. Come non ricordare quella sera del 14 aprile del 1973 quando la rossa Fulvia HF 1,6 Gruppo 4 di Franco Perazio lasciava il piazzale della ex stazione nel centro di Biella in un bagno di folla entusiasta, aprendo la storia del “Lana” durata ben ventinove edizioni?

Una storia abbastanza recente di piloti e vetture che hanno fatto di questa manifestazione, oltre che l’avvenimento motoristico biellese dell’anno, una delle più impegnative prove dell’intero Campionato Italiano Rally di allora. La prima edizione fu corsa nel 1973 (vinta da Franco Perazio) ben diversa dalla grande manifestazione che diventò successivamente, il rally era in realtà una regolarità sprint.

L’anno successivo (1974) – grazie al grande successo ottenuto dalla prima edizione – venne promosso ad una categoria superiore: Il Trofeo Rally Nazionali ed ottenne il “coefficiente 3”, poi nel 1975 si guadagnò il “coefficiente 4” e fino al 1977 restò Nazionale. Nel 1978 il “Lana” venne promosso “Rally Internazionale”, fu vinto da un biellese: Federico Ormezzano con la Opel Kadett GT/E Gruppo 2.

Dopo l’edizione sfortunata del 1979, dal 1980 in poi, ci fu un avvicendamento ai vertici organizzativi, la direzione della corsa venne affidata ad un gruppo di quattro persone sportivamente qualificate: Meme Gubernati, Roberto Bologna, Federico Ormezzano e Renato Genova, con la presenza costante di un grande organizzatore: Dante Salvay. Grazie a questo gruppo di lavoro, nel 1984, l’intera organizzazione passò nelle mani della “Biella Corse”.

Negli ormai lontani anni Settanta, il Lana vide la partecipazione di importanti piloti del tempo come Gianni Besozzi, vincitore delle edizioni 1974, 1975, 1976, Bossetti, Carello, Dalla Pozza, che diedero lustro alla nostra gara. Sicuramente i meno giovani se li ricorderanno.

Ci sono stati piloti che, vuoi per la loro spettacolarità nelle prove speciali, vuoi per il loro carattere, sono entrati nell’immaginario collettivo di ognuno di noi: Il primo è stato Dario Cerrato, autentico “Signore del Lana” con i suoi successi: sei, cinque dei quali consecutivamente con la Lancia Delta, Dario ha sicuramente tracciato una pagina indelebile della storia della gara biellese.

Tra i biellesi è doveroso ricordare Franco Perazio, il “papà” di tanti piloti, e primo vincitore della gara, Giampiero Bagna, navigato da Emanuele Sanfront, con la sua rossa Lancia Stratos Rossignol che si classificò secondo assoluto nel 1979, Mauro Palladino, Giorgio Sassone entrambi su Porsche che spesso dominarono il Gruppo 3. Altro mito che corse sulle strade biellesi fu il grande Attilio Bettega (vincitore nel 1979 su Fiat 131 Abarth Alitalia) il cui ricordo è ancora vivo nei cuori di migliaia di appassionati.

Più recente protagonista e beniamino del pubblico biellese è stato Piero Longhi vincitore consecutivamente nel 1992, 1993, 1994 con vetture diverse, Delta e Toyota. Altro plurivincitore del Lana: Andrea Dallavilla, ne ha vinto tre edizioni (1995-1996-1997) con Toyota e Subaru. Da ricordare Andrea Zanussi, che vinse l’edizione del 1986 portando all’esordio in Italia la Peugeot 205 Turbo 16 Evo 2 Gruppo B, poi ancora Tabaton, Capone, Vudafieri, Biasion, Tony, Luky. Tognana, Bentivogli.

È con vanto che sottolineamo le partecipazioni alla gara biellese di piloti esteri di grande prestigio quali Jean Ragnotti, ufficiale Renault vincitore nel 1986 del Gruppo A, Patrick Snijers, Harri Toivonen, fratello dell’indimenticato Henri e poi l’uruguaiano Gustavo Trelles quattro volte Campione Mondiale in Gruppo N con Mitsubishi.

Una citazione speciale meritano gli equipaggi svizzeri (Burri, Carron, Krucker, Camandona, Balmer solo per citarne alcuni) che per anni hanno corso a Biella una prova del loro Campionato. Altro biellese “doc” Piero Liatti, vincitore con Fabrizia Pons dell’edizione dell’anno 2000 su Subaru WRC-Versace, ma anche vincitori del Rallye di Montecarlo 1997.

Una menzione particolare la meritano poi i tanti equipaggi biellesi che in tutte le edizioni hanno rappresentato lo “zoccolo duro” degli iscritti, a volte con sacrificio, ma l’importante era prendere il via dalle gara di casa. tra i tanti “Dodi” Panzera, Mario Giorgio, “Beppe Lampo”, Giorgio Dissegna, sovente nella “top ten” della classifica assoluta, ma anche Diego Pinzano, Fabrizio Ratiglia, Ivan Fioravanti, Mario Decacenti, i fratelli Crestani. Passano gli anni e altri Campioni si cimentano sulle strade biellesi quali Cunico, Aghini, Navarra, Andreucci, Medeghini, Ercolani.

Ultimo vincitore del vero Lana fu, nel 2001, Renato Travaglia su Peugeot 206 WRC. Sono passati quarantacinque anni da quella sera di aprile del 1973, i rally sono cambiati, si sono evoluti ma il Lana è rimasto, fin che si è corso, sempre un rally molto duro e bello da vincere.

Comunemente chiamato “il Lana” è rimasto nel cuore di generazioni di biellesi e anche di tanti appassionati non biellesi. Nazionale prima, internazionale poi ed infine valido per il Campionato Europeo, oltre che valido per in Campionato Italiano, il Lana, ha sempre rappresentato una bella fetta del rallysmo italiano. Qui finisce la storia del vero Lana.

Debutto sudamericano per Walter Rohrl e Christian Geistdorfer

Daniele Audetto inviò Markku Alen, Walter Rohrl e Christian Geistdorfer su Fiat 131 e alcuni altri equipaggi su Fiat 147, alcune alimentate da carburante derivato dalla canna da zucchero, quindi auto da rally a biocarburanti. Un’ulteriore attrazione della gara è stata la partecipazione del fratello di Emerson Fittipaldi, Wilson Fittipaldi. Era con un’Alfa Romeo.

Nei primi giorni di luglio del 1979 Walter Rohrl è alla sua prima gara in Sudamerica. Fiat invia lui e Christian Geistdorfer al Rally del Brasile. ”Il Brasile voleva organizzare una gara per poter entrare nel WRC e in quel momento, nel 1979 fu una prova generale”, ricordano Walter Rohrl e Christian Geistdorfer.

”Daniele Audetto inviò Markku Alen e me su Fiat 131 e alcuni altri equipaggi su Fiat 147, alcune alimentate da carburante derivato dalla canna da zucchero, quindi biocarburanti. Un affare di marketing in collaborazione con i concessionari Fiat in Brasile”, sono i ricordi del campione del mondo tedesco.

Walter Rohrl racconta che ”Domingos Piedade aveva organizzato tutto perfettamente. Penso che per la Fiat il mercato brasiliano fosse in qualche modo importante all’epoca. Per noi non si trattava affatto di una fatica e, anzi, sembrava un viaggio di vacanza. Norbert Haug, allora giornalista di sport automobilistici e amico, e mia moglie mi hanno accompagnato in questo entusiasmante viaggio. E anche se non mi piacciono i paesi esotici, ci siamo trovati benissimo”.

”Abbiamo rischiato un viaggio alle Cascate dell’Iguazù e in Paraguay e raccolto impressioni uniche. A differenza di Markku Alen, a me la manifestazione non interessava molto. Markku iniziava col numero 1, ha chiarito che avrebbe fatto quello che poteva. Naturalmente, lo ha fatto fin dall’inizio e ha battuto Hill e Dale. Christian Geistdorfer e io passeggiavamo dietro di lui, centrando tutte le buche. Anche quando ha preso il comando della gara, non mi ha infastidito”.

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Rohrl, Carlsson e Pregliasco al Hunsruck Rallye 1979

Hunsruck Rallye 1979, come al solito una gara memorabile. Il teutonico della Fiat, con alle note Christian Geistdorfer, e iscritto dalla filiale tedesca del Costruttore all’epoca torinese si aggiudicò la competizione con 11’10” su Lars Carlsson e Karl-Ernst Ufer.

Walter Rohrl e quel Hunsruck Rally disputato e vinto con la Fiat 131 Abarth Rally tra il 20 e il 21 luglio 1979, dopo ben 518,95 chilometri di prove speciali su asfalto. Una gara memorabile, una delle tante, in cui il teutonico della Fiat, con alle note Christian Geistdorfer, e iscritto dalla filiale tedesca del Costruttore all’epoca torinese si aggiudicò la competizione con 11’10” su Lars Carlsson e Karl-Ernst Ufer sulla veloce Ford Escort RS2000 MK 2.

In quell’occasione, sul podio della gara tedesca finirono terzi Reinhard Hainbach e Klaus Fabisch, con la Ford Escort RS 1800 MK2 della Sachs Sporting, che conclusero a 1’06” da Carlsson e a 12’16” da Rohrl. Dietro, una lunga fila di pretendenti come Jochi Kleint e Gunter Wanger con la Opel Ascona 2000 di Opel Euro Handler Team, Billy Coleman e Brendan Neville sulla Ford Escort RS 1800 MK2, Klaus Fritzinger e Mario Kraitschy con la Toyota Celica 2000 GT, oltre agli sfortunati Mauro Pregliasco e Vittorio Reisoli, costretti al ritiro con la Alfa Romeo Alfetta GTV 2.0 del Jolly Club.

La gara cadeva il 20 e 21 luglio 1979, io e Christian Geistdorfer eravamo al Hunsruck Rally – ha raccontato Walter Rohrl -. Mi piace ricordare quest’edizione della gara, perché era ancora un rally equilibrato: mille chilometri di percorso con oltre cinquecento chilometri di PS di livello internazionale e molto impegnative. C’è stata un po’ di lotta e tutte le squadre hanno svolto un ottimo lavoro durante tutto il rally”.

Walter Rohrl al Hunsruck Rallye 1979
Walter Rohrl al Hunsruck Rallye 1979

”L’Hunsruck Rally era molto popolare e nei due giorni di gara diverse decine di migliaia di spettatori erano sulle prove speciali. Christian Geistdorfer ed io eravamo d’accordo sul correre in sicurezza, visto che le prove speciali a volte assomigliavano a quelle dell’Acropoli in termini di crateri. Molti equipaggi, anche eccellenti, hanno avuto presto problemi: Blomqvist per il caldo, ma anche Brooke, Eklund, Smolej e Pregliasco, per citarne solo alcuni”.

Stig Blomqvist era con una SAAB 99 Turbo, andava forte all’inizio e ho avuto il mio bel da fare per tenerlo lontano. Abbiamo guidato veloci ma tranquilli, perché volevo evitare incidenti tecnici. L’unico problema lo abbiamo avuto con la nostra scorta di pneumatici. Abbiamo potuto festeggiare il successo con un vantaggio di 10 minuti sul secondo. Il rally era ben organizzato. I più bravi, per me, furono Kleint-Wanger e Boschetto-Fabisch, oltre a Carlsson-Ufer”.

Tratto da 100 anni di Storie di Rally 1 – Marco Cariati

Trofeo Fiat Cinquecento nei rally italiani: storia e storie

Nel 1993 sono ben otto i Paesi d’Europa che vengono coinvolti nel Trofeo Fiat Cinquecento: Germania, Francia, Spagna, Polonia, Olanda, Austria, Grecia e Danimarca. Quello organizzato dalla FIAT anche questa volta è un trofeo molto popolare e divertente che vede protagonista una auto da rally piccola e con motore da 899 centimetri cubi.

Nell’autunno del 1992 viene presentato il Trofeo Fiat Cinquecento che assume un carattere internazionale, fin dalla sua prima edizione. La serie monomarca, infatti, viene disputata non solo in Italia, ma anche in Francia, Germania e Polonia. L’anno successivo sono ben otto i Paesi europei coinvolti: Germania, Francia, Spagna, Polonia, Olanda, Austria, Grecia e Danimarca. Un Trofeo molto popolare, dunque, che vede protagonista la Cinquecento da 899 centimetri cubi, equipaggiata con un kit di trasformazione Abarth.

La potenza del propulsore è di circa 65 cavalli DIN (contro i 39 della versione di serie) e nel kit sono compresi tutti gli accessori di sicurezza. La vettura si rivela maneggevole e molto affidabile. Come per i campionati che l’hanno preceduto, anche il Trofeo Fiat Cinquecento diventa subito un’ottima scuola per giovani talenti.

Non solo perché per la prima volta nella storia dei campionati monomarca viene istituita la categoria debuttanti, riservata a chi è alla sua prima stagione di corse, ma anche perché i debuttanti dimostreranno, in seguito, di trovarsi a loro agio anche al volante di vetture più potenti.

Come avviene per Matteo Luise, vincitore del trofeo nel 1995 e l’anno successivo subito terzo nel Campionato Italiano Assoluto e per Andrea Maselli, primo nel Trofeo Cinquecento Sporting Europa 1996 e poi vincitore della classifica Gruppo N del Campionato 2 litri. Le due principali attrattive del Trofeo Fiat Cinquecento sono costituite dal ricchissimo montepremi e dalla possibilità di partecipare, in forma ufficiale, al Rallye MonteCarlo dell’anno successivo.

Con il Trofeo Fiat Cinquecento viene, inoltre, istituita una simpatica iniziativa. I vincitori dei rispettivi Trofei nazionali in Europa, ai quali vengono affiancati i primi delle categorie Under 23, Debuttanti e Femminile del trofeo italiano, prendono parte al prestigioso Rallye di MonteCarlo al volante di Cinquecento Sporting ”ufficiali” preparate, iscritte ed assistite dalla Fiat Auto Corse. Per i giovani piloti un’esperienza indimenticabile, che consente di accumulare esperienza e acquisire comportamenti di guida che torneranno utili in futuro.

Giandomenico Basso con la Fiat Cinquecento Trofeo
Giandomenico Basso con la Fiat Cinquecento Trofeo

Così nel 1993

Il primo grande appuntamento del Trofeo Fiat Cinquecento richiama sul circuito del Mugello una settantina di concorrenti che si misurano in due giornate di gare. Il primo vincitore è un giovane ventenne, Marco Ascheri, che si aggiudicherà poi il girone Centro Nord. In questa prima stagione il Trofeo è stato infatti suddiviso in due gironi: Centro Nord e Centro Sud.

I migliori di ciascun girone si confronteranno nella finalissima che avrà luogo in autunno a Varano de’ Melegari. Nel Girone Centro Sud si impone Marco Cavigioli. Né Ascheri e né Cavigioli riescono, però, ad ottenere il successo assoluto nella finale, articolata in tre rally. Il primo campione del Trofeo Fiat Cinquecento è Sergio Pianezzola, che vince nella prima delle tre gare (quella su sterrato), ottenendo poi i punti decisivi con i piazzamenti nelle altre due, vinte rispettivamente da Ascheri e da Alessandro Sottile. Tra gli Under 21 fa meglio di tutti Walter Ussai, tra i Debuttanti Simone Romagna e, nel Femminile, Ilaria Serra.

Così nel 1994

Si ritorna alla tradizione eliminando i due gironi. La stagione ha un calendario unico, con otto gare, al termine del quale i migliori vengono ammessi alla Finale Europea che ha luogo a Melfi. Imponendosi nelle prime due gare (Costa Smeralda e Piancavallo), Valter Ballestrero accumula subito un consistente vantaggio, che incrementa con alcuni buoni piazzamenti.

Molto veloci, ma meno regolari, i giovani Marco Ascheri e Francesco Pozzi i quali, pur aggiudicandosi tre gare ciascuno, non riescono a scavalcare Ballestrero, vincitore del Trofeo. Lotta serrata tra gli Under 21, con Guido Acerbis, primo con un solo punto di vantaggio su Andrea Maselli. Emanuele Dati è il miglior Debuttante, Roberta Rossi è prima nel Femminile. Nella finale di Melfi sono al via una cinquantina di equipaggi e Marco Cavigioli si impone su Ascheri e Matteo Luise al termine di tre intense giornate di gara.

Così nel 1998

Vincendo il Rally del Molise, il trevigiano Gian Domenico Basso si aggiudica il Trofeo Fiat Cinquecento Rally con una gara d’anticipo. Sul traguardo di Campobasso precede nell’ordine il veneto Walter Lamonato ed il campano Antonio Pascale. Tutto ancora da decidere tra gli Under 23, dove si è registrato il successo del piemontese Luca Betti, primo anche tra i Debuttanti, così come in campo femminile con l’emiliana Giusy Tocco prima davanti a Cora De Adamich e Tania Canton.

L’appuntamento conclusivo del Trofeo Fiat Cinquecento è il Rally Sanremo che, per la lunghezza e la difficoltà del percorso da ”mondiale”, assegnerà doppio punteggio. Il rally matuziano rappresenta il passaggio di testimone tra la Fiat Cinquecento Trofeo e la nuova Seicento Sporting, che quello stesso anno ha iniziato a correre nel Challenge Fiat Seicento Rally delle Regioni.

Per le Cinquecento era previsto un percorso abbreviato rispetto al Rally Sanremo, con sedici prove speciali (268 chilometri cronometrati), invece delle ventiquattro (401 chilometri) del rally mondiale. Entrambi i Trofei avevano già designato il vincitore con una gara d’anticipo. Il veneto Gian Domenico Basso si era aggiudicato il Trofeo Cinquecento imponendosi in cinque gare su sette. Il sammarinese Jader Vagnini era primo nel Challenge delle Regioni.

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Trofei Fiat nei rally: una grande fucina di campioni

Risale al 1977 la prima edizione del Campionato Autobianchi A112 Abarth, il primo monomarca promosso nell’ambito dei rally. È subito un successo, con 150 piloti iscritti. Vincitore il giovane trentino Attilio Bettega. Poi si fanno spazio i Trofei Fiat dedicati alla Uno 70 e alla Uno Turbo i.e.

Per decenni la Fiat è stata impegnata attivamente e concretamente a sostenere i talenti emergenti dello sport automobilistico. È un’azione che svolge attraverso i suoi campionati promozionali di rally, i Trofei Fiat, grazie ai quali hanno avuto l’opportunità di mettersi in evidenza numerosi piloti, come Piero Liatti (vincitore di un Rally di Montecarlo), Gianfranco Cunico, Alex Fiorio e Piergiorgio Deila, che all’inizio della loro carriera agonistica si sono imposti a bordo delle “utilitarie da corsa” Autobianchi A112 Abarth o Fiat Uno 70 Turbo i.e.

Risale al 1977 la prima edizione del Campionato Autobianchi A112 Abarth, il primo monomarca promosso nell’ambito dei rally. È subito un successo, con 150 piloti iscritti. Vincitore il giovane trentino Attilio Bettega, per il quale si apre immediatamente la carriera da professionista nelle squadre Lancia e Fiat. L’anno successivo è il genovese Fabrizio Tabaton ad imporsi su Carlo Capone. Per entrambi la possibilità di correre su vetture con le quali si aggiudicheranno, negli anni successivi, il titolo continentale assoluto.

È sempre il momento magico dei giovani: nel 1979 è la volta di Gianfranco Cunico, che si aggiudica con facilità il titolo e l’anno successivo può disputare il campionato italiano assoluto al volante di una Lancia Stratos. Il Trofeo 1980 registra la vittoria di Michele Cinotto. Ancora una volta la validità di questa formula promozionale fa sì che il piemontese venga ingaggiato dalla squadra ufficiale Audi.

Il Campionato Autobianchi A112 Abarth prosegue fino al 1984, poi nascono i Trofei Fiat. L’anno successivo il Trofeo si trasforma in Campionato Fiat Uno. Protagoniste le Fiat Uno 70, vetture robuste, che consentono al giovanissimo Alessandro Fiorio, appena 19 anni, di aggiudicarsi la serie. Nel 1986 è la volta di Pietro Liatti.

Poi, nel 1987, il Campionato si sdoppia. Oltre che con le Uno 70, si può partecipare anche con la Fiat Uno Turbo i.e. Vengono redatte due classifiche separate. Tra le “aspirate” si impone Piergiorgio Deila, mentre nelle turbo è Alessandro Musso a prevalere. La versione sovralimentata rimane protagonista della serie fino al 1992 e con questa vettura hanno modo di mettersi in luce anche molti piloti del campionati italiano assoluto: Piero Longhi, Paolo Andreucci, Andrea Dallavilla, Andrea Navarra.

Dal 1993 la Fiat promuove il debutto dei giovani nell’automobilismo per mezzo del Trofeo Fiat Cinquecento, serie rallistica che vede protagonista la Cinquecento 900 centimetri cubi equipaggiata con l’apposito kit di trasformazione. Oltre che in Italia, il Trofeo Fiat Cinquecento viene organizzato in altre otto nazioni europee: Germania, Francia, Spagna, Polonia, Olanda, Austria, Grecia e Danimarca. Nel suo primo anno di vita il Trofeo Fiat Cinquecento italiano si suddivide in due gironi geografici vinti rispettivamente da Marco Ascheri (Centro Nord) e Marco Caviglioli (Centro Sud).

A fine stagione, i migliori si confrontano a Varano de’ Melegari, in una finale che vede prevalere Sergio Pianezzola. L’anno successivo si ritorna alla formula a girone unico. Si impone Valter Ballestrero. La finale viene aperta ai migliori piloti dei trofei disputati in Europa.

Questi si contendono il primato a Melfi, presso lo stabilimento Sata, dove si impone Marco Caviglioli. Nel 1995 è Matteo Luise a primeggiare nel Trofeo italiano, mentre Nicola Caldani vince la finale che si disputa in Spagna, a Girona. Gianluigi Galli è primo nel Trofeo Fiat Cinquecento italiano 1996.

Il successo di questa serie propedeutica è stato così ampio che Fiat ha ritenuto opportuno sviluppare ulteriormente la filosofia alla base del Trofeo, ideando un programma di competizioni su scala continentale: il Trofeo Fiat Abarth Cinquecento Sporting Europa, la cui prima edizione risale al 1996.

In questo campionato vengono utilizzate le Fiat Cinquecento Sporting (1100 centimetri cubi) equipaggiate con un apposito kit di trasformazione. A differenza del Trofeo italiano, dove i piloti affrontano solamente una parte del percorso dei rally ai quali partecipano, nel Trofeo Europeo si disputa l’intera gara, misurandosi nella classifica assoluta con gli altri concorrenti.

Il Rally del Ciocco dall’edizione firmata Carello-Bernacchini

Nonostante un debutto, nell’inverno di quel 1976, reso complicato da un meteo inclemente, non mancarono spettacolo e pubblico al Rally del Ciocco, con la ciliegina sulla torta di un equipaggio di gran nome, quello composto da Tony Carello ed Arnaldo Bernacchini.

La passione per lo sport e l’intuito di “patron” Guelfo Marcucci, vero “motore” del Ciocco, insieme all’esperienza di rally di Siropietro Quaroni, presidente dell’Ac Pavia e mente e cuore del mitico Rally Quattro Regioni: cosi, catalizzando la gran voglia di automobilismo da corsa diffusa nella Valle del Serchio nasce, ai primi di dicembre del 1976, il Rally del Ciocco.

Una gara, un evento, sulle cui prove speciali sono state scritte pagine importanti della storia dei rally tricolori. Nonostante un debutto, nell’inverno di quel millenovecentosettantasei, reso assai complicato da un meteo davvero inclemente. Non mancarono, comunque spettacolo e pubblico, con la ciliegina sulla torta di un equipaggio di gran nome, quello composto da Tony Carello ed Arnaldo Bernacchini, con la affascinante Lancia Stratos, ad aprire l’albo d’oro della gara garfagnina. Che subito si guadagnò, sul campo, la promozione ad apertura della stagione agonistica dell’anno successivo.

Il Ciocco è da subito sinonimo di rally. Nel 1977 vince di nuovo una Lancia Stratos. Guidata con maestria da un giovane veneto emergente che presto sarebbe diventato famoso: Adartico Vudafieri, “Vuda” per tutti, in coppia con Claudio Salvador, che smentisce il pronostico che dà favorito Lele Pinto, con i galloni di pilota ufficiale. È ancora una edizione di tipo invernale e sui viscidi fondi del rally del Ciocco si mette in grande evidenza un allampanato, biondo pilota tedesco con una Opel Kadett GTE, tale Walter Rohrl. Di li a poco uno dei grandissimi della storia dei rally mondiali.

Vudafieri prende la residenza nell’attico dell’albo d’oro del rally garfagnino anche per i tre anni successivi, completando un poker storico di vittorie, con tre diversi navigatori, Mauro Mannini, Maurizio Perissinot e Fabio Penariol. Nel 1978 “Vuda” è primo ancora con la Lancia Stratos mentre nei due anni successivi vince con la Fiat 131 Abarth.

Nel 1979 a leggere le note di Vudafieri c’è un giovanissimo Maurizio Perissinot. Che vincerà di nuovo, due anni dopo, a fianco di Attilio Bettega, e che diverrà uno dei navigatori più bravi del mondo. Una volta appeso il casco al chiodo, qualche anno dopo, diverrà per il gruppo di lavoro dei rally del Ciocco, un punto di riferimento prezioso, per la sua esperienza e per le sue idee innovative. Fino alla sua troppo prematura scomparsa, alla fine del 2004, in dicembre. Proprio il mese in cui sono nati il Rally del Ciocco e la sua “creatura”, il Rally Il Ciocchetto.

Paolo Andreucci e Ferdinando Pierotti con la Renault 5 GT Turbo sulle PS del Rally Il Ciocco 1987
Paolo Andreucci e Ferdinando Pierotti con la Renault 5 GT Turbo sulle PS del Rally Il Ciocco 1987

1981: il Ciocco entra nell’Europeo Rally

Nel triennio 1979-1980 il Rally del Ciocco consolida la sua importanza anche a livello internazionale, acquisendo la validità per il Campionato Europeo. Il Campionato Italiano Rally del 1981 è ricordato come uno dei più combattuti di sempre, soprattutto per la sfida a viso aperto tra gli squadroni Fiat ed Opel.

Ed il rally del Ciocco fu uno dei momenti chiave del serrato confronto tra i due storici rivali Vudafieri, con la Fiat 131 Abarth, e Tony Fassina, pilota della Opel Ascona 400. Duello nel quale al Ciocco si inserì di prepotenza, vincendo con grande autorità, l’indimenticato Attilio Bettega, in coppia con Perissinot, con la 131 bianca-azzurra ufficiale.

Quella del 1981 è l’ultima edizione della massacrante versione “mista” terra e asfalto del rally del Ciocco. Che comunque non si rivela meno impegnativo nel nuovo look “tutto catrame” che assumerà dal 1982. Un format che verrà mantenuto fino ai giorni nostri. A vincere è Tonino Tognana, con Massimo De Antoni a fianco e la Ferrari 308 GTB, che impazza poi per tutto il campionato italiano, fino a vincerlo, guidando nelle ultime gare la neonata Lancia 037.

Nel 1983 e nel 1984 la concomitanza con elezioni politiche ed amministrative anticipate impone uno stop alla manifestazione che si ripropone, completamente rinnovata, nel 1985. Guelfo Marcucci segue sempre da vicino le vicende del rally del Ciocco ed intanto si affaccia alla macchina organizzativa il figlio Andrea, ancora giovanissimo, fresco di patente, scalpitante per staccare la prima licenza da pilota. Ma soprattutto con i rally nel cuore.

Andrea Marcucci è destinato nel tempo a divenire protagonista in prima persona del Rally del Ciocco, sia come pilota di buon valore e autore di pregevoli prestazioni nella gara “di casa” fin dai primi anni ‘90, sia soprattutto come anima e propulsore del rilancio e della crescita della gara.

I due anni di “stop” costringono infatti il Rally del Ciocco a ripartire senza validità Europea e tricolore, come gara internazionale in tappa unica. In tono minore insomma. Il 1985 segna l’inizio della “saga” di Franco Cunico, qui primo anche nel 1986, con la Lancia Rally 037 ed entrambe le volte con Scalvini alle note, e che poi, nel tempo, vincerà per altre quattro volte. Totale sei centri al Ciocco, per un record rimasto a lungo imbattuto.

Ancora una Lancia 037 trionfa nel 1987, per la gioia immensa di un equipaggio tutto garfagnino, composta da Riccardo e Massimo Trombi. Questa fu anche l’ultima edizione firmata da Quaroni e dall’Ac Pavia. L’organizzazione della gara passa in toto nelle mani appassionate di un gruppo di giovani del luogo, tutti dipendenti del Gruppo Marcucci, con lo stesso Andrea Marcucci a supervisionare la struttura. Il nuovo staff raccoglie con coraggio e capacità il testimone, riuscendo a far decollare di nuovo il rally del Ciocco in ambito tricolore.

1988: Il Rally del Ciocco torna nel Cir

Nel 1988, pur ancora in formato ridotto, in tappa unica, il “Ciocco” è nuovamente prova di Campionato Italiano Rally, pur se con coefficiente 2. Franco Cunico fa tris con la Ford Sierra Cosworth e Max Sghedoni a fianco, nel 1989 vince il compianto Romeo Deila, scomparso improvvisamente e prematuramente nel febbraio 2014.

Deila è affiancato da Claudio Giachino ed ha primeggiato con una Lancia Delta 4WD. Il 1990 è l’anno della doppietta Peugeot con la 405 MI 16 ufficiale e gli equipaggi Andrea Aghini e Sauro Farnocchia e Fabrizio Fabbri e Paolo Cecchini. Per Andrea Aghini questa stagione è il trampolino di lancio verso una carriera sfolgorante, che lo porterà a vincere, nel 1992, il Rally Sanremo, con la Lancia Delta Integrale ufficiale.

E’ un altro importante momento di svolta per il rally del Ciocco. Il “timoniere” Andrea Marcucci crea il Ciocco Sporting Club, una struttura in cui confluiscono molteplici professionalità ed esperienze, allo scopo di realizzare al meglio gli eventi rallistici targati “Il Ciocco”. E lo stesso Marcucci segue da vicino sia il rally “maggiore”, che le altre due “creature”, il Ciocchetto in crescita e l’appuntamento estivo del Rallysprint della Garfagnana.

L’operazione rally Il Ciocco dà i suoi frutti già nel 1991, con il rientro, che diverrà stabile, del rally del Ciocco nel Campionato Assoluto Rally, siglato dalla vittoria di “Pigi” Deila e Pier Angelo Scalvini e della Lancia Delta Integrale. Nel 1992 c’è il poker di Franco Cunico, stavolta con la Ford Sierra 4X4 e “Steve” Evangelisti a fianco, mentre l’anno successivo si impone “Gibo” Pianezzola, affiancato dal compianto Loris Roggia, con la Lancia Delta Integrale.

Lo stesso Pianezzola è secondo nel 1994, dietro al compagno di squadra in Toyota – Grifone Piero Longhi, che alle note ha Fabrizia Pons, nell’anno del ritorno del rally del Ciocco alla validità Europea con il coefficiente 2. Franco Cunico, con la Ford Escort Cosworth e “Steve” Evangelisti, vince per la quinta volta il rally garfagnino nel 1995, precedendo Piero Liatti, con la Subaru Legacy.

La sorte beffa però Cunico l’anno dopo, sfilandogli di mano la vittoria a pochi chilometri di speciale dal traguardo, a favore di un giovane Andrea Navarra. Che, con la Subaru Impreza e Billy Casazza alle note, precede un indiavolato Paolo Andreucci, altissimo in classifica con la Renault Kit Car che ornerà, a fine stagione, con il tricolore due ruote motrici.

Nel 1997 Andrea Aghini e Loris Roggia ritornano alla vittoria al rally del Ciocco con la Toyota Celica Gt Four. La doppietta non riesce l’anno successivo con la debuttante Toyota Corolla Wrc e “Ago” è secondo dietro al funambolico Andrea Navarra e Billy Casazza, equipaggio Subaru.

La neve è la inattesa novità del 1999. In un rally del Ciocco modello “Svezia”, l’esperienza di Franco Cunico, che ha Luigi Pirollo a fianco, gioca un ruolo fondamentale, mentre si registrano i primi passi di Paolo Andreucci, gloria locale, con una vettura da assoluto, la Subaru Impreza Wrx, dopo anni di dominio tra le due ruote motrici.

  • Il logo storico della prima edizione della gara toscana
  • Miki Martinelli Ascona in Gr. 1 al Rally del Ciocco 1980, qui con Raffaella Pozzi
  • Nel 1985, Gianfranco Cunico inaugura la stagione della Rally 037 in Italia
  • Le montagne in cui è nato il Rally Il Ciocco e Valle Serchio
  • Adartico Vudafieri con la Fiat 131 Abarth Rally al Rally Il Ciocco e Valle Serchio 1980
  • Andrea Aghini e Loris Roggia con la Subaru Impreza WRC al Rally del Ciocco 2001
  • La copertina della brochure del Rally Il Ciocco 1977

2001: Andreucci si laurea campione Italiano

L’edizione del 2000 segna l’affermazione di Piero Longhi, con Lucio Baggio alle note, a bordo della Toyota Corolla Wrc, e con Paolo Andreucci e la Impreza Wrc a lungo in lotta per la vittoria. Che per il pilota garfagnino, con Alex Giusti a fianco, arriverà l’anno successivo, in una edizione davvero spettacolare del rally, con tanti grandi campioni al via. E proprio nel 2001 Paolo Andreucci con la Ford Focus Wrc porterà in Garfagnana il prestigioso titolo tricolore rally, il sogno di una vita.

Con il 2002 il Rally del Ciocco saluta la promozione alla validità europea a coeff. 5 e l’importante traguardo delle venticinque edizioni. Le nozze d’oro con i rally sono celebrate al Ciocco con gioia ed emozione e con grandi festeggiamenti a Guelfo Marcucci, padrone di casa, nonché ispiratore del rally e a Siropietro Quaroni, l’organizzatore delle prime edizioni. Nell’ultimo anno delle Wrc nel Tricolore Rally, Renato Travaglia con la Peugeot 206 Wrc sigla la sua prima volta nell’albo d’oro, con Flavio Zanella al quaderno delle note.

Una Fiat, la Punto Super 1600, torna a vincere al rally del Ciocco nel 2003, dopo ben ventidue anni dal trionfo di Attilio Bettega e della 131 Abarth, ed è Giandomenico Basso a realizzare l’impresa, ben assecondato da Mitia Dotta alle note. Ed ancora la Fiat Punto Super 1600 è prima anche l’anno successivo, con l’idolo locale Paolo Andreucci a stappare la Magnum di spumante del vincitore, per la prima volta con Anna Andreussi. In una edizione del rally del Ciocco di grande spessore organizzativo, soprattutto sotto l’importante aspetto della sicurezza. Tanto da essere portata ad esempio per i successivi appuntamenti del Tricolore Rally 2004.

Un Rally del Ciocco ricco di colpi di scena inaugura il Campionato Italiano Rally 2005. Vince Piero Longhi con la Subaru Impreza Sti di Subaru Italia e Maurizio Imerito a fianco, che a fine stagione, porterà a casa il titolo tricolore piloti. Grande sensazione desta la prestazione del sempreverde Franco Cunico (Mitsubishi Lancer), in testa alla gara al momento del ritiro per rottura del cambio.

Mentre Andrea Navarra (Mitsubishi Lancer) incappa in una uscita di strada, quando era secondo. Dietro a Longhi chiude Sandro Sottile, con una Mitsubishi meno evoluta di quelle della concorrenza, mentre Andreucci, quarto assoluto, è primo tra le Super 1600.

Il rally del Ciocco 2006 registra il debutto mondiale in gara della nuova Fiat Punto Super 2000, che il Gruppo torinese riporta ai rally in veste ufficiale. Un evento che ha risonanza mondiale e che Paolo Andreucci, con Anna Andreussi alle note, contribuisce a rendere indimenticabile.

Vincendo al Rally del Ciocco e dominando nel resto della stagione, fino a riportare a Torino il Campionato Italiano Rally. Il rally del Ciocco è avvincente e incerto come consuetudine, con il secondo posto finale che si decide in una finale convulso a favore di Franco Cunico (Mitsubishi), con Renato Travaglia (Mitsubishi) attardato nell’ultima speciale, e Luca Cantamessa (Subaru), terzo con un entusiasmante colpo di reni finale.

Edizione numero 30: bagno di folla per Ucci

Paolo Andreucci porta subito al successo, con Anna Andreussi insostituibile alle note, la Mitsubishi Lancer Evo IX con la quale era al debutto, dopo un cambio di team che aveva messo in subbuglio l’ambiente da rally tricolore. Ma soprattutto ha festeggiato questa importante vittoria nella piazza centrale della sua Castelnuovo di Garfagnana, dove la prima volta dell’arrivo finale del rally del Ciocco è stato suggellato da un incredibile bagno di folla.

Un tragico incidente che coinvolge una spettatrice si verifica durante il corso di svolgimento della prova speciale n. 5 “Vergemoli” del 31° rally Il Ciocco. Susanna Biagioni scivola da un terrapieno in sicurezza fin sulla sede stradale, nel momento in cui transita la Subaru di Aghini-Cerrai, che non riesce ad evitarla.

Susanna decede immediatamente nell’impatto. Il Comitato Organizzatore della gara interrompe immediatamente il rally, in segno di lutto per la tragica fatalità. Per la cronaca, il 31° Rally Il Ciocco e Valle del Serchio registra anche una classifica finale, con vincitore Piero Longhi, con Maurizio Imerito (Subaru Impreza Sti), davanti a Luca Rossetti (Peugeot 207 Super 2000) e a Renato Travaglia (Abarth Grande Punto Super 2000).

Il campione trentino Renato Travaglia, affiancato da Lorenzo Granai, porta alla vittoria la Abarth Grande Punto S2000 nel 32° Rally Il Ciocco e Valle Serchio, prova di apertura del Campionato Italiano Rally, dominando entrambi i giorni di gara. A Renato Travaglia viene consegnato, nel corso della spettacolare ed affollata premiazione sotto la storica Porta Ariostea, il Trofeo Città di Castelnuovo Garfagnana. Questa edizione vede il debutto di una struttura organizzativa rinnovata, Ciocco Centro Motori, che si occupa del rally fino al 2012.

Cambia veste il Rally del Ciocco e Valle Serchio 2010. Per la edizione numero 33, nella tradizionale collocazione di calendario a marzo, la gara della Media Valle sceglie di abbracciare il Trofeo Rally Asfalto, la serie riservata ai migliori gentleman drivers italiani.

Una scelta operata dallo staff di Ciocco Centro Motori per sperimentare nuove realtà, ma anche per agevolare la Federazione nel compito della irrinunciabile riduzione della gare del calendario del Campionato Italiano Rally. Che rimane comunque la collocazione naturale del rally del Ciocco e dove tornerà, a pieno titolo, già nel 2011. Vince Il bresciano Luca Pedersoli, navigato da Matteo Romano, a bordo della Ford Focus Wrc, dominando dall’inizio alla fine.

La Porta Ariostea della sua Castelnuovo Garfagnana è lo scenario che accoglie l’arrivo vittorioso di Paolo Andreucci, della sua navigatrice Anna Andreussi e della Peugeot 207 S2000 ufficiale, alla fine del il 34° rally Il Ciocco e Valle del Serchio, prova di apertura del Campionato Italiano Rally 2011.

Sulle strade di casa Andreucci conquista il quinto successo al rally del Ciocco, non lasciando mai la testa della gara e controllando Luca Rossetti, l’avversario più tenace (Abarth Grande Punto S2000), mentre a chiudere il podio, con una grintosa rimonta nella seconda tappa, risale Elwis Chentre, a bordo della Peugeot 207 S2000.

Cambia l’organizzatore, non la passione

Il Tricolore rally riprende là dove si era concluso l’anno precedente. Vale a dire con Paolo Andreucci, Anna Andreussi alle note, e la Peugeot 207 S2000 ufficiale davanti a tutti. Il 35° Rally Il Ciocco e Valle Serchio, che apre il Cir 2012, è dominato dal pilota garfagnino.

Umberto Scandola è il più deciso degli inseguitori, con un debutto al volante della Skoda Fabia S2000 tutto sommato positivo. Per tre quarti di gara anche Alessandro Perico (Peugeot 207 S2000), riesce a non farsi staccare dalla testa della gara, consolidando nel finale il terzo gradino del podio. E’ questa la prima edizione del rally organizzata da OSE, Organization Sport Events, lo staff che, ancora oggi, allestisce, con competenza e professionalità, il Rally Il Ciocco.

È un dominio assoluto anche quello di “Giando” Basso e Mitia Dotta al rally Il Ciocco numero trentasei. Con la Peugeot 207 S2000 prende subito il largo e distanzia progressivamente la concorrenza, che trova il pilota più in forma in Alessandro Perico, secondo con la Peugeot 207 S2000, mentre terzo è Umberto Scandola, con la Skoda Fabia S2000. La novità di successo è l’inserimento di Forte dei Marmi nel percorso del rally Il Ciocco, con una partenza che vede la partecipazione di una grande folla.

La terza vittoria di Giandomenico Basso, sempre con Mitia Dotta alle note, al Rally del Ciocco passa alla storia. Si tratta infatti della prima affermazione assoluta di una vettura, la Ford Fiesta R5 della Brc, alimentata a GPL, un carburante che apre una nuova frontiera nei rally. Una vittoria costruita fin dal via, con il brivido di un problema all’idroguida, che però è stato assorbito senza danni in classifica.

Il podio viene completato da Umberto Scandola (Skoda Fabia S2000) e da Paolo Andreucci (Peugeot 208 R5), che strappa il terzo posto nel finale ad un veloce Andrea Nucita (Peugeot 207 S2000). Il Rally Il Ciocco 2014 si svolge con un velo di tristezza per l’Organizzazione e per tanti appassionati: a gennaio viene a mancare, dopo una lunga malattia, “Jeff” Fauchille, navigatore di vertice nel Mondiale Rally degli anni ’80, divenuto, da anni, prezioso e gentile collaboratore dello staff del rally Il Ciocco.

E’ stata una edizione ricca di colpi di scena quella del “Ciocco” 2015. Più del solito, in una gara che non lesina mai sorprese. Alessandro Perico, con Mauro Turati alle note, con la sua Peugeot 208 T16 R5, concretizza un rally con tempi costantemente in zona podio, con la vittoria finale, maturata nella penultima speciale, con Basso (Ford Fiesta R5) che usciva di strada, allontanandosi dal vertice della classifica.

Problemi tecnici avevano rallentato, quasi subito, Paolo Andreucci, cosicchè la lotta per il secondo posto finale ha visto protagonisti due piloti toscani, con Rudy Michelini (Citroen DS3 R5) che l’ha spuntata, nel rush finale, su Nicola Caldani (Ford Fiesta R5).

Nella notte del 12 dicembre 2015, lo stesso giorno in cui undici anni prima scompariva “Icio” Perissinot, si spegne Guelfo Marcucci, imprenditore di spicco nel settore farmaceutico e turistico ma soprattutto, per gli appassionati di rally, il “papà” del rally Il Ciocco, diventato fin dalle prime edizioni una delle gare più importanti e apprezzate del panorama italiano e internazionale.

Ci sono volute ben diciassette edizioni per scalzare Franco Cunico dal trono di pilota con più vittorie al rally del Ciocco, l’ultima delle quali conquistata nel 1999. E Paolo Andreucci ci teneva più di tutti a conquistare il titolo virtuale di recordman di affermazioni nella gara di casa, quella che ama di più.

Come sempre in sintonia perfetta con Anna Andreussi e la Peugeot 208 T16 R5, Andreucci pone il settimo sigillo sul rally del Ciocco e scavalca tutti nell’albo d’oro del rally della Media Valle. Nulla da fare per Giandomenico Basso (Ford Fiesta R5), che a lungo ha incalzato il vincitore, mentre il terzo posto è stato preda di Alessandro Perico (Peugeot 208 T16 R5). Il rally, quest’anno, inizia con la spettacolare e affollatissima prova spettacolo sui viali a mare di Forte dei Marmi, la perla del Tirreno.

Campionato Autobianchi A112 Abarth: la scuola di rally

Un semplice kit di preparazione per la sicurezza composto da rollbar, impianto antincendio, cinture di sicurezza, proiettori supplementari, paracoppa dell’olio. Il tutto venduto a prezzo politico grazie all’intervento di sponsor tecnici. Sconti sull’acquisto dell’auto, dei ricambi e dei pneumatici. Questo era il Campionato Autobianchi A112 Abarth.

Nel 1976, a Torino, si pensa al futuro dei rally. Nasce, così, alla Lancia l’idea del trofeo monomarca, una formula che negli anni a venire si dimostrerà vincente e permetterà ai giovani di avvicinarsi a questa specialità dell’automobilismo sportivo con una spesa contenuta. In poche parole e semplici parole: Campionato Autobianchi A112 Abarth. In pratica, per mettere insieme un vivaio dal quale possano emergere i futuri campioni servono: una vettura di cilindrata contenuta, molto robusta, per limitare i costi di messa a punto e gestione.

Un kit di preparazione per la sicurezza (rollbar, impianto antincendio, cinture di sicurezza, proiettori supplementari, paracoppa dell’olio) appositamente studiato e venduto a prezzo politico grazie anche all’intervento di sponsor tecnici. Sconti sull’acquisto dell’auto, dei ricambi e dei pneumatici. Per finire: un regolamento severo che limiti rigorosamente la trasformazione delle parti meccaniche, mettendo tutti i concorrenti su un piano di parità e la possibilità per i commissari di eseguire controlli sportivi durante le gare.

Queste ultime si disputano nell’ambito di rally internazionali, con percorsi di chilometraggio ridotto e prevedono iscrizioni scontate. È consentito l’uso di due soli tipi di pneumatici: una copertura intermedia per l’asfalto e la pioggia, una seconda (la MS) profondamente scolpita per sterrato e neve. Il montepremi è ricco e cumulabile gara dopo gara, ma per i giovani concorrenti il vero stimolo è rappresentato dalla promessa di assicurare al vincitore un’auto da rally ufficiale per aprire la stagione rallistica successiva, offrendogli così la possibilità di mettersi in evidenza.

Nello scatto di PhotoRally, la A112 Abarth di Vittorio Caneva e Loris Roggia impegnata in una prova dell'omonimo trofeo monomarca.
Nello scatto di PhotoRally, la A112 Abarth di Vittorio Caneva e Loris Roggia impegnata in una prova dell’omonimo trofeo monomarca.

La vettura scelta per il nuovo trofeo è la Autobianchi A 112 Abarth. Piccola, scattante, affidabile e di facile manutenzione, ha un motore di 1050 centimetri cubi che eroga 70 cavalli. Non sono moltissimi, ma dato il favorevole rapporto peso-potenza sono più che sufficienti per divertirsi sulle salite delle prove speciali e scatenarsi in discesa contando sull’ottima frenata consentita dai dischi anteriori. La formula debutta nel 1977 e si rivela subito vincente.

Così nel 1977

Il Campionato Autobianchi A112 Abarth debutta nel 1977 e il primo vincitore è Attilio Bettega. Quell’anno le gare in calendario sono quindici. Bettega deve vedersela con un gruppetto formato da Pelganta, Paleari, Fusaro e Tabaton.

Grazie a sei vittorie e ad alcuni piazzamenti, il pilota di Molveno si aggiudica il campionato con una gara di anticipo (resta da disputare, in dicembre, il Valle d’Aosta), precedendo Fusaro, Turetta, Comelli e Gasole. Tabaton e Pelganta sono sesti a pari merito. A Bettega, che in seguito diventerà pilota ufficiale della Fiat, viene consentito di correre proprio il Rally Valle d’Aosta con una Stratos Alitalia. È il premio della squadra corse della Lancia per la sua bravura nel Campionato Autobianchi.

Così nel 1978

Nel 1978 si afferma il giovane ligure Fabrizio Tabaton. L’allora venticinquenne pilota di Genova sfrutta l’esperienza acquisita nella stagione precedente. I favori del pronostico sono tutti per lui e Tabaton li rispetta. Vince, infatti, il primo dei tre gironi di gare sulle quali è articolato il campionato di quell’anno ed è terzo nel terzo girone.

Trionfa nel Targa Florio in Sicilia e al Coppa Liburna livornese. Contribuiscono al successo anche una serie di buoni piazzamenti, tra i quali il secondo posto all’Isola d’Elba. Tabaton precede il torinese Capone e il bolognese Mirri, vincitori, rispettivamente, del secondo e terzo girone.

Così nel 1979

”Cunico straccia tutti” titolano i giornali dell’epoca. Il vicentino, che si era già messo in luce l’anno precedente, vincendo l’Isola d’Elba e ottenendo due piazze d’onore al Liburna e al Giro d’ltalia, si impone di prepotenza nel 1979. È primo in sette delle dieci gare in programma e vince anche la prova del Rally Sanremo dove però viene escluso dalla classifica per un’irregolarità riscontrata dai commissari tecnici nelle verifiche del dopo gara.

Tra le promesse ci sono Comelli e Vittadini rispettivamente secondo e terzo (Vittadini farà poi parte della spedizione al RAC inglese di novembre e porterà a termine l’Acropoli in Grecia, l’anno successivo, con una Fiat Ritmo). Quinto è ”un certo” Cinotto.

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Ari Vatanen: il rallysta innamorato pazzo della velocità

Nato a Tuupovaara, villaggio della Finlandia vicino al confine russo, inizia ben presto a trafficare con le auto e non ha bisogno di arrivare alla patente per sapere guidare sulle distese sterrate o innevate del suo Paese.

Ari Vatanen è il “classico” rallysta della scuola finlandese pazzo per la velocità, ma con quella marcia in più che lo ha portato di diritto nella leggenda dei rally iridati. Un pilota generoso, determinato con quel pizzico d’incoscienza che non guasta mai. Uno che ha sempre dato il massimo nelle corse arrivando anche a sfiorare alla morte.

Irruento, spesso falloso, altrettanto volte eccessivo e tremendamente veloce. Come è capitato anche a molti altri scandinavi, il giovane Ari Pieti Uolevi Vatanen (questo il suo nome completo), che è nato il 27 aprile 1952 a Tuupovaara, villaggio vicino al confine russo, inizia ben presto a trafficare con le auto e non ha bisogno di arrivare alla patente per sapere guidare sulle distese sterrate o innevate del suo Paese.

Ari è finlandese e, in lui, ma non solo in lui, l’istinto del vincente era innato. Dopo l’incidente subito nel 1985 in Argentina, è rimasto a lungo tra la vita e la morte, il biondo finlandese è cambiato molto. Complice anche l’avanzare degli anni. Meno veloce ed istintivo ha fatto della regolarità e della costanza la sua arma migliore.

Arrivando a cogliere diverse soddisfazioni ma senza più riuscire a vincere nel Campionato del Mondo. A diciott’anni, nel 1970, fa il suo debutto in una gara locale con una Opel Kadett GT/E con cui inizia a mettere in mostra il suo coraggio e la sua velocità.

Passa ad una più potente Opel Ascona 1.9 SR Gruppo 2 con cui nel 1974 debutta nella serie iridata correndo il 1000 Laghi, la gara di casa, dove si ritira. Ma la stoffa c’è: per l’anno successivo, Vatanen trova il budget per imbastire, una stagione tra Finlandia e Gran Bretagna con una Ford Escort RS1600 Gruppo 2. Al 1000 Laghi ed al Rac arrivano due ritiri, ma nella gara di casa vince comunque quattro prove speciali e va in testa nelle prime fasi.

1976 nel Campionato Britannico Rally

Nel 1976, Ari Vatanen pianifica un’intera stagione con la Ford Escort RS 1800 Gruppo 4 nel Campionato Rally Britannico, che è la serie più qualificata e combattuta tra i vari campionati nazionali. L’anticamera del Mondiale Rally.

Vatanen corre contro gente come Billy Coleman, Jimmy McRae, Pentti Airikkala, Roger Clark, Russell Brookes e altri piloti di spessore e, a ventiquattro anni, vince il titolo di campione nazionale. Il suo nome diventa uno di quelli da tenere d’occhio per il futuro. E infatti, la Ford non perde tempo e lo lega a sé.

Nel 1977, Ari Vatanen compie il grande salto nella serie iridata, con una Ford Escort privata, seguita dalla Casa madre. Prende il via in otto gare e colleziona sette ritiri: Portogallo, Safari, Acropoli, 1000 Laghi, Quebec, Sanremo e Rac.

Solo in una gara del Campionato del Mondo 1977 è secondo, nel South Pacific Rally in Nuova Zelanda per la precisione, dopo una spettacolare lotta contro un velocissimo Fulvio Bacchelli, che non molla e alla fine è il vincitore della gara con la Fiat 131 Abarth Rally ufficiale.

Arriva una proposta d’ingaggio da parte della Fiat: centomila dollari. Ma invece, nel 1978 prosegue con la Escort nella serie britannica e pianifica quattro uscite nel Mondiale Rally, in cui colleziona tre ritiri ed un quinto posto in Svezia.

Ari Vatanen campione del mondo nel 1981

Quella che inizia a gennaio del 1979 è la stagione fortunata. Ormai da qualche anno conosce David Richards, navigatore coetaneo, che porta in dote uno sponsor, la Rothmans. Con il sostegno della multinazionale delle “bionde” i due imbastiscono una stagione nel WRC. La Ford non c’è più ufficialmente, ma supporta il preparatore David Sutton.

Dopo un Montecarlo con la piccola Fiesta proseguono con la Escort RS1800. Arrivano tre podi, il secondo posto al 1000 Laghi ed il terzo in Nuova Zelanda ed in Quebec. Sull’onda di questi risultati i due si preparano per un 1980 da protagonisti. Vincono la loro prima gara, all’Acropoli, e centrano un paio di secondi posti. A questi risultati s’aggiunge la conquista del titolo britannico.

Nel 1981 è l’anno che lo vede campione del mondo, con Fiat che decide di essere al via solo di alcuni rally con la 131 Abarth. Vatanen con l’Escort preparata da Sutton ed il francese Guy Frequelin con la Talbot Lotus si scannano per il successo finale. Tre vittorie, Acropoli, Brasile e 1000 Laghi, ed un paio di secondi posti valgono il titolo iridato allo scandinavo, che batte il rivale francese, vincente solo in Argentina.

Ari Vatanen è il primo pilota della storia del Mondiale Rally a laurearsi campione del mondo con un team privato. Alla fine del 1981, Richards lascia e al fianco di Vatanen sale Terry Harryman. Nel 1982, con la stessa Escort disputano due gare iridate e partecipano a diversi appuntamenti del calendario inglese.

A fine stagione arriva l’offerta della Opel e Vatanen disputa il Rac con l’Ascona 400, in vista della annata successiva che lo vede ingaggiato a tempo pieno. Il 1983 comincia con l’Ascona (con cui vince il Safari) e si chiude con la nuova Manta 400. Nel 1984 è un pilota Peugeot, che prepara la 205 T16 Gruppo B. Si ritira in Corsica, all’Acropoli e poi esplode: vittoria al 1000 Laghi, al Sanremo e al Rac.

WRC 1985 e l’incidente con la 205 T16

Nel 1985 vince a Montecarlo e in Svezia e colleziona quattro ritiri consecutivi: Portogallo, Safari, Tour de Corse ed Acropoli. È secondo in Nuova Zelanda, mentre in Argentina vince la prima speciale. Sulla seconda avviene un drammatico incidente. La 205 T16 si ribalta più e più volte. Vatanen riporta diverse fratture e gravi lesioni interne. Non si è neppure sicuri che sia in grado di superare il viaggio fino ad Helsinki.

Il recupero per Vatanen è molto lungo. Dolori e depressione, Vatanen salta la stagione 1986 e il suo rientro avviene nel 1987, al Safari Rally con una Subaru RX turbo. Disputa poi il 1000 Laghi su una Ford Sierra Cosworth ufficiale: è secondo. E con la Peugeot 205 Grand Raid vince la Parigi-Dakar. Si ripeterà alle Dakar del 1989 e del 1990, con la 405 T16 Grand Raid, e nel 1991 con la Citroën ZX Grand Raid.

Nel 1988 vince la Pikes Peak con la 405, mentre nel 1997 fa sua la Coppa del Mondo Rally Raid con la ZX. Saltata la stagione 1995 in cui si dedica interamente ai raid con la Citroën, nel 1996 e nel 1997 lo si vede sporadicamente, sempre con la Escort nel Mondiale rally. Il 1998 è il suo ultimo anno di corse. In tre gare guida una Escort WRC ufficiale, mentre al Rac la sua centesima gara iridata, si presenta con una Impreza WRC, sempre ufficiale.

Nel 2003 torna, una tantum, in Finlandia dove si piazza undicesimo con una Peugeot 206 WRC. Dal 1993 intanto vive con la moglie Rita e i loro quattro figli nel sud della Francia, nella sua fattoria. Nel 1999 intraprende un nuovo percorso professionale, Vatanen si candida al Parlamento europeo, nella lista dei conservatori finlandesi. E viene eletto.

Nel 2004 è rieletto, stavolta con l’Ump francese. Da dire che il 2003 è anche l’anno in cui si ripresenta alla Dakar con il team ufficiale Nissan, squadra con cui disputa le due edizioni successive mentre nel 2006 e nel 2007 è nella squadra Volkswagen. Nel giugno del 2009 annuncia la sua intenzione di correre per la carica di presidente della Fia, ma viene sconfitto da Jean Todt.

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Ti presento Jimmy il Fenomeno, alias Franco Cunico

Cunico non è e non è mai stato un pilota normale. Fino al 2012 è stato uno dei più invidiati professionisti dei rally italiani. I suoi successi, tanti e sempre tutti molto spettacolari, gli valsero negli anni d’oro il soprannome appunto di ‘Jimmy il Fenomeno’.

Il ritorno ai rally di ‘Jimmy il Fenomeno’, all’anagrafe Gianfranco Cunico, l’ultimo pilota italiano ad essersi potuto permettere il lusso di avere scritto sulla carta d’identità la parola ‘pilota’ alla voce ‘professione, mi dà lo spunto gradito di parlare di lui. Franco, per gli amici, è un pilota eccezionale, ma anche un uomo di carattere, diretto, ironico, a volte sarcastico e tagliente, ma preciso ed estremamente professionale in tutte le occasioni.

Dal 2000 al 2012 ho spesso avuto a che fare con Cunico, da quando correva in un combattutissimo Campionato Italiano Rally con la Subaru Impreza WRC fino alla parentesi vincente tra le auto storiche con la Porsche 911. Ho parlato con franco di federazione, di problemi degli sportivi, dei progetti N.Technology, abbiamo provato insieme la Ford Sierra Cosworth ufficiale con cui ha vinto il titolo tricolore nel 1988 e nel 1989 e anche il Pinnone. Insomma, ho avuto modo di vederlo in varie situazioni. ‘Jimmy il Fenomeno non lo fa, lo è. In lui, ma era inevitabile, c’è tanto genio e sregolatezza.

Esatto, Cunico non è e non è mai stato un pilota normale. Fino al 2012 è stato uno dei più invidiati professionisti dei rally italiani. I suoi successi, tanti e sempre tutti molto spettacolari, gli valsero negli anni d’oro il soprannome appunto di ‘Jimmy il Fenomeno’. È noto e apprezzato, da me e da molti altri, da altri un po’ meno, oltre che per la sua caparbietà e per la sua professionalità, per il suo temperamento, sempre molto spontaneo e diretto.

Nasce a Vicenza l’11 ottobre del 1957. Il suo esordio nelle competizioni avviene nel 1977 al Rally delle Valli Piacentine, dove è costretto al ritiro per incidente. Al Rally San Martino invece viene già notato da un giovane giornalista, in seguito diventato uno dei più noti direttori di giornali automobilistici, tra cui Quattroruote, oltre che prestigiosa firma delle pagine motori di diversi quotidiani nazionali, come la Repubblica: Carlo Cavicchi. L’anno successivo, Cunico partecipa al Trofeo Autobianchi A112 classificandosi quarto. Ma lo vincerà nel 1979, aggiudicandosi ben sette delle dieci gare in calendario.

Nel 1980, Cunico viene chiamato dalla Lancia a guidare la Lancia Stratos con i colori dei concessionari Lancia Italiani in alcune prove del Campionato Italiano Rally. Riesce subito a mettersi in mostra al Rally della Costa Smeralda, dove si piazza terzo dietro a Bernard Darniche sulla Lancia e Stig Blomqvist con la Saab. La Ford nel 1981 lo chiama a guidare la nuova Fiesta Gruppo 2 ma con questa vettura i risultati scarseggiano e si fa notare solo per un secondo posto assoluto al rally della Liburna ed un decimo in Costa Smeralda.

L’ingaggio in Fiat con copilota Sergio Cresto

Nel 1982 diventa pilota ufficiale di Fiat con la Fiat Ritmo e con il navigatore Sergio Cresto, poi perito tragicamente in Corsica con il pilota finlandese Henri Toivonen. Nel 1983 un programma ad alto livello con la Lancia Rally 037 dove a fine campionato vince il titolo Italiano di Gruppo B e giunge secondo assoluto nella classifica finale ad un solo punto da Miki Biasion ma disputando una gara in meno dell’avversario, il Rallye Sanremo. In questa stagione trionfa alla Rally Targa Florio, Colline di Romagna, Liburna e Aosta.

L’anno successivo, non essendo stato riconfermato da Lancia, conosce due manager (Mannini e Zonca) che gli propongono un programma privato con la Porsche turbo di Gruppo 4. La vettura è velocissima ma forse troppo sofisticata per i rally ed i risultati non arrivano. Nel frattempo terminava la sua carriera Tony Fassina che abbandonava le competizioni e chiudeva la carriera a metà della stagione in corso.

Il Team Volta, con lo sponsor Goldie Italia e la scuderia Bologna Corse, individuano in Cunico il degno successore. Già alla prima gara, il rally dell’Isola d’Elba, Cunico trionfa in coppia con Sghedoni. Seguono dei risultati in altri rally che permettono a Cunico di finire il Campionato Italiano al secondo posto dietro al favorito Adartico Vudafieri. Nello stesso anno ha la possibilità di utilizzare al rally di Bilbao (Spagna) la Ferrari 308 Gruppo 4 giungendo secondo.

Nonostante le doti dimostrate in questi inizi di carriera, Cunico nel 1985 non riesce ad entrare in modo continuativo in una squadra ufficiale ma viene avvicinato da Zonca che con il proprio team Tamauto lo coinvolge come pilota professionista. È l’inizio di una serie di prestazioni che sfociano in risultati di valore assoluto nonostante la presenza di team ufficiali: vanno segnalate le vittorie a Tenerife, Ciocco, Monza, Rally 1000 Miglia.

La collaborazione si protrae fino al 1987 anno in cui la Lancia chiede a Cunico di portare al debutto la nuova Lancia Delta di Gruppo N affidando alla struttura Tamauto la gestione sportiva e finanziati nuovamente dai Concessionari Lancia Italiani. Questo sodalizio porta alla conquista del Campionato Italiano Rally Gruppo N. Il 1988 segna per Cunico l’inizio di una collaborazione tecnico sportiva con la Ford diventando così il primo pilota italiano ad essere chiamato da un costruttore straniero a collaborare.

Cunico con la Ford Focus WRC nell'International Rally Cup
Cunico con la Ford Focus WRC nell’International Rally Cup

Gianfranco Cunico va nel WRC con Ford

Questo rapporto durerà fino al 1998 ottenendo in questi dieci anni risultati che ne segnarono la propria carriera. Quell’anno ed il successivo conquista del titolo italiano di Gruppo N con la Sierra Cosworth e quindi, nel 1990, Cunico viene convocato a Boreham, sede della Motorsport, per partecipare allo sviluppo della nuova Sierra 4×4 che dovrà partecipare al mondiale nell’anno successivo.

Collaborano a questo programma come piloti collaudatori anche Malcom Wilson (attuale manager di Ford nel Mondiale) e Colin McRae. Al debutto al Rally 1000 Laghi del 1990 Cunico è costretto al ritiro per incidente quando, a poche prove dal termine, occupava il nono posto assoluto, e non meno sfortunato fu il successivo rally di Sanremo, terminato con la rottura dell’acceleratore quando occupava la seconda posizione. In questa stagione Cunico partecipa anche al Campionato Inglese rally.

Conclusa questa esperienza in Inghilterra Cunico ritorna in Italia con un programma della Ford Italia con la nuova Sierra Cosworth 4×4 Tamoil sotto la direzione di Carlo Micci (Direttore sportivo Ford). Una prima vittoria al 1000 Miglia seguita da quelle di Pescara e Messina lo collocano al secondo posto nella classifica finale del Campionato Italiano Rally alle spalle di Dario Cerrato (Lancia). Da segnalare anche il terzo posto finale ottenuto al Tour de Corse (Campionato del Mondo) con la vettura Ford Sierra 4×4 del Team Mike Little.

Nel 1992 continua la presenza di Ford Italia con Cunico nel Campionato Italiano Rally con vittorie assolute al Ciocco, Limone e Rally del Salento. A fine anno al Rally di Monza Cunico debutta con la nuova Ford Escort Gruppo A ottenendo un terzo posto. Il 1993 verrà sicuramente ricordato per la conquista da parte di Cunico del Rally di Sanremo, gara valida per il Campionato del mondo rally, ottenuta con un team privato (Promotosport) con la collaborazione del team manager Penariol. Cunico sarà ricordato per essere il secondo pilota italiano dopo Fassina a vincere una gara di mondiale utilizzando una vettura privata.

L’anno successivo la Martini Racing con la scuderia Jolly Club (patron Roberto Angiolini) diventano partners ufficiali della Ford Italia per partecipare al Campionato Italiano Rally e Cunico viene chiamato a guidare la vettura Ford Escort Gruppo A. Suo direttore sportivo è Bortoletto e questo sodalizio porterà a numerose vittorie assolute ma soprattutto alle vittorie consecutive nei Campionati Italiani Assoluti del 1994, 1995 e 1996.

Gianfranco Cunico nel Campionato Italiano Rally Autostoriche con la Porsche 911
Gianfranco Cunico nel Campionato Italiano Rally Autostoriche con la Porsche 911

Jimmi diventa manager, poi torna pilota

Con la direzione sportiva di Claudio Bortoletto (Jolly Club) e Carlo Micci (Ford Italia) il sodalizio ottiene numerose vittorie contribuendo a impreziosire l’immagine Martini nel Motorsport. Nel 1998 arriva in Italia la versione WRC (World Rally Car) della Ford Escort e inizia anche la collaborazione del navigatore Luigi Pirollo (co-driver) con Cunico.

Quindi, dopo dieci anni di ininterrotti rapporti, finisce la collaborazione tra Cunico e la Ford per cominciare quella con la Subaru Italia nella persona del suo responsabile marketing Alberto Zambelli e la neo nata scuderia Aimont del patron Uzzeni. Al debutto vi è subito la vittoria al rally del Ciocco seguita da quella al 1000 Miglia e alla Targa Florio. La Subaru Italia con Cunico parteciperà nell’anno 2000 e 2001 al Campionato Italiano Terra con la Impreza WRC ottenendo in entrambi gli anni la vittoria di campionato e 10 vittorie assolute su 16 partecipazioni.

Vi è poi una svolta nella carriera del pilota Cunico: egli è infatti chiamato nel 2002 a ricoprire il ruolo di team manager presso la struttura N.Tecnology referente nelle competizioni per il gruppo Fiat in qualità di responsabile dei programmi sportivi rally. Questa collaborazione durerà per tutto l’anno dove Cunico si occuperà anche dello sviluppo della Punto Super 1600 e di altre vetture del gruppo Fiat.

A fine anno Cunico ritorna alle gare con una Mitsubishi del Team Nocentini ottenendo un quarto posto assoluto al 7 Comuni. Dopo questo risultato nel 2003 conclude un accordo con il team Rally Project per correre il campionato italiano con una Mitsubishi di Gruppo N seguito nel 2004 da alcune partecipazioni con la Renault Clio Super 1600 del Team Autorel con vittoria assoluta al rally Valli Piacentine.

Nel 2005 si accorda con il Team Prorace per correre con una Mitsubishi ottenendo alcune vittorie di Gruppo ed ha la possibilità, al rally dell’Altopiano di Asiago nel 2006, di partecipare con una Ford Focus WRC alla gara e di ottenere una vittoria assoluta in coppia con il navigatore Rudy Pollet. Decide quindi negli anni successivi di partecipare alle gare riservate alle auto storiche dove utilizza una Porsche RS Gruppo 4 del 1972 del Team Guagliardo con la quale ottiene alcune vittorie di prestigio tra le quali quelle all’Isola d’Elba valida per il Campionato Europeo e alla Targa Florio.

Nel 2009, oltre ai successi tra i rally storici, come ad esempio quella del 2 Valli di Verona con la Porsche del Team Guagliardo, si laurea campione della serie International Rally Cup, campionato in cui ha corso con la Ford Focus WRC. Il 2011 vede Cunico varcare la soglia delle 300 presenze, partecipando al Campionato Italiano Rally con il team Delta Rally Racing e dove ottiene il Trofeo Csai Indipendenti e giunge terzo assoluto (primo dei piloti non ufficiali).

Nel 2012, a causa di un grave incidente occorsogli mentre si allenava in bici, senza mai dirgli addio, ha abbandonato lo sport che tanto gli ha dato nel corso della sua lunga carriera e a cui lui ha dato altrettanto. Il suo ritorno ai rally storici nella stagione 2019, è l’ennesima conferma del carattere e della forza di un Leone che risiedono in un pilota eccezionale.

Bjorn Waldegaard, il primo campione del mondo WRC

Pilota per passione, compassato e freddo per educazione, l’indimenticato rallysta svedese Bjorn Waldegaard, iniziò la sua carriera di professionista nella seconda metà del 1960, quando riuscì a vincere ben due volte a MonteCarlo con la Porsche 911.

Bjorn Waldegaard era un pilota svedese attivo negli albori del World Rally Championship negli anni Settanta. Ha vinto l’inaugurale Mondiale Rally per i piloti nel 1979 e quattro rally internazionali prima della costituzione del WRC. Durante la sua carriera WRC, che durò fino al 1992, Waldegaard partecipò a 95 eventi WRC e segnò 16 vittorie e 35 podi.

Pilota per passione, compassato e freddo per educazione, l’indimenticato rallysta svedese Bjorn Waldegaard, iniziò la sua carriera di professionista nella seconda metà del 1960, quando riuscì a vincere ben due volte a MonteCarlo con la Porsche 911.

Bjorn Waldegaard è nato il 12 novembre 1943 a Rimbo, vicino Solna, in Svezia. Ufficialmente ha iniziato a radunarsi nel 1962 e, all’inizio, ha gareggiato per lo più in eventi nazionali. In realtà, Bjorn aveva sette anni quando informò la sua famiglia che, una volta cresciuto, sarebbe diventato un pilota professionista.

“Il primo rally in cui ho gareggiato risale al 1948, quando avevo cinque anni e mi ritrovai come passeggero sull’auto da corsa di mio padre”, ha raccontato. Fa registrare le prime uscite internazionali nel 1965, entrando nel Campionato Europeo Rally con la Volkswagen 1500S. Gareggia in Gran Bretagna e Finlandia, ma il suo miglior risultato è stato il terzo posto al Rally Sweden.

Debuttò nel 1962, ad appena diciotto anni: “Avvenne alla prima occasione utile dopo avere staccato la licenza sportiva. Corsi con mio padre come copilota, a bordo di una Volkswagen Beetle. Alla fine mi disse che, per lui, ero troppo veloce, che per la gara successiva avrei dovuto trovare qualcun altro che corresse con me. Lui, al mio fianco non sarebbe più salito”. E in realtà, trovare un copilota che corresse con lui non fu proprio un problema, visto che la sua carriera durò su un arco di quasi quattro decenni.

Nel 1966 Waldegaard aveva lo stesso programma dell’anno precedente, ma corse anche in Grecia e partecipò all’Acropoli, sempre con la Volkswagen 1600 TL, tranne che al Rac Rally. In Gran Bretagna corse con un’auto insolita: Volkswagen 1600 Variant. I cosiddetti rally nel sangue.

Quelli che, appunto, si tramandano di padre in figlio, di zio in nipote, eccetera, eccetera. Per la verità, da quando inizò a correre, il fortissimo driver svedese, fu sempre una stella di prima grandezza del rallysmo internazionale. E riuscì ad esserlo per oltre trent’anni.

Waldegaard passò a Porsche 911 nel 1967 e vinse il Campionato Svedese Rally per due anni consecutivi. Sulla scena internazionale, il suo miglior risultato fu il secondo posto al Gulf London Rally del 1967. Ha partecipato per la prima volta al Rally MonteCarlo nel 1968, guidando la Porsche 911 T e terminando al decimo posto.

Dopo aver vinto il Campionato Svedese Rally nel 1967 e aver bissato il successo anche nel 1968, Waldegaard continuò a competere al massimo livello dei rally internazionali fino al 1992, quando la rottura di un braccio occorsa in un incidente al Safari Rally lo costrinse al pensionamento. Esatto. Fine carriera, a livello ufficiale e iridato.

Bjorn Waldegaard
Bjorn Waldegaard, il primo campione del mondo rally

Nel 1969 la prima vittoria al Monte, nel 1979 il WRC

La sua prima vittoria internazionale, al volante di una Porsche 911, avvenne nel Rally MonteCarlo del 1969, mentre l’ultima fu con la Toyota Celica al Safari Rally del 1990. Lo svedese detiene il record di vincitore più anziano del Campionato del Mondo Rally, nonché una curiosa unicità, quella di aver vinto rally di importanza iridata in quattro decenni diversi. A metà del 1970 prese parte al neonato Campionato Europeo Rallycross con una Porsche Carrera RSR privata. La stagione 1970 fu di ancor maggiore successo, perché Waldegaard ripeté la vittoria al Rally di MonteCarlo e aggiunse altre due vittorie internazionali al Rally Sweden e Österreichische Alpenfahrt.

Nel 1971, Waldegaard fu vittorioso, ma non a MonteCarlo e Rac Rally, dove centrò comunque il podio alla guida della Porsche. Nel 1972, arrivarono due podi al Rally Sweden con la Porsche 911 S e in Portogallo con la Citroen SM Bandama. Nel 1973, quando fu organizzato il primo Campionato Mondiale Rally, Waldegaard partecipò a nove eventi del WRC con quattro macchine diverse, tra cui la Fiat 124 Abarth Rallye a MonteCarlo, in Portogallo e in Marocco, concludendo solo la gara africana al sesto posto.

La Volkswagen Käfer 1302 S è stata la vettura del Rally Sweden, concluso al sesto posto. All’East African Safari Rally, Waldegaard ha gareggiato con la Porsche 911 Carrera RS (ritiro). La sua ultima auto da rally nel 1973 è stata la BMW 2002: ha corso con quell’auto in quattro eventi e si è piazzato al quarto posto del Österreichische Alpenfahrt. Un’altra stagione con quattro auto diverse seguì nel 1974. Waldegaard guidava Toyota Celica, Toyota Corolla, Porsche 911 e Opel Ascona. Il suo miglior risultato è stato il secondo posto con la Porsche all’Est African Safari Rally.

Il team Lancia Alitalia, dal 1975, affiancò Waldegaard al primo pilota della scuderia, l’italiano Sandro Munari. Waldegaard e Munari lottarono testa a testa nel Rally di Sanremo 1976. Waldegaard aveva un vantaggio di quattro secondi su Munari, ma ad un certo punto quel vantagio scomparve nel nulla. Ciò nonostante, Waldegaard emerse come vincitore, recuperando ancora quattro secondi, dopo aver disobbedito agli ordini squadra e superato Munari.

Dopo questo “incidente” in Lancia, lo svedese passò alla Ford per la fine del 1976. Alla guida della Ford Escort Mk2 , Waldegaard vinse tre rally nel 1977, l’East African Safari Rally, il Rally dell’Acropoli, e il Rac Rally. Fu poi vincitore del Campionato del Mondo Rally inaugurale della stagione nel 1979 per la Ford e la Mercedes-Benz, riuscì a battere Hannu Mikkola grazie al secondo posto finale al Rally della Costa d’Avorio proprio alle spalle del suo rivale. Waldegaard ha vinto il suo primo e unico titolo mondiale in un bellissimo finale di stagione, in una lotta serrata contro Hannu Mikkola. Waldegaard è arrivato secondo, dietro a Mikkola, e ha conquistato il titolo con un solo punto di vantaggio. Nell’ultima gara entrambi guidavano le Mercedes, ma all’inizio della stagione hanno gareggiato con le Ford regalando il primo titolo iridato Costruttori a Ford.

Franz Wurz e Björn Waldegård in una storica immagine
Franz Wurz e Björn Waldegård in una storica immagine

Dalla Mercedes alla Toyota, passando per Ferrari

Nel 1980, Waldegaard e Thorszelius festeggiarono al Rallye Costa d’Avorio con la Mercedes e fu la loro unica vittoria della stagione, che li aiutò a finire terzi assoluti nella classifica finale. All’inizio di quella stagione, Bjorn prese il podio con la Fiat 131 Abarth a MonteCarlo e in Svezia. Al Lombard Rac Rally guidava la Toyota Celica 2000 GT per il Toyota Team GB, ma non finì la gara.

All’evento inaugurale della stagione 1981, Waldegaard ha gareggiato con Ford Escort RS 1800 e si è piazzato ottavo. Poi passò alla Toyota Celica 2000 GT e conquistò un solo podio in sei gare, classificandosi terzo in Portogallo. Nel 1982, Bjorn fu di nuovo pilota Toyota, a parte il round di apertura a MonteCarlo, dove ha gareggiato con Porsche 911 SC. Ha vinto il Rally della Nuova Zelanda con la Toyota Celica 2000 GT e si è classificato sesto in campionato. Con l’Audi Quattro ha partecipato, nel 1982, all’International Welsh Rally, che faceva parte del British Championship. Vinse in modo schiacciante.

Con soli quattro eventi nel WRC 1983, compresa una vittoria al Rally Costa d’Avorio con la Toyota Celica Twincam Turbo, Waldegaard arrivò undicesimo in campionato. L’evento più interessante fu il Rallye Sanremo, perché Bjorn era al volante della Ferrari 308 GTB, ma non finì a causa di problemi al motore. La Toyota Celica Twincam Turbo è stata l’auto di Bjorn nel 1984: cinque eventi WRC, vincendo al Safari Rally. Prova l’Audi Quattro A1 al Castrol Jänner Rallye e si piazza secondo. Waldegaard conclude quella stagione alla guida della Ferrari 308 GTB al Rally di Monza piazzandosi terzo.

L’unica vittoria di Waldegaard nel 1985 fu raggiunta nella prova del Campionato Europeo, la Boucles de Spa in Belgio. Guidava l’Audi Quattro A2. Negli eventi WRC, ha continuato a guidare la Toyota Celica Twincam Turbo, andando a podio al Safari Rally e Rally Costa d’Avorio e terminando ottavo in campionato. Toyota Celica TCT è stata la sua arma preferita nel 1986 e la scelta è stata ottima. Waldegaard ha vinto i suoi due eventi WRC preferiti: Safari Rally e Costa d’Avorio. Ha anche raggiunto il podio all’RSAC Scottish Rally e si è classificato quarto in campionato.

Il copilota di Waldegaard dal 1986 era Fred Gallagher, e rimasero insieme ancora qualche anno fino alla fine della carriera di Bjorn. Nel 1987, Waldegaard non era pronto per la pensione e continuò a correre per il mondo con la Toyota Supra. Durante il 1987, ha partecipato a tre eventi al di fuori dell’Europa: Kenya, Stati Uniti e Costa d’Avorio. Il suo miglior risultato è stato il sesto posto al Toyota Olympus Rally.

Bjorn Waldegaard su Ford Escort al Rally Portugal 1979
Bjorn Waldegaard su Ford Escort al Rally Portugal 1979

Bjorn Waldegaard, il braccio rotto in Kenya e l’addio ai rally

Nel 1988, Bjorn finì settimo con la Toyota Supra Turbo al Safari Rally e poi passò alla Toyota Celica GT-4 ST165, con cui ha vinto all’Oman Rally (Merc) e al Cyprus Rally (Erc). Il suo miglior risultato nel WRC è stato il sesto posto al Lombard Rac Rally. Il programma per il 1989 è stato un po ‘diverso. Negli eventi WRC a MonteCarlo e in Portogallo Waldegaard si è ritirato con la Toyota Celica GT-4, in Kenya, e ha concluso al quarto posto con la Toyota Supra Turbo. Ha segnato la sua unica vittoria al Dubai International Rally con la Celica.

Nei tre anni successivi, Waldegaard gareggiò solo nel Safari Rally. Nel 1990, ha ottenuto una sensazionale vittoria con la Toyota Celica GT-4, la sua quarta vittoria in Kenya e la sedicesima nel WRC. Ha corso in Kenya altre due volte. Finì quarto al Safari Rally del 1992 con la Toyota e si ritirò al Safari Rally del 1993 con la Lancia Delta HF Integrale. Si è schiantato al suo ultimo evento keniota e si è rotto un braccio, quindi è stato costretto non solo a ritirarsi da quell’evento, ma a ritirarsi dalle corse. All’età di 49 anni, ha chiuso la sua brillante carriera.

Nel settembre 2008, Waldegard prese parte al Colin McRae Forest Stages, la gara a cui hanno preso parte gli ex-campioni del mondo in memoria di Colin McRae, morto nel 2007. In questa manifestazione Bjorn ha guidato una Porsche 911. La storia sportiva di Bjorn è culminata con la vittoria di quel Mondiale Piloti. Il primo della storia dei rally iridati. Lui s’aggiudicò quella “prima”, proprio quando i piloti iniziavano ad essere più importanti delle macchine. Fu interessante vedere come quella stagione avesse premiato proprio lui, che aveva guidato vetture di marche diverse e dalle caratteristiche estremamente differenti, come la Ford Escort RS e la Mercedes 450 SLC 5.0.

Nel settembre 2008, Waldegard prese parte al Colin McRae Forest Stages, la gara a cui hanno preso parte gli ex campioni del mondo in memoria di McRae, deceduto nel 2007. In questa manifestazione Bjorn guidò una Porsche 911. E’ morto il 29 agosto 2014, all’età di 71 anni a causa di un cancro. Avrebbe dovuto partecipare al Rallyday of the Wiltshire a settembre, ma aveva già cancellato l’appuntamento per dare spazio alle cure, ormai irrinunciabili vista la gravità della malattia.

Giorgio Pianta salvò la Lancia in Polonia il 3 agosto 1964

Il Jolly Club inviò tre Alfa Romeo Giulia TI Super con gli equipaggi Cavallari-Ossola, Ferrarin-Zoja e Stefani-Lombardini. L’obbligo era arrivare, fare un bel risultato, cercare di eliminare la tensione, prendere un po’ di respiro e andare avanti. Non certo facile. Ma per Giorgio Pianta nulla sembrava impossibile.

La Lancia era sotto shock. Il 25 luglio 1964 a Spa, alla 24 ore, aveva perduto uno dei suoi piloti simbolo, Piero Frescobaldi. Cinque giorni dopo era in programma il Rally di Polonia, prova valida per il Campionato Europeo, ma soprattutto era il Trofeo delle Nazioni l’obiettivo principale della Casa torinese.

Fino all’ultimo la partecipazione rimase incerta per il gravissimo lutto gravissimo. Per tentare di conquistare il prestigioso trofeo l’HF squadra corse iscrisse alla gara tre Flavia coupé per Pianta-Poltronieri, Genta-Motta e per le dame Ada Pace-Diana Bulfoni. In classifica l’Italia – dopo il Montecarlo e il rally Sole di Mezzanotte – era seconda con dieci punti, alla pari con la Svezia.

Il Jolly Club inviò tre Alfa Romeo Giulia TI Super con gli equipaggi Cavallari-Ossola, Ferrarin-Zoja e Stefani-Lombardini. Due squadroni veri e propri che dovevano però vedersela con le due Saab ufficiali di Erk Carlsson e della moglie Pat Moss e soprattutto con lo specialista locale Zasada, con la consorte, su una piccola Steyer Puch 700. Una gara che per la Lancia valeva molto. Se fosse andata male avrebbe anche potuto significare lo stop. Una situazione psicologica molto difficile per l’intera squadra.

L’obbligo era arrivare, fare un bel risultato, cercare di eliminare la tensione, prendere un po’ di respiro e andare avanti. Non certo facile. Tutti e sei gli equipaggi italiani erano scattati da Varsavia per ricongiungersi a Cracovia con gli altri iscritti – 68 in totale – partiti da Belgrado, Berlino, Copenhagen e Norimberga, nello schema caro al Montecarlo. Più di mille chilometri di trasferimento, lungo, soporifero, ma senza difficoltà.

Il percorso comune, 2400 km nelle regioni dei Carpazi, Sudeti e Bassa Slesia, sarebbero stati un’altra cosa. Per le caratteristiche delle strade, strette e per la media imposta, in qualche caso superiore agli 80 km all’ora. Senza aver provato nemmeno un metro i concorrenti si erano ben presto resi conto che le carte geografiche fornite dall’organizzazione, non evidenziavano con precisione l’itinerario.

Il rally prevedeva due prove di velocità in circuito, due corse in salita e 14 prove speciali. All’aeroporto di Cracovia, nelle prove in pista, il più veloce era stato Luciano Lombardini, in coppia con Stefani sulla Giulia TI Super. Un’ottimo inizio per gli italiani che riuscirono a prevalere su Saab e Volvo.

Ancora Lombardini davanti a tutti nella salita di Ojcov. Giorgio Pianta, 29 anni, da circa un anno nel giro Lancia, dopo numerosi successi nelle corse di velocità, si sentì investito di una grossa responsabilità. Aveva accanto Mario Poltronieri, non ancora famoso giornalista televisivo, pilota di spessore con le Abarth da record.

Giorgio, milanese, classe 1935, iniziò a gareggiare nel 1957. Aveva i motori nel sangue. Regolarità, rally, salita, pista, correva con tutto. Di famiglia benestante, il padre era proprietario di un’azienda tessile, iniziò a correre con gli pseudonimi Fuchs e George Von Baum, cioè Giorgio Pianta in tedesco. Una vera e propria mania per la Germania. Studio, lavoro nell’azienda paterna e corse quando e dove capitava. Fiat Abarth 695, Giulietta TI. Alla Coppa Carri, a Monza, giùnse secondo con un’Abarth 1000 della scuderia Sant’Ambreus.

Lo vide correre Sandro Fiorio, lo avvicinò e gli propose di gareggiare per l’HF Squadra Corse, la nuova formazione. Flavia coupé nei rally, Flaminia nelle gare di velocità. Era il 1963. Per Pianta l’inizio di una carriera straordinaria, senza fine, al volante di ogni tipo di macchina. Trazione anteriore, posteriore, Turismo, Gran Turismo, Sport, Formula, ruote coperte o scoperte, tutto il possibile. Dopo gli exploit iniziali, la situazione al rally di Polonia si evolveva in maniera negativa per i colori italiani.

Nella seconda tappa si ritiravano, uno dopo l’altro, gli equipaggi dell’Alfa Romeo. Anche due delle Lancia, quella condotta da Ada Pace, pilotessa all’epoca molto famosa per i successi ottenuti nelle gare di velocità, e quella di Genta, furono costrette a fermarsi per incidenti. Tra i favoriti alzò bandiera bianca anche Tom Trana con la Saab. Restò in gara soltanto Giorgio Pianta. Piazzato tra i primi dieci in classifica, molto bene, stava andando fortissimo.

Per riposarsi un po’, in un tratto, passò la guida a Poltronieri. Mario era uno spasso quando guidava nei trasferimenti: raccontava barzellette oppure si metteva a cantare. Ma quel giorno, in una destra-sinistra, perse il controllo della pesante Flavia numero 97. Risultato: la macchina cappottò e finì fuoristrada. Grazie ad alcuni spettatori l’auto venne rimessa sulle quattro ruote.

I danni erano evidenti, parabrezza in mille pezzi e tetto della vettura schiacciato. Fortunatamente la meccanica non aveva subito danni. Poltronieri, rimasto ferito nell’incidente, anche se non in maniera grave, non era però nelle condizioni di continuare. All’assistenza Lancia il momento venne vissuto con grande tensione. Il ritiro avrebbe voluto dire mettere in discussione perfino l’intera attività sportiva della Casa. Appena iniziata.

Attimi senza fine. Poi la decisione clamorosa: un meccanico avrebbe preso il posto di Mario. L’azione si svolse di gran velocità. Indossò la tuta di Poltronieri e Giorgio, furibondo per l’inconveniente, diede di gas. Mancavano ancora centinaia di chilometri all’arrivo. Non era finita. Il rally per Pianta si fece ancora più duro quando iniziò a piovere. Un temporale violento, sembrava che il cielo si accanisse con quella macchina priva del vetro anteriore.

Pianta, come in un film, guidò al massimo nonostante gli scrosci d’acqua in pieno viso. Il tormento durò 18 ore. Non mollò. A Cracovia venne accolto dagli applausi. Finì ottavo assoluto, primo assoluto nel Turismo di serie. Un risultato eccezionale, ripreso dai giornali. Perfino il Corriere della Sera pubblicò la notizia dell’incredibile avventura della coppia Giorgio Pianta- Mario Poltronieri. In classifica il nome del giornalista rimase nonostante la disavventura e il cambio in corsa. Nessuno si accorse.

La vittoria andò a Zasada, un altro pilota che fece strada, tanta strada. Nella piazza della città polacca, Sobieslaw festeggiò, assieme alla moglie, il grande successo in patria. Al secondo e terzo posto le Saab di Erik Carlsson, in coppia con Palm e Pat Moss Carlsson, con Nystrom alla sua destra. Quel risultato in Polonia salvò la Lancia. Per Giorgio Pianta fu l’inizio di una carriera straordinaria. Come pilota e come collaudatore. Anzi il principe dei collaudatori.

La sua sensibilità tecnica fece scuola e contribuì, in maniera determinante, a portare a Torino gli allori più prestigiosi. Non c’è stata macchina con la quale Pianta non abbia gareggiato, non c’è stata strada o pista che non lo abbia visto protagonista. Perfino un’escursione in Formula Aurora, in pratica una F1, a Nogaro, Francia, nel 1979. Con la Williams FW6 finì quinto. Successi anche come dirigente, a capo dell’attività sportiva del Gruppo Fiat, Lancia e Alfa Romeo. Corse, muretto, scrivania. Tutto.

Tratto da ‘Sotto il Segno dei Rally 1 – Giorgio Nada Editore

Lancia Rally, nome in codice 037: Limone e Gastaldi

Era il 14 dicembre 1981 e Cesare Fiorio, responsabile delle attività sportive del Gruppo Fiat, annunciava la nascita della nuova “arma” torinese per i rally: la 037. Una vettura nuova, meccanicamente differente dalle progenitrici, voluta, progettata e costruita in funzione del nuovo regolamento Fisa Gruppo B.

L’unione tra le capacità cognitive e tecniche della mente dell’ingegnere Sergio Limone, unite alle abilità professionali e alla fede Lancista del giornalista Luca Gastaldi, fa nascere Lancia Rally: nome in codice 037. La Lancia Rally 037 è stata una vettura prodotta dalla Lancia negli anni ’80 per partecipare al Mondiale Rally.

L’ingegnere Limone fu il responsabile del progetto SE037 e fu Cesare Fiorio, il direttore sportivo Fiat, ad annunciare nel 1981 la nascita di un nuovo modello per il rally a causa dei cambiamenti nel regolamento. Il progetto fu sostenuto da una collaborazione tra Lancia, Pininfarina e Abarth, riprendendo l’evoluzione 037 realizzata dalla Abarth nella seconda metà degli anni ’70, e fu presentato al cinquantanovesimo Salone dell’Automobile di Torino nel 1982.

La versione stradale non riscosse particolare successo, per l’omologazione nel Gruppo B bisognava infatti costruire almeno duecento esemplari del modello in questione. “Abbiamo ottenuto i primi importantissimi risultati dieci anni fa con la Fulvia HF, vincendo il Campionato del Mondo 1972. Abbiamo ribadito la nostra superiorità per tre anni consecutivi, dal 1974 al 1976, ma con la Stratos, e altri tre titoli iridati ce li ha regalati la Fiat 131 Abarth Rally, nel 1977, nel 1979 e nel 1980″, spiegava Cesare Fiorio.

“Tre dei nostri piloti sono saliti sul gradino più alto del podio piloti: Sandro Munari, Markku Alen e Walter Rohrl. Ma nel 1982 dovremo affrontare una svolta regolamentare e, proprio per questo, i nostri programmi sono stati rivoluzionati. Correremo a partire da aprile, appena sarà omologata, con la Lancia Rally!”, furono le parole di Cesare Fiorio all’epoca.

Era il 14 dicembre 1981 e Cesare Fiorio, responsabile delle attività sportive del Gruppo Fiat, annunciava la nascita della nuova “arma” torinese per i rally: la 037. Una vettura nuova, meccanicamente differente dalle progenitrici, voluta, progettata e costruita in funzione del nuovo regolamento Fisa Gruppo B.

Il progetto – sviluppato in collaborazione tra Lancia, Abarth e Pininfarina – si materializzò nella sua veste definitiva il 2 maggio 1982 al Salone dell’Automobile di Torino. La Lancia 037, in versione stradale, viene presentata al grande pubblico nel corso della kermesse motoristica italiana riscuotendo immediatamente un grande successo fra gli addetti della stampa specializzata e i numerosi appassionati che affollavano i padiglioni di Torino Esposizioni.

Le scelte che portarono alla realizzazione della 037 non furono certo facili. Si decise per una vettura convenzionale, con due ruote motrici, dotata di tutti i pregi della Fiat 131 con qualcosa in più a livello di telaio. Questo doveva essere concepito nella maniera più semplice possibile e in grado di consentire facili riparazioni e sostituzioni meccaniche durante i rally.

Un telaio predisposto per un nuovo sistema di sospensioni, non più di tipo McPherson come sulla 131, ma a quadrilateri come nelle monoposto da pista. Questa soluzione era in grado di fornire diverse regolazioni di assetto e di camber e di utilizzare pneumatici sia radiali che non radiali.

La 037, soprannominata la “Regina dei Rally”, è l’ultima due ruote motrici della storia a conquistare il titolo iridato della specialità. Inizialmente identificata con il codice di progetto Abarth SE037, la Lancia Rally (questo il suo nome ufficiale) ottiene l’omologazione in Gruppo B il 1 aprile del 1982, a soli due anni dalle prime righe tracciate su un foglio bianco e dopo intense attività di test. La descrizione tecnica dell’ingegner Sergio Limone e le fotografie inedite dell’epoca fanno rivivere un capitolo fondamentale dell’automobilismo sportivo e una decade di grande rivoluzione.

Libri su Storie di Rally

la scheda

LANCIA RALLY: NOME IN CODICE 037

Autori: Sergio Limone, Luca Gastaldi

Copertina: rigida con sovracopertina

Pagine: 200

Immagini: 220 a colori e in bianco e nero

Formato: 21x 24 centimetri

Editore: Autopubblicazione

Prezzo: 39 euro

ISBN: 979-1-2200297-8-0

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Vittorio Caneva: dai rally all’insegnamento… dei rally

Nel 1980, con una vettura ufficiale del Jolly Club partecipa alla serie riservata alle piccole A112, ottiene due vittorie importanti: Costa Smeralda e San Marino, tre secondi posti, un terzo ed un quarto posto. Chiude la stagione secondo assoluto. La sua carriera decolla.

Giusto per ricordare la parte iniziale della sua carriera, si sottolinea che Vittorio Caneva è stato pilota ufficiale CitroenFord e Jolly Club. Nasce ad Asiago, in provincia di Vicenza il 12 marzo 1957. Diventa inevitabilmente un grande appassionato di rally già a partire dai primissimi anni Settanta. Inizia a disputare i primi rally nel 1976 con una Fiat 127 Gruppo 2. Nel 1977 partecipa al Campionato Triveneto.

A fine stagione è secondo nella classifica finale dei rally. Lo stesso anno ottiene alcune vittorie gareggiando anche con la Volkswagen Golf GTi e con la Opel Kadett GT/E in vari rally nazionali. Nel 1979 partecipa al Trofeo A112 ottenendo lusinghieri piazzamenti. A fine campionato è quinto assoluto e terzo tra dell’Under 23.

L’anno successivo con una vettura ufficiale del Jolly Club partecipa ancora alla serie riservata alle piccole A112, ottiene due vittorie importanti: Costa Smeralda e San Marino, tre secondi posti, un terzo ed un quarto posto concludendo la stagione secondo nella classifica finale assoluta, per poi decollare nel vero senso della parola.

Nel 1982 viene ingaggiato dalla Citroen Italia per condurre nel Campionato Italiano la Visa Gruppo B. Durante l’anno ottiene importanti risultati, specialmente se si considera che la Visa non era un’auto nata per i rally: ottavo assoluto a San Marino, decimo e primo nel Gruppo B a Sanremo, undicesimo al 4 Regioni, sedicesimo a Biella. A fine campionato è secondo di Gruppo B.

Questi risultati ottenuti con una vettura scarsamente competitiva faranno conoscere il binomio Caneva-Citroen a livello europeo. Nel 1983 continua il rapporto con la filiale italiana del Costruttore d’Oltralpe e con la Visa Gruppo B. I risultati che si ricordano sono un quarto piazzamento assoluto al Rally di Piancavallo, un quinto ad Aosta, un ottavo al Colline di Romagna e un undicesimo a Sanremo.

Vittorio Caneva dai rally all'insegnamento... dei rally
Vittorio Caneva dai rally all’insegnamento… dei rally

La decisione di diventare istruttore di rally

Nel 1984 si dedica sempre per conto di Citroen Italia allo sviluppo della Visa quattro ruote motrici, ottenendo oltre tutto un terzo posto assoluto al Rally del Gran Sasso. Nei due anni successivi lascia Citroen per Ford, dove si occuperà della Escort Turbo Gruppo A, vettura purtroppo poco affidabile che gli permetterà solo alcune volte di vedere il traguardo.

Tra i suoi migliori risultati risultati, il sesto posto assoluto e primo di Gruppo A al Targa Florio e il secondo al Rally della Maremma Toscana. Nel 1987 viene ingaggiato dalla Scuderia Jolly Totip e disputa il Campionato del Mondo Gruppo N. Ottiene tempi di grande rilievo ma la fortuna non è sempre dalla sua parte e conclude la stagione classificandosi al terzo.

Nel 1988 disputa ancora alcune gare del WRC con la Lancia e la Scuderia Race Day. Ma a metà stagione decide di ritirarsi dalle corse. Nel 1989 fa nascere la Vittorio Caneva Rally School. Nel 1990 partecipa in via occasionale al Rally Città di Asiago con una Ford Sierra Gruppo N e vince agevolmente il gruppo oltre a centrare il quarto posto assoluto.

Dal 1990 al 1994 gestisce la Pista Lago Losetta a Sestriere dove si svolgono corsi di guida sicura e sportiva su ghiaccio, mentre dal 1996 collabora a tempo pieno con Piero Liatti come consulente personale nelle gare del Campionato del Mondo Rally con le squadre Subaru 555, Seat Sport, Ford Martini e Hyundai Castrol.

Dal 1976 agli anni 2000 non ha mai lasciato i rally, passione e pane quotidiano. Pane, lacrime e sangue. In questa bellissima carriera, Caneva ha lavorato anche con Miki Biasion, Markku Alen, Henri Toivonen, Dario Cerrato… E con Case come Ford, Lancia, Subaru, Seat, Hyundai, Pirelli e Michelin. Vittorio Caneva ha seguito, tra le altre cose, la preparazione tecnica di Gigi Galli nel periodo in cui fu pilota ufficiale Mitsubishi nel WRC, oltre che di altri piloti nel Campionato Italiano e nel Mondiale Produzione e in quello Junior.

La sua scuola, negli anni, è stata ribattezzata la Scuola dei Campioni. La prima università da rally. Infatti, in Italia nel 1989 non esisteva nessuna struttura che fornisse un valido supporto a coloro che volevano avvicinarsi alle competizioni automobilistiche su strada. Il debuttante veniva lasciato solo, costretto a imparare tutto sul campo e pagando a caro prezzo errori e inesperienza.

Vittorio Caneva Rally School, scuola sforna talenti

Rendendosi conto di questa lacuna, Caneva decise di mettere a disposizione la propria esperienza e quella di alcuni suoi colleghi, ideando la Rally School, che ad Asiago, è diventata col tempo un vero e proprio punto di riferimento per i piloti di rally esperti o debuttanti. Al fianco di Vittorio Caneva si sono succeduti, nel ruolo di istruttori, piloti di grossa levatura nazionale e internazionale che hanno coadiuvato e trasmesso la loro esperienza alla scuola. Per gli allievi dei corsi la guida da rally non ha quindi più avuto segreti.

Nel 1998 la struttura ha subito una grande evoluzione con l’effettuazione dei corsi “singoli” su percorsi di vere e proprie prove speciali che hanno permesso alla Caneva School di fare quel salto di qualità che ha portato la struttura di Asiago ad essere considerata tra le migliori.

Nel 2000 arrivava per la prima volta la telemetria ed il camera car. L’analisi dei dati in comparazione fa sì che la guida dei piloti a tutti i livelli possa essere monitorata con precisione centesimale scovando risvolti a volte incredibili e portando dei vantaggi a chi frequenta la scuola.

Grazie a questo sofisticato metodo molti piloti hanno affidato in questi anni lo studio e il perfezionamento della loro guida a Caneva: Daniel Carlsson, Kris Meeke, “PG” Andersson, Guy Wilks, Mirco Baldacci, Urmo Aava, Devid Oldrati, Daniel Solà, Xavi Pons, Marc Blazquez, Giandomenico Basso, Andrea Perego, Matteo Gamba, Jussi Valimaki, Luca Rossetti, Conrad Reutenbach, Daniele Ceccoli, Renato Travaglia.

E non finisce qui. Infatti, ci sono ancora: Alessandro Perico, Luca Betti, Andrea Zivian, Manuel Sossella, Anton Alen, Kalle Pinomaki, Patrik Sandell, Juho Hanninen, Umberto Scandola, Aaron Burkart, Simone Campedelli, Marco Bernardelli, Andrea Torlasco, Michail Solowow, Jaan Molder, Andrea Cortinovis, Luca Cantamessa, Michal Kosciuszko, Roberto Vescovi, Bernardo Sousa, Mads Ostberg, Alessandro Bettega, Gilles Schammel, Krum Donchev e Bernd Casier e molti altri.

Gigi Pirollo: storia di una carriera irripetibile e unica

La vocazione gli è arrivata precoce, tra i tornanti di passo Giau, per consolidarsi poi all’Università dei Rally di Castelfranco Veneto, tra le capitali dei rally italiani del tempo. Dagli sterrati dell’Oregon sino alla lontana Australia con un solo obiettivo: vincere.

Quella di Gigi Pirollo è la storia di una carriera più lunga di quella Magellano. Che c’entra? Seppure a modo suo, Maggellano era un navigatore… Battute a parte, sulle spalle di Gigi Pirollo ci sono oltre quarant’anni di carriera come pochi altri. Campione Italiano, Europeo, Mondiale, Gigi Pirollo ha navigato con tutti i grandi nomi del rallysmo nazionale.

Alex Fiorio, Franco Cunico, Adartico Vudafieri, Andrea Zanussi, Carlo Capone e molti altri. Icone di una specialità che, nel tempo, è passata dagli eroici sterrati del San Martino ai tratti innevati del Monte-Carlo per giungere alla realtà di oggi, forse meno avventurosa ma che, ancora, ha molto da raccontare.

La vocazione gli è arrivata precoce, tra i tornanti di passo Giau, per consolidarsi poi all’Università dei Rally di Castelfranco Veneto, tra le capitali dei rally italiani del tempo. Dagli sterrati dell’Oregon sino alla lontana Australia con un solo obiettivo: vincere, senza compromessi. Sempre. O almeno, il più possibile.

La sua carriera di copilota è iniziata nel 1974 con Franco Muschietti, a bordo di una Fiat X1/9 ai rally di Modena e di Belluno, conclusi entrambi con il ritiro, i primi risultati positivi sono arrivati nelle stagioni 1975 e 1976 con Adartico Vudafieri sulla Porsche 911, Pasetti con la Fiat 124 e Zandonà sulla Opel Ascona. Nel 1977 e nel 1979 ha affiancato Pasetti, sulla Fiat 131 Abarth, e sono arrivate le prime vittorie: Rally di Imperia e Rally 1000 Miglia due volte (1977-1979).

La stagione 1980 lo ha visto affiancato a piloti come Adartico Vudafieri sulla Fiat 131 Abarth, Zanussi con la Ford Escort e Porsche 911, persino Vittorio Caneva nel Trofeo A112, collezionando il secondo posto al Rally di Sicilia e a quello di Radicofani.

Nel 1981 ha avuto le prime esperienze all’estero con Zanussi, sempre con la 131, in Spagna al Rally Costa Brava, in cui si sono ritirati durante la seconda tappa quando erano terzi assoluti, e al Rally Race, in cui hanno centrato il terzo posto assoluto.

Nel 1981, per Pirollo inizia anche la collaborazione con Carlo Capone e con la Fiat Ritmo Gruppo 2. Nella stagione successiva si conferma l’equipaggio Capone-Pirollo su Fiat Ritmo. Buoni i risultati che portano alla vittoria del titolo di Gruppo A nel Campionato Italiano Rally. Nella stagione 1983 lo stesso equipaggio passa alla Lancia Rally 037, vettura del Gruppo B, con la quale conquistano vari podi e la vittoria al Rally della Lana a Biella.

Nel 1983 ha navigato Adartico Vudafieri sulla Lancia Rally 037 al Tour de Corse e al Rally di Sanremo raggiungendo il primo podio in carriera in una gara valida per il campionato del mondo. Nel 1984 sempre con Vudafieri e su Lancia 037 ha conquistato la vittoria al Rally 4 Regioni, al Rally della Lana, al Rally di Piancavallo e al Rally di San Marino.

Il 1984 ha incorona l’equipaggio Vudafieri-Pirollo campione italiano assoluto. Nel 1985 Rayneri-Pirollo, su Fiat Ritmo 130 va all’attacco di alcune gare valide per il Campionato Europeo Rally, ottenendo la vittoria di categoria al Costa Smeralda, in Bulgaria e Grecia, oltre a vari altri podi che consentono la vittoria del titolo di Gruppo A nella serie continentale.

Gigi Pirollo, Alex Fiorio, la Delta e l’incidente al Monte

Nel 1986 inizia la collaborazione con Alex Fiorio, giovane pilota figlio di Cesare, ex direttore sportivo Lancia e Ferrari. L’equipaggio appena formato disputa alcune gare del Campionato del Mondo Rally su Fiat Uno Turbo Gruppo A. Il Rally di Monte-Carlo, primo della stagione, vede il ritiro a causa di un capottamento che causa a Gigi lo schiacciamento e il parziale distacco di una falange che lo costringe a rinunciare al Rally di Portogallo.

Al Tour de Corse sono costretti al ritiro per lutto per l’incidente mortale di Toivonen e Cresto. Dopo altri ritiri per problemi tecnici all’Acropoli e al Piancavallo, al Sanremo arriva il secondo posto di categoria. Nel 1987 Gigi e Alex Fiorio portano al debutto la Lancia Delta 4WD Gruppo N nel Campionato del Mondo Rally Produzione ottenendo la vittoria in Portogallo, all’Olympus, oltre a vari podi nei rally di Monte-Carlo, Svezia, Acropoli.

Al 1000 Laghi ottengono una clamorosa vittoria battendo gli equipaggi finlandesi del calibro di Tommi Mäkinen. Con la vittoria in Finlandia si aggiudicano il titolo di campioni del mondo Gruppo N. Per concludere la stagione gareggiano al Rally di Sanremo con la Lancia Delta 4WD Gruppo A con la quale mancano il podio a causa di una foratura.

La stagione 1988 vede lo stesso equipaggio impegnato sulla Lancia Delta 4WD Gruppo A del Jolly Club, squadra satellite della Lancia nel WRC ottenendo il secondo posto assoluto nei rally di Monte-Carlo (vinto da Saby), Portogallo (vinto da Biasion), Olympus (vinto da Biasion) e Sanremo (vinto da Biasion).

Da segnalare anche il terzo posto conquistato all’Acropoli, il settimo al 1000 Laghi in Finlandia e l’undicesimo allo Svezia. Alla luce di questi risultati conquistano il terzo posto finale nel World Rally Championship. Il 1988 porta l’equipaggio Fiorio-Pirollo alla vittoria del Rally Principi de Asturias, in Spagna, valido per il Campionato Europeo, e la partecipazione al Monza come copilota di Michele Alboreto, pilota Ferrari Formula 1, a bordo di una Alfa Romeo 75 Turbo.

La stagione 1989 inizia con un grave incidente al Rally di Monte-Carlo in cui l’equipaggio Fiorio-Pirollo portava al debutto la Lancia Delta Integrale Gruppo A con la frizione automatica. Durante la quinta prova speciale hanno perso il controllo del mezzo a causa del ghiaccio sulla strada e sono usciti di strada capottando e travolgendo il pubblico posizionato in una zona pericolosa: equipaggio illeso ma due spettatori morti e altre tre persone ferite. 

Il prosieguo della stagione è decisamente migliore, tanto che ottengono il secondo posto assoluto in Argentina (primo Erikkson), il terzo in Portogallo (primo Biasion e secondo Alen), Acropoli (primo Biasion e secondo Auriol) e il quarto in Australia (primo Kankkunen, secondo Erikkson, terzo Alen).

Da segnalare in particolare il secondo posto al Sanremo 1989 in cui ha visto sfumare la vittoria a causa di una intera prova speciale effettuata col cambio bloccato in terza marcia che ha fatto perdere il comando della gara, il risultato finale è stato un secondo posto a a cinque secondi da Biasion, con terzo Sainz.

La stagione 1989 regala all’equipaggio Fiorio-Pirollo il titolo di vice-campione del mondo assoluto, dietro a Biasion e davanti a Kankkunen. Nella stagione 1990 Fiorio e Pirollo portano in gara al Safari la Lancia Delta Integrale 16 valvole della squadra ufficiale, Martini Racing, ottenendo un ritiro a causa della rottura del motore per le avverse condizioni climatiche.

La stessa macchina è stata usata anche al Rally d’Australia ottenendo un terzo posto. Altri risultati sono stati il quinto posto all’Acropoli e l’ottavo posto al Sanremo a causa di noie meccaniche che li hanno costretti al ritiro anche al 1000 Laghi. Al Rac hanno portato al debutto la nuova Ford Sierra 4×4 Gruppo A come equipaggio ufficiale Ford: per loro arriva un nono posto. La gara è un test della nuova vettura.

I risultati ottenuti nella stagione 1990 hanno permesso di conquistare il quarto posto nella classifica finale assoluta della serie iridata. Dal 1994 fa ritorno nel Campionato Italiano Rally. Pirollo corre fino a oltre il 2011, anno in cui partecipa al Campionato Sloveno Rally con Piero Longhi a bordo di una Skoda Fabia Super 2000 ottenendo il titolo di campione.

Inoltre, partecipa, sempre in coppia con Longhi e sulla Mini Cooper WRC ad alcune gare in Italia. Conclude la stagione con un terzo posto assoluto al Rally di Monza, dove affianca Dindo Capello e la nuova Citroën DS3 WRC dietro a Sébastien Loeb e Valentino Rossi. Gigi ha scritto un bel libro, Una curva lunga una vita (la recensione la trovi qui). Oggi corre molto poco, ma svolge il ruolo di super visore federale nei rally.

Tre tappe cruciali della carriera di Paolo Andreucci

La prima tappa fondamentale della carriera di Paolo Andreucci è, senza ombra di dubbio, quella debutto, che avviene al Rally del Ciocco 1987 con la Renault 5 GT Turbo. Poi c’è l’esperienza al volante della potentissima Ford Focus WRC01. E infine, c’è la parentesi che vede Ucci e Ussi in Abarth.

In una carriera lunga come quella di Paolo Andreucci ci sono sempre delle tappe cruciali, passaggi fondamentali, punti di svolta. A maggior ragione se, oltre ad essere lunga, la carriera del pilota in questione è costellata da record e titoli. Nella carriera di ”Ucci”, come si può ben immaginare, le tappe importanti sono tantissime e questo rende ancor più difficile scremarle per arrivare alle tre principali.

L’idea stuzzica tantissimo e, quindi, sono state fatte scegliere direttamente ad Andreucci in una serata di tutta calma e convivialità. La prima tappa cruciale è, senza dubbio, quella debutto, che avviene al Rally del Ciocco. Il battesimo rallistico è sempre la tappa cruciale di qualunque carriera.

Poi c’è l’esperienza con la Ford Focus WRC01, che frutta il titolo in uno dei Campionati Italiani Rally più accesi e combattuti di sempre. E poi c’è la parentesi Ucci e Ussi in Abarth. Facciamo una doverosa premessa per gli appassionatissimi più accesi: la storia di Paolo Andreucci, fino all’ultimo titolo, è disponibile in un altro articolo (clicca qui) e altre storie sul Paolino Nazionale sono disponibili nell’archivio.

Andreucci-Pierotti fermi in PS al Rally Il Ciocco 1987 con la Renault 5 GT Turbo
Andreucci-Pierotti fermi in PS al Rally Il Ciocco 1987 con la Renault 5 GT Turbo

Paolo Andreucci e quel Rally del Ciocco 1987

Il decimo Rally Il Ciocco e Valle del Serchio del 1987 segna il debutto del ”Paolino Nazionale” nel mondo dei rally. Equipaggio numero 54, Pierotti-Andreucci su Renault 5 GT Turbo iscritta dalla scuderia Valleserchio Corse. Il suo esordio sulle strade di casa non sembra dei più fortunati perché, come ricorda Ferdinando Pierotti, i due sono costretti al ritiro sulla PS Corfino a causa di un ”botto colossale con cappottamento incluso”, dopo che le classifiche ufficiali li davano addirittura vincitori assoluti della PS Sassorosso con il miglior tempo di 7’48”, nonostante alcuni tratti innevati.

Pierotti-Andreucci erano riusciti ad infliggere ben 25” all’equipaggio poi vincitore della gara, Trombi-Trombi, sulla velocissima Lancia Rally 037. In realtà, a dispetto dei documenti di gara alla guida delle Renault 5 GT Turbo preparata dai fratelli Venturi c’è ”Ucci” e non Ferdinando Pierotti.

”Io direi che fu un esordio molto positivo – racconta Paolo Andreucci –. L’uscita ci sta con la poca esperienza. Infatti, le gomme erano finite perché i soldi erano pochi. Oggi, spesso vediamo debutti incolori ed il nostro non lo è stato, perché i tempi ci sono stati eccome!”.

”Con Ferdinando ci sentimmo al telefono tramite la Valleserchio Corse e ci trovammo a Barga. Io, un giovanotto da scarpe da ginnastica e felpa, lui da giacca e camicia. Ma ci trovammo subito bene. Gli dissi che per il resto del mondo era lui il pilota, e mi resse la parte”.

”I miei non erano d’accordo che io facessi il pilota. Non fu facile nasconderglielo, ma la passione era troppa. Già dalla prima PS balzammo in testa al Gruppo N e con l’aiuto di Giorgione e gli altri, si fecero dei tempi di valore assoluto. Oggi farebbero scalpore. Rimane uno dei giorni più belli”.

Paolo Andreucci con la Ford Focus WRC nel Campionato Italiano Rally
Paolo Andreucci con la Ford Focus WRC nel Campionato Italiano Rally

Nel 2009 vince il titolo con la Ford Focus WRC

Se il Rally Il Ciocco 1987 è uno dei più bei ricordi, non è da meno quello del primo titolo del Campionato Italiano Rally con la Ford Focus RS WRC, nel 2001, davanti ad avversari del calibro di Renato Travaglia su Peugeot 206 WRC ed Andrea Aghini su Subaru Impreza S6 WRC.

Una vittoria conseguita con due copiloti, Alessandro Giusti ed Anna Andreussi, con la quale conquisterà gli altri dieci titoli nazionali e che diventerà l’inseparabile Ussi. La Focus WRC ha segnato la carriera di Paolo. ”Auto molto bella, fantastica sulla terra. In generale, le WRC del 2000 avevano un bel motore che ti aiutava a guidare meglio. In più erano auto robuste e studiate per gare dure come quelle del Mondiale”.

”L’anno 2001 mi ha dato tante soddisfazioni, tra cui quella di organizzare un team portandoci personalmente la Erg, le Pirelli, il meccanico, che era il Chico Fluperi, e un bel po’ di soldi personali, oltre a quelli della Italian Promotor Sport, un team privato che ne ha battuti molti altri più esperti, e la Peugeot ufficiale. Conobbi Anna, fece da ricognitrice e quando fu pronta salì in macchina per il Piancavallo”.

”Si alternarono con Alessandro Giusti e fecero un eccellente lavoro. Il team lavorò benissimo con persone molto motivate e questo ci permise di essere all’altezza. Anche in M-Sport, tramite Gunther Stainer, all’epoca direttore tecnico fummo considerati. Infatti, feci qualche test di sviluppo per loro. Grande soddisfazione”.

Paolo Andreucci e Anna Andreussi con la Abarth Grande Punto Super 2000
Paolo Andreucci e Anna Andreussi con la Abarth Grande Punto Super 2000

Ucci e Ussi, l’esperienza in Abarth e la Punto

Pensando a Paolo Andreucci, automaticamente, il pensiero va a Peugeot Italia. Non potrebbe essere altrimenti visto che con la filiale italiana della Casa francese Ucci e Ussi hanno vinto ben otto titoli tricolore, di cui quattro consecutivi, dal 2009 al 2012. In realtà, un periodo importante della sua carriera è stato anche quello in Abarth, alla guida prima della Abarth Punto S1600 (campione Italiano rally 2003) e poi della Abarth Grande Punto S2000 (campione Italiano rally 2006).

“La Punto Super 2000 era una grande macchina e Anna ed io l’abbiamo sviluppata sin dall’inizio. Mi ricordo il primo paragone di tempi con la Punto 1600 e la gioia di tutto il team. Un team di valore assoluto che oggi sarebbe un top team del mondiale. Avrei scommesso tutto quello che avevo su quella squadra”.

“Se ci avessero fatto lavorare ancora avremmo fatto un team eccezionale. Vittoria al debutto al Ciocco, sviluppo e vittoria Campionato. Sono i misteri della vita che sia finita lì. Sicuramente un peccato, visto che i componenti di quel gruppo sono stati e sono le colonne portanti di tanti successi in altre squadre…”.

Tratto da 100 anni di Storie di Rally 1 – Marco Cariati

Michèle Mouton, la regina delle auto da rally Gruppo B

Ma nel 1981, quando il World Rally Championship si avvia a cambiare per sempre, Ari Vatanen vince il titolo, Audi introduce la prima vettura da rally a quattro ruote motrici, la Quattro, e una pilota della Costa Azzurra diventa la prima e unica donna a vincere un evento del Campionato del Mondo Rally.

Batte Ari Vatanen, Hannu Mikkola e Walter Röhrl per distruggere gli stereotipi di genere dei rally. Michèle Mouton nasce il 23 giugno del 1951 e cresce a Grasse, nel sud della Francia, nella Provenza, e fin da piccola eccelle in tutto, dallo sci alla danza al mondo accademico. Si avvia verso una rispettabile carriera giurisprudenziale, ma evidentemente il destino vuole altro da lei. Avrebbe potuto diventare un avvocato di successo, dato il suo impeto pauroso e la cruda determinazione.

Ma nel 1981, quando il World Rally Championship si avvia a cambiare per sempre – è già in atto la progettazione e la successiva introduzione (a partire dal 1983) delle vetture Gruppo B – Ari Vatanen diventa il primo corsaro a vincere il titolo, Audi introduce la prima vettura da rally a quattro ruote motrici, la Quattro, e una pilota della Costa Azzurra diventa la prima e unica donna a vincere un evento del Campionato del Mondo Rally.

Proprio così, la ragazza di Grasse, diventa una delle forze dominanti nelle competizioni del Campionato del Mondo Rally negli anni Ottanta, inaugurando l’era delle terribili vetture del Gruppo B e stabilendo nuove percezioni su ciò che le donne erano in grado di fare nel motorsport. Nulla nei primi anni di vita segnala una carriera invidiabile nei motori. I genitori la crescono tra rose e gelsomini e l’auto di famiglia è una Citroën 2CV.

All’età di 14 anni, però, la Mouton impara a guidare e presto inizia a prendere in prestito la Citroën di suo padre per girare intorno alla proprietà di famiglia. Probabilmente, basta questo per innescare una passione nei confronti della guida che, evolvendo successivamente, porterà ad un radicale cambio di rotta nella sua vita. Nel 1972, Michèle sta studiando legge all’università, ma il amico dell’epoca, Jean Taibi, le chiede aiuto al Tour de Corse.

Malgrado l’inesperienza, la Mouton non perde tempo e imparare “al volo” le basi della navigazione rally. Quando Taibi, successivamente, la invita a partecipare come copilota al MonteCarlo del 1976, lei accetta subito. Anche se la squadra non riesce a completare il rally, a causa di un cedimento meccanico sulla Peugeot 304, la Mouton si dimostra una navigatrice capace e senza paura. E non solo navigatrice. Taibi le chiede di guidare in diverse gare durante la stagione WRC 1973. E si sa, l’appetito vien correndo…

Mouton-Conconi alla ventiquattresima edizione del Rally MonteCarlo 1977
Mouton-Conconi alla ventiquattresima edizione del Rally MonteCarlo 1977

‘Ti comprerò un’auto e pagherò per una stagione’

Non ho mai voluto essere una pilota rally. I miei progetti erano completamente altri. Fino a quando, un giorno in cui mi trovavo al Tour de Corse, un amico che correva e che aveva litigato col suo navigatore chiede di aiutarlo. È stata una pura casualità. Mio padre, quando venne a sapere che avevo corso, mi disse: “So che ti piace guidare. Ti comprerò un’auto e pagherò per una stagione. Se sei brava, dovresti ottenere dei risultati”. E così ebbe inizio la mia carriera nei rally e nello sport automobilistico”.

Il papà di Michèle, in realtà, è preoccupato dei rischi associati al ruolo del co-pilota e non tanto alla nuova passione di sua figlia. Ritiene che per Michèle sarebbe meglio guidare e non navigare. Padre e figlia, come confermato dai ricordi della Mouton, fanno un accordo. Il papà le compra una Alpine-Renault A110 1600, e le dà un solo anno per dimostrare le sua capacità. Se non ci riesce dovrà fare altro. Magari l’avvocato.

La Mouton inizia a correre in rally e cronoscalate e dimostra subito che è altrettanto veloce. Siamo nel 1974. Nel suo “anno di prova”, Michèle porta a termine la sua prima manifestazione internazionale, il Tour de Corse, dove vince la classe con Annie Arrii e si piazza dodicesima nell’assoluta, vince il Campionato Francese Femminile e il Campionato Francese GT. Degno di nota anche il secondo posto nella prima gara dell’anno, il Critérium National du Rouergue, navigata da Marinette Furia. Dunque, non si torna sui libri. Si corre. Se Michèle si pone un obiettivo non la fermi più.

Per il 1975, la Mouton corre sempre con l’Alpine-Renault A110, inizia la stagione con la 1600 e la conclude con la 1800. Vince di nuovo la classe al Tour de Corse, arrivando settima nella graduatoria assoluta. Precedentemente è undicesima alla Stuttgart-Lyon-Charbonnières, sesta al Giraglia e decima al Criterium Lucien Bianchi. Tutte gare valide per l’Europeo. Dopo un ritiro al Mont Blanc, sigla un quinto posto al Criterium Alpin, un settimo al Cévenole e un sesto ad Antibes.

In quella stagione, partecipa anche alle 24 Ore di Le Mans con Mariane Hoepfner e Christine Dacremont. Le tre donne si aggiudicano la classe due litri su una Moynet JRD-LM75. La pilota francese conferma che le sua capacità di correre con le auto vanno ben oltre i rally. Anche durante tutto il 1976, Michèle si concentra principalmente sui rally e fa coppia fissa con la sua copilota Françoise Conconi, dividendosi tra Alpine-Renault A110 1800 e A310 V6. Il duo è undicesimo al MonteCarlo, secondo al Criterium Alpin, quarto al Mont-Blanc, settimo al Vercors e quarti a Cévenole.

Michèle Mouton, bella, grintosa e veloce
Michèle Mouton, bella, grintosa e veloce con la Alpine Renault A110

Michèle passa dall’Europeo al Mondiale Rally

Nella stagione successiva partecipa al Campionato Europeo, al termine del quale è vice campionessa. Oltre ad un ventiquattresimo posto assoluto al “Monte” con una piccola A112 Abarth, con la Porsche 911 Carrera RS, è quarta al Criterium Alpin, seconda al Cévenole, ad Antibes e al Tour de France, vince il Rally di Spagna ed è ottava al Tour de Corse iridato, dove però guida la Fiat 131 Abarth Rally ufficiale di Fiat France. La squadra italiana l’ha ormai arruolata.

Il problema è che Michèle non ama la 131. Ciò nonostante, la fa volare. A parte il “Monte”, in cui corre con la Lancia Stratos HF, sigla tre terzi posti consecutivi, al Critérium Alpin, al Lorraine e ad Antibes, vince il Tour de France, è quarta al Giro Automobilistico d’Italia ed è quinta al Tour de Corse. Risultati che gli valgono il quinto posto nel Campionato Europeo e il quarto nella Coppa Fia Piloti. L’anno dopo, con tredici gare tra Campionato Francese, Europeo e Mondiale, si rivela una stagione esaltante e faticosa.

Sempre con la 131 Abarth Rally è settima al “Monte”, vince il Lyon-Charbonnieres, centra cinque piazze d’onore, quattro terzi posti ed è quinta assoluta al Tour de Corse. Conclude vice campionessa di Francia, nona nell’Europeo e ventunesima nel WRC. Gli anni Settanta sono ormai conclusi. La Mouton ha dimostrato il suo enorme talento con diverse vetture, tra cui la lancia Stratos HF. È pronta per un enorme salto di qualità, diventando pilota Audi.

L’ingaggio avviene alla fine del 1980, dopo un’altra stagione corsa con la Fiat 131 Abarth Rally, una vettura che Michèle ha sempre più in antipatia, ma con la quale conduce un’altra bella annata. “Quando chiamarono, per me è stato uno shock. Se sei un pilota di rally francese e ti chiamano dalla Germania per sapere se vuoi correre il Campionato del Mondo Rally da ufficiale, beh… fai un po’ di fatica a crederci. Non sapevo come sarebbe andata, ma non potevo dire di no. Il mio compagno di squadra sarebbe stato Hannu Mikkola, uno dei grandi”, ha ricordato.

Passata nella squadra tedesca, cambia copilota. Annie Arrii ormai ha superato la quarantina e, dopo il Montecarlo, non se la sente di affrontare una stagione impegnativa in giro per il mondo. A navigarla, d’ora in poi, è la “nostra” bravissima Fabrizia Pons, anche ex pilota di rally e di motocross, ma soprattutto vincitrice nel 1979 della Mitropa Cup al fianco del veneto “Lucky”. Alla Mouton tocca portare al debutto la nuova Audi Quattro. Si comincia dal MonteCarlo, dove lei e Mikkola sono entrambi velocissimi, ma Mikkola è destinato ad alzare bandiera bianca a causa di un incidente. Anche la Mouton non riesce a finire il rally monegasco, vittima di un sabotaggio al combustibile.

Michèle Mouton si sentiva perfettamente a suo agio in una vettura rally
Michèle Mouton si sentiva perfettamente a suo agio in una vettura rally

Quel titolo finito in mano a Walter Rohrl

Ma in Portogallo, terza evento della stagione, la pilota francese finisce quarta, consegnando all’Audi la sua prima gara intera. Seguono tre ritiri, Tour de Corse, Acropoli e 1000 Piste, un tredicesimo assoluto al 1000 Laghi e la vittoria assoluta in uno scenario meravigliosamente surreale a Sanremo. La gara italiana valida per il Mondiale Rally la proietta nell’Olimpo della specialità. Michèle vince la sua prima gara iridata, l’unica donna della storia, ancora oggi, il primo successo di una vettura a trazione integrale. E la Pons è al suo fianco.

Un incidente al Rac non le permette di chiudere la stagione come vorrebbe, ma è pronta a rifarsi nel campionato 1982, ormai alle porte. Nel Principato di Monaco si ferma per incidente. Picchia contro un muro a MonteCarlo. È quinta sul ghiaccio della Svezia, vince in Portogallo e lascia a bocca aperta e asciutta gli inseguitori. È settima al Tour de Corse, si aggiudica l’Acropoli volando sulle pietraie e la rottura di un manicotto dell’olio la ferma in Nuova Zelanda.

Stravince in Brasile, è costretta al ritiro per incidente in Finlandia, si piazza a ridosso del podio a Sanremo, sbatte in Costa d’Avorio e sale sul gradino d’onore del podio al Rac, la gara che vale una stagione. Alla fine è vice campionessa del mondo. Magra consolazione. Se non ci fosse stato l’incidente africano avrebbe vinto il Mondiale, che invece è andato a Walter Röhrl con la Opel. Prima del Costa d’Avorio, la Mouton era a soli sette punti da Röhrl e davanti ai suoi compagni di squadra Audi, Blomqvist e Mikkola.

Ma non doveva essere e non è stato. Alla vigilia della gara Michèle riceve la notizia che il padre è deceduto: da professionista prende lo stesso il via. Alle quattro di mattina dell’ultimo giorno del rally, il vantaggio della Mouton è consistente: diciotto minuti. Ma alla prima prova speciale dell’ultima tappa la sua Quattro non ci arriverà. Infatti, mentre viaggia in una fittissima nebbia desertica, finisce irrimediabilmente e disastrosamente fuori strada. Röhrl è ancora una volta campione del mondo e alla Mouton viene negato il più bel trionfo.

Michèle è una macchina da guerra e la sua vettura, siamo al debutto del Gruppo B, un missile terra-aria. Forse troppo missile e, questo, la ferma parecchie volte. Un incidente la stoppa al “Monte” 1983, segue una quarta posizione in Svezia, un secondo posto in Portogallo, poi terza piazza al Safari, un incendio la costringe a fermarsi nell’isola napoleonica, vince in Germania navigata da Arwed Fischer, non riesce terminare né l’Acropoli né il Nuova Zelanda, è sedicesima al 1000 Laghi, settima a Sanremo, si aggiudica il National Rally con alle note Sue Baker e si ritira per incidente al Rally d’Italia. Il 1983 si chiude con un deludente quinto posto nel WRC.

Michèle Mouton con l'Audi quattro S1 Gruppo B
Michèle Mouton con l’Audi quattro S1 Gruppo B

Il 1986 è l’anno dell’addio alle corse per la Mouton

Quella 1984 è una stagione che la vede presente in sei gare, cinque di WRC. Sale sul secondo gradino del podio in Svezia, rompe il turbo al Safari, spacca il motore all’Acropoli, un incidente in Finlandia e poi, finalmente, è seconda al National Rally con Pauline Gullick e quarta al Rac. A fine stagione è quinta nella graduatoria del World Rally Championship. Fa meglio di lei anche il nuovo pilota Audi, Stig Blomqvist, che arriva quarto, davanti alla Mouton staccata di trentasei lunghezze.

Quella successiva, che comunque la vede impegnata in un programma ridotto, è la classica stagione da dimenticare: a parte un secondo posto al Welsh Rally in Gran Bretagna, colleziona sette ritiri, sei per problemi della vettura. Assieme ad Arne Hertz, abituale navigatore di Mikkola, corre in Costa d’Avorio dove si ritira dopo le accuse, che arrivano da più parti, di aver sostituito durante la gara l’auto danneggiata in un incidente. Nel resto dell’annata con una quattro S1 e Fabrizia Pons al suo fianco disputa alcune gare del calendario britannico tra cui Manx, Tour of Scotland ed Ulster oltre al Costa Smeralda dove deve ritirarsi.

La voglia di rivalsa è grande e Michèle orienta i suoi sforzi verso il successo della Pikes Peak International Hillclimb, leggendaria cronoscalata americana. Ha voglia di vincere. Voglia di rifarsi dalla sfortuna. Nel 1984 riesce a strappare il secondo posto, l’anno successivo vince con un tempo record, nonostante incontri una violenta grandinata sul percorso. L’idea che una donna francese al volante di un’auto tedesca avesse vinto la Pikes Peak non è piaciuta a molti. Battute e supposizioni irritano la pilota che lancia il guanto di sfida al re delle salite Bobby Unser.

Il 1986 è l’anno dell’addio alle corse. In realtà, neppure lei lo sa quando, ad inizio stagione, navigata da Terry Harriman sulla Peugeot 205 Turbo 16, si ritira al “Monte” e al Winter Rally. Vince il Kohle und Stahl, il Vorderpfalz, la morte di Henri Toivonen e Sergio Cresto, con cui aveva un’amicizia personale, la porta a ritirarsi dal Tour de Corse, dove corre di nuovo con la Pons. Vince Hessen, rompe il turbo a Hunsrück, conquista il gradino più alto del podio nella prova iridata teutonica e fa suoi il Baltic e lo Städte. È la campionessa tedesca, con la vettura francese. A fine stagione si allontana dai rally.

Decide di concentrarsi su altro, una vita al di fuori del motorsports. Più tardi, con Fredrik Johnsson, crea l’evento annuale International Race of Champions. Siamo ormai nel 1988 e dedica la gara all’amico Toivonen. Dal 2000, ma solo occasionalmente, è tornata a disputare qualche gara: Londra-Sidney 2000, Safari Rally 2003 e Otago 2008. A volte come concorrente, altre volte come copilota. Nel 2010, la Mouton diventata la prima presidente Fia Women & Motor Sport Commission e nel 2011 viene nominata per gestire il coinvolgimento della Fia nel WRC.

Una scommessa vinta in tutto e per tutto, quella legata alla carriera di Michèle, che apre a scenari completamente nuovi nel bigotto e maschilista periodo degli anni Ottanta del secolo scorso. Grazie a lei, infatti, si concretizza una nuova consapevolezza che ricorda ancora oggi a tutti come non è il sesso a determinare le possibilità di vittoria di un progetto, ma soltanto la capacità di un team di realizzare la macchina giusta e metterla nelle mani giuste. E Michèle aveva, innegabilmente, mani e piedi giusti.

Scandola: la famiglia da rally più veloce del Veneto

Tutti sanno che la storia del team della famiglia Scandola ha origine sul finire degli anni Ottanta? Umberto Scandola è l’esponente più giovane di una famiglia in cui la passione per i rally è tramandata di padre in figlio di fratello in fratello. Dal papà Giuliano allo zio Graziano, entrambi famosi ex piloti di rally.

Le cronache recenti ci raccontano che dietro Hyundai Rally Team Italia c’è SA Motorsport Italia (acronimo di Scandola Auto Motorsport), apprezzato team sportivo fondato nel 2012 per volontà di Skoda Italia che decide di impegnarsi in un programma ufficiale nel Campionato Italiano Rally con Umberto Scandola e Guido D’Amore. Questa è storia nota a tutti. Ma tutti sanno che la storia del team della famiglia Scandola ha origine sul finire degli anni Ottanta? Tutti sanno che quella degli Scandola è una famiglia da rally?

Umberto Scandola è l’esponente più giovane di una famiglia in cui la passione per i rally è tramandata di padre in figlio di fratello in fratello. Dal papà Giuliano allo zio Graziano, entrambi famosi ex piloti di rally, sino al figlio maggiore Riccardo anche lui ex pilota e attuale team principal della squadra e Umberto, di otto anni più giovane di suo fratello.

Nel frattempo anche il giovane diciassettenne Mattia, figlio di Riccardo e nipote di Umberto, ha già partecipato ai primi rally. Per la serie alla passione non si comanda. Giuliano Scandola, in arte Mistral, è il papà di Umberto e Riccardo e da lui nasce la passione per i rally della famiglia.

Mistral inizia a correre nel 1976 partecipando alle più importanti gare a livello nazionale ed internazionale privilegiando sempre il fondo sterrato. La sua carriera durerà fino al 2000, quando decide di lasciar spazio ai figli. Prima però, nel 1985, Graziano Scandola, in arte Grizzly, si fa influenzare dal fratello Giuliano e comincia ad inseguire la passione dei rally. Partecipa a vari campionati vincendo la Coppa Italia e togliendosi delle soddisfazioni anche a livello iridato.

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Rally del Portogallo, Rohrl e la PS Arganil a occhi chiusi

”Sapevo che la nebbia stava arrivando sulla PS Arganil al Rally del Portogallo, quindi avevo provato questa prova speciale più di ogni altra. Normalmente provavo con la ricetrasmittente attiva due o tre volte, ma questa l’avevo ripetuta cinque volte. La conoscevo bene. Molto bene”.

Quel Paese, quei luoghi, sono davvero speciali. Al Rally Portogallo, da qualunque parte ci si gira, in qualunque momento, c’è da sgranare gli occhi. Ancor di più sulla PS Arganil, tornata in versione ridotta e ammesso che l’attuale generazione di piloti, copiloti e fans ne abbia sentito parlare a sufficienza, dal momento che nel 2001 gli organizzatori la tolsero dal rally.

Siete tra coloro che si chiedono che diavolo mai ci può essere sulla PS Arganil? Partiamo dal fatto che non è una semplice strada e neppure è una semplice prova speciale. Si tratta di una leggenda. Una leggenda creata dalla Fiat. Nella nebbia. Per scoprirla dobbiamo fare un tuffo indietro nel tempo, nel 1980, quando si corre il Rally del Portogallo-Vinho do Porto.

In questa storia le principali protagoniste sono due Fiat 131 Abarth Rally, quelle iscritte dal Costruttore torinese per Markku Alen e Walter Rohrl. Il pilota finlandese, con tre vittorie in Portogallo, è il favorito ed è in netto vantaggio, anche se lo sarà solo per quella tappa. Bernard Darniche e Ari Vatanen si sono tirati il collo e la Lancia Stratos e la Ford Escort RS1800 sono fuori dai giochi per uscita di strada.

”Ero nuovo nel team Fiat in quel momento”, racconta Rohrl, che prosegue: ”E Alen, beh lui era il Rally del Portogallo, era un’istituzione, aveva vinto molte volte e spingeva sempre tantissimo in questo rally. Anche in questa occasione non faceva diversamente. Andava come un dannato”.

”Eravamo a 10 minuti dai nostri inseguitori, ma Markku spingeva ancora. Sembrava un martello pneumatico. Io, sulla PS Marao, avevo avuto un incidente e la mia vettura non riusciva più a tenere le ruote diritte. Ma dovevamo affrontare la PS Arganil… Era lì’.

Markku Alen, in quella prova, aveva avuto problemi al cambio e via radio aveva subito informato l’assistenza Fiat così che Cesare Fiorio aveva immediatamente inviato verso il fine prova un’assistenza volante per accompagnare fino all’assistenza o al limite riparare sul posto il guasto sulla 131 del pilota finlandese.

Rohrl, fatti pochi metri fuori dalla PS, si è visto piombare addosso a tutta velocità la vettura dell’assistenza – il meccanico Fiat che guidava la vettura dovrebbe chiamarsi Paolo – che ha tentato in tutti i modi di frenare, ma l’impatto tra le due vetture è stato inevitabile. Anche perché la sua 131 aveva sbattuto anche contro una vettura posteggiata, con la sospensione anteriore praticamente tranciata.

Nei 38 minuti di assistenza dopo Marao, i meccanici riuscirono a compiere il miracolo e a rimettere la vettura di Rohrl a nuovo anche se lui, seduto nervosamente su un furgoncino dell’assistenza continuava ad imprecare contro Alen (“Io quello potrei ammazzarlo” ed “idiota” sono probabilmente le cose più carine che il bavarese è riuscito a dire).

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Rauno Aaltonen, il Professor Rally del Campionato Europeo

Ha avuto il suo periodo di maggior successo negli anni Sessanta, diventando due volte campione finlandese rally (1961, 1965) e campione europeo rally (nel 1965). La sua vittoria più celebre è quella del Rally MonteCarlo del 1967.

Rauno Aaltonen, noto anche come il Professor Rally, è una leggenda del rallysmo finlandese ed è uno dei Flying Finns originali che ha iniziato la sua carriera alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, ma è ancora attivo negli eventi storici del rally.

Aaltonen ha avuto il suo periodo di maggior successo negli anni Sessanta, diventando due volte campione finlandese rally (1961, 1965) e campione europeo rally (nel 1965). La sua vittoria più celebre è quella del Rally Monte Carlo del 1967 con la leggendaria Mini Cooper S.

Al di fuori dei rally, Rauno Aaltonen ha avuto successo anche in altre specialità del motorsport: gare su circuito con auto e moto, speedway e motocross. La sua più bella vittoria extra rally è stata al 1966 Gallaher 500 corsa (ora Bathurst 1000) con Mini Cooper S.

Rauno August Aaltonen inizia a correre nei rally nel 1956 con vetture Mercedes e Saab e, contemporaneamente, gareggia anche in moto, specialità in cui debutta nel 1954, divenendo nel 1958 campione finlandese. Prima ancora, nel 1951, partecipa a gare nautiche.

Questo eclettico pilota, è il classico uomo nato per correre. Nasce a Turku, in Finlandia, il 7 gennaio 1938 e, in carriera, corre per le più importanti case automobilistiche del mondo: oltre a Mercedes e Saab, guida Bmc, Ford, Lancia, Datsun, Fiat, Bmw e Opel.

Aaltonen, Makinen e Hopkirk (secondo a destra) al Rally 1000 Laghi 1965
Aaltonen, Makinen e Hopkirk (secondo a destra) al Rally 1000 Laghi 1965

È uno dei più grandi piloti degli anni Sessanta e Settanta. Sicuramente uno di quelli che meglio sfrutta la Mini Cooper S, auto con cui vince diversi rally tra cui il “Monte”. Da qui il soprannome “Rally Professor”. Rauno Aaltonen disputa il suo primo rally nel 1956 con una Saab. Dovevano essere solo un hobby, i rally.

Ma alla fine si lascia risucchiare dal loro irresistibile fascino e presto riceve la chiamata di Karl Kling che gli chiede se vuole essere il pilota ufficiale di Mercedes-Benz. Rauno Aaltonen firma il contratto a Stoccarda nel 1961. Ma procediamo con ordine, ripercorrendo la sua carriera.

Nel 1958 è campione nazionale finlandese di motociclismo al volante di una Jap 350 cc. Lo stesso anno è secondo assoluto alla 24 Ore di Spa Francorchamps con Hubert Hahne su Bmw. Partecipa al 1000 Laghi con la Saab 93 e con Pentii Siutla alle note, ma si ritira.

Stessa vettura e stesso copilota, nel 1959 è settimo all’Hankiralli, decimo al 500 Ralli, diciassettesimo al 1000 Laghi. Il cambio auto, Mercedes 220 SE, gli vale il quinto posto a Helsinki. L’anno successivo si classifica quinto all’Hankiralli con la Saab), poi riabbraccia la Mercedes e si piazza settimo al 1000 Laghi e secondo al Lohjan.

Il periodo dei titoli importanti del Flying Finns

Nel 1961, Rauno Aaltonen è campione finlandese rally. Con la Saab 96 si aggiudica Hankiralli, è ottavo al Vinterrally e vince il 500 Ralli, mentre con la Mercedes è primo al 1000 Laghi. Con la Mercedes 220 SE si impone al Rally di Polonia, è secondo in Germania e quarto nella Liegi-Roma-Liegi. Il 1962 corre con la Mini, la MG e la Autin-Haeley 3000. Come navigatori alterna Väinö Nurmimaa, Geoffrey Mabbs, Gunnar Palm, Tony Ambrose. È secondo al Riihimäki e allo Salpausselkä. Infine, quinto al Rac.

L’anno dopo è secondo alla Coupe des Alpes, terzo nel Rally di Monte-Carlo e nel 1000 Laghi sulla Mini Cooper S ed è decimo in Svezia con la Chrysler Valiant Estate. Aaltonen rimedia anche diversi piazzamenti in gare locali: con la Saab 96 è secondo al Riihimäki, è terzo al Vinterrally, al Salpausselkä e al Kuopio. Infine, partecipa anche alla Liège–Sofia–Liège e al Rac con l’Austin Healey 3000: nella prima gara si ritira per incidente e nel rally britannico viene abbandonato dalla trasmissione della vettura. Ritiri che si sommano a vari altri.

Quella del 1964 per Rauno Aaltonen è una stagione che regala un successo importante come quello della Liegi-Sofia-Liegi con l’Austin Healey 3000 e un terzo posto al 1000 Laghi con la Saab 96 e Väinö Nurmimaa alle note, ma anche un settimo al Monte-Carlo con Tony Ambrose sulla Mini Cooper S, un sesto in Svezia con Rolf Skogh sulla Saab 96 Sport, un quarto alla Coupe des Alpes con Tony Ambrose sulla Mini Cooper S e cinque ritiri: Riihimäki, Hankiralli, Acropoli, Rally di Francia e Rac.

Il 1965 è l’anno in cui Rauno Aaltonen corona un grande sogno: diventa campione europeo rally. Con la Mini Cooper S e con Tony Ambrose come co-pilota vince in Svizzera, Cecoslovacchia e Polonia. Si aggiudica la Monaco-Vienna-Budapest e il Rac, ma è anche secondo al 1000 Laghi.

Nel tempo libero partecipa e vince il Teekkariralli e il Pohjola ed è secondo all’Helsinki Ralli. Quell’anno diventa anche campione finlandese. Un altro finlandese dal “piede d’oro” che si consacra nel rallismo internazionale. Dopo l’esclusione dal Monte-Carlo (dove è secondo) per il “giallo fari”, nel 1966 si aggiudica il Tulip Rally e vince di nuovo in Cecoslovacchia.

È terzo al 1000 Laghi e quarto al Rac. Colleziona anche diversi ritiri per vari problemi, meccanici e umani: Southern Cross, Riihimäki, Svezia, Hankirally, Salpausselkä, Acropoli e Polonia. Il 1966 è pure l’anno in cui Aaltonen è primo assoluto con Bob Holden alla Gallaher 500, a Mount Panorama nel New South Wales, in Australia. Sempre con la Mini Cooper S.

Uno scatto di rauno Aaltonen all'Essen Motorshow 1970
Uno scatto di Rauno Aaltonen all’Essen Motorshow 1970

Dalla Lancia Fulvia alla Datsun: il valzer di Aaltonen

Nella stagione successiva deve accontentarsi di un trionfo al MonteCarlo e di due terzi posti, uno in Svezia e uno al Tulip Rally su Mini Cooper S. Si ritira al Safari, all’Acropoli ha un incidente, al Rally del Danubio e alla Coupe des Alpes è costretto ad alzare bandiera bianca.

La serie positiva del “finlandese volante” prosegue anche nella stagione agonistica 1968, questa volta su Lancia Fulvia HF, con cui arriva un secondo posto al Tour de Corse, un terzo piazzamento a Monte-Carlo e un quinto all’Acropoli. Infine, è quinto alla London-Sydney Marathon con la Bmc 1800 MK2.

Sempre con la Fulvia, nel 1969 è secondo a Sanremo, nono al Safari (al tempo sogno e incubo di qualunque rallista), settimo al Tour de Corse (Bmw 2002 Ti) e ottavo al Rac (Datsun SSS Coupé), oltre che nono alla Targa Florio e ventisettesimo alla 1000 km del Nürburgring, disputata in coppia con Sandro Munari. Nel 1970 è terzo alla London-Mexico, con Henri Liddon sulla Ford Escort Twin Cam, e settimo al Rac, con Paul Easter sulla Datsun 240Z.

In quella stagione colleziona anche tre importanti ritiri: al Safari con Peter Huth sulla Ford Capri RS 2600, al Rally di Francia con François Mazet sula Capri RS 2400 e al Tour de Corse con Mike Wood sulla Bmw 2002 Ti. L’anno successivo sale in posizione d’onore sul podio del Safari ed è quinto a Monte-Carlo, sempre con la Datsun. Anche nel 1972 non vince nulla: terzo al “Monte” con Jean Todt, secondo in Australia, sesto al Safari. Vittorie non ne arrivano. Ma ottimi risultati sì. Quelli non mancano.

Nel 1973, Rauno Aaltonen è secondo all’Acropoli, con la Fiat 124 Abarth Rally e con Robin Turvey alle note, oltre che diciottesimo al Monte-Carlo, dove la sua Datsun 240Z crea qualche problema di competitività. L’anno dopo disputa sole tre gare. È sesto assoluto al Safari, alla guida della Datsun 1800 SSS e con alle note il tedesco Wolfgang Stiller, oltre che dodicesimo al Rac con la Fiat 124 Abarth Rally e Paul Easter come navigatore. Nel 1975 è quarto in Portogallo. Lo naviga Claes Billstam sull’Opel Ascona SR.

Rauno Aaltonen con la Mini al Rally MonteCarlo
Rauno Aaltonen con la Mini al Rally MonteCarlo

Nel 1976, tre gare e tre ritiri: Safari, Southern Cross e Rac. Nella gara africana centra ancora un secondo posto nel 1977, un terzo posto nel 1978 e un quinto nel 1979, su Datsun Violet 160J, sempre navigato da navigato da Lofty Drews sulla Datsun 160J. Nel 1977 sale sul gradino più alto del podio del Southern Cross. È con Jeff Beaumont sulla Datsun Violet 710. La sua storia col Safari non finisce qui. Aaltonen è di nuovo secondo in Kenya nel 1980 e nel 1981, con la Datsun 160J e con la Violet GT. Sembra davvero una maledizione.

Rauno Aaltonen sostiene la frenata col piede sinistro

Nel 1984 e nel 1985 è rispettivamente secondo e quarto al Safari, questa volta con la Opel Manta 400. Secondo in sei occasioni nel Safari, uno dei percorsi più difficili dei rally del mondo. Una gara che vale un Mondiale. Nel 1985, è in testa alla gara, ma il motore lo tradisce proprio sulle ultime prove speciali. È la conferma. Per lui, è una competizione stregata. Non tutti i sogni si possono realizzare. Ma restano negli annali i successi già ricordati al 1000 Laghi del 1961, al Rac del 1965, al Monte-Carlo del 1967, al Southern Cross del 1977 e una Coupe des Alpes all’Alpine Rally del 1963 e del 1964 e tutti gli altri splendidi risultati.

Nel 1987 corre con l’Opel Kadett GT/E. È nono. La sua carriera è ormai finita. Prima e ultima gara di quella stagione è il Safari. Un sogno perverso. Da mal d’Africa. Aaltonen, uomo di sport, appassionato di tutto ciò che ha un motore. Il domatore di cavalli a vapore resta ancora oggi uno dei pochissimi che inizia a correre sui motoscafi, passa alle moto (prima cronoscalate, poi speedway e infine motocross) e approda ai rally. È il primo campione europeo rally finlandese, ma ancor prima è il primo finlandese vincitore di un GP motociclistico.

Nei rally, Aaltonen è un sostenitore della frenata col piede sinistro. Nel 2010, è tra i primi quattro membri della “Rally Hall of Fame” (le selezioni sono fatte da un comitato internazionale guidato da Akk-Motorsport, rappresentante della Finlandia in Fia), insieme a Erik Carlsson, Paddy Hopkirk e Timo Makinen. Il riconoscimento viene istituito il 29 aprile 2010. Walter Rohrl e Hannu Mikkola vengono eletti nel 2011, e Michèle Mouton e Carlos Sainz nel 2012 e così via. Nuove nomine vengono introdotte ogni anno durante il Rally di Finlandia. È titolare della Aaltonen Motorsport, scuola di guida su ghiaccio.

Fabrizio Tabaton: pilota, manager e imprenditore

Dire che Fabrizio Tabaton ha speso la sua vita per i rally corrisponde al vero. Prima come pilota, poi come team manager e imprenditore. E non si può parlare di Fabrizio Tabaton senza parlare della Scuderia Grifone. Proprio non si può.

Non si può parlare di Fabrizio Tabaton senza parlare della Scuderia Grifone. Proprio non si può. Allora partiamo da li. La Scuderia Grifone per oltre mezzo secolo è stata presente in ogni tipo di competizione automobilistica: velocità in circuito, corse in salita, autocross e rally. Proprio questi ultimi hanno contribuito a renderla famosa a livello internazionale: la Grifone è infatti tra le scuderie italiane più vincenti in assoluto nei rally.

Costituita a Genova nel 1958, la Grifone raccoglieva tra i suoi fondatori i componenti delle principali scuderie italiane di quei tempi: la Quinto, la Campidoglio e la Mediolanum. Radunati tutti sotto il simbolo del Grifone, mitico animale con la testa d’aquila e il corpo di leone (che la tradizione vuole simbolo di forza e tenacia) affrontarono il difficile mondo delle corse di quegli anni.

Autentico promotore dell’associazione fu il genovese Luigi Tabaton, il “dottore” come veniva chiamato nel giro. Grazie alla sua abile guida e alla preziosa collaborazione di Enrico Gibelli, nel 1965 il sodalizio sportivo, nato solo sette anni prima, si evolve dando vita alla “Grifone HF”.

Il Reparto Corse Lancia, come già aveva fatto in precedenza con il Jolly Club di Milano, decide di affidare al team genovese la gestione di alcune delle proprie auto: tra Lancia e Grifone nasce un rapporto di stretta e duratura collaborazione che porterà la Scuderia ai più alti livelli internazionali.

Con l’appoggio tecnico-finanziario della Lancia, che in quegli anni si traduce nella fornitura di uno o più esemplari di auto “pronta-gara”, più di 180 giovani talenti hanno modo di mettersi in mostra e per alcuni di loro si aprono le porte del professionismo. Ricordiamone alcuni: Attilio Bettega, Adartico Vudafieri, Carlo Capone, Tony Fassina, Mauro Pregliasco…

Ma torniamo, ora, a Fabrizio Tabaton, con cui almeno dal 2001 al 2012 mi sono spesso piacevolmente confrontato su vari argomenti per le riviste TuttoRally+ e Grace classic & sport cars, imparando a leggere tra le righe delle sue risposte precise e puntuali, ma a volte anche intrise di sana ironia o pungente sarcasmo.

Nato a Genova il 16 maggio 1955, Tabaton jr è il figlio di quel Luigi, fondatore e deus ex macchina della Scuderia Grifone. L’aiuto del padre è stato importante (strano sarebbe stato il contrario…) ma noi possiamo aggiungere che oltre al patrimonio – non solo quello genetico – c’è di più. Ci sono le qualità di pilota prima e di imprenditore poi, che Fabrizio Tabaton ha saputo dimostrare e far valere.

Esordisce giovanissimo, nel 1974, al Rally Monti Savonesi, al volante di una Lancia Fulvia HF 1.6. Le sue sono sporadiche apparizioni: è uno dei giovani talenti che affollano la Scuderia, ma per lui le priorità sono altre. Deve prima terminare gli studi…

“Papà su questo è sempre stato intransigente – raccontava Tabaton – prima dovevo laurearmi poi, se avessi voluto, avrei potuto correre in auto. Oggi non posso che condividere quella scelta”. Oggi si ma allora un po’ meno: il suo temperamento (agonisticamente parlando) è impulsivo e per questo spesso tende ad esagerare. Vuole mettersi in mostra a tutti i costi e i suoi risultati risentono del troppo impeto.

Si distingue subito perché è veloce, ma spesso si rende protagonista di rovinose uscite di strada e periodicamente, “piega” qualche scocca… Sarà anche per quell’irruenza, che piace così tanto nei giovani, ma sono in molti a intravvedere nel laureando genovese il talento necessario per diventare un futuro campione della specialità.

Fabrizio Tabato, pilota, team manager e imprenditore di successo
Fabrizio Tabato, pilota, team manager e imprenditore di successo

Dopo le isolate esperienze del 1974, anche la stagione successiva è avara di soddisfazioni. Ma questo è anche l’anno in cui Fabrizio esordisce, appena ventenne, al volante di una Lancia Stratos: è il più giovane pilota, tra i futuri campioni, a guidare la Regina dei Rally.

Già, perché Fabrizio Tabaton è tre anni più giovane di Attilio Bettega, cinque sono gli anni che lo separano da Tony Carello, sei da Adartico Vudafieri e addirittura dodici da Pregliasco… Dopo alcune isolate esperienze del 1974, la stagione successiva è avara di soddisfazioni.

E’ anche vero che Tabaton esordisce, appena ventenne, al volante di una Lancia Stratos, vettura molto difficile. E’ il più giovane pilota, tra i futuri campioni, a guidare la Regina. Nel 1976, la Scuderia Grifone, alla quale appartiene Fabrizio, rileva alcune Lancia Stratos dal reparto corse Lancia, come contributo all’attività di sostegno alla Casa svolta nell’anno precedente.

Una di queste vetture viene affidata al giovane Tabaton, che prende il via a otto rally: il San Giacomo, il 4 Regioni, il Valli Piacentine, il Valli Ossolane, il San Martino di Castrozza, il Torriglia, il Coppa Liburna e il 100.000 Trabucchi. Il miglior risultato lo ottiene al San Giacomo di Roburent, dove centra il sesto posto assoluto. Il resto della stagione è altalenante, inconveniente tecnico e ritiro al Coppa Liburna e incidenti vari, tra cui uno al 4 Regioni (dove il suo navigatore Gianni Vacchetto si frattura un braccio).

In quegli anni – ricordava Fabrizio Tabaton – la casa costruttrice ricompensava la scuderia non con somme di denaro, ma con un numero di auto che era proporzionato all’impegno e all’importanza della scuderia stessa. Nel caso della Lancia, la fetta più grossa spettava al Jolly Club, il resto toccava a noi”.

“Pur trattandosi di Stratos, non bisogna dimenticare che all’epoca i numeri relativi alle vendite di questo modello si erano rivelati un vero disastro. Per quanto strano possa sembrare, la Stratos era diventata per la Lancia una merce di scambio a… basso costo”.

Una volta con un po’ si sano rammarico, visto che il senno di poi è sempre una scienza esatta, aveva ammesso: “Avessimo conservato tutte le nostre vetture, oggi, con i prezzi raggiunti dalla Stratos come ricercatissima auto da collezione, disporremmo di un discreto capitale…”.

Uno dei modelli rilevati dalla Grifone viene affidata a Fabrizio: si tratta di un’esemplare praticamente stradale. “Una vettura realizzata “in economia”, con pochissime modifiche. Nonostante questo era comunque una vettura al top della categoria. Avere la fortuna di guidarne una era già tantissimo: soprattutto per un pilota giovane come me”.

E nel 1976 di esperienza il giovane Fabrizio ne fa: prende il via a ben otto rally, la maggior parte dei quali sono validi per il Campionato Italiano: Sangiacomo, 4 Regioni, Valli Piacentine, Valli Ossolane, San Martino di Castrozza, Torriglia, Coppa Liburna e 100.000 Trabucchi.

“Il miglior risultato lo ottengo al primo appuntamento. Il Sangiacomo di Roburent si corre in condizioni davvero difficili: piove, c’è nebbia e nei tratti di montagna, nonostante sia maggio, troviamo anche la neve! C’è tutto il Gotha del rallysmo nazionale e non solo. Vince Maurizio Verini al volante della Fiat 124 Abarth. Considerando la poca esperienza del sottoscritto, il sesto posto finale è un risultato di eccellenza”.

Il resto della stagione è ancora altalenante: qualche inconveniente tecnico lo costringe al ritiro, come al Coppa Liburna, dove stava andando benissimo, qualche eccesso di troppo lo vede ancora protagonista di alcuni incidenti, uno dei quali, al 4 Regioni, ha brutte conseguenze per il suo navigatore, Gianni Vacchetto, che si frattura un braccio. Fabrizio Tabaton rimane uno dei tanti i giovani che sgomitano per emergere nei rally: tutti vogliono coronare il proprio sogno, tutti rincorrono una chance.

Cesare Fiorio, vulcanico diesse del Gruppo Fiat, offre loro la grande occasione: nasce infatti il Trofeo A112, vera fucina di grandi talenti nei rally. Il 1977 sarà ricordato per la nascita del Trofeo A112 Abarth, che grazie al vulcanico direttore sportivo del Gruppo Fiat, Cesare Fiorio, si rivelerà l’unica vera fucina di talenti nei rally italiani.

La formula promozionale del trofeo prevede la partecipazione alla serie con la piccola A112 Abarth 70 HP opportunamente allestita con uno speciale kit fornito dalla casa madre. Il successo dell’iniziativa è immediato, ai giovani piloti si aprono le porte dei rally (a basso costo) ma con cospicui premi in denaro messi in palio sia per la classifica della singola gara sia per la graduatoria finale.

Centocinquanta equipaggi diedero vita al primo Trofeo A112. E tra questi anche quello formato da Fabrizio Tabaton e Gianni Vacchetto. Al debutto con la A112, Tabaton è nella rosa dei pretendenti al trofeo, in compagnia di Attilio Bettega, che al termine della stagione conquisterà il titolo davanti a Vanni Fusaro.

Tabaton sarà sesto nella classifica finale della serie. Ai vincitori viene concesso di guidare i gioielli di famiglia, è così che al Rally della Valle d’Aosta che chiude la stagione 1977, Attilio Bettega navigato dalla moglie Isabella Torghele, sale a bordo della Lancia Stratos ufficiale, giungendo secondo alle spalle di Sandro Munari, navigato per l’occasione da Maurizio Perissinot, che più tardi diventerà il compagno di Bettega fino al terribile incidente del 1985 in Corsica. Il 1978 è l’anno di Fabrizio Tabaton.

Fabrizio Tabaton con la Lancia Delta S4 Gruppo B
Fabrizio Tabaton con la Lancia Delta S4 Gruppo B

Al secondo tentativo nel Trofeo A112 Abarth, dopo undici gare, un centinaio di prove speciali, più di cinquemila chilometri percorsi, il vincitore del trofeo è lui. “Era una macchina eccezionale: nonostante il kit di preparazione si limitasse allo stretto indispensabile, la A112 aveva prestazioni molto elevate. La filosofia era quella di razionalizzare il più possibile e così tutto era ridotto ai minimi termini, come gli pneumatici, ad esempio”.

“All’epoca si utilizzava una monogomma, una specie di intermedio duro e nonostante questo i tempi realizzati nelle prove speciali avevano dell’incredibile… Noi ce la mettevamo tutta, ma la A112 ti permetteva questo ed altro. Dopo il Trofeo nessun’altra formula è riuscita a ripetere il successo ottenuto con le piccole A112”.

Dopo la vittoria della serie monomarca, Tabaton ritrova la Lancia Stratos della Grifone, che guiderà per undici gare in Italia. Parte subito fortissimo e al Rally Internazionale di San Martino di Castrozza, secondo alle spalle di Tony Fassina, anche lui con una Stratos. Stesso risultato al Coppa Liburna sempre alle spalle di Fassina, che si aggiudicherà a fine stagione il titolo di campione italiano. Al Rally delle Prealpi Venete, Tabaton è ancora una volta secondo, ma questa volta dietro alla Stratos di Casarotto.

Ero ancora molto giovane, avevo ventitré anni, e continuavo a commettere errori. La stagione inizia con un risultato insperato: a San Marino sono secondo grazie a una condotta di gara accorta. Già nel rally seguente, in Sicilia, parto più fiducioso e arriva invece il primo incidente”.

“Quando esci di strada è inutile cercare delle giustificazioni, perchè hai sempre la maggior parte di responsabilità. In Sicilia però, diciamo che accadde un episodio grave, le cui conseguenze finirono per mandare il tilt organizzatori, commissari e anche noi piloti. Ecco gli eventi: in Sicilia ci tenevo a fare bella figura e parto con la dovuta cautela”.

E poi la Targa Florio. “Correre per la prima volta con la Stratos lungo le velocissime prove speciali della “Targa” mi obbliga alla prudenza. Nelle prime battute del rally sono estremamente guardingo, forse un po’ troppo e così “Tony”, Vudafieri e uno scatenato Cerrato ne approfittano e prendono subito un discreto vantaggio”.

“Siamo più o meno a metà della prima tappa. Sulla speciale di Piano Fate, l’Alfasud Ti di un esordiente equipaggio palermitano, vola in fondo a una profonda scarpata: nell’incidente perde la vita il navigatore Nicola Buttitta di appena 19 anni, mentre il pilota, Beppe Turco, rimane ferito. Il rally va avanti, o almeno così fanno tutti gli equipaggi che sono transitati prima dell’incidente”.

Sono momenti difficili: al dolore per la tragedia si aggiunge l’apprensione dei tanti piloti, le preoccupazioni degli organizzatori per le conseguenze che questo incidente può avere. Quelli in testa al rally corrono dei rischi inutili, Tony esce di strada con la Stratos capotando più volte e anche Tognana si ferma per noie elettriche. Quelli dietro restano bloccati dal pubblico che si riversa sulle prove a causa dei soccorsi all’equipaggio finito nella scarpata.

“Gli organizzatori e commissari – raccontava Tabaton – colti di sorpresa, non comunicano in tempo l’accaduto e metà dei partecipanti prosegue come se niente fosse, continuando a darci dentro. In questa seconda frazione di gara recupero il distacco accumulato vincendo diverse prove speciali. Al parco chiuso di Termini Imerese però, ci comunicano che tutte le prove disputate dopo l’incidente, sono state annullate…”.

Tabaton vede così azzerato il vantaggio costruito duramente nei confronti degli avversari. “Quando il rally riprende la classifica è quella congelata dopo la quinta prova speciale: lo svantaggio è lo stesso che avevo prima di quel tragico incidente. Sono dietro di una decina di secondi da Cerrato e ne ho pochi di più di vantaggio su Vudafieri”.

Il pilota genovese della Grifone con la Lancia Delta HF
Il pilota genovese della Grifone con la Lancia Delta HF

“Però riprendo con il ritmo giusto e sono di nuovo il più veloce. Si accende un duello con Vudafieri che durerà fino all’ultima speciale…”. Quella che gli è valsa il soprannome di Taba…tonf. “Quel soprannome apparso sul titolo di Autosprint me lo sono portato dietro per un bel pezzo!”, rideva quando si chiacchierava informalmente.

Tabaton è in pieno recupero e ha costruito un vantaggio di 13” su Vudafieri, ma sulla speciale di Montemaggiore si gira e al successivo controllo orario perde la testa del rally per appena 2” sul rivale del Jolly Club. Così sull’ultima speciale, quella di Caltavuturo, Tabaton tenta il tutto per tutto: è la prova che più gli si addice e parte come un razzo. Ma a pochi chilometri dalla fine, la Stratos si presenta claudicante, lancia scintille a destra e a manca, la carrozzeria striscia sull’asfalto, poi si ferma ammutolita…

Avrei dovuto accontentarmi della seconda posizione – ammette quasi sconsolato nonostante siano trascorsi trent’anni… – e invece ho cercato l’impresa impossibile e l’errore era ancora una volta in agguato, mi stava aspettando e io ci sono cascato. Un errore però, che senza cercare delle scuse, è stato fortemente condizionato dagli eventi…”.

Per il resto della stagione, Tabaton prosegue la serie nera fatta di rotture (come il cambio bloccato sulla prima speciale del 4 Regioni) e di incidenti (come al Sanremo) che traghettano il pilota genovese alla stagione successiva. Nel 1980, a fianco Tabaton siede Emilio Radaelli, lo sponsor è Olio Fiat, ma è comunque un anno povero di soddisfazioni per Tabaton, che si consola con un secondo posto al 4 Regioni alle spalle di Bernard Beguin, su Porsche 911.

Nel 1981 Tabaton divide i suoi impegni tra la Fiat 131 Abarth e la Lancia Stratos. Al Coppa Liburna, Tabaton sembra pronto per il grande salto e la Lancia Stratos è la vettura che può permetterglielo, al suo fianco questa volta c’è Luciano Tedeschini, che da quella gara proseguirà a fianco di Fabrizio per i successivi dieci anni.

Arriva la prima vittoria assoluta, la prima di una lunga serie di affermazioni che negli anni successivi porterà l’equipaggio della Grifone alla conquista di due titoli Italiani e due europei. Nel 1982, a Tabaton viene affidato un programma semi-ufficiale: Campionato Italiano Rally al volante della Stratos curata direttamente dall’equipe di Claudio Maglioli.

Quella del 1982 è una stagione da ricordare. Si tratta di uno dei campionati più combattuti che si ricordino nella storia: Michele Cinotto a bordo dell’Audi Quattro, Toni Fassina, Lucky Battistolli, Miki Biasion e Dario Cerrato su Opel Ascona 400, Federico Ormezzano su Talbot Lotus e poi Andrea Zanussi, Mauro Pregliasco, Gianfranco Cunico e Antonella Mandelli, solo per citarne altri.

Il campionato prende il via in Sicilia al Targa Florio. Tabaton domina e non finalizza. Lascia spazio alle due Ferrari, quella di Tonino Tognana e quella di Jean-Claude Andruet. Si va in Sardegna, al Costa Smeralda. Markku Alen porta al debutto la Lancia Rally 037 con i colori Martini, ma i pronostici vengono rispettati e a vincere è Michele Cinotto con l’Audi Quattro, sfruttando il vantaggio della trazione integrale. Tabaton è secondo.

Terzo appuntamento, l’Elba. Vince Fabrizio, con la Stratos. Al 4 Regioni e al Lana esce di strada. Al Ciocco, un problema al cambio gli impedisce di lottare per la vittoria. Al Colline di Romagna è primo (si tratta dell’ultimo rally che Tabaton disputa a bordo della Stratos). Da Piancavallo sale a bordo della nuova Lancia Rally 037, con cui vincerà il titolo in Gruppo B nel 1984 e quello assoluto nel 1985.

L’anno successivo vincerà il titolo europeo con la Delta S4. Nel 1987 al volante della Lancia Delta Gruppo A sarà di nuovo primo nel campionato italiano e l’anno successivo in quello continentale. Seguendo le orme di papà Luigi, non solo in farmacia, arriverà a guidare la HF Grifone e la HF Engineering, acquisendo anche ciò che resta del Toyota Team Europe. Alcune sporadiche e vincenti apparizioni, nelle vesti da gentleman driver e al volante della Toyota Corolla WRC, si registreranno anche sul finire degli anni Novanta e all’inizio del terzo millennio.

WRC: il Rally d’Italia da Sanremo all’Isola dei 4 Mori

Il Rally d’Italia si è disputatoper decenni nella Città dei Fiori. Fatta eccezione per la stagione 1995, l’evento è stato parte del calendario sportivo del FIA WRC dalla stagione 1973 fino al 2003. Nato dalla fusione del Rally di Sanremo con il Rallye del Sestriere, l’avventura della competizione matuziana inizia nel 1928.

La storia del Rally d’Italia è indissolubilmente legata a quella del Rally Sanremo, almeno dal 1973, anno di istituzione del Campionato del Mondo Rally, e in realtà dal 1970, anno in cui entrò nella neonata FIA Cup Rally Drivers (all’epoca come Sanremo-Sestriere Rally d’Italia). Forse sarebbe ancor più corretto di che il Rally Sanremo è stato sia i rally sia il Mondiale Rally, almeno in Italia, sin dalla prima edizione. Ragion per cui è poi diventata naturalmente la più importante gara italiana acquisendo la validità per il Campionato del Mondo Rally.

Si disputa da sempre nella Città dei Fiori. Fatta eccezione per la stagione 1995, l’evento è stato parte del calendario sportivo del FIA WRC dalla stagione 1973 fino al 2003. Ha anche fatto parte del calendario dell’Intercontinental Rally Challenge e del Campionato Italiano Rally.

Il primo Rally Internazionale di Sanremo è stato organizzato nel 1928. L’anno successivo, nel 1929, l’evento è stato dato in mano a nuovi organizzatori. Il primo Circuito automobilistico di Sanremo, si è svolto nel 1937 ed è stato vinto da Achille Varzi. Poi calerà il silenzio per qualche decennio. Il Rally di Sanremo viene riesumato nel 1961 come Rally dei Fiori.

Andreas Mikkelsen al Rally Italia Sardegna 2016
Andreas Mikkelsen al Rally Italia Sardegna 2016

Dal 1970 al 1972, la gara ha fatto parte del Campionato del Mondo Costruttori. Dal 1972 al 2003, la manifestazione è stata nel calendario del Campionato del Mondo Rally, ad eccezione per il 1995, quando l’evento era valido solo per il Campionato del Mondo 2 Litri e Costruttori.

Nato, come detto, dalla fusione del Rally di Sanremo con il Rallye del Sestriere, dopo la validità nelle stagioni 1970 e 1971 per il Campionato Internazionale Costruttori, dal 1972 il titolo di Rally d’Italia fu assegnato al Rally di Sanremo fino al 2003 e, a partire dal 2004, è appannaggio del Rally di Sardegna organizzato per la prima volta direttamente da Aci Sport e da Pasquale Lattuneddu, all’epoca braccio destro di Bernie Ecclestone.

La prima edizione del Rally Italia-Sardinia, questo era il nome all’origine, si disputò sugli sterrati galluresi e nuoresi nell’ottobre 2004 e al primo anno ebbe subito un grande successo sia di pubblico che di critica. La gara fu vinta dal norvegese Petter Solberg su una Subaru Impreza WRC.

Ci fu anche la diretta televisiva di una prova denominata Lovria Avra corsa in una cava di granito che catturò consensi sia tra i piloti che tra gli organizzatori. L’edizione del 2005 si svolse a maggio e vide l’affermazione del campione francese Sebastien Loeb, su Citroen Xsara WRC. Il “Cannibale” francese si aggiudicò anche l’edizione 2006 con la Citroen Xsara WRC del team Kronos Racing.

Nella storia del WRC, la manifestazione matuziana è entrata al centro delle polemiche nel 1986, dopo che la FIA squalificò la squadra Peugeot alla fine del terzo giorno per l’utilizzo delle minigonne irregolari, consegnando la vittoria alla Lancia. La Peugeot sostenne di aver utilizzato la stessa configurazione delle precedenti manifestazioni e passò le verifiche senza problemi.

Peugeot presentò ricorso, ma gli organizzatori non hanno permesso al team di proseguire il rally. La FIA ha confermato, dopo l’esclusione, che le automobili Peugeot erano regolari, e ha deciso di annullare i risultati di tutta la manifestazione.

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La copertina di 100 anni di Storie di Rally

Rally Valli Ossolane 1976: il Volts e la pesca noce in corsa

Ecco un altro divertentissimo racconto di Massimo Mortarino, driver piemontese degli anni Settanta e Ottanta, che questa volta per Storie di Rally tira fuori un bellissimo e tragicomico ricordo del Rally Valli Ossolane 1976.

Il Rally delle Valli Ossolane 1976 (ma anche le edizioni precedenti) era per noi ragazzi appassionati una grossa occasione per far festa: spedizioni con i motorini e successivamente in auto sulle speciali. Tutta la notte in giro a guardare le belle macchine che giravano allora, un tripudio di Fiat Abarth, Lancia Stratos, Porsche 911, Alpine-Renault A110. Insomma, una goduria. Senza considerare il solito contorno di cazzate che si combinavano tra amici.

Nel 1975, alcuni di noi avevano cominciato a correre e l’Ossolane era considerato la gara di casa, quindi molto sentita. Nell’edizione del 1976, gli equipaggi di punta stresiani erano composti da Carlo Nicolazzi ed Egidio Colzani con la mitica 850 Coupè e con il numero 138, e da Carlo Ghielmi e Mauro Nosotti su Fiat 127, che invece partivano con il numero 141. Io ancora non correvo, avrei iniziato l’anno successivo con Mauro Nosotti come pilota e, quindi, facevo lo spettatore-tifoso.

Quella volta ero andato con altri amici sulla speciale di Montecrestese che consideravo e considero tutt’ora, la più bella del rally. A quel tempo la speciale era più corta e finiva sulla famosa prima inversione, nel senso che l’inversione non la si faceva: si passava un piccolo avvallamento, una sorta di compressione, si tirava diritto e proseguendo nella piazza del paese, si scendeva verso Domodossola.

Dopo aver assistito al primo passaggio notturno, per il secondo mi ero appostato proprio alla fine della PS in modo da poter vedere bene l’allungo e la sinistra che precede l’inversione. Era ormai mattino ed era bello vedere le macchine alla luce del giorno… Attendiamo i nostri eroi, ed ecco il momento del Carlino con l’otto e mezzo.

Come al solito arriva come una bestia, esce mezzo intraversato dalla curva, praticamente va con due ruote sul muraglione che c’è a sinistra, passa l’avvallamento senza problemi e si ferma subito dopo tra gli applausi e le risate degli spettatori. Grande Carlino, spettacolo. Aspettiamo il Volts, che arriva un paio di auto dopo: lo vedo sull’allungo che precede la sinistra e noto che arriva fortissimo. “Ostia che piede”, penso.

Carlo Nicolazzi ed Egidio Colzani al Rally Valli Ossolane 1976
Carlo Nicolazzi ed Egidio Colzani al Rally Valli Ossolane 1976

Ma non sono l’unico. Sento anche altri spettatori mormorare: “Porco mondo, se va questo”. E ancora: “La Madonna, ma chi è?”. E si entusiasmano un po’. Il Volts esce dalla sinistra a fuoco e, senza mollare, prende in pieno l’avvallamento tirando una cartella terrificante con il paracoppa.

Un rumoraccio sinistro e scintille che volano da tutte le parti, boato della gente, urla di apprezzamento, applausi… Però non si ferma. Non subito. Dopo numerosi tentativi di rallentare la 127, finalmente riesce a bloccare l’auto alla fine della piazza. Io corro verso di loro gridando: “Bestia che numero! Che numero!…”.

‘Non frena più, non frena più’

Quando arrivo a pochi metri vedo scendere il Mauro un pochino pallido e stralunato che, però, ridacchia e il Carlo, subito dopo, che esce dalla 127 smadonnando e sparolacciando come mai l’avevo sentito. Dico: “Ostia Carlo, che numero che hai fatto!”. E lui: “Che numero un cazzo!!! Mi è finita una pesca noce sotto il pedale del freno! Non mi fermavo più. T’è capì?”. Per quello che andava così forte… Era successo che, durante la gara, non saprei dire di preciso dove, Carlo e Mauro avevano dato un passaggio a Tito Cane e Tanino Orlando.

Sì, proprio così, avevano dato un passaggio a Tito Cane e Tanino Orlando che si erano ritirati. Non sono certo che si potesse fare una cosa del genere ma ormai sono passati quarant’anni, la faccenda è caduta in prescrizione, quindi chissenefrega. Il fatto è che Tanino era di statura normale, ma Tito era un ragazzone di due metri piuttosto robusto. Ancora oggi non riesco ad immaginare come abbiano fatto a stare sul sedile posteriore di una 127 con il roll-bar, il portacaschi e altri ammennicoli. Mistero.

Vabbé, il fatto è che uno dei due, non si sa chi, fa cadere il sacchetto con le pesche noci (un classico ed indispensabile accessorio del rallysta moderno) le quali per un po’ se ne stanno buone, ma poi cominciano a gironzolare per l’abitacolo. “Nella discesa di Montecrestese, una pesca noce, rotolando sotto il sedile, si infila proprio sotto il pedale del freno e ci prende residenza… la bastarda”, mi ha raccontato poi Mauro.

Ad un certo punto durante la prova il Volts si è messo a gridare: “Non frena più, non frena più”. E avendo capito il problema pestava come un matto sul pedale per cercare di schiacciare la pesca. A quanto pare senza risultati evidenti. Non ho mai saputo il tempo che avevano staccato, ma presumo fosse nei primi dieci assoluti. In tutta la sua lunga carriera rallystica, il Ghielmi non è mai più riuscito ad andare così forte…