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Olympus Rally 1986: Markku Alen campione per 11 giorni

Una bellissima lotta per la supremazia si stava preparando sulle prove dell’Olympus Rally tra due finlandesi titanici: Juha Kankkunen e Markku Alén. Kankkunen aveva battuto il campione in carica Timo Salonen e guidava la carica di Peugeot con la sua 205 T16, dopo essere arrivato dalla Toyota, mentre Alén era l’uomo Lancia dopo che Toivonen – che era sembrato fino alla morte uno dei favoriti al titolo con una superba vittoria a MonteCarlo – aveva trovato la morte sull’Isola napoleonica.

Gli Stati Uniti d’America e il WRC non sono sempre stati due entità con affinità evidenti. Quando si pensa al motorsport negli Stati Uniti si è portati ad immaginare macchine che sfrecciano intorno agli ovali a velocità spaventose, seppure nelle foreste newyorkesi si corre annualmente un rally. Nel 1986 era tutto un po’ diverso. Gli Stati Uniti, con l’Olympus Rally, hanno avuto l’onore non solo di ospitare la finale del WRC di quell’anno, ma anche, come è emerso, l’ultima volta delle Gruppo B.

L’ultima volta che l’America era stata una tappa del Mondiale Rally era stato nel 1974. Solo il secondo anno nella storia della serie e cinque anni prima della creazione del Campionato Piloti. Molto di più, oltre alla struttura del Campionato, era cambiato nei rally in quel periodo di dodici anni prima del Olympus Rally 1986.

Le supercar del Gruppo B che irruppero sulla scena all’inizio degli anni Ottanta avevano rivoluzionato la specialità e gli spettatori erano assolutamente entusiasti. Audi, Peugeot, Lancia, Ford e Austin Rover avevano creato mostri da rally su misura a quattro ruote motrici che avevano reso i piloti degli eroi, ma avevano fatto pagare conseguenze esagerate e un prezzo troppo elevato.

La stagione 1986 è stata in definitiva una capitolazione dei problemi del Gruppo B. Ci sono stati incidenti – e morti – in passato, ma sono diventati troppo comuni per essere ignorati quando la Ford RS200 di Joaquim Santos investì un muro di spettatori in Portogallo, con cinque morti e oltre trenta feriti.

E quando Henri Toivonen morì al Tour de Corse di quell’anno, la misura era già colma. La FISA ha deciso di mettere al bando le auto dal 1987 in poi, e così il Gruppo A divenne la categoria principale della serie iridata.

Ma a parte le tragedie, una bellissima lotta per la supremazia si stava preparando sulle prove dell’Olympus Rally tra due finlandesi titanici: Juha Kankkunen e Markku Alén. Kankkunen aveva battuto il campione in carica Timo Salonen e guidava la carica di Peugeot con la sua 205 T16, dopo essere arrivato dalla Toyota, mentre Alén era l’uomo Lancia dopo che Toivonen – che era sembrato fino alla morte uno dei favoriti al titolo con una superba vittoria a MonteCarlo – aveva trovato la morte sull’Isola napoleonica.

Kankkunen sembrava essere l’uomo su cui scommettere per il titolo, fino a quando KKK e Alén sono arrivati all’Olympia, il 4-7 dicembre. Kankkunen aveva ottenuto tre vittorie (Svezia, Finlandia e Nuova Zelanda) contro il successo solitario di Alén a Sanremo. La vittoria di Alén fu orchestrata dalla Lancia, che riuscì a fare escludere dalla classifica del rally italiano tutte e tre le auto Peugeot per minigonne laterali non regolamentari.

Con Peugeot già confermata come campione Costruttori, l’Olympus Rally non attirò una grande partecipazione e non faceva gola quasi a nessuno, tranne che a Kankkunen e ad Alén. In effetti, quella di KKK e di Markku furono le uniche due vetture ufficiali del Gruppo B a quattro ruote motrici ad attraversare la rampa di partenza.

Alén però era pronto, desideroso di vincere e di prendere un po’ il feeling con la squadra” dopo la morte di Toivonen e di Attilio Bettega l’anno prima. Kankkunen, che era stato confermato compagno di squadra di Alén alla Lancia per il 1987, disse: “Sarà una lotta molto interessante e molto bella. Le prove sono simili tra loro, un misto di Inghilterra e Nuova Zelanda. Superficie molto dura, alcune molto strette e alcune tortuose. Molto belle e divertenti”.

Le prime fasi del rally si sono svolte sotto la coltre dell’oscurità, ed è stata la Peugeot di Kankkunen ad emergere più veloce, con 11” di vantaggio sulla Lancia di Alén. Ma quando è spuntato il nuovo giorno, le cose hanno iniziato ad andare storte per Kankkunen che è arrivato alla fine della prima tappa della giornata con un minuto di ritardo e ha ricevuto una penalità di 60 secondi a causa del fatto che i meccanici della Peugeot Talbot Sport hanno impiegato troppo tempo per cambiare la batteria della 205 nel parco assistenza del mattino.

Il team Lancia cambiò le molle e il differenziale anteriore sulla Delta S4 di Alén prima delle prove di sabato. Funzionò. Kankkunen volava e inizialmente continuava a rosicchiare il vantaggio del suo connazionale – aiutato anche da una foratura alla posteriore destra per Alén – ma dopo sabato a mezzogiorno si iniziavano a vedere i risultati della strategia di Alén.

Ho provato ma Markku è un po’ più veloce oggi, sembra essere me”, ammetteva Kankkunen. “Inoltre sta guidando molto, molto bene ora e sta tagliando molte curve, quindi sembra che stia guidando come un indemoniato”. Esatto, Alén andava a tutta e nulla poteva più fermarlo. “Vedremo, devo iniziare a reagire. Credo abbia trovato le giuste soluzioni per la sua macchina!”.

La loro auto (La Delta S4, ndr) va un po’ meglio in questa foresta rispetto a ieri. La Lancia non è stata mai così brava su strade strette e tortuose, ma questa mattina è partita bene e spero che vada così. Ho una sorpresa per domani…”, diceva ancora Kankkunen.

Ma il problema non era solo il “domani”. Alén aveva ritmo. Una prestazione maiuscola e sabato pomeriggio il suo vantaggio era aumentato a 1’32” su un Kankkunen impotente. KKK avrebbe recuperato un po’ il terzo giorno, riducendo il suo deficit a meno di un minuto, prima che i suoi progressi finissero contro un muro.

Al calare dell’oscurità, Alén era tornato a fare il martello pneumatico e, a ben vedere, portò il proprio vantaggio fino a 1’26” dopo le quaranta prove speciali del rally. Il pluricampione di rally statunitense John Buffum, con la sua Audi Quattro, finì terzo con 6’ di vantaggio sulla Toyota Celica Twincam di Lars-Erik Torph ma a oltre 24’ dal vincitore del rally, Alén.

In teoria, questa vittoria avrebbe dovuto provocare una frenetica doccia di champagne sulla pedana di arrivo, con Alén che aveva sconfitto il suo grande rivale, per diventare il settimo campione del mondo rally. Ma le celebrazioni furono smorzate e sotto tono. Non era così semplice festeggiare. Ancora era aperta la terribile ferita lasciata dalla morte di Henri Toivonen. “Beh, io sono campione del mondo, questo è tutto”, disse Alén.

La controversa esclusione delle Peugeot dal Sanremo aveva messo in dubbio le sorti del titolo. Peugeot aveva protestato contro la decisione della direzione gara del rally, con un verdetto che sarebbe arrivato solo il 18 dicembre, undici giorni dopo la conclusione dell’Olympus Rally (quindi, il titolo di Alén doveva ancora essere confermato). Se la Peugeot avesse vinto l’appello, la vittoria di Alén in Italia sarebbe stata annullata e il titolo sarebbe finito in tasca a Kankkunen.

“Beh, io sono campione del mondo, questo è tutto”, disse Alén alla fine del rally. “È un problema della FISA decidere”, fu il parere di Kankkunen, sarebbe una grande sorpresa se non facessero nulla per i punti”. Alla fine l’appello di Peugeot fu accolto e fu cancellato il risultato del Rally Sanremo. Alén fu il campione del mondo più sfortunato della storia: campione per soli undici giorni.

A decidere il titolo tra Alén e Kankkunen dopo l’Olympus Rally fu un fattore “accademico”, con i punti finali di Kankkunen che lo portarono 14 punti avanti ad Alén, abbastanza da garantirgli il titolo dopo il RAC Rally prima che la battaglia iniziasse sulle PS in America. L’Olympus restava nel Mondiale Rally, ma si spostava in estate, anche per il 1987 e per il 1988 e veniva vinto nuovamente dalla Lancia, prima da Kankkunen e poi da Miki Biasion. Gli Stati Uniti furono presenti nel calendario del WRC solo poche volte, ma saranno sempre ricordati per aver chiuso in modo controverso il capitolo sul periodo più pazzo e probabilmente più grande dei rally.

La Fiat X1/9 Abarth ”affondata” dalla Lancia Stratos HF

In una storia che non ha mai chiarito come mai viene fermato lo sviluppo della Fiat X1/9 Abarth, il punto fermo, che quaranta e passa anni dopo trova riscontro anche nelle parole di Cesare Fiorio, team manager del reparto corse del Costruttore torinese, è che il titolo Costruttori del Mondiale Rally vinto nel 1974 dalla sportiva di Casa Lancia sega definitivamente le gambe alla vettura Fiat, che viene quindi affondata dalla Stratos HF e non dalla previsione della 131 Abarth Rally.

Una storia che tira fuori un’antica rivalità, sommersa, quasi invisibile e impalpabile, ma sempre esistita tra i due grandi Marchi torinesi. Fiat e Lancia. Una concorrenza spietata a livello commerciale e anche a livello sportivo, che si trasforma in “vendetta”. Fiat X1/9 Abarth Prototipo contro Lancia Stratos HF. La cronologia storica vede arrivare la Stratos HF tra il 1971 (progettazione) e il 1973 (realizzazione), mentre la Fiat X1/9 Prototipo c’è già tra 1971 e 1972. Il papà di una e dell’altra è Marcello Gandini.

La X1/9 discende da una concept car del 1969, la Autobianchi A112 Bertone Runabout, una barchetta dalle linee tese e dotata di un vistoso roll-bar, realizzata dalla Bertone su disegno dello stesso geniale Gandini, quale proposta di soluzione sportiva per la A112, della quale utilizzava il motore e varie componenti meccaniche, nonostante il diverso schema “tutto dietro”. Però, nonostante il livello di gradimento del pubblico dimostrato verso alcuni manichini, Il nuovo prototipo sembrava quindi destinato a finire tra i tanti senza sbocco produttivo.

Sarebbe finita lì la storia se nel 1971, durante una visita agli stabilimenti di Grugliasco, Gianni Agnelli non avesse notato la “piccola belva”, trovandola adatta a sostituire nella gamma Fiat l’ormai datata 850 Spider, anch’essa prodotta dalla Bertone. Il prototipo fu, quindi, ricondizionato e inviato a Torino per il progetto di industrializzazione che prese la sigla interna X1/9, poi mantenuta anche per la denominazione commerciale del modello.

In questa fase capita un episodio, il primo “giallo” della storia, che potrebbe aver compromesso il futuro sportivo della vettura. L’opera di pulizia e riverniciatura del prototipo viene imprudentemente affidata da Nuccio Bertone a una carrozzeria artigianale esterna, della quale si serve per piccoli lavori, allo scopo di non turbare il regolare funzionamento delle linee produttive interne. Grazie ad una soffiata, della situazione venne a conoscenza Alejandro De Tomaso, che decide di giocare d’anticipo nell’annosa guerra commerciale che contrappone Fiat a Ford per la supremazia nel mercato automobilistico europeo.

De Tomaso convoca Tom Tjaarda nella piccola carrozzeria torinese e gli chiede di copiare la futura X1/9, eseguendone un figurino che, in seguito, la Ghia trasforma in prototipo, sulla meccanica della De Tomaso Vallelunga. La copia di Tjaarda e De Tomaso viene presentata al salone di Torino del 1971 come 1600 Spider, con l’intento di bruciare l’effetto sorpresa per la presentazione della X1/9, che arriva solo nei mesi successivi.

La trovata, naturalmente, suscita il disappunto della Bertone e le ire della dirigenza Fiat, ma contrariamente ai timori di Tjaarda non ci sono le attese conseguenze giudiziarie. Per provocare qualche reazione la Ford acquista il prototipo della De Tomaso con il dichiarato intento di metterla in produzione, ma sempre senza strascichi polemici o legali la Fiat procede ugualmente all’evoluzione del progetto X1/9.

Il 22 dicembre 1972, la Fiat X1/9, già in produzione da alcune settimane, viene ufficialmente presentata alla stampa internazionale nel Parco delle Madonie, sul tracciato della Targa Florio, contemporaneamente alla Fiat 124 Abarth Rally. Utilizzando la meccanica della Fiat 128 Coupé, che viene spostata al posteriore (la X1/9 aveva, infatti motore centrale e trazione posteriore, mentre la 128 aveva motore e trazione anteriori), la piccola Targa è munita di robusto roll-bar centrale e tetto rigido asportabile e inseribile nel cofano anteriore.

Questa particolare configurazione della carrozzeria, molto in voga in quegli anni, caratterizzata da un robusto roll-bar, viene identificata come Targa perché la Porsche, che l’ha adottata per prima, vuole così ricordare i suoi numerosi successi alla prestigiosa Targa Florio. No, non quella di 64 chilometri di prove speciali vista nel 2020. La derivazione 128 è evidente nella meccanica: sospensioni a ruote indipendenti, impianto frenante a quattro dischi (gruppi posteriori analoghi a quelli della Fiat 124 Sport) e motore trasversale a 4 cilindri di 1290 cc da 75 cavalli, lo stesso della 128 Rally 1300 finché questa rimase in produzione, adottando poi quello della Sport Coupé 1300: i motori destinati alla X1/9 vengono prelevati direttamente dalla catena di montaggio, vengono poi ripunzonati e ricevono la nuova denominazione “Fiat 128AS.000” seguito dal numero di serie.

Il telaio deriva direttamente dalla “cugina” Lancia Stratos HF, sempre frutto della matita di Marcello Gandini (il designer della Bertone negli anni Settanta crea la Stratos Zero nel 1970), e con la quale già condivide qualche componente della carrozzeria. Fin qui, si può notare la coincidenza di date che hanno accompagnato la nascita della X1/9 e quella della Stratos HF, oltre al fatto che le due vetture hanno lo stesso papà e avrebbero avuto anche lo stesso team manager.

A Gino Macaluso viene affidato lo sviluppo della Fiat X1/9 Abarth Prototipo
A Gino Macaluso viene affidato lo sviluppo della Fiat X1/9 Abarth Prototipo (foto Fondazione Gino Macaluso)

Inizia lo sviluppo della Fiat X1/9 Prototipo per i rally

Nel 1974 viene affidato all’Attività Sportiva Automobilistica, il reparto corse unificato di Fiat, Abarth e Lancia, il progetto di ricerca di un’erede della 124 Abarth Rally. Come base di partenza viene individuata la X1/9 che vantava un ottimo telaio, sul quale viene montato il motore della 124 Abarth. Mentre la Fiat X1/9 è in fase di sviluppo a prendersene cura è Gino Macaluso, all’epoca navigatore all’interno del reparto corse Fiat.

Nella prima metà degli anni Settanta, infatti, Macaluso viene ufficialmente incaricato dalla stessa Fiat di seguire lo sviluppo della X1/9 Abarth, progettata nel 1974 per correre ai massimi livelli dei rally: questa versione è equipaggiata con il motore della Fiat 124 Abarth Rally (di cui la X1/9 avrebbe dovuto essere l’erede a livello sportivo) da 1.840 cc, alimentato da due carburatori doppio corpo e con distribuzione a 4 valvole per cilindro, per una potenza di 200 cavalli a 7.600 giri al minuto ed è dotata di trasmissione con cambio a cinque marce a innesti frontali e differenziale autobloccante.

La vettura da rally pesa appena 750 chili ed è caratterizzata da un’aerodinamica sofisticata, prese d’aria sul cofano anteriore, e periscopio sul motore centrale, fari anteriori rettangolari fissi, fanaleria supplementare circolare e cerchi in lega Cromodora. Pesando 250 chili meno di una tonnellata, la X1/9 Prototipo è più leggera della Fiat 124 Sport Spider e anche della futura Fiat 131 Abarth Rally che arriverà a 950 chili.

Secondo gli orientamenti è destinata ad essere omologata nel Gruppo 4, che richiede la produzione di almeno cinquecento esemplari, ne viene allestito un esemplare destinato alla circolazione su strada ma che non viene mai immatricolato. Altri quattro esemplari vengono allestiti per gareggiare, inizialmente omologati solo per il Gruppo 5, noto anche come Silhouette, non essendo ancora disponibili gli esemplari utili all’omologazione nel Gruppo 4.

Per la sua maneggevolezza, la X1/9 impressiona quasi tutti i piloti che la guidano e viene giudicata più semplice rispetto persino alla vittoriosa Lancia Stratos HF che a sua volta condivide un’architettura quasi uguale, ma un comportamento e un temperamento molto diversi. Al momento dello stop del programma di sviluppo rallystico, si ventila anche l’ipotesi di equipaggiare la X1/9 con un motore turbo, ma non si va mai oltre ad un abbozzo.

Nonostante le incoraggianti premesse, questa vettura ha una breve carriera nelle competizioni, che inizia nel 1974 con lo sfortunato esordio al Rally di Sicilia e al Rally 4 Regioni, dove è costretta al ritiro, cui seguono tre vittorie assolute al Rally delle Alpi Orientali, al 100.000 Trabucchi e alla Coppa Liburna. Tre esemplari della vettura vengono iscritti al Tour de France Automobilistico che si svolge nel mese di settembre. Due vetture sono costrette al ritiro mentre la terza si classifica ottava assoluta battendosi, fra le altre, con le più potenti Porsche 911 Carrera 3.0.

Dopo il Tour de France, la Fiat pensa di promuovere l’immagine della versione sportiva della X1/9 iscrivendo due vetture alla seconda edizione del Giro d’Italia Automobilistico 1974, dove è iscritta anche la Abarth SE 030, che si svolge dal 15 al 19 ottobre. Per dare ulteriore lustro alla partecipazione ne viene affidata una a Clay Regazzoni. Purtroppo entrambe le auto sono vittime di problemi al motore. In ogni caso, dopo la vittoria della Coppa Liburna, lo sviluppo del progetto viene interrotto – ufficialmente – per fare posto al progetto Fiat X1/20, destinata a diventare la Lancia Beta Montecarlo, e poi la futura 131 Abarth Rally.

Nel 1975, la vettura corre con Bernard Darniche in Francia. Dall’Italia scompare. Non si è mai capito a fondo perché la X1/9 non abbia continuato a correre, magari, contro la stessa Stratos. Il programma sportivo è stato davvero fermato tre anni prima dell’arrivo della Fiat 131 Abarth Rally in previsione, oppure si era davanti ad una “scusa ufficiale” perché ormai si era scelto di scommettere sulla Stratos HF? Dopo oltre quaranta anni a questa domanda ha involontariamente (o volontariamente?) risposto Cesare Fiorio, “deus ex machina” della squadra italiana.

La Fiat Abarth X1/9, in effetti, non è mai esistita, dato che chi la sosteneva si era reso conto del potenziale della Stratos e del suo motore Ferrari – ha spiegato Cesare Fiorio –. La macchina X1/9 è letteralmente sparita e gli oppositori della Stratos, che erano davvero tanti, dovettero assistere al suo grandissimo potenziale che le consentì di vincere i successivi treMondiali Rally, il primo dei quali, vinto solo omologando per le gare la Stratos l’1 ottobre di quell’anno. Ma le gare iridate erano ancora cinque, dopo quella gara, e la Stratos in queste poche gare si aggiudicò il primo dei Campionati del Mondo Rally”.

La Lancia Stratos fu la regina dei rally
La Lancia Stratos fu la regina dei rally

Il successo della Lancia Stratos affossa la X1/9

L’anno prima che inizi lo sviluppo della X1/9 Prototipo, gli ingegneri Lancia guidati da Gianni Tonti, pienamente sostenuti da Gobbato e, in gran segreto, anche da Gianni e Umberto Agnelli, si mettono al lavoro per creare una vettura in grado di dominare in lungo e in largo il panorama rallystico mondiale. Partono progettando l’abitacolo come una cellula di sicurezza in acciaio a cui saldare due telai a tubi quadri di acciaio per sostenere il gruppo motopropulsore e le sospensioni.

La sospensione posteriore utilizza lo schema MacPherson con barra anti-rollio, molto robusto, adattabile a pneumatici di varie misure e facilmente regolabile alle altezze diverse richieste da sterrato e da strada. La sospensione anteriore invece sfrutta un classico sistema a doppi quadrilateri sovrapposti con molle elicoidali, ammortizzatori idraulici telescopici e barra anti-rollio. Una soluzione da vera auto da corsa.

Gli sbalzi anteriore e posteriore sono contenuti al massimo, il passo di soli 2.180 millimetri e le carreggiate anteriore e posteriore vengono rispettivamente di 1.430 e 1.460 millimetri. Il rapporto tra dimensioni del passo e della carreggiata e uno sterzo a cremagliera molto preciso e diretto resero l’auto molto maneggevole.

Ottenuta l’omologazione nell’allora Gruppo 4 viene schierata nei rally e sarà per anni la vettura più competitiva del mondo. Il 9 giugno 1974 la Stratos HF, gareggiando ancora tra i prototipi, vince la Targa Florio con Amilcare Ballestrieri e Gérard Larrousse. L’equipaggio italo-francese conclude la gara al primo posto completando gli otto giri del circuito in 4.35’02” alla media di 109,946 all’ora. La vettura “preparata” non è molto diversa da quella di serie per i motivi già affrontati e oltre a roll-bar integrato nella scocca e alle altre misure di sicurezza obbligatorie ha un motore elaborato fino a 250 cavalli ed elementi delle sospensioni rinforzate poggiati su uniball.

Appena ottiene l’omologazione in Gruppo 4, l’1 ottobre 1974, la coppia Munari-Mannucci vince il Rally di Sanremo sbaragliando la concorrenza, la seconda Stratos HF Marlboro, affidata ad Amilcare Ballestrieri e Silvio Maiga, dopo un avvio promettente, è costretta al ritiro per un’uscita di strada. Sebbene manchino solo pochi mesi alla fine dell’anno Lancia riesce ancora a cogliere altre due affermazioni mondiali, vincendo poche settimane più tardi, sempre con Munari-Mannucci, il Rally dei Rideau Lakes, in Canada, mentre in dicembre il pilota francese Jean-Claude Andruet, in coppia con Michèle Petit “Biche”, si aggiudica il prestigioso Tour de Corse, dove Munari si ritira per guai al motore.

Grazie anche al terzo posto ottenuto dai soliti Munari e Mannucci sulle strade del RAC Rally inglese la Lancia Stratos HF conquista il Titolo Mondiale Costruttori per la Lancia. Alla prima occasione disponibile la Stratos HF aveva dimostrato di essere la vettura da battere. Anche nelle stagioni 1975 e 1976 diventa campione del mondo rally. E ottiene nei primi tre anni molti altri successi di prestigio a livello europeo e nei singoli campionati nazionali tra i quali, ovviamente, quello italiano.

Quel che più conta, però, e che trova riscontro anche nelle parole di Fiorio (“La Fiat Abarth X1/9, in effetti, non è mai esistita, dato che chi la sosteneva si era reso conto del potenziale della Stratos e del suo motore Ferrari”) è che il titolo Costruttori del Mondiale Rally vinto nel 1974 dalla sportiva di Casa Lancia sega definitivamente le gambe alla X1/9 Abarth, che viene quindi affondata dalla Stratos HF e non fermata in previsione di creare la Fiat 131 Abarth Rally, con cui si sceglie di sostituire la campionessa Lancia che altrimenti rischia di adombrare troppo il marchio Fiat.

Caratteristiche tecniche – Fiat X1/9
ModelloVersione 1.3Versione 1.5
Motore4 cilindri in linea ciclo Otto, corsa corta, posteriore-centrale
Cilindrata1.290 cm³ (Alesaggio x corsa = 86,0 x 55,5 mm)1.498 cm³ (Alesaggio x corsa = 86,4 x 63,9
Distribuzionea 2 valvole con albero a camme in testa
Rapporto di compressione8,9:19,2:1
Potenza max75 CV DIN a 6.000 giri/min85 CV DIN a 6.000 giri/min
Coppia max9,9 kgm DIN a 3.400 giri/min
Alimentazionecarburatore invertito doppio corpo Weber 32 DMTR 22carburatore invertito doppio corpo Weber 34 DATR7/250
Raffreddamentoad acqua a circolazione forzata
Frizionemonodisco a secco con comando idraulico
Cambioa 4 rapporti + RMa 5 rapporti +RM
Trazioneposteriore
Scoccametallica autoportante
Sospensioni ant.a ruote indipendenti, bracci trasversali oscillanti, molle elicoidali, ammortizzatori idraulici telescopici
Sospensioni post.a ruote indipendenti, bracci oscillanti, ammortizzatori idraulici telescopici
Impianto frenantea disco da 227mm con pinze flottanti sulle 4 ruote, comando idraulico e doppio circuito(Diametro pistoni ant. 48mm post. 34mm). Freno a mano sulle pinze posteriori con comando meccanico
Ingombri e pesi
Lunghezza3.830 mm3.960 mm
Larghezza1.570 mm
Altezza1.170mm1.180 mm
Passo2.200 mm
Carreggiata anteriore1.330 mm1.350 mm
Carreggiata posteriore1.340 mm1.350 mm
Pneumatici145/80 R13, 165/70 R13, 185/60 R13
Peso880 kg a vuoto920 kg a vuoto
Serbatoio48 lt
Accelerazione33,748 s sul km da fermo
Velocità massima170 km/h185 km/h
Consumoa 90 km/h: 6,1 – a 120 km/h: 7,68 – urbano: 7,5 lt/100 km
Impianto elettrico12V – Alternatore 460W – batteria 45Ah

Perché Lancia si ritirò dai rally quel 18 dicembre 1991

Auto da rally, piloti e pezzi di ricambio Lancia vengono mollati allo sponsor che continuerà a correre a titolo privato. E una scuderia privata gestirà il tutto. Ma non sarà più la stessa cosa. Martini e Jolly club sono meritevoli del massimo rispetto ma quando una casa rinuncia a correre in veste ufficiale, prima o poi viene a mancare quello sviluppo tecnico che è il vero motore delle corse.

La data è quella del 18 dicembre 1991. Una data che ancora oggi è una cicatrice per gli appassionati di rally rimasti orfani di “Mamma Lancia”. La Lancia si ritira. Dalle corse e dai rally. È una brutta notizia ma è anche un pezzo della nostra storia che se ne va miseramente nella polvere dei ricordi. Una storia che risale ai tempi in cui la casa automobilistica torinese era un vero Club cui si apparteneva con orgoglio. Una storia passata attraverso automobili diventate famose e trasformatesi in simboli.

Una storia intessuta di grandi tradizioni, esperienza, competenza. Una storia sportiva e industriale che ha contribuito a rendere rispettato il made in Italy in molti paesi. La Lancia è l’ unico costruttore al mondo ad aver vinto dieci titoli mondiali rally. L’ ultimo è stato conquistato proprio pochi giorni fa al termine di un campionato in cui la Lancia era partita quasi sconfitta battendo poi clamorosamente l’ agguerrita concorrenza giapponese. Adesso finisce tutto. I vertici di Torino hanno deciso così. La notizia viene addolcita con un pannolino caldo che in realtà non servirà a curare la piaga. “La Lancia – si legge nel comunicato ufficiale – trasferirà alla Martini Racing le vetture e i piloti Juha Kankkunen (campione mondiale in carica,ndr) e Didier Auriol. L’assistenza per le gare del prossimo anno sarà assicurata dall’organizzazione del Jolly Club”.

Insomma, macchine, piloti e pezzi di ricambio vengono mollati allo sponsor che continuerà a correre a titolo privato. E una scuderia privata gestirà il tutto. Ma non sarà più la stessa cosa. Martini e Jolly club sono meritevoli del massimo rispetto ma quando una casa rinuncia a correre in veste ufficiale, prima o poi viene a mancare quello sviluppo tecnico che è il vero motore delle corse. Come si è arrivati ad una decisione così clamorosa che mette da parte 25 anni irripetibili di storia, da quando nel 1965 la Fulvia cominciò a diventare un fenomeno sportivo, tecnico e di costume? È difficile acciuffare il bandolo di questa matassa.

Spiegazioni ufficiali non ce ne sono. Sembra di capire che la Lancia, come la Mercedes degli anni Cinquanta, abbia deciso di prendersi una “pausa di riflessione” perché ubriaca di successi. In realtà dopo dieci titoli mondiali Costruttori, cinque titoli mondiali piloti, quattordici titoli europei, decine di titoli nazionali e 1200 vittorie complessive ce n’ è abbastanza per essere ubriachi. Ma, probabilmente, questa è solo una piccola parte, la più dolce, della verità. Le ragioni, evidentemente, sono altrove. E sono di ordine sportivo e di ordine economico.

Diciamoci la verità: da parecchio tempo la Lancia ci aveva abituato tutti alle vittorie. E l’abitudine era ormai così consolidata che la notizia di una vittoria Lancia non faceva, paradossalmente, più notizia. Ha vinto la Lancia? Ah, vabbè…Tutto scontato, tutto dejà vu. Titoli piccoli sui giornali, articoli relegati in fondo. Quasi un’ eredità di cui dare stancamente conto. Troppo poco per l’investimento che un mondiale rally comporta e troppo poco, nonostante tutto, per far crescere ancora un’ immagine già di per sé elevata.

Per quanto il Mondiale Rally sia secondo solo alla Formula uno nella scala dei valori ufficiali, esso non è bastato a creare e sviluppare un’immagine nei Paesi, o nei continenti, in cui del Mondiale Rally nessuno si interessa. Anni addietro quando il Gruppo Fiat era intenzionato a lanciare il marchio Lancia sui mercati del Nord America, venne fuori una scoperta clamorosa. Dalle indagini di mercato risultò che nessuno conosceva la Lancia, che molti, anzi, indicavano come una nuova marca coreana. Il motivo era semplice: del Mondiale Rally come del calcio e della Formula uno in quel continente non interessava allora e non interessa oggi niente a nessuno. Misteri cinesi. O, appunto, coreani.

Per questo fu deciso di puntare, per quel mercato, sul marchio Alfa Romeo che tutti identificavano con Nuvolari e con la grande storia delle corse. Si giunge così ad una amara conclusione che anche i vertici torinesi devono aver tratto. Una vittoria aggiunge poco all’immagine e ai successi commerciali della Lancia. Una sconfitta, invece, toglie moltissimo. Se la Lancia rompe un manicotto dell’acqua e perde clamorosamente un rally importante, tutti inneggiano al successo della giapponese di turno. E il mito giapponese cresce mentre il mito Lancia, ed il mito Italia anche, si incrina per un nonnulla. E allora basta, che i giapponesi vadano a vincerseli da soli questi titoli. Perché tenergli cordone? Perché fargli da contraltare, da termine di paragone?

Caliamo il sipario e pensiamo alla produzione. Ma è proprio su questo punto che il ritiro della Lancia dalle corse si fa preoccupante. Quando nel 1969 Agnelli rilevò la Lancia da Carlo Pesenti, gli venne chiesto per quale cifra avesse comprato la casa automobilistica torinese. E la risposta fu: “Per una lira, simbolica”. Agnelli in realtà aveva comprato i debiti della Lancia. Ma con i debiti anche il grande prestigio di questa casa. La Lancia era per definizione l’automobile rifinita, affidabile, lussuosa. L’ auto sulla quale le portiere si chiudevano al primo soffice colpo. La Fulvia cominciò l’ attività sportiva nel 1965, la Delta la conclude nel 1991.

“Quando nel 1964 fu costituita la squadra corse – ricordava all’epoca Cesare Fiorio che per ventitré anni era stato l’artefice di tanti successi prima di passare alla Ferrari – eravamo in tre: io, il meccanico Luigino Podda che è ancora li oggi e un’ altra persona. Dovevamo creare tutto da zero. Ma c’era la Fulvia e c’era tanto entusiasmo”. Poi è arrivata la Delta ed è proprio la Delta che, nonostante i successi, iniziava ad avvertire i maggiori contraccolpi sul mercato: meno 21 per cento delle vendite. Peggio ancora andava la Thema: meno 23 per cento. La Y10, che restava il modello più venduto, era in calo del 13 per cento. Perfino la Dedra, che era l’ultima nata, chiudeva con meno 4 per cento.

Cifre impietose che dipingono un mercato tragico. E non sono certamente le corse che possono ribaltare questa situazione. Però, ci riferiscono una impietosa verità. Forse non erano stanchi di vincere. Era solo una questione di marketing e di vendite. L’esterofilia e l’invidia di giornali e giornalisti non in grado di valorizzare al meglio quel tesoro che avevamo sembra aver fatto il resto.

Perché Lancia abbandonò le corse, la versione di Sergio Limone

La versione di Miki Biasion sul ritiro della Lancia dai rally

Il successo porta notorietà. “E quando un prodotto è fatto bene la gente lo compra” rifletteva anni fa Miki Biasion. Allora il ridimensionamento era semplicemente impensabile, figurarsi la cancellazione. “Ricordo che il dottor Fiorio dopo i nostri successi nei rally andava dall’avvocato Agnelli e diceva: “Dottore, abbiamo vinto il mondiale, abbiamo venduto il 20% in più di Delta, ci deve riconfermare il budget”. E l’Avvocato sborsava, con fiuto e amore per quella berlinetta che, al pari della Ferrari in pista, rappresentava l’orgoglio italiano nel mondo dei motori. “Come dimenticare – spiegava il due volte campione del mondo –. La Delta era l’auto del pilota, dello sportivo, ma ad esempio anche dell’avvocato, della moglie dell’avvocato e del figlio dell’avvocato. Era bellissima, costava il giusto e aveva il fascino della vittoria. La Subaru, la Mitsubishi non hanno mai avuto quell’appeal sulla gente. Ancora oggi, del resto, quando organizzo raduni arrivano centinaia di lancisti con la loro Delta Integrale: è stata un’auto straordinaria”.

È stata, appunto, perché tra qualche anno, quando si nominerà Lancia, si parlerà solo al passato. “È facile dirlo ora, ma secondo me ciò che diceva Marchionne era quasi inevitabile – spiegava Biasion – È la conseguenza di tutta una lunga serie di scelte incomprensibili”. La spiegazione non arrivava solo dal campione Biasion, ma anche dal rivenditore ufficiale Biasion, che per dieci anni è stato proprietario di alcune concessionarie Lancia: “All’epoca non c’era solo la Delta, ma anche la Thema: un’auto capace di tener testa alla concorrenza tedesca grazie ad affidabilità, ottimo rapporto qualità-prezzo, alto confort e prestazioni elevatissime. Poi però sono state fatte politiche di mercato sbagliate, perché nei piani alti dell’azienda sono arrivate persone che hanno studiato molto, ma di auto ne capivano davvero poco e non avevano alcuna esperienza sul campo”.

È il periodo della nuova “vecchia” Delta, della Kappa e, più di recente, della Thesis. “Chiedo scusa se lo dico: ma quelle non sono auto, sono dei carciofi con le ruote – era il parere del due volte iridato espresso alla redazione sportiva de Il Fatto Quotidiano –. Magari dal punto di vista del confort e delle rifiniture mantenevano ancora l’eccellenza italiana, ma esteticamente parlando erano davvero inguardabili”. La gente se n’è accorta e ha smesso di comprare Lancia. Fino alla nascita della piccola Ypsilon e della nuova Delta. “Ma quest’ultima non si doveva chiamare così – dice Biasion – perché dell’auto entrata nella storia delle competizioni sportive non ha mai avuto davvero nulla”.

Marchionne, comunque, fece di necessità virtù e si inventò la Lancia-Chrysler. Rinacque la Thema, previsioni di vendita quattromila esemplari l’anno. Come iniziare una partita di calcio con l’obiettivo dello zero a zero in casa. “Non è stata capita”, sottolinea Biasion. “È un’ottima auto, ma è fuori mercato, almeno per l’Italia, dove le super berline non le acquista più nessuno: costano e consumano troppo, non è periodo. Dovevano produrre il modello station wagon, un target molto apprezzato dagli acquirenti, ma evidentemente hanno fatto altre scelte”.

Se poi si è sbaraccato e perché furono fatte scelte sbagliate (come si può leggere qui) ora si pensa a sbaraccare, evidentemente sono state scelte sbagliate. “E infatti i lancisti non compravano Chrysler e la gente “normale” non poteva permettersi determinati modelli”. Come se ne esce? L’addio al marchio è l’unica, vera soluzione? “Marchionne voleva puntare su Alfa Romeo e Maserati nel settore eleganza e alta gamma, ma a mio avviso è un errore – suggeriva Biasion già nel 2012 – perché storicamente l’eleganza mista a sportività nel gruppo è stata Lancia, da sempre cuore “da corsa” del Lingotto”. Quindi? “La mia unica speranza è che ricomincino a costruire auto degne della storia motoristica italiana, macchine dalle altissime rifiniture e al tempo stesso dalle prestazioni importanti. Che spendano qualcosa in più, ma che creino modelli che facciano affezionare le persone. Le auto sono come i ristoranti: se ti trovi bene continui ad andarci e, nel caso delle auto, a comprarle. La storia della Volkswagen Golf è lì a dimostrarlo”.