La sezione di Storie di Rally dedicata alle… storie di rally

MonteCarlo 1968: la prima vittoria della Porsche 911

Questo Rally di Monte Carlo 1968 è inizialmente il rally del francese Gerard Larrousse con una Alpine-Renault 1300. Seguiranno al vertice Vic Elford e David Stone pronti a regalare alla Casa tedesca la prima vittoria della Porsche 911 S 2.0. Nella Notte dei Lunghi Coltelli Gerard Larrousse inizialmente estende il suo vantaggio. Ma Vic Elford risponde subito

Condizioni ideali per la prima vittoria della Porsche 911 in quel Rally di MonteCarlo 1968, anche grazie alle nuove normative. Professionista o dilettante, di una classe o di un’altra, nulla di tutto ciò era importante. Non più. Da 1968 al Rally di MonteCarlo conta solo una cosa: il più veloce vince.

Anche il tempo è diverso rispetto agli anni precedenti. L’edizione numero 37 del Rally di MonteCarlo si corre con temperature quasi primaverili. Il clima mite si estende fino alle montagne. I team richiedono pneumatici racing, ma il contingente esistente non è sufficiente. Altre gomme con una mescola morbida, battistrada ridotto e senza punte vengono fatte arrivare in volo dai produttori di pneumatici a Nizza e poi trasportate fino ai parchi assistenza.

Questo Rally di Monte Carlo 1968 è inizialmente il rally del francese Gerard Larrousse con una Alpine-Renault 1300. Seguiranno al vertice Vic Elford e David Stone pronti a regalare alla Casa tedesca la prima vittoria della Porsche 911 S 2.0. Nella Notte dei Lunghi Coltelli, che in quella edizione vedeva competere le sessanta vetture e squadre migliori del mondo, Gerard Larrousse inizialmente estende il suo vantaggio. 

Pauli Toivonen e Martti Tinkkanen sono secondi al Rally di MonteCarlo 1968

Quindi, Elford risponde. La prova speciale Col de Couillole vede il britannico terminare a 1′ da tutti. Elford adesso conduce. I migliori piloti corrono ancora maggiori rischi nelle ultime prove per acchiapparlo. Ma sotto il Col de Turini, gli spettatori spalano la neve vicino alla strada sulla PS, in modo che le auto da rally passino in modo ancor più spettacolare. Questa trappola è fatale per Larrousse che finisce contro un muro e deve arrendersi.

Elford e Stone vincono il primo Rally di MonteCarlo della Porsche 911 (e della Porsche più in generale) davanti ai compagni Pauli Toivonen e Martti Tinkkanen. Le Mini Cooper S chiudono completando la top five dal terzo al quinto posto, mentre la Porsche 911 interrompe la supremazia delle vetture britanniche. 

È il primo successo per l’allora giovane vettura di Zuffenhausen. Sempre in quella meravigliosa stagione, Mentre il pilota finlandese Pauli Toivonen vincerà il campionato piloti nell’European Rally Championship del 1968 con l’affidabile Porsche 911 S. Nel 1969 e nel 1970 Bjorn Waldegaard e Lars Helmer saranno di nuovo in prima fila sul “Monte”.

La ‘mamma di Amos’ e quelle auto da rally tagliate

Raffaella Serra Comas e suo marito Erik, ex pilota Formula 1 oggi folgorato dai rally d’antan, atterrano in Kenya in pieno svolgimento della rievocazione storica della gara africana, il Safari Rally Classic, attraversano il parco assistenza e finiscono in un hotel che custodisce uno strano segreto relativamente ad alcune auto da rally

Atterro all’Aeroporto di Mombasa alle 6 della mattina del 6 dicembre dopo due notti senza chiudere occhio e subito mi dirigo con mio mio marito al Sarova Whitesands Resort di Bamburi, nord di Mombasa. Sarà il mio ventesimo viaggio in Kenya, amo questo Paese. Amo il suo clima a dicembre, o forse amo di più il ricordo di giorni lontani in una meravigliosa casa di Diani Beach che ha rappresentato per me rifugio, calore e bellezza… Ma questa è un’ altra storia. Qui parliamo di auto da rally.

Oggi calpesto questa terra con Erik (Comas, ndr) al mio fianco e realizzo che, anche se molto è cambiato nella mia vita, ritengo ancora questa Nazione un po’ casa. Al Sarova sta per partire l’ultima tappa dell’East African Safari Classic Rally 2019. Una casualità ci ha fatto atterrare a Mombasa in concomitanza di questo evento ed Erik, entusiasta, ha deciso di venire a salutare il copilota con cui affrontò questa competizione nel 2009 sulla sua Alpine A110 Safari, Ravi Soni.

Al tavolo al quale mi siedo pallida e sfinita per fare colazione si aggiunge uno dei pochi piloti che avevo già incontrato in un paio di occasioni, Eugenio Amos. Noto per la sua carriera nel GT, per avere prodotto la nuova versione della Lancia Delta Integrale, per aver disputato la Dakar e per la creazione dell’hashtag #makelanciagreatagain. Il trentaquattrenne varesotto è un ragazzo garbato, simpatico, empatico ed amato da molti.

Mentre Erik si perde in saluti a destra e a manca, io e lui parliamo della gara, delle sue impressioni e della sua famiglia. Decidiamo di recarci tutti insieme al parco chiuso per assistere alla partenza. Eugenio ci precede, io e mio marito un passo indietro barcolliamo per la stanchezza accumulata, quando un pilota svedese ci raggiunge sistemandosi la tuta.

Si rivolge a me soltanto senza presentarsi e aggiunge “ You can be proud of Eugenio”. Mio marito si mette in disparte, io lo fisso con lo sguardo interrogativo e poi rispondo “Sure, he is such a good guy”. La conversazione si ferma lì ed Erik, ottimista come sempre o semplicemente e fortunatamente ancora molto innamorato di me, sorride e accenna un: “Ti ha scambiata per la moglie”.

Eugenio Amos e Roberto Mometti al Safari Classic Rally
Eugenio Amos e Roberto Mometti al Safari Classic Rally

Angelo del mio cuore, penso io, la signora Amos ho letto essere una bella e giovane ragazza, molto glamour per mestiere e per nascita. Io ho passato tre quarti della mia esistenza a sudare per lo sport e l’ultimo quarto nel vano tentativo di diventare una vera amazzone. Certo, nel mezzo c’è stato il marketing, ma la conclusione è che tra tute da ginnastica e paglia fra i capelli, temo il mio stile nel vestire sia piuttosto basic e completamente disinteressato alle tendenze. Escludo pertanto lo scambio di persona pur sentendomi lusingata.

Al parco chiuso il sorriso contagioso di Philippe Kadouree si spalanca nel vedere Erik. Questo pilota è un ragazzo pieno di vita, amante dei social sui quali posta regolarmente le sue avventure e anche disavventure di gara. Il clima tra i partecipanti è quello di un gruppo di amici che hanno vissuto un’esperienza unica al mondo ed infatti unica lo è. Il Safari Classic Rally, discendente del Safari Rally che ebbe inizio nel 1953, si svolge ogni due anni, dura 9 giorni e attualmente tocca anche la Tanzania.

Guidare tra le giraffe è una delle esperienze che ti può accadere e ricordi di questo tipo restano indelebili nella mente, più del risultato agonistico. Delle ventiquattro prove speciali previste, alcune sono state cancellate a causa delle piogge, scese copiosamente, che hanno provocato fiumi di fango. Le variazioni climatiche dovrebbero forse fare riconsiderare la scelta della data del Safari Classic, in quanto gli ultimi anni hanno visto rovesci insolitamente abbondanti nel mese di novembre.

Delle venti auto iscritte, diciassette prendono la partenza per l’ultima giornata di prove speciali e, mentre sfilano davanti ai miei occhi, realizzo l’assoluto predominio numerico di Porsche. Ai bordi dell’ultima prova cammino avvolta nella polvere nel tentativo di distinguere le auto in gara. Quando la sabbia si dirada mi volto e mi trovo davanti un uomo sulla sessantina, alto magro, con un cappello a falda larga. Sta uscendo da una tenda. Sposto lo sguardo e scopro un plotone di camionette Tuthill. Solo allora comprendo di essere finita nel mezzo dell’“accampamento” del team inglese.

Stringo così la mano a Francis Tuthill, che racconta ad Erik della sua prima partecipazione al Safari Rally alla fine degli anni Settanta e poi il resto è storia nota: come preparatore non ha più saltato un’edizione. La sua organizzazione è una macchina da guerra collaudata e, manco a dirlo, davanti ai nostri occhi una sua Porsche si aggiudica la vittoria della prova e quella assoluta della corsa. Trattasi di Kris Rosenberger e Nicola Bleicher.

Sig Shami Kalra titolare di Omologato (al centro con la camicia azzurra)
Sig Shami Kalra titolare del marchio Omologato (al centro con la camicia azzurra)

I festeggiamenti sotto al palco del Sarova cominciano nel tardo pomeriggio e finiscono nella notte, dopo ore di cerimonia nella quale è Shami Kalra, patron del brand di orologi Omologato e cosponsor dell’ evento, a consegnare i trofei. L’indomani mi concedo una nuotata in piscina, mentre sul bordo mio marito, il Sig Kalra e sua moglie Flavia mi attendono per un drink. Uscendo dall’acqua e dirigendomi alla mia sdraio, il solito pilota svedese mi rincorre, si brucia i piedi sulla pietra incandescente del bordo piscina e fa un salto verso l’ombra del nostro ombrellone per cercare riparo.

Poi, mi guarda ed esordisce con un “Where is Eugenio?”. A questo punto non capisco di quale equivoco io sia vittima. Rispondo che Eugenio ha preso un volo per l’Italia in mattinata ed al suo sguardo interrogativo sbotto: “Mi scusi, ma perché mi chiede sempre di Eugenio? È un conoscente, ignoro i suoi spostamenti”. Incredulo e con la delicatezza degna dei pachiderma avvistati giorni prima nella Savana, mi risponde “Ma non sei la mamma di Eugenio?”.

Tra lo stupore di mio marito e gli occhi spalancati dei nostri nuovi amici, si fa l’ora di pranzo. Mentre con Shamy e Flavia si parla di Kenya, di orologi e di rally, la mia mente pensa solo alla dose di botox che è giunto il momento che mi inietti se vengo scambiata per la madre di qualcuno che ha soli dieci anni in meno di me. Ammesso che ciò basti.

Mentre la mia vanità ferita cerca di cicatrizzarsi, giunge l’autista che da tanti anni viene a recuperarmi ai miei arrivi in Kenya per portarmi a Diani. Penso immediatamente di chiedergli se mi trova invecchiata da marzo ma poi realizzo che, per una lauta mancia, potrebbe rispondere che sembro a sua nipote nel giorno della prima comunione e allora mi limito ad un abbraccio.

La spiaggia di Diani Beach – al confine con la Tanzania – mi accoglie bianca ed abbagliante come sempre. Mi aspettano quindici giorni di vacanza, mare, camminate e mi butto alle spalle la parola rally. Quella è sempre stata il mia oasi di pace ben prima di conoscere Erik, quando appena solo sentito parlare del Safari Rally. Non fate quella faccia perché se, per esempio, vi nomino Oleksandra Timoshenko e scopro che non sapete chi è, posso indignarmi anche io (cercate su Google) .

Erik Comas nella stanza segreta di George Barbour
Erik Comas nella stanza segreta di George Barbour

Nella villa-hotel sul mare scelta per noi dai nostri amici Lara e Gabriele che a Diani ci vivono sei mesi l’anno, troviamo un’atmosfera intima, un grande flamboyant cresciuto vicino ad un frangipani ed una scimmietta che mi guarda dal vetro della camera. Sì, la vacanza può iniziare. Alla scoperta di una terra che si prepara ad ospitare di nuovo il Safari Rally iridato, dopo diciassette anni di pausa dal Campionato del Mondo Rally.

L’indomani mio marito rientra dal suo allenamento in bici con gli amici italiani ed io gli consiglio di chiedere al personale dove riporre la mountainbike per la notte. Salim, servizievole come sempre, ci apre una stanza che definisce segreta confidando nella nostra discrezione. Un grande tavolo da bigliardo riempie la stanza, coppe, targhe e – cosa vedono i miei occhi – varie foto di una Ford Escort in azione al Safari Rally. Mio marito strabuzza gli occhi, io li alzo cielo e penso: “Ci risiamo: un giorno senza motorsport non mi è concesso”.

Salim si sbottona e ci racconta la storia di George Barbour, ex proprietario della villa, deceduto ottantenne da poco più di un anno. Trasferendosi in Kenya dall’Inghilterra con la famiglia in giovane età, proseguì nel Paese africano la sua carriere da rugbysta, che fu lunga e di successo. Solo quando si ritirò da questo sport le cui testimonianze fotografiche riempiono le pareti della sala bigliardo, si dedicò ai rally e prese parte al Safari nel 1978 e nel 1982.

Dopo un brutto incidente in gara si convinse di essere vittima della magia nera e fece letteralmente tagliare a metà tutte le sue auto. George, molto conosciuto in Kenya, combattè gli ultimi anni di vita perdendo la sua battaglia contro la malattia. Io ed Erik ascoltiamo questa storia seguendo la cronologia offerta dalle immagini appese ai muri. Ebbe una vita piena. Piena di partite, di vittorie, di battute di pesca, di amici, di figli…

Usciamo da quella stanza, la richiudiamo a chiave con lentezza e con il rispetto che si deve ad una vita eccezionale e ci guardiamo increduli per avere trovato anche qui delle… storie di rally. Erik osserva il mio volto pensieroso e come suo solito mi chiede: “Dove sei? Pensi a George o ripensi al pilota che ti ha scambiata per la madre di Amos?”. “Ma figurati se penso allo svedese, mica sono così permalosa”, rispondo piccata dirigendomi verso la nostra camera .

“E allora dove stai andando adesso?”. “A chiamare mio figlio Eugenio (Amos, ndr) per raccontargli questa storia” rispondo ridendo di gusto. Che Dio abbia in gloria il signor Barbour e benedica le donne che possiedono il prezioso il dono dell’autoironia.

Il Monte 1991 e quel sogno con Sainz, Biasion e Delecour

Il Mondiale Rally di quegli anni mi regalava un grande vantaggio: io tifavo per tutti. Oddio, avevo le mie preferenze, tipo Lancia, Renault, Kankkunen, Ragnotti e Schwarz, ma di fatto non avevo preferenze, anche se appariva evidente che in quel preciso momento storico Sainz ne avesse più di chiunque altro.

I primi giorni dell’anno nuovo sono sempre un po’ particolari. Un tempo, per me, lo erano ancora di più. Perché nonostante la buona volontà, i miei sforzi per digerire la Dakar (la vera Dakar) andavano a segno fino ad un certo punto. Era il Monte l’unico, vero momento che dava il via alla stagione dei motori. Era così, da sempre. E fu così anche in quell’ormai lontano gennaio del 1991.

Il piatto si presentava ricco. E dopo tutta quella dieta il vedere in quel fine mese Lancia, Toyota, Ford, Mitsubishi, Mazda e Subaru lanciarsi nelle prime prove speciali dell’anno ebbe su di me l’effetto di un pranzo luculliano.

Il Mondiale Rally di quegli anni mi regalava, inoltre, un grosso vantaggio: io tifavo per tutti. Oddio, avevo le mie preferenze, tipo Lancia, Renault, Kankkunen, Ragnotti e Schwarz, ma di fatto non avevo preferenze, anche se appariva evidente che in quel preciso momento storico Sainz ne avesse più di chiunque altro. Per contro non mi entusiasmavo troppo per Cocò (comunque grandissimo piede) Eriksson o Wilson, ma erano comunque dettagli.

Il resto lo facevano TMC, Radio MonteCarlo con il mitico Renato Ronco (che adesso qui sento poco e male, segni del destino?) Primocanale ed Antenne 2, che mi davano modo di seguire sempre la gara nel miglior modo possibile.

Come era preventivabile furono fin da subito le Lancia e Carlos Sainz a dettare il ritmo. Didier Auriol, che correva coi colori Jolly Club Fina, era stato delegato da Torino all’assalto dell’iride conduttori ed era in piena lotta con Sainz (in testa) e Miki Biasion quando si fermò a motore spento proprio davanti ad un mio amico che mi portò poi a vedere le foto del misfatto.

Con Juha Kankkunen alle prese con una prova incolore, Sainz ebbe vita facile a distaccare il resto della concorrenza, nella quale si stava facendo luce un certo Francois Delecour, asfaltista francese non del tutto sconosciuto, ma del quale avevo sentito parlare poco e che aveva avuto buon gioco nel mettere in fila i presunti caposquadra, ossia Cesare Fiorio e Malcolm Wilson, non certo due fulmini di guerra. 

Ritenevo la sua prestazione interessante, ma fino ad un certo punto, perché Delecour, che proveniva dal Campionato Francese disputato con la Peugeot 309, aveva comunque dalla sua il fatto di conoscere a menadito le strade dell’entroterra monegasco ed in più la Ford Sierra, pur distante anni luce da Lancia Delta e Toyota Celica, rimaneva in ogni caso la terza vettura del lotto, quindi tutto sommato pensavo che la buona prestazione di questo tale ci poteva anche stare.

Quello che sconvolse i canoni di quel bellissimo, ma fin troppo scontato episodio della infinita favola del Monte fu quello che combinò Delecour da metà gara in poi. 

Probabilmente conscio di non aver niente da perdere e rinfrancato dal fatto di aver già dimostrato di saperci fare, questo francese dal carattere insopportabile cominciò a fare man bassa di scratch. E se i primi potevano essere anche frutto del rilassamento dei top driver, fu chiaro a tutti che quando la Ford Sierra numero 12 diventò troppo straripante anche per il capofila Sainz qualcosa di meravigliosamente inatteso stava prendendo forma in modo travolgente.

La Ford era una macchina lunga, sgraziata, meno potente e strutturalmente poco adatta ai rally, se confrontata con le altre, Toyota in primis. Eppure fra le mani di quel “diavolo”, che aveva capito che la vita gli stava regalando una occasione più unica che rara, sembrava quasi si fosse messa a volare. Sainz provò a contrastarlo per qualche PS, ma più di tanto non riuscì a fare. 

Il traboccante Delecour al quasi debutto nel Mondiale Rally si ritrovò quindi primo, con una Sierra Cosworth improvvisamente trasfigurata da brutto anatroccolo a vettura da primato, con gli altri mostri sacri del rallismo mondiale che, sbalorditi da cotanta furia agonistica, stavano a guardare, impotenti.

Avevo in quelle ore la netta sensazione di essere divenuto privilegiato testimone di quello che si era già trasformato in un vero e proprio inno all’assurdo, all’apocalisse. Perché? Perché non era finita qui. Una volta primo nell’assoluta Delecour entrò in una sorta di limbo dove tutto gli era consentito e continuò a tirare, imperterrito, come se il rally fosse appena iniziato e lui avesse ancora tutto da dimostrare.

Con il passare delle PS la moderna favola monegasca travalicò i meri confini degli appassionati ed i notiziari, anche RAI, si riempiono di filmati che raffiguravano la Ford dagli occhi interni tappati di blu che leggera danzava e sfiammeggiava nelle strette stradine delle Alpi Marittime. 

Per me, in quelle ore, Francois Delecour da Hazebrouck entrò di diritto nel ristretto novero di quelle persone che mediante la guida erano stati in grado di trasmettermi qualcosa. In ogni traverso, in ogni scalata barbara, in ogni vampata di fuoco che arrivava da sotto quel 12 vedevo un che di rivalsa, di ricerca di quiete attraverso la velocità, di voglia di avere la meglio sulla vita e sulla fisica.

Ci penso oggi e ritrovo quelle sensazioni. Era commovente. Assolutamente commovente. Come metafora ideale di tanti, troppi episodi venne, a Monte ormai conquistato, il braccetto che si piega o cosa altro fu di preciso non lo so. È strano, lo so, ma oggi come allora, a distanza di quasi 28 anni, di quello che fu il vero guaio fatale sulla Sierra di Delecour non me ne frega niente.

Ricordo solo una ultima notte da circo, con KKK che fece un mare di scintille staccando di netto una ruota alla sua Delta e con un Sainz che vinse il rally che per primo probabilmente non avrebbe voluto vincere. Delecour per le statistiche finì terzo. Ma avrebbe potuto concludere anche settantacinquesimo, la sostanza non sarebbe comunque cambiata.

Ad attenderlo, sulla cima  di quella pedana posta in riva al mare che già prometteva la primavera c’era Jean Marie Balestre, che da uomo di scarsi valori come è unanimemente ricordato dai presunti sportivi e da certe menti fini del Belpaese, abbracciò Delecour come un nonno premuroso fa con il nipotino sconfitto e deluso. Nessun complotto francofono stavolta, solo rispetto e silenzio.

Con il passare dei giorni vennero fuori, mano a mano, i dettagli. Come il copilota, Pauwels. Lo immaginavo come un burbero e scontroso coadiuvante dalla barba alla Pescarolo. Macche’. Era una minuta e grintosa ragazza dai capelli lunghi e gli occhi color mare, che per quel rally e solo per quel rally aveva deciso di dare una mano al suo ex antico amore, Francois Delecour appunto.

Amore, velocità, sorpresa e dramma. La strada di Francois si separerà da quella di Anne Chantal, lui diverrà titolare fisso prima in Ford, dove vincerà molte gare e sfiorerà il titolo, poi in Peugeot, dove dimostrerà che le doti velocistiche, anche quando eccelse, possono essere soffocate da un carattere difficile.

Avrebbe potuto essere, invece non è stato, ma in fondo poco importa. Perché va bene il successo, il  primato, ma non tutti possono permettersi il lusso di apparire tutte le volte che un vecchio appassionato chiude gli occhi e, pensando al Rally di MonteCarlo, vede una Ford Sierra Q8 numero 12 affrontare veloce quel tornante e scomparire all’orizzonte. Tra le fiamme…

Mark Higgins batte Franco Cunico al Memorial Bettega 1999

Il 12 dicembre 1999, il Memorial Bettega incorona per la seconda volta un pilota inglese. “No, prego, io sono il primo inglese a vincere perché McRae, che qui ha raccolto tre successi, è scozzese”, precisa Mark Higgins, grande mattatore della quindicesima edizione del Memorial Attilio Bettega. Il ragazzo dell’ Isola di Man ha battuto in finale Franco Cunico con tre secche vittorie: “È stata una cosa fantastica correre in mezzo a tanto pubblico, quanto di solito ne vediamo, nei rally veri, in una prova di 40 chilometri”.

È sembrata una vittoria facile facile, quella di Mark Higgins. “Battere un pilota come Cunico non è mai facile. Ma ci sono riuscito. Mentre affiancati aspettavamo di entrare in pista per la finale, ho guardato a lungo Franco negli occhi, come fanno i pugili. Volevo capire quanto fosse determinato. Poi in pista ho pensato soltanto a spingere sull’acceleratore. E alla fine ho vinto. Adesso mi sembra tutto facile, in realtà ce l’ ho messa proprio tutta per impormi. Sono felice di questa vittoria, è il modo migliore per chiudere questo millennio e per entrare fiducioso in quello nuovo”.

“Giocarsi tutto in poco meno di tre minuti di corsa non è facile, queste prove richiedono una grande concentrazione e anche una buona dose di fortuna. Qui l’errore non è ammesso, perché se sbagli non c’ è tempo per recuperare. Quello che è fantastico è il pubblico, bollente, non caloroso. Alla fine anche se avevo battuto un idolo locale mi ha applaudito con passione. Spero di averlo divertito, perché tanta passione merita il meglio”.

E Franco Cunico? Il vicentino, come sempre quando non vince, ha il viso un po’ lungo. Ma sa anche di aver dato il massimo e quindi né lui si può dare colpe né il pubblico può attribuirgliene: “Le ho tentate tutte. Perse le prime due manche ho anche cambiato le gomme, ma non è servito. È destino che in questa gara io arrivi soltanto secondo. Ma nel 2000 ci riprovo”. Già, nel 2000 ci riprova, ma intanto, come era andato il Memorial Bettega 1999?

C’erano tantissimi giovani, affastellati sulle tribune dell’Area 48, dove i rallisti si davano battaglia per guadagnarsi il diritto a disputare le ultime manche, quelle della finalissima. Ogni frazione è stata affascinante e spettacolare, tutte giocate sul filo dei centesimi di secondo. Perché il tracciato è breve: 1030 metri, 580 dei quali asfaltati e 450 su terra, per una larghezza che varia tra i 6 e i 10 metri. Una bomboniera, insomma, dove però i funamboli dei rally riescono a dare emozioni anche forti, con numeri di alta scuola.

Lotta dura senza paura tra Higgins e Cunico

Le prove libere, venerdì, avevano fatto intravvedere un possibile successo di Paolo Andreucci (Subaru). Il toscano, invece, non è riuscito a conquistare la fase finale del torneo: “Tutta colpa di un sabato balordo e della scarsa conoscenza della pista – diceva poi – perché ho avuto difficoltà nel trovare l’ assetto e nello scegliere le gomme giuste. Ho perso punti preziosi e nell’ultima giornata, anche vincendo tutte le prove in programma, non sono riuscito a risalire la corrente e son rimasto fuori dalla finale”.

Con Andreucci sono stati eliminati anche Toni Gardemeister, Marco Tempestini, Petter Solberg e Alex Fiorio. Alle semifinali approdavano Andrea Navarra (Ford Focus WRC), Gianfranco Cunico e Mark Higgins (entrambi Subaru Impreza WRC) e l’estone Markko Martin (Toyota Corolla WRC). La sorte voleva che nel primo turno si affrontassero i due italiani e qui il re del Memorial aveva la peggio: Cunico tirava fuori le unghie e in due sole manche si disfava dell’ avversario.

Un’ attenuante per il cesenate è il fatto che ha corso con addosso l’influenza. Ma bisogna anche dire che quando Cunico riesce a dare il massimo dentro batterlo diventa difficile. Per Navarra arriverà poi il terzo gradino del podio. Nell’ altra semifinale Martin costringeva Higgins alla bella, che quest’ ultimo vinceva abbastanza chiaramente. Ed eccoci alla finale, che premia chi vince tre frazioni su cinque.

Cunico parte male e, seppure per pochi secondi, perde secche le due prime manche. Un breve rientro ai box per mettere gomme nuove e poi la terza prova che risulta decisiva, perché Higgins s’ impone con un margine di 1″89 sui tre giri. All’ arrivo i due campioni di esibiscono in una serie di spettacolari e fumose «veroniche», mettono cioè le vetture in testacoda girando come trottole per parecchi secondi.

Quanto basta per far balzare in piedi i 40.000 che ancora affollano le tribune. Anche il Memorial Bettega numero 15 andava in archivio. Higgins succedeva nell’albo d’oro ad un grande come Didier Auriol. E per Cunico l’ennesima, immeritata delusione. Ma il vicentino non demorde: “L’anno prossimo ci riprovo”. E chissà…

Rally di Svezia 2004: la straordinaria impresa di Loeb

Sebastien Loeb rompe una tradizione lunga ben cinquantatré anni nel rally svedese e fa storia, come solo lui sa fare. Al Rally di Svezia 2004, il giovanotto francese dagli occhi chiari interrompe l’egemonia nordica che durava dagli albori della manifestazione. Il campione disputò una gara a due velocità e la tattica fu vincente. Fu l’inizio di una valanga di vittorie.

Il campione del mondo rally francese potrebbe essere “accusato” di essere responsabile della rottura di una tradizione svedese che durava da oltre mezzo secolo: nessuno straniero era mai stato capace di “calpestare” l’orgoglio nordico del Rally di Svezia. Lui lo fece nel 2004. Perché ci sono voluti 53 anni per un “ragazzino” dagli occhi chiari, di piccola statura ma di enorme talento, e che non aveva mai guidato un’auto da rally dieci anni prima di questa impresa, a firmare questa straordinaria impresa.

Vincere il Rally Svezia 2004 fu per lui un capitolo del destino. Se non fosse stato per Sebastien Loeb, sarebbe stato Markko Martin a rompere il “ghiaccio”, poiché anche lui era sul punto di lasciare la quella gara come vincitore. Ma la giustizia divina voleva che fosse il pilota di Citroen a bere lo champagne dopo che l’estone con la Ford Focus WRC aveva commesso un errore che gli aveva negato il primo trionfo dell’anno.

Nonostante abbia vinto solo quattro prove speciali del Rally Svezia 2004, l’allievo di Guy Frequelin fu abbastanza audace da controllare la pressione sulle sue spalle, mentre guidava l’intero circus. Se fino ad allora Loeb stava scommettendo su una media veloce e senza compromessi per raggiungere il comando, ora doveva solo fare il ragioniere e applicare la disciplina della “gestione”, per raggiungere intatto la fine della seconda prova di Campionato del Mondo Rally.

In quella occasione, sulla pedana di arrivo del Rally Svezia 2004, Sebastien Loeb ribadì pubblicamente il suo forte impegno per raggiungere quello di cui il suo stesso team lo ha privato alla fine del 2003: il titolo Piloti. Fu così. Fino al raggiungimento di quota nove titoli Piloti di Campionato del Mondo Rally vinti. Un record storico che solo un altro pilota, sempre francese, fino ad ora ha avvicinato: Sebastien Ogier.