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Rally MonteCarlo 1979: la rivincita della Stratos sulla 131

Il 1979 è l’anno della Ford Escort che, infatti, si laureerà campione del mondo. E per la verità, già la prima gara della serie iridata, il Rally MonteCarlo, sembra andare in quella direzione. Sembra, perché sui 600 chilometri della tappa finale la prepensionata Lancia Stratos HF, con alla guida un divino Bernard Darniche, si prenderà una grande rivincita su tutti, ma in particolare sulla Fiat 131 Abarth Rally, vettura per la quale è stata incomprensibilmente sacrificata.

Per quanto assurdo possa sembrare, MonteCarlo, Stato sovrano indipendente e neutrale, è in stato di guerra. L’hanno portata qui, in questo principato sul quale in teoria dovrebbe sempre splendere il sole e che invece è battuto da una pioggia torrenziale, gli equipaggi superstiti del rally, poco più di 200 macchine sulle 270 partite sabato scorso da dieci diverse città europee. C’è una guerra su ogni argomento che riguarda la gara: gomme, cavalli, piloti. Questa è solo la vigilia di un Rally MonteCarlo 1979 che si concluderà sovvertendo sia i pronostici sia i primi due terzi della gara.

Anche Markku Alen, campione del mondo 1978, quindi al via per difendere il titolo, sta conducendo una sua battaglia personale contro un’infezione intestinale e pare le sorti del duello stiano volgendo a favore del rallyman finlandese. Sui chiodi delle gomme e sui loro incruenti confronti vale la pena soffermarci un attimo. Ormai lo sanno tutti: i rally, e questo in particolare, devono molto alle gomme. La scelta di questo o quest’altro pneumatico è spesso determinante e ciò si riscontra anche in questa occasione scorrendo la classifica del Rally MonteCarlo 1979 a conclusione della prima frazione: là dove si vede uno staff che occupa un’alta posizione, si è certi che usi un pneumatico diverso da quello che naviga a metà della graduatoria. Senza peraltro dare o togliere meriti a uno o all’altro pilota.

Gomma liscia, con telatura pesante, media, leggera, con due “puntine” che escono qua e là nel battistrada: veramente c’è da non capirci più nulla. Cosa, fortunatamente, che non succede ai tecnici, per i quali un chiodo in più o in meno ha un significato ben preciso. Markku Alen per ora continua: è quarto a 1’29” due Fiat Abarth 131 Alitalia accusano nei confronti delle due Ford Escort di Mikkola e Waldegaard: più chiodi nelle prove speciali per avere una maggiore sicurezza. In altre parole: se cominciamo a rischiare adesso, che cosa faremo alle ultime battute del rally?

Tatticamente più complessa la seconda guerra, quella dei cavalli, che – come la precedente – è una faccenda che riguarda per ora soltanto i primi della classe, cioè Fiat e Ford. Queste ultime macchine dichiarano circa 260 cavalli, 30-35 in più rispetto alle prime. Fino all’anno scorso i tecnici della Casa inglese avevano il problema di “scaricare” al suolo la potenza espressa dai motori 2 litri delle macchine. La difficoltà maggiore la incontravano sull’asfalto, e questo fatto spiega in parte le defezioni Ford – a livello ufficiale – da tutti quei rally ritenuti veloci.

Quest’anno le cose sono cambiate ed anche l’asfalto viene affrontato dagli inglesi con maggiore sicurezza. Per cui, al di là dei chiodi, c’è ragionevolmente da credere che le macchine d’Oltremanica diranno la loro, in questo rally, su qualsiasi fondo stradale. A meno che nella seconda tappa del “Monte” – numero 5 prove speciali, 1280 chilometri, partenza avvenuta alle 8 e arrivo l’indomani verso le 16 – il tempo metta giudizio, smetta di piovere su questo eden frequentato da signore in pelliccia e signori senza problemi di pensione e cominci a nevicare più a nord, dove si svolge il rally. Farebbe piacere a tutti.

E poi c’è la guerra dei piloti. L’unico ad ammettere un conflitto aperto e deciso è Markku Alén, e anche Benigno Bartoletti, medico del team ASA, ne dà conferma. Non staremo a dilungarci sulla natura del male che affligge il finlandese, che ha abituato un po’ tutti nel “giro” dei rally ai suoi disturbi fisici. Diremo soltanto che Markku è un po’ debole per via di una certa infezione intestinale che gli impedisce di assimilare l’indispensabile nutrimento. Non sarebbe un malanno particolarmente serio, se Alen potesse restarsene un paio di giorni a riposo e a dieta. Invece deve correre e sottoporsi ad uno sforzo prolungato che certamente non si addice a una persona debilitata.

Rally MonteCarlo 1979, Bjorn Waldegaard è secondo assoluto
Rally MonteCarlo 1979, Bjorn Waldegaard è secondo assoluto

Il medico ha fatto il possibile e forse persino di più: dopo un falso allarme su un suo ritiro (che alcuni avevano dato per avvenuto fin da domenica sera, proprio mentre riposava in un albergo di Vals Les Bains), Alén si è rimesso quasi in sesto per la seconda tappa ed è ripartito. Sicuro, come sempre d’altra parte, di arrivare fino in fondo e recitare la sua parte di campione del mondo.

L’altra guerra, più sottile, fatta di schermaglie, di mezzi sorrisi, insomma una guerra altamente diplomatica, la stanno portando avanti quei piloti che – per un motivo o per l’altro – hanno qualcosa da recriminare o mettere in vista. Toni Carello, 27 anni, torinese del Pino, campione d’Europa 1978, fino all’anno scorso correva con una macchina del Gruppo A. Al “Monte”, per vicende che tutti conoscono, si è presentato con una Ford della scuderia inglese di David Sutton.

Quando la seconda tappa ha preso il via, Carello era in tredicesima posizione, staccato di 8’43” da Hannu Mikkola. Il quale a sua volta precedeva Waldegaard di 7″, Rohrl di 31”, Alen di 1’29”, Andruet a 2’28”, Darniche a 3’07”, Nicolas a 3’40”, Frequelin a 5’08”, Therier a 6’09” e Bacchelli a 6’35”. Toni non recrimina, non contesta, non sorride e non fa nemmeno il diplomatico. È qui per far vedere agli “altri” che un Campionato d’Europa val bene qualcosa e che tutto sommato qualche buon risultato si può ottenere correndo anche con una macchina diversa da quella che lo ha laureato campione continentale del rally.

Che cosa prova un pilota dopo un distacco che molti affermano sia stato abbastanza grande nel ritrovare i suoi compagni diventati all’improvviso rivali da battere? Carello si stringe nelle spalle, preferisce non rispondere. Si dice che i meccanici l’abbiamo accolto con molto calore. Che alcuni – anzi – l’abbiano incitato in questa specie di rivincita. Ma siamo ai si dice, ai forse: Carello stavolta sorride e promette battaglia. Il che equivale ad una dichiarazione di guerra, l’ennesima di questo rally di MonteCarlo che è appena iniziato.

Una battaglia che, però, non è destinata a concludersi a favore né di Fiat e né di Ford. Né di Mikkola e né di Alén. Infatti, nel rally di Montecarlo 1979 va in scena il “The Last Hurrà” per la Lancia Stratos, prepensionata e sacrificata a favore della Fiat 131 Abarth, che il gruppo torinese aveva deciso di lanciare puntando sull’immagine della vettura di tutti i giorni capace di diventare campione del mondo, quella che i francesi avevano soprannominato “Bête à Gagner”, “Bestia nata per trionfare”, si prende l’ultimo en plein a MonteCarlo, dove si era permessa il lusso di spadroneggiare per tre volte consecutive, dal 1975 al 1977, con Sandro Munari, il suo interprete più fedele.

Prima del commiato definitivo, ecco la zampata della fuoriclasse. È Bernard Darniche, il campione francese che a fine carriera conterà sette rally del Mondiale (di cui cinque Tour de Corse) a portarla in gara, senza la forza schiacciante del pronostico. Non è la vettura ufficiale del marchio: la Stratos corre con la livrea blu dell’importatore francese Chardonnet. È la quarantasettesima edizione del “Monte”, che si svolge da sabato 20 gennaio e venerdì 26 gennaio con trenta prove speciali per un totale di seicento chilometri su 2554 di percorrenza complessiva.

Il 1979 è l’anno della Ford Escort che, infatti, si laureerà campione del mondo. E già la prima gara del trofeo iridato sembra andare in quella direzione. Hannu Mikkola si aggiudica tre delle prime cinque speciali, tra cui la Sisteron di trentacinque chilometri. Darniche replica nella PS6 Peira Cava e nella PS7 Pont des Miolans, ma sono episodi. Mikkola si ripete sulle PS8 La Planas e PS9 Barcelonette. E Bjorn Waldegaard è sempre tra i primi. Markku Alen si prende la Circuit de Glace Serre Chevalier, dove si tocca il record di 178.51 chilometri orari, e la Pont de l’Alp.

Mikkola appare incontenibile, vince la PS Saint-Michel, la Saint Nazaire de Désert e la Montauban, in coabitazione con Waldegaard. Siamo al giro di boa della gara e niente sembra poter scalfire il predominio Ford del duo Mikkola-Waldegaard. Ancora un paio di acuti per la Fiat 131 Abarth con Alén nella Col du Corobin e con Walter Rohrl nella Roquesteron. Ultimo terzo di corsa. E il risultato, quasi in ghiaccio per la Ford con Waldegaard che assume la testa alla PS19, viene completamente ribaltato.

Assecondato da una Stratos in stato di grazia, un Darniche ispiratissimo, in piena trance agonistica, mette a segno un filotto da leggenda, aggiudicandosi tutte le speciali dalla 20 alla 30. Una rimonta sensazionale, da antologia, inarrestabile. Alla partenza dell’ultima prova, la numero 30, Waldegaard è ancora davanti ma sente sinistramente il fiato sul collo del lancista: è la lepre con i secondi contati. Darniche guida divinamente e strappa il successo proprio sul filo di lana, distanziando il grande Waldegaard di soli sei secondi, dopo 30 speciali e seicento chilometri di tappa. Il meritato trionfo.

Rally MonteCarlo 1979: top 5

1. Bernard Darniche-Alain Mahe (Lancia Stratos HF) in 8.13’38”; 2. Bjorn Waldegaard-Hans Thorszelius (Ford Escort RS) a 6″; 3. Markku Alen-Ilkka Kiwimaki (Fiat 131 Abarth) a 4’09”; 4. Jean Claude Andruet-Chantal Lienard (Fiat 131 Abarth) a 5’42”; 5. Hannu Mikkola-Arne Hertz (Ford Escort RS) a 9’29”.

Imbattibili Munari-Mannucci alla ”prima” Mondiale

Sandro Munari, veneto, sposato, con un bimbo, aveva 35 anni, ed era alla Lancia dal 1966. Era stato campione europeo nel 1973. Mario Mannucci, milanese, aveva 43 anni e correva dal 1968. la coppia Munari-Mannucci era nata nel 1971 ed era destinata a mietere successi sopra successi, macinando migliaia di chilometri, per entrare nella leggenda. Un ricordo di quel Rally MonteCarlo 1975…

La nostra industria dell’auto ha ottenuto a MonteCarlo, in quel 24 gennaio, un successo di grande prestigio. La Lancia Stratos HF di Sandro Munari e Mario Mannucci ha vinto il Rally più celebre del mondo, che apriva il Campionato Marche 1975, e gli spider Fiat Abarth 124 hanno conquistato il secondo, terzo e quarto posto con Mikkola-Todt, Alen-Kivimaki e Bacchelli-Scabini.

Una parata tutta italiana, che si riallaccia alle affermazioni delle due Case torinesi nei rally della scorsa stagione e che riafferma la validità di uomini e mezzi, in particolare la qualità di una produzione che non ha nulla da temere nei confronti internazionali. La Lancia con i suoi Munari e Mannucci, coppia regina, rinnovella il trionfo di tre anni fa.

Allora fu il coupé Fulvia HF 1600 (che aveva sulle fiancate il numero 14 come la Stratos nel “Monte” 1975) a portare alla nostra Casa un successo tanto insperato quanto provvidenziale. Un successo sofferto, che ripagava la squadra della sfortuna accumulata in tante edizioni del “MonteCarlo”, che premiava sforzi ed impegno commoventi, che faceva dimenticare le lunghe ore della vigilia, con l’occhio rivolto al cielo, supplicando la neve, quella neve che avrebbe potuto far emergere i vantaggi della trazione anteriore e far dimenticare i pochi cavalli.

Quella volta, a parte le emozioni provocate da Andruet e Pinto, non c’è stata ansia. La Lancia possiede il “mostro”, la vettura “su misura” per i rally, che accompagna alla potenza un’architettura costruttiva di avanguardia: sospensioni e geometria dello sterzo di tipo particolare, passo cortissimo, peso contenuto, tanto che II rapporto peso-potenza è il più valido registrato in questi ultimi anni.

Certo, la Fulvia era un modello normale, adattato ai rally e sorretto da un team capace di compiere ogni miracolo, mentre la Stratos HF è una “formula 1” dei rally, una vettura che in fondo si discosta dallo spirito di queste gare. Però, il fatto che una fabbrica sia capace di realizzare una macchina come questa indica la presenza di risorse umane e tecniche di primissimo piano.

In sostanza, è una garanzia che alla Lancia si lavora bene, che si cammina sempre In testa, che c’è un gap tecnologico comune a tutta la produzione. Mettete un “mostro” del genere nelle mani di un Sandro Munari e non può non uscire un “en plein”. Il successo diventa scontato, anche se poi, in realtà, costa sempre ansia e fatica.

Munari è il denominatore comune del successo Fulvia e di quello Stratos, il catalizzatore “uomo” che rende viva ogni affermazione tecnica. Un po’ il Jackie Stewart dei rally, un pilota che ha saputo vincere non solo oggi — che è facile — ma ieri, che non lo era. All’esaltante “Montecarlo” della Lancia va unito quello della Fiat. Il 124 è una granturismo di serie, una sportiva nata per il turismo e successivamente adattata alle competizioni.

Un lungo processo cominciato nel 1968 con lo spider 1400 che tocca il culmine con questa tripletta dell’Abarth Rally. Non è da tutti partire per un rally duro come quello monegasco con quattro macchine e portarne tre alla fine e con un simile piazzamento. La Fiat si è attenuta fin dall’inizio dell’attività rally al principio di utilizzare un modello di serie (ricordate le 124 e 125 berline?) opportunamente affinato e migliorato.

Ha vinto e ha perso, come capita nello sport senza scandalo per nessuno visto che gli unici veri sconfitti sono sempre gli assenti, ma ha soprattutto dimostrato di saper costruire anche vetture non utilitarie, con motori brillanti ed eccezionali doti di robustezza e affidabilità. Rimane ora da valutare quanto questo successo tutto italiano (fra l’altro, accessori di capitale importanza come i pneumatici e di notevole rilievo come I proiettori sono di nostre industrie – Pirelli e Carello – che riversano sulla serie le loro esperienze sportive) sia valido nell’attuale difficile situazione.

E’ chiaro che dal 25 gennaio 19875 alle filiali Lancia e Fiat non si precipiterà una marea di acquirenti. Però, le impressioni positive rimangono, l’immagine della Marca e del modello costituiscono un punto fermo. E quando momenti migliori arriveranno, ci sarà chi ricorderà, e bene, questo felice Rally MonteCarlo.

Il Rally di MonteCarlo 1986 e il miracolo di Henri Toivonen

Il Rally di Monte Carlo del 1986 è stato un evento spaventoso: trentasei prove speciali e sei giorni. Oltre novecento chilometri di PS erano collegate da tremila chilometri di tratti stradali da disputare in trasferimento. Strade di montagna che provocano vertigini collegate da tornanti e caratterizzate da asfalto asciutto in un momento e da ghiaccio e neve dopo poche ore.

Avete mai sentito nominare “il miracolo di Henri Toivonen”? Sulla tredicesima PS del Rally di MonteCarlo 1986, una vittoria che ad un certo punto sembrava già in tasca per Henri Toivonen e per il suo copilota Sergio Cresto era finita in tanti pezzi, come la loro Lancia Delta S4, sul lato della strada. I filmati sgranati di YouTube mostrano spettatori che raccolgono frammenti di quella che all’epoca era l’auto da rally più veloce del mondo. Il mostro del Gruppo B si era scontrato con un’auto stradale di passaggio. E questo era un grandissimo problema.

Le cose sono andate di male in peggio quando Toivonen ha esaurito il tempo massimo per cambiare le gomme tra una prova speciale e l’altra, con il risultato che il finlandese sembrava perdere definitivamente il suo vantaggio per sempre contro Timo Salonen… sembrava, perché quello che seguì divenne uno dei più grandi traguardi del Campionato del Mondo Rally, sicuramente uno dei più viscerali in un’era già piena di velocità, potenza e machismo, per non parlare dell’alto rischio e della altrettanto importante ricompensa. Toivonen, Lancia e il Gruppo B nella loro pura essenza, per l’ultima volta sulle colline intorno a MonteCarlo.

Una gara incredibile, in cui alla fine vince Henri con Sergio, con un tempo di 10 ore, 11 minuti e 24 secondi, battendo per 4 minuti e 4 secondi Timo Salonen e Seppo Harjanne, con la Peugeot 205 T16 Evo2. Penso che sia stato il miglior interprete del Gruppo B, perché utilizzava quasi il 100% delle prestazioni che la macchina poteva dare”, ha sempre detto il Direttore Sportivo Lancia, Cesare Fiorio. “Tutti gli altri piloti, compresi quelli molto bravi, non riuscivano a sfruttare al 100% l’auto come come la usava lui”.

Fiorio conosceva Henri da quando era bambino. I Toivonen e la Lancia erano stati a lungo un “affare” di famiglia. Suo padre Pauli guidava per la Lancia, quando Henri era molto giovane, 10 o 12 anni. Suo padre è stato uno dei primi piloti finlandesi ad arrivare nel sud dell’Europa. Ed è stato anche bravissimo. “Abbiamo seguito il debutto di Henri e il suo sviluppo da molto vicino, perché abbiamo sempre avuto un buon rapporto con la sua famiglia. Abbiamo potuto vedere che si stava comportando molto bene si da piccolo, aveva raccontato diversi anni fa Fiorio in un’intervista.

Il capo del team italiano aveva visto Henri maturare pian piano, fino a diventare un pilota di classe Mondiale e sbocciare nella prospettiva più calda del WRC. Ma solo nel 1985, Fiorio decise che era il momento giusto per portarlo nell’ovile Lancia. E quando Henri arrivò, cambiò tutto in un modo migliore. Il giovane Toivonen aveva ottenuto una vittoria decisiva al RAC Rally del 1980, ma poi aveva dovuto aspettare quasi esattamente cinque anni per il suo successivo successo.

I risultati con la Lancia sono subito arrivati, appena Toivonen si è unito al team torinese per una stagione di debutto “part-time”, limitata dal fatto che il finlandese si è rotto tre vertebre del collo a causa di un incidente all’inizio dell’anno in Costa Smeralda. Un sesto posto a Monte Carlo, un quarto in Finlandia e un terzo a Sanremo, tutti al volante di una Lancia Rally 037 a due ruote motrici. Il trend era rialzista. Poi arrivò la Lancia Delta S4.

Hannu Mikkola con l'Audi Quattro Sport al Rally MonteCarlo 1986
Hannu Mikkola con l’Audi Quattro Sport al Rally MonteCarlo 1986

La squadra italiana aveva concluso il Campionato del Mondo Rally 1985 con un terzo posto, lontano da Peugeot e Audi, che avevano schierato rispettivamente le 205 T16 E2 e Audi Sport Quattro S1, ciascuna 4WD. Ma Lancia stava sviluppando l’Arma. La lancia Delta S4, la sua prima vettura 4WD. Una partita giocata in paradiso con Toivonen, che era bravo anche in pista con le monoposto.

Stavamo facendo gare in pista con la Beta Monte Carlo, LC1 e LC2 – ricorda Fiorio –. Le corse su circuito stavano dando molte idee migliori ai tecnici che stavano preparando le auto da rally. L’esperienza raccolta dalla pista ti aiuta a sofisticare molte cose come il consumo di carburante, i freni, eccetera. Ho sempre pensato che piloti come Toivonen fossero in grado di trarre il meglio dalla pista e portare tutta l’esperienza nei rally”.

La Lancia aveva investito tante risorse in questa vettura. Si diceva che il budget della squadra rally sarebbe stato di 10 miliardi di lire all’anno entro il 1986. La tecnologia trasferita dagli sforzi dei prototipi di auto sportive Lancia ha contribuito ad accelerare lo sviluppo della S4: 550 CV canalizzati attraverso 4WD sicuramente hanno portato un cambiamento. Il livello della S4 era qualcosa di assolutamente incredibile. Ci volevano 2”8 per passare da 0 a 100 chilometri all’ora, che era la prestazione di un’auto da F1. Toivonen era l’unico pilota in grado di sfruttare tutto il potenziale di questa vettura.

Ha dimostrato questo punto vincendo per la prima volta al RAC Rally, prova conclusiva del WRC 1985. La vittoria è stata enfatica, Toivonen è arrivato alla fine quasi un minuto prima del compagno di squadra Markku Alén. Tony Pond e la MG erano terzi a due minuti e mezzo. Il WRC del 1986 sembrava promettente per Lancia. Quella di MonteCarlo era la gara inaugurale della serie iridata. Toivonen aveva terminato ciascuno dei suoi precedenti “Monte”, mai in posizione superiore al quinto posto, ottenuto al volante una Talbot Sunbeam cinque anni prima.

Il Rally di Monte Carlo del 1986 è stato un evento spaventoso: trentasei prove speciali e sei giorni. Oltre novecento chilometri di PS erano collegate da tremila chilometri di tratti stradali da disputare in trasferimento. Strade di montagna che provocano vertigini collegate da tornanti e caratterizzate da asfalto asciutto in un momento e da ghiaccio e neve dopo poche ore.

C’era anche la questione della concorrenza. Audi schierava il vincitore del titolo 1983, Hannu Mikkola, e il due volte campione, Walter Röhrl, mentre Peugeot aveva il campione del mondo in carica Timo Salonen, Juha Kankkunen e Michèle Mouton. Toivonen correva con Markku Alén e il promettente Miki Biason per la Lancia. C’erano anche Citroen, Mazda e Austin Rover. Nulla sembrava disturbare Toivonen.

Biasion ha preso il comando della breve prova di apertura del rally, la Aillon le Jeune di 2,6 chilometri, ma da quel momento in poi il finlandese ha affermato e ribadito la propria superiorità, mantenendo il comando anche nelle successive venti PS, stabilendo un ritmo da capogiro per le Pirelli. La copertura della BBC Grandstand dell’evento di quell’anno mostra numerosi concorrenti del Gruppo B che tracciano traiettorie sensate in una particolare curva della PS1. Poi arriva Toivonen. Il finlandese cancella per metà un cumulo di neve con la parte posteriore della sua S4, mentre sembra entrare in una curva a destra con un angolo di quasi 90 gradi, apparentemente 30 chilometri all’ora più veloce degli altri.

Henri era l’unica persona in grado di gestire tutto il potenziale della S4. Era il migliore. Era anche il più coraggioso. Quindi, Toivonen stava dimostrando con la sua S4 di andare più forte di tutti, con un vantaggio di 1 minuto e 40 secondi su l’Audi di Röhrl, fino a quando tutto si ferma improvvisamente sulle strade tra la PS12 e la PS13. L’auto di uno spettatore ha perso il controllo e si è schiantata contro la Lancia. Il danno non è stato insignificante, la S4 ha perso una ruota e ha preso una bella botta. I meccanici della Lancia sono riusciti febbrilmente a fare quel tanto che bastava, compreso tenere insieme l’avantreno con dei lacci, in modo che Henri potesse arrivare al controllo orario.

Non abbiamo avuto il tempo per risolvere il problema completamente – ricordava Fiorio -. Abbiamo avuto solo pochi minuti in ogni parco di assistenza: 5 minuti qui, 5 minuti là. La macchina era ancora funzionante e lui poteva continuare, ma la S4 non era in grado di dare il massimo delle sue prestazioni. In ogni parco assistenza, riparavamo una parte, poco a poco. Il telaio della S4 era deformato e il suo passo sul lato sinistro era più corto dell’altro.

Il Finn lo aveva descritto nel suo modo inimitabile: “Non è affatto facile guidare. Entriamo come su strade sterrate: tutte le curve a destra di lato, le curve a sinistra con sottosterzo. È difficile correre. Non credo che tutti abbiano una banana car”. Toivonen potrebbe aver confuso la sua sinistra e la sua destra nei suoi commenti alla tribuna della BBC: ha fatto un cenno sul lato sinistro della macchina per indicare il problema.

Ci sono voluti almeno quattro o cinque assistenze per risolvere completamente il problema. A quel punto, era davanti a tutti. Ma aveva perso molto tempo. Fondamentalmente, però, Toivonen era ancora in qualche modo riuscito a utilizzare tutto il suo acume per rimanere in testa. Ciò che ha aiutato è stata la scelta degli pneumatici. Con le condizioni mutevoli, scegliere gli pneumatici giusti al momento giusto non avrebbe potuto essere più cruciale e Lancia conosceva tutti i trucchi.

La squadra torinese avrebbe spedito i propri elicotteri tramite Boeing 747 noleggiato. I velivoli venivano impiegati per volare sulle PS e ispezionare le superfici stradali in evoluzione durante il rally. In aggiunta alle “squadre di ghiaccio”. Henri usava il fedele fratello Harri per fare le sue ricognizioni e avere indicazioni sul ritmo delle strade. Così avevi un team Lancia che sapeva esattamente quando passare dai chiodi alle slick. Nel rapporto di Motor Sport di quel rally, Gerry Phillips cita Toivonen che stima di aver fatto solo due scelte errate di pneumatici durante l’intera gara di trentasei prove speciali.

Tutto però inizia ad andare un po’ storto sulla PS22. “Un cambio gomme richiederebbe 40-50 secondi. È arrivato in ritardo e abbiamo dovuto riparare la sua macchina, il che non ci ha dato il tempo di cambiare le gomme”, ricordava ancora Fiorio. Toivonen disse: “Lasciami andare, voglio fare la PS con queste gomme”, che non erano le migliori per quella tappa. Non ha ricevuto alcuna penalità al controllo orario, ma non fu una prestazione vincente”.

Pneumatici chiodati su asfalto asciutto ed ecco arrivare una foratura, che permette a Timo Salonen della Peugeot, che stava gradualmente risalendo la classifica nel suo solito modo rilassato, di ribaltare la situazione trovarsi al comando su Toivonen. Il suo connazionale era riuscito a trasformare un deficit di 1 minuto e 47 secondi in un vantaggio di 22 secondi.

Salonen si è goduto il comando per cinque PS, ma all’ultima tappa del rally, disputata di notte, Toivonen era pronto, avendo padroneggiato le sfumature di un’auto che Lancia stava ancora riparando PS dopo PS. Oltre 50.000 spettatori accaniti si sono allineati lungo il famoso passo del Col de Turini per vedere il culmine di un rally elettrizzante, una dimostrazione di tutto ciò che era sublime, bello e terrificante nei rally Gruppo B. Come si è scoperto, Toivonen ha massacrato il suo compagno Finn.

Per le prime due PS, una scelta di pneumatici scadente sulla PS30 ha lasciato Salonen 48 secondi dietro. Contro il ritmo bruciante di Toivonen, non c’era nulla che l’uomo di Peugeot potesse fare. Henri ha fatto davvero l’ultima notte di MonteCarlo alla massima velocità. E tornare ad essere primo fu quasi incredibile, specialmente se pensiamo a quanto tempo si era perso in questo incidente.

Toivonen è stato spietato, ha vinto il Rally di MonteCarlo 1986 con un vantaggio di oltre 4 minuti. Non c’erano dubbi su chi fosse l’uomo più veloce nei rally. Il padre del finlandese, Pauli, non era solo orgoglioso della vittoria di suo figlio, ma anche sollevato. Il papà di Henri aveva vinto a malincuore lui stesso la vittoria di MonteCarlo vent’anni prima, quando le quattro vetture davanti a lui erano state discutibilmente squalificate per infrazione al faro. Come disse l’anziano Toivonen: “il nome di Toivonen era stato finalmente ripulito”.

Rally di MonteCarlo 2003: la tripletta delle Rosse di Francia

La Citroën, ed in particolare Loeb, avevano un conto aperto con il Montecarlo. Le rosse di Francia hanno saputo saldarlo con un’autorevole tripletta, giunta alla fine di tre giornate appassionanti. Il rally inaugurale della stagione iridata si è corso su strade insidiosissime e ricche di trabocchetti, dove in molti hanno pagato pegno. Come nel caso di Gronholm, in testa fino a metà gara e rimasto attardato di mezzora per una riparazione in prova, o delle due Subaru, con Solberg e Makinen usciti sulla medesima speciale.

Abituati alle disarmanti triplette della Peugeot, scorrendo la classifica finale di questo Montecarlo 2003 si ha l’impressione di essere come di fronte ad un déja vu, una tabella riciclata a cui abbiano cambiato solo i nomi dei protagonisti. In realtà si è trattato di una gara estremamente combattuta, in particolar modo nelle prime due frazioni.

Sulle ali dell’entusiasmo per la messe di titoli dello scorso anno, Provera e la Peugeot hanno dato un taglio alla diplomazia prudenziale ed hanno lanciato bellicosi propositi. Ad interpretarli, Marcus Gronholm e la sua 206 che hanno subito gelato gli avversari sui blocchi di partenza, lasciando anche i compagni di team alle prese con qualche crisi esistenziale.

Richard Burns è andato in affanno nella scelta delle gomme ed è parso in evidente difficoltà per i numerosi cambi di aderenza. Mentre Gilles Panizzi, penalizzato ancor prima di partire, ha perso completamente tranquillità e concentrazione, precipitando sempre più a fondo. Le strade della prima frazione hanno inoltre messo in difficoltà tutti.

Il ricco menù ha offerto testacoda, toccate più o meno veniali, escursioni nei campi, uscite in fossi e dirupi. Quasi nessuno ne è rimasto immune, tranne alcuni rari fortunati come lo stesso Gronholm, che se l’è cavata con qualche spavento. Il conto più salato è toccato alla Subaru. Vettura e piloti hanno dimostrato una forma smagliante, peccato che prima di fine giornata Petter Solberg e Tommi Makinen siano usciti quasi in contemporanea, mettendo subito la parola fine al loro Montecarlo.

Con il progressivo migliorare delle condizioni della strada, ed un grip che si andava facendo più omogeneo, le Citroën sono poi salite in cattedra. Loeb ha cominciato a macinare le sue stupefacenti prestazioni, imitato qua e là dal suo nuovo capitano Colin McRae. La sfida si è quindi fatta entusiasmante, con il campione finlandese che per opporsi cercava di sfruttare al massimo i cambi di ritmo imposti dal verglas.

A metà della seconda giornata è arrivata la svolta. Ormai sotto attacco della coppia Citroën, sempre più vicina, Marcus Gronholm ha reso alla sorte quanto aveva ricevuto il giorno prima. In una innocua bottarella sulla discesa del Col de Bleine, ha rotto la testina dello sterzo ed ha dovuto fermarsi mezzora per una miracolosa riparazione in prova. L’alsaziano si è così ritrovato tra le mani una leadership salda quanto la piazza d’onore dello scozzese suo compagno di squadra.

Il trionfo sarebbe poi stato completato da un Carlos Sainz apparso in crescendo. Tranquillo terzo alla fine della seconda tappa, il madrileno ha prima dovuto cedere la posizione per un problema tecnico, salvo poi tornare a sopravanzare la Focus di Markko Martin proprio in dirittura d’arrivo.
Questo successo meritato, restituisce a Sebastien Loeb quel trofeo strappatogli lo scorso anno a bocce ormai ferme.

E dà ancora più peso alle ambizioni della Citroën, che sembra avere davvero tutte le carte in regola per tentare la scalata iridata, in un Mondiale Costruttori che si annuncia molto combattuto. Per non parlare della corona piloti, che potrebbe rivelarsi oggetto di una corsa ancora più avvincente. Con un Gronholm determinatissimo, un McRae veloce come sempre e sereno come non mai, ed un Solberg ancora un po’ falloso ma sempre pronto a vendere l’anima al diavolo pur di stare davanti a tutti. Ci sarà da divertirsi.

Rally di MonteCarlo 2002: scontro generazionale

Un Montecarlo decisamente asciutto, con un percorso noioso e povero di quelle variabili che sono il sale di questa gara, è stato dominato dalla Xsara di Loeb. Come prestazioni, il giovane francese ha piegato tutti, anche la strenua resistenza di un Tommi Makinen più determinato che mai a lanciare la sua sfida alla leggenda. Il successo però non si è deciso sulla strada, ma tra appelli, ricorsi e sospensioni, con l’ultimo colpo di teatro avvenuto alcuni giorni dopo l’effettiva conclusione del rally. Loeb paga per un errore della Citroën e la vittoria va al nuovo “capitano” Subaru. Al di là di tutto, si è assistito comunque al primo vero duello tra il pilota più forte degli ultimi anni ed il suo probabile erede.

Molti sostengono che le polemiche e le contestazioni siano il termometro della vitalità e dell’interesse di uno sport, una tesi con un fondo di verità che però difficilmente può trovare conforto nel Mondiale rally. Dove i ricorsi e soprattutto le decisioni prese a tavolino ormai si stanno succedendo ad un ritmo impressionante.

È chiaro che la serie iridata ha bisogno di regole più chiare ed uniformi, ma soprattutto di giudici sportivi all’altezza della situazione. Perché la controversia che ha coinvolto ancora una volta la Citroën, rea di aver sostituito le gomme in un parco assistenza in cui era vietato, doveva essere risolta subito.

Rimandare la decisione finale di quasi una settimana, con la conseguenza di vedere poi cambiato il nome del vincitore della gara, è un altro contributo alla demolizione della credibilità di questo sport.

Il podio finale ha comunque incoronato Loeb e, indipendentemente dalla decisione che è stata presa, “Seb” è stato il vero vincitore sul campo. Su un terreno quasi interamente asciutto, fatta eccezione per qualche isolata porzione di umido o di verglas, il pupillo di Frequelin ha saputo esaltare le doti della Xsara WRC e sfruttare il perfetto equilibrio della vettura, che consente di gestire al meglio i pneumatici anche nelle situazioni più critiche.

Il giovane francese è stato graziato da un difetto di costruzione dei motori Citroën, probabilmente nella fase del trattamento termico. Il suo propulsore si è infatti spaccato nel corso dello shakedown, così che l’assistenza ha potuto sostituirlo con quello di scorta, proveniente da un altro lotto. Mentre i suoi compagni di squadra Radstrom e Bugalski si ritrovavano a piedi ancora prima di arrivare a Digne, Loeb ha così potuto proseguire.

In avvio ha affrontato con prudenza i primi ed insidiosi chilometri del Col de Garcinets. Già dal quarto tratto cronometrato ha però iniziato a fare il vuoto, materializzando il suo attacco a Sisteron e sulla prova di Toudon, con il solo Makinen che è riuscito a tamponarne l’azione dirompente. Il giovane francese ha stupito per la sua freddezza, fuori ma soprattutto dentro l’abitacolo, ed ha dosato con parsimonia traversi ed altri numeri spettacolari, che ha concesso solo quando era strettamente necessario.

Ha cercato di mantenere le linee più efficaci e produttive, mentre nei tratti ghiacciati ha sempre alzato il piede evitando accuratamente ogni derapata per cercare di avere le quattro ruote “in tiro” e riguadagnare in uscita di curva quello che aveva perso in ingresso. E soprattutto eliminando ogni possibilità di rischio, pur incappando in un paio di testacoda di troppo.

Nel primo giro sul Turini, Loeb ha lasciato qualche secondo per aver sbagliato le gomme. Ma ha poi saputo riprendersi prontamente anche nella scelta delle “scarpe”, senza mai chiudersi sulla difensiva. Così è riuscito a stoppare le ultime sfuriate del quattro volte campione del mondo, autore di una gara finalmente degna del suo palmares.

Con tutti gli inseguitori che non hanno saputo fare altro che affondare lentamente, il solo a non deporre le armi è stato proprio Tommi Makinen. Le sue traiettorie si sono dimostrate sempre perfette ed estremamente efficaci. Il finnico ci ha provato fino alla fine, facendo capire di non aver faticato a prendere le misure alla sua nuova vettura.

Peccato che l’esito della sfida si sia giocato “a tavolino”. La Citroën ha commesso un errore da dilettanti allo sbaraglio, sostituendo le gomme sulla vettura del francese all’assistenza serale del sabato, dove non era consentito. Gli avversari hanno presentato reclamo, che è stato accolto ed ha portato ad una penalità di due minuti.

A questo punto la Citroën ha opposto ricorso e la sanzione è stata sospesa. Rinviando l’ufficializzazione della classifica a dopo la discussione dell’appello davanti alla commissione giudicante della Fia. Prima di entrare in aula la Citroën ha però fatto marcia indietro, rinunciando all’appello e accontentandosi della piazza d’onore.

La vicenda ha amareggiato moltissimo il pilota di Puuppola. L’esito gli è stato favorevole ma quella che gli è stata restituita è una vittoria “monca” di ogni soddisfazione. Un brutto epilogo per quello che forse è stato il primo vero scontro generazionale tra il dominatore dell’ultimo decennio ed il pilota indicato dai più come il suo erede per gli anni Duemila

Storie di Rally: giochi con la neve a MonteCarlo

Alcune idee furono più fantasiose di altre e nei primi anni Ottanta davanti a tutti ci fu la Lancia, dato che la squadra italiana schierava la 037 Rally con trazione posteriore, uno svantaggio considerevole in termini di grip complessivo rispetto alla rivoluzionaria Audi Quattro con trazione integrale.

L’eterno problema posto dal Rally MonteCarlo – come recuperare terreno velocemente quando alcune tappe sono metà con neve e metà asciutte – ha portato a numerose soluzioni nel corso degli anni. Tra queste un pneumatico senza borchie creato da Pirelli in modo specifico, utilizzato da Carlos Sainz per vincere il Monte nel 1995.

Alcune idee furono più fantasiose di altre e nei primi anni Ottanta davanti a tutti ci fu la Lancia, dato che la squadra italiana schierava la 037 Rally con trazione posteriore, uno svantaggio considerevole in termini di grip complessivo rispetto alla rivoluzionaria Audi Quattro con trazione integrale.

Ma la Lancia arrivò prima e terza nel 1983 (grazie a Walter Rohrl e Markku Alen) davanti alle due Audi ufficiali. Questo in parte per via delle condizioni senza ghiaccio a fine gennaio – che potrebbero o meno aver avuto a che fare con i camion noleggiati da Lancia per spargere il sale nelle varie tappe…

Ma questo non risolse il problema della neve in cima ai Cols e, anche se non esplicitamente proibito, spargere il sale era di certo contrario allo spirito dello sport. Quindi, per battere i rivali a trazione integrale, la Lancia dovette fare qualcosa di diverso – e per avere ispirazione guardarono alla Formula 1.

Strategia a una o due soste?

La soluzione su fare un pit stop ‘live’ sulle lunghe tappe dove c’era neve in cima alle montagne, ma strade asciutte che portavano fin là. Al punto scelto nella tappa, le macchine si sarebbero fermate per sostituire le slick Pirelli da asciutto con pneumatici invernali con borchie per affrontare la neve: traendo vantaggio da entrambe le mescole. Se necessario, la strategia poteva persino essere ripetuta scendendo dalla montagna, dove la neve lasciava di nuovo spazio all’asfalto.

Questa soluzione geniale fu frutto della mente del team principal Cesare Fiorio e, anche se non fu particolarmente efficace – i ‘pit stop’ potevano richiedere fino a un minuto – sicuramente creò un precedente e si dimostrò un esempio brillante di tattica fuori dal box (anche se nessun altro team la sperimentò).

La sosta più veloce del team ufficiale nel 1983 fu quella di 49 secondi di Markku Alen: fu la Lancia più rapida sulla tappa di 26 chilometri da Pinet a Uriage les Bains, dove furono sperimentati per la prima volta i pit stop, stabilendo il quinto miglior tempo assoluto. Nel 1985, i tempi dei pit stop scesero a circa mezzo minuto.

Ricorda Rohrl: “All’inizio ci furono grandi discussioni ma fummo costretti a farlo: senza borchie, non saremmo riusciti a salire sulla collina. Io fui il primo e fu tremendo stare lì seduto a metà tappa per un minuto, senza far niente. Ma c’era un’atmosfera fantastica, con tutti gli spettatori e i giornalisti, proprio come in una pit lane!”.

Ed ecco un’idea di cosa doveva essere:

Ritorno ai box

La Lancia continuò a utilizzare questa insolita strategia fino al 1986, quando i regolamenti del WRC furono resi più severi e le ‘pit crew’ mobili furono rimandate definitivamente nei loro box (o, per meglio dire, nelle aree di servizio). Ma nel frattempo ci furono successi degni di nota: la celebre vittoria di Henri Toivonen nel Rallye Monte-Carlo 1986, con la Delta S4 e Pirelli, sfruttò i pit stop – e qui potete vederne uno ripreso da un elicottero:

Complessivamente, come sottolineò un giornalista: “In termini di risultati complessivi questa idea portò a poco, ma dimostrò la genialità di Cesare Fiorio ed ebbe l’effetto di demoralizzare i rivali, più che in termini di tempi effettivi”.

Cosa interessante, solo un paio di anni fa, i pit stop live durante le tappe tornarono di nuovo nel WRC come modo potenziale per fornire una dimensione extra. L’ex-pilota Michèle Mouton, ora manager WRC per la FIA, disse che il governo dello sport li avrebbe presi in considerazione – ma il progetto fu poi accantonato.

Ma questa tattica potrebbe comunque rivelarsi utile a Monte-Carlo, dove ci sono sempre in gioco grandi guadagni e perdite, a seconda della scelta del pneumatico. Per ironia. Il pneumatico più veloce è spesso quello che non sembra ideale in nessun posto, dato che tende a indicare un buon compromesso tra neve e asflato asciutto. E, con le previsioni di tanta neve al Monte di quest’anno, con Pirelli che ritorna nel WRC dopo un anno di assenza, numerosi piloti vorranno riportare indietro le lancette e tornare ai giorni gloriosi dei pit stop della Lancia.

WRC 1995: quel Rally MonteCarlo vinto senza chiodi

Fra le mani di Sainz: il volante della Subaru Impreza 555. Ai piedi della quale ecco i pneumatici Pirelli P Zero, che già l’anno precedente avevo fatto sfiorare allo spagnolo un nuovo titolo nel WRC, perduto per un’uscita di strada a poche curve dal termine del rally finale di stagione, in Gran Bretagna. Ma ora siamo nel 1995…

E con l’aggravante di un fondo asfaltato che tende a trasformarsi in superficie innevata, o ghiacciata. O spesso con quelle macchie di verglas (ghiaccio nero, lo chiamano i francesi) che appaiono a tradimento su una strada fino a quel momento magari completamente asciutta, con i rischi e i brividi che è facile immaginare specialmente se moltiplicate dalle velocità di cui sopra. Logico, quindi, che sui tornanti del Montecarlo i pneumatici recitino una parte di importanza ancora maggiore rispetto al solito.

Fine gennaio 1995: proprio come adesso. Quando il rally del Principato scatta, il freddo di alcune edizioni storiche della gara che tradizionalmente apre il Mondiale Rally sembra un ricordo lontanissimo. La condizione piace molto a Carlos Sainz: non l’omonimo che guida oggi in Formula 1, bensì suo padre, a quei tempi stella di primissima grandezza dei rally iridati che l’avevano eletto campione del mondo nel 1990 e due anni dopo.

Fra le mani di Sainz: il volante della Subaru Impreza 555. Ai piedi della quale ecco i pneumatici Pirelli P Zero, che già l’anno precedente avevo fatto sfiorare a Sainz un nuovo titolo iridato, perduto per un’uscita di strada a poche curve dal termine del rally finale di stagione, in Gran Bretagna.

Il Sainz che si presenza a MonteCarlo non ha in testa ipotesi tattiche: vuole vincere. Deve vincere, per fare capire al mondo dei controsterzi che quella sarà la sua stagione. Carlos è testimonial perfetto diPirelli: ha offerto, l’anno precedente, un contributo decisivo allo sviluppo della gamma P Zero da rally che in alcune situazioni ha fatto la differenza in positivo rispetto alla concorrenza.

Soprattutto sul fronte della versatilità e dell’aderenza in condizioni ad altissima scivolosità. E per quel MonteCarlo, Pirelli ha in serbo un pneumatico speciale, siglato RT95 e contraddistinto da una particolarità unica per le condizioni da domare sui tornanti a nord del Principato: non è chiodato. A gestire la massima aderenza su superficie innevata o ghiacciata, soltanto un comune battistrada; ma con una costruzione tecnica e una mescola termica capaci di resistere anche all’aggressività del comune asfalto asciutto o bagnato.

In termini rallystici, una rivoluzione copernicana. A MonteCarlo, le prove speciali dell’ultima notte di gara sono quasi tutte spalmate fra la salita verso un passo alpino e la successiva discesa fino al traguardo. Su salita e discesa si può trovare qualsiasi condizione: asfalto asciutto; asfalto umido o bagnato. ghiaccio, neve.

Ma in cima al passo, ghiaccio e neve sono una certezza. E questa combinazione, utilizzando pneumatici chiodati, obbliga a un compromesso molto difficile: in cima, su neve, tutto bene; ma nei tratti non innevati bisogna andare piano, pena la perdita di un numero di chiodi che renderebbe un dramma lo scollinamento.

Ultima notte del rally. Sainz la affronta al comando della classifica. Quando il percorso raggiunge la base del mitico Col du Turini, le condizioni stradali sono davvero un punto interrogativo: salita con asfalto bagnato; quattro km abbondanti di neve in cima al colle; discesa umida all’80 per cento; asciutti soltanto i tre km finali della prova speciale.

Pronti, via! E Sainz sale in cattedra. Vola letteralmente sui tratti senza neve. Riduce i danni sul ghiaccio in cima al Colle grazie alla mescola termica che assicura comunque buona aderenza. Al traguardo, 17″ di vantaggio rafforzano il suo primato sull’avversario numero 1 in gara, il francese Francois Delecour con la sua Ford Escort Cosworth.

È la prima volta che un pilota ha osato affrontare il Turini parzialmente innevato senza chiodi, quindi con un pneumatico strettamente imparentato con quelli di normale produzione. Sainz l’ha fatto e ha vinto da campione un Rally Montecarlo da leggenda.

Jonny Hallyday e quel Rally di MonteCarlo Rock

Dopo una gara combattuta arriverà nel Principato da trionfatore Rauno Aaltonen con la Mini Cooper davanti alla Lancia Fulvia di Ove Andersson ed alla Porsche 911 di Vic Elford, appena fuori dal podio la Fulvia di Leo Cella e la Flavia di Sandro Munari. Ma noi parliamo di Jonny Hallyday.

Provate ad immaginare Adriano Celentano che, negli anni d’oro, corre il Rally di Sanremo. Ne avrebbero parlato dovunque, per giorni e giorni. Ed invece il “molleggiato” a Sanremo ci è andato sempre e solo per il Festival della canzone. Invece i francesi una cosa del genere l’hanno fatta: nel 1967 Johnny Hallyday, all’epoca sulla cresta dell’onda anche per il matrimonio con la cantante e soubrette Sylvie Vartan, corse il Rally di Monte Carlo su una Mustang iscritta ufficialmente da Ford France, come navigatore di Henry Chemin, Direttore del reparto competizioni della filiale transalpina.

Dopo una gara combattuta arriverà nel Principato da trionfatore Rauno Aaltonen con la Mini Cooper davanti alla Lancia Fulvia di Ove Andersson ed alla Porsche 911 di Vic Elford, appena fuori dal podio la Fulvia di Leo Cella e la Flavia di Sandro Munari.

Ma, ovviamente, le vicende per la vittoria non interessano all’equipaggio Chemin-Hallyday partito da Reims con il numero 105 sulle fiancate (erano 221 gli equipaggi quell’anno). Nell’elenco iscritti dietro di loro figura la Citroën DS21 di due sconosciuti partiti anche loro da Reims, si chiamano Guy Verrier e Jean-Claude Syda. Il cantante dagli occhi di ghiaccio qualche mese dopo spiegherà tutto: “Erano due cinture nere di judo che avevano il compito di seguirmi come guardie del corpo…”.

Jonny Hallyday e quel Rally di MonteCarlo Rock
Jonny Hallyday e quel Rally di MonteCarlo Rock

La marcia di avvicinamento prevede i passaggi per Amsterdam, Bruxelles e Liegi, in ogni città per Johnny è un bagno di folla ed a Liegi a rimetterci è la Mustang che si ritrova senza placca con i numeri e senza fendinebbia. I due della DS21 devono entrare in azione mentre Hallyday (all’anagrafe Jean Philippe Smet) fugge dalla calca sulla vettura di un altro concorrente…

Non va meglio in Francia: a Poitiers deve chiudersi dentro una concessionaria Ford per non essere travolto dai fans, ai CO sta rintanato in macchina e si presenta al tavolino all’ultimo secondo per sottrarsi alla folla. A fine seconda tappa la Mustang rompe il ponte posteriore ma Chemin chiama Parigi e ne fa portare uno nella notte a Riez, dove il giorno dopo ci sarà l’assistenza.

Qui la vettura americana arriva sui cerchi dato che i due pneumatici posteriori sono scoppiati: in meno di venti minuti i meccanici cambiano il ponte e rimettono in ordine il posteriore permettendo a Chemin ed Hallyday di proseguire la gara. In assistenza, però, viene montato per sbaglio un pneumatico non regolare ed a Chambery i commissari, inflessibili (o forse fans di Gilbert Becaud e Charles Aznavour?), squalificano la Mustang numero 105. “Ci hanno impedito – disse il cantante – di provare ad entrare tra i primi sessanta che avrebbero affrontato l’ultima notte della gara. Non so se ce l’avremmo fatta ma sarebbe stato bello provarci…”.

Un Rally MonteCarlo di difficoltà e sorprese da storia

Lo stupore di tutti, in quel Rally di MonteCarlo ricco di difficoltà e di sorprese, si era a poco a poco tramutato in timore, in paura che il ”Drago” facesse il miracolo, che ”Il Maestro” gli segnalasse senza errori le traiettorie vincenti. Impossibile. Con quel gelo polare, con il ghiaccio sulla strada, con il buio della notte a proteggere il vantaggio delle Alpine e delle Porsche.

Il Rally di MonteCarlo è sempre stata la gara più importante per i piloti e per le Case. Basti pensare che la Lancia Fulvia doveva uscire di produzione proprio in quel periodo, ma la prima vittoria del MonteCarlo con Sandro Munari le allungò la vita di cinque anni e di cento e sessantamila esemplari prodotti, di cui solo cinquantamila furono venduti dopo il successo del Drago di Cavarzere.

In quel periodo, chi arrivava primo diventava il pilota di riferimento con la vetture più competitiva. Corsa difficile quella sulle strade monegasche. Davvero imprevedibile. Completa. Partiva con l’asciutto, passava alla pioggia o alla neve e non potevi cambiare le gomme. Poi ghiaccio. Glass lo chiamano i francesi.

A sorpresa, nel gelido gennaio del 1972, la Fulvia HF numero 14 di Munari-Mannucci era rimasta aggrappata alle prime posizioni della classifica. Controllo orario dopo controllo orario, prova speciale dopo prova speciale: i rivali non riuscivano a scrollarsela di dosso. E alla vigilia del tratto decisivo, sul temibile Col de Turini, era ancora lì.

Lo stupore di tutti si era a poco a poco tramutato in timore, in paura che il ”Drago” facesse il miracolo, che ”Il Maestro” gli segnalasse senza errori le traiettorie vincenti. Impossibile. Con quel gelo polare, con il ghiaccio sulla strada, con il buio della notte a proteggere il vantaggio delle Alpine e delle Porsche.

Impossibile, ma vero: un tornante, due, tre. Le ruote della Fulvia che restano incollate a terra, che all’uscita dalle curve prendono incredibilmente slancio per ripartire ancora più forte. Munari che pennella le traiettorie, Mannucci che anticipa ogni rischio. Un miracolo. Un capolavoro che resterà per sempre nella storia dell’automobilismo. Il 28 gennaio del 1972 tutto è finito: al traguardo non ci sono le Alpine, con la meccanica distrutta da una prova troppo difficile.

Quasi non ci sono le Porsche, fatte salve quella di Gérard Larousse (secondo) e di Claude Haldi (tredicesimo), finite fuori strada senza riuscire a controllare la potenza del motore. In vetta al ”Monte” c’è lei, la vecchia Fulvia HF 1600 di Munari-Mannucci. La vittoria più grande, più straordinaria, più inimmaginabile nella storia del rallismo. È del 1976, con la Stratos, l’impresa più difficile di Munari, assistito da Silvio Maiga. Non esistono i cellulari, non c’è internet per seguire le previsioni meteo satellitari.

Il massimo della tecnologia è un walkie-talkie per comunicare via radio con un informatore in cima al Col de Turini. Lo avvertono che piove e sceglie le gomme di conseguenza. Mentre sta timbrando, richiamano allarmatissimi perché ha cominciato a nevicare. È troppo tardi.

Non c’è tempo per montare le chiodate. Munari ha quattro minuti di vantaggio. Parte, spinge più che può per arrivare in cima prima della bufera. Troppo tardi anche questa volta. Aveva pneumatici larghissimi che galleggiavano, sembrava di timonare una nave in mezzo a una tempesta. Viaggiava sul ciglio della strada per mettere le ruote sull’erba. Il vantaggio se ne va tutto, ma Munari torna in testa nelle PS successive.

Quello di MonteCarlo è un rally che presenta una grande varietà di condizioni, come l’asfalto asciutto, bagnato, ghiaccio, neve fresca e spesso tutte queste condizioni sono presenti anche in un’unica tappa. Naturalmente, tutto ciò va ad incidere sulla scelta degli pneumatici e del settaggio della vettura, ogni pilota infatti decide per sé scegliendo le variazioni che più ritiene giuste per affrontare la macchina.

Da questo punto di vista, si distingueva il finlandese Tommi Makinen, vincitore di questo rally per quattro volte e che, ogni volta, stupiva tutti per le scelte (vincenti) degli pneumatici da utilizzare. Anche Hannu Milkkola è stato un ottimo interprete di questa gara. Lo stage più importante parte da La Bollène-Vésubie per concludersi a Sospel, passando per una stretta strada di montagna tutta tornanti.

Di qui, si passa sul Col de Turini, che normalmente è ghiacciato o innevato in questa fase dell’anno. Gli stessi spettatori spesso buttano neve sulla strada, condizione che, ad esempio, ha penalizzato, nel 2005, Petter Solberg e Marcus Gronholm, che sbandando su neve fresca, sono andati a sbattere contro un muro.

Mentre Marcus riesce a ripartire (finendo quinto), i danni subiti dalla Subaru Impreza WRC di Petter lo costringono al ritiro. Tradizionalmente, la prova speciale del Col Turini si disputa in notturna e dà vita alla cosiddetta ”Notte del Turini”, o ”Notte dei lungi coltelli” un valzer di fasci di luce emessi dalle vetture in passaggio nella notte. Bellissime storie da Rally MonteCarlo.

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Cartoline dal passato: notte magica a La Fonte d’Urle

Le operazioni sono orchestrate da Ninni Russo e messe in pratica da Rino Buschiazzo e Paolo Dal Sasso con l’ausilio di tecnologie derivate dalle esperienze nel Mondiale Endurance. Un crick rapido come quelli da pista ed una pistola sperimentale in grado di svitare contemporaneamente i cinque bulloni di fissaggio della ruota, agganciata ad un potente compressore alloggiato nel furgone di assistenza, permettono di eseguire le operazioni di sostituzione dei quattro pneumatici in appena 46”

Il Monte-Carlo 1984 propone, il 24 gennaio, un inizio di gara da brividi con i 14 chilometri completamente innevati della PS inaugurale, quella di Veniper, partita in perfetto orario alle 20.32, cui sono seguiti i 44 chilometri della leggendaria, monumentale, velocissima e temibile Chartreuse, senza ombra di dubbio una delle speciali più difficili ed iconiche del Rally più famoso del mondo.

Per la Lancia, questo inizio gara è un incubo. Neve e ghiaccio la fanno da padrone e contro le Audi a trazione integrale di Blomqvist, Röhrl e Mikkola non c’è nulla da fare, il distacco medio è di circa 3 secondi al chilometro.

Si cerca di limitare i danni sfruttando al massimo ingegno ed esperienza, doti che agli uomini dell’Abarth non mancano. Si ripete quindi l’esperienza del 1983: cambio gomme in prova speciale. È Martedì 24 Gennaio ed è circa mezzanotte quando parte la PS nr 3, quella che porta da Saint Jean en Royans a La Cime du Mas, 39 chilometri di insidie nemmeno tanto nascoste da percorre tutte d’un fiato. Il Pit Stop è previsto al bivio de La Font d’Urle, dopo un’ascesa di 14 chilometri di asfalto umido cui seguiranno 25 chilometri completamente innevati.

Il mitico Rino Buschiazzo, meccanico del team italiano
Il mitico Rino Buschiazzo, meccanico del team italiano

Le operazioni sono orchestrate da Ninni Russo e messe in pratica da Rino Buschiazzo e Paolo Dal Sasso (in foto con la pistola smonta gomme) con l’ausilio di tecnologie derivate dalle esperienze nel mondiale Endurance. Un crick rapido come quelli da pista ed una pistola sperimentale in grado di svitare contemporaneamente i 5 bulloni di fissaggio della ruota, agganciata ad un potente compressore alloggiato nel furgone di assistenza, permettono di eseguire le operazioni di sostituzione dei quattro pneumatici in appena 46” per Bettega, 53” per Alen ed 1’04” per Andruet.

Markku, nei nei primi 12 chilometri, velocissimi ed adatti alla 037 fino all’abitato di Bouvante le bas, aveva praticamente preso l’Audi di Röhrl partito un minuto prima di lui. Dopo il cambio gomme lo raggiungerà di nuovo sorpassandolo e chiudendo con oltre un minuto di vantaggio. Un operazione perfettamente riuscita ma vanificata dalla brutta uscita di strada della Porsche 911 SC numero 33 dei coniugi Jean Paul e Brigitte Ayme che causavano l’annullamento della PS per permettere ai soccorsi di intervenire rapidamente. Ancora una volta però, i ragazzi dell’Abarth avevano risposto alla chiamata, eseguendo le operazioni in modo pressoché perfetto.

L’uomo batte la macchina: la stagione 1983

Dopo le prime prove, che portano i protagonisti da Aix Les Bains a Monaco, Mikkola ha 5′ e 54″ su Therier, 6′ e 12′ su Ragnotti, 6′ e 18″ su Frequelin. Distacchi abissali in grado di mandare in depressione qualsiasi capo tecnico delle squadre rivali. Ma non è tutto oro quello che luccica perché subito dopo iniziano i problemi anche per i tedeschi. La rivoluzione tecnologica c’è stata, inutile negarlo, ma c’è ancora qualche possibilità di successo se tutto fila come deve filare.

Sono passate da poco le 22 del 25 gennaio 1981, il Monte-Carlo è appena iniziato. Ci sono da percorrere i 14 chilometri tra Veniper e La Feclaz per avere il primo verdetto del cronometro. Alain Mahé chiama le note con incedere incalzante e Darniche fa urlare il V6 della Stratos tra due muri di neve gestendo le sbandate con abile maestria, quando all’improvviso vede un bagliore nello specchietto retrovisore. Non ci può credere, sono passati appena 9 chilometri dall’inizio della prova speciale e Mikkola che partiva un minuto dopo di loro è già lì.

La Quattro ha mangiato sei secondi al km alla Stratos… La leggenda della “Bête à Gagner” è cancellata, distrutta, demolita dal progresso tecnologico della corazzata tedesca, un umiliazione che si ripeterà per tutte le prime 6 prove speciali e che raggiungerà l’apice nella PS 2, dove nei 44 chilometri tra Chambery e Grenoble, Mikkola raggiunge e sorpassa anche il campione del mondo Ari Vatanen ed arriva attaccato al paraurti di Markku Alen.

Dopo le prime prove, che portano i protagonisti da Aix Les Bains a Monaco, Mikkola ha 5′ e 54″ su Therier, 6′ e 12′ su Ragnotti, 6′ e 18″ su Frequelin. Distacchi abissali in grado di mandare in depressione qualsiasi capo tecnico delle squadre rivali. Ma non è tutto oro quello che luccica perché subito dopo iniziano i problemi anche per i tedeschi. Tra noie di gioventù, errori di inesperienza durante le assistenze e qualche errore di troppo di Mikkola, alla fine il successo va a Ragnotti-Andrie e la loro Renault 5 Turbo.

La rivoluzione tecnologica c’è stata, inutile negarlo, ma c’è ancora qualche possibilità di successo se tutto fila come deve filare. Ed è forse questo pensiero che ha fatto vedere un po’ di luce a Cesare Fiorio e Giorgio Pianta che hanno messo in cantiere la nuova arma dell’Abarth per cercare di ritornare sul tetto del Mondo: la 037. Ormai è tardi per virare sulle quattro ruote motrici, si arriverebbe troppo in ritardo e con tecnologie obsolete. Per questo si lavorerà su un progetto completamente nuovo che porterà alla nascita della S4.
Arriviamo così al 1983, anno in cui si consuma la sfida finale tra Lancia ed Audi, tra vecchia e nuova generazione di auto, tra 2RM e 4WD.

Per portare a casa questo mondiale, in Abarth le pensano tutte, il gruppo di lavoro è determinato ed affiatato, remano tutti nella stessa direzione ed i piloti non sbagliano mai un colpo. Doppietta a Montecarlo, vittoria in Corsica, Grecia e Nuova Zelanda, una marea di piazzamenti sul podio e poi il tripudio finale, il sigillo sul Mondiale Costruttori nella gara di casa con una tripletta ottenuta con le unghie e con i denti, utilizzando qualsiasi stratagemma per mandare le cose dal verso giusto.

Così si inizia con il buttare quintali di sale sulle strade del Monte-Carlo per sciogliere la neve e creare un terreno di caccia perfetto per le 037 fino ad arrivare al Sanremo dove vengono inviati 4 muletti da far passare prima della partenza effettiva delle Speciali così da pulire dalla ghiaia le strade e ridurre i distacchi dalle Quattro. Il resto lo hanno fatto un assistenza perfetta in ogni occasione, grazie anche ad una progettazione della macchina pensata proprio per avere la massima facilità di intervento ed una organizzazione sopraffina.

Questo Mondiale non è la vittoria di un singolo, ma di una equipe di persone in gamba messe al posto giusto. Non sarebbe stato possibile senza Fiorio, Pianta, Ninni Russo ed Arnaldo Bernacchini, non sarebbe stato possibile senza i ragazzi e non sarebbe stato possibile senza la collaborazione di tutti i piloti e del Jolly Club. Per riassumere la situazione, non c’è migliore battuta di quella fatta da Giorgio Pianta ad un dirigente Audi a fine Sanremo: “ per vincere il prossimo anno avete pensato che vi servisse Walter Röhrl, ma vi sarebbe bastato prendere Giorgio Pianta, sareste stati più sicuri ed avreste speso di meno”.

Papa Wojtyla benedice i rallysti in piazza San Pietro

Nonostante l’ora, il freddo pungente e una spolverata di nevischio, che ha cominciato a cadere poco prima della partenza, i diciannove equipaggi delle auto concorrenti sono stati accolti da una folla festosa di circa tremila persone. Verso le 8,35, da una finestra aperta al terzo piano del palazzo pontificio, è apparso Papa Wojtyla, salutato dagli applausi della folla.

Il 20 gennaio 1979 fa freddo anche a Roma. E, quel giorno, il maestoso silenzio di piazza San Pietro è stato infranto dal rombo delle vetture in partenza per il Rally di MonteCarlo. L’itinerario italiano, in sintonia con il prestigio della corsa, ha preso il via da uno dei luoghi di Roma più famosi nel mondo, al quale la presenza di Papa Wojtyla ha impresso un’impronta tutta particolare. Fin dalle 7,30 le vetture hanno cominciato a confluire nella piazza, incolonnandosi nel corridoio recintato da transenne.

Nonostante l’ora, il freddo pungente e una spolverata di nevischio, che ha cominciato a cadere poco prima della partenza, i diciannove equipaggi delle auto concorrenti sono stati accolti da una folla festosa di circa tremila persone. Verso le 8,35, da una finestra aperta al terzo piano del palazzo pontificio, è apparso Papa Wojtyla, salutato dagli applausi della folla.

Il Pontefice ha pronunciato un breve discorso, in cui ha esaltato i valori dello sport: “Carissimi automobilisti – ha esordito Papa Wojtyla, capo della Chiesa cristiana – accolgo volentieri il desiderio dei vostri organizzatori di benedire la partenza di questa corsa”. L’incontro ha dato al Papa lo spunto per ricordare, con lieve accento nostalgico, la sua patria natale: “Voi vi muovete da qui, come da altre capitali e dalla sempre amata città di Varsavia. Vi ringraziamo di questa significativa manifestazione in piazza San Pietro. Lo sport non è solo ragione di uno stile di vita, motivo di prestigio e di onorevoli prestazioni, contraddistinte dalla vostra lealtà e probità, ma è anche un impegno per le conquiste vere e durature, le vittorie dello spirito che devono avere sempre il primato. Vi arrida la buona fortuna, vi accompagni la benedizione della Madonna della strada e anche la mia benedizione”.

Papa Wojtyla benedisse nel 1979 i rallysti italiani
Papa Wojtyla benedisse nel 1979 i rallysti italiani

Salutando con ampi gesti i piloti che cominciavano a prendere posto sulle vetture, il Papa ha detto in segno di augurio: “Buona strada!”. Il campione del mondo Markku Alen, che aveva accanto il navigatore Ilkka Kivimaki, si è avvicinato lentamente per primo sulla linea di partenza con la sua Fiat 131 Abarth Alitalia. Alen soffriva da alcuni giorni per una forma influenzale che aveva colpito l’intestino.

Infatti, confermò: “Purtroppo non sto ancora bene, mi sto sottoponendo a una energica cura di punture. È la prima volta che mi capita un contrattempo del genere in gara. Ma il MonteCarlo è troppo importante. Mi aiuterà anche la volontà di rimettermi rapidamente”. Tranquillo era Attilio Bettega, che affrontava per la prima volta il Rally di Montecarlo al volante della Fiat Ritmo Abarth Alitalia (nell’immagine Photorally), anch’essa esordiente e attesa alla prova come la più interessante novità della corsa.

Quelle 5 clamorose edizioni del Rally MonteCarlo

La minuscola Mini, che rappresentava il coraggio e la sfida per i britannici, vinse il Rally MonteCarlo tre volte negli anni Sessanta contro un’opposizione che faceva sembrare la sfida delle Mini simile alla storia di Davide e Golia. Ma ovviamente non c’è solo quella storia datata 1966 ad ”urlare vendetta” nella storia della gara monegasca…

Se si vuole azione e suspense, bisogna fermarsi al Campionato del Mondo Rally e in particolare il Rally MonteCarlo. Nel corso degli anni non sono mancati i colpi di scena, anche clamorosi, al rally del Principato di Monaco, fiore all’occhiello del WRC di ieri e di oggi. Forse è per questo che il “Monte” è quello che tutti vogliono vincere, e in più di 100 anni di storia – il primo Rally MonteCarlo fu disputato nel 1911 – ha accumulato la sua giusta quota di “gialli”. Ecco cinque edizione del rally MonteCarlo indimenticabili.

1 1911, il MonteCarlo con 25 cavalli – Le odierne World Rally Car turbo da 1,6 litri hanno erogato circa 380 cavalli, ma il primissimo Rallye Monte-Carlo – che presentava partenze casuali in tutta Europa, prima dell’arrivo nel Principato – è stato vinto da un certo Henri Rougier, in una 25 -cavallo Turcat-Mery. Il vincitore non è stato necessariamente il primo ad arrivare al traguardo: i giudici hanno invece tenuto conto anche di fattori come le condizioni dell’auto quando è arrivata a Montecarlo, il comfort dei passeggeri e quanto gli è piaciuto il pilota. I criteri di successo in questi giorni sono un po ‘più specifici …

21966, le Mini e i fari dello scandalo – La minuscola Mini, che rappresentava il coraggio e la sfida per i britannici, vinse il Rally MonteCarlo tre volte negli anni Sessanta contro un’opposizione che faceva sembrare la sfida delle Mini simile alla storia di Davide e Golia. Avrebbero vinto quattro volte al “Monte”, se l’ufficialità gallica non fosse intervenuta. Gli organizzatori del rally dichiararono che i filamenti dei fari delle Mini che finirono prima, seconda e terza nel 1966 non erano regolamentari – e tutte e tre le vetture furono escluse, consegnando la vittoria alla Citroen. Il guidatore della Citroen, Pauli Toivonen – il padre di Henri – era così disgustato dal vincere a tavolino quella gara che si rifiutò di accettare il trofeo.

3 1979 La concretezza di Waldegaard – Le PS di MonteCarlo sono note per essere frequentate da una gran folla di appassionati francesi, un po’ partigiani, che non si fermeranno mai praticamente davanti a nulla per vedere vincere i loro eroi. Nel 1979, l’idolo locale Bernard Darniche vince per soli 6”, ma Bjorn Waldegaard dalla Svezia – che ha continuato finendo per vincere il Campionato quell’anno – è convinto che avrebbe vinto anche lì, se non avesse trovato misteriosamente un ponte nell’ultima giornata bloccato da un enorme blocco di cemento. Come diavolo ci sarà arrivato?

4 1985: contrattacco di Ari Vatanen – I copiloti sono lì per leggere le note a ritmo, ma soprattutto per fare superare indenni i controlli orari. Fai il CO prima o dopo e ne consegue una forte penalità di tempo: il peggior incubo di ogni navigatore. Nel 1985, l’incubo divenne realtà per Terry Harryman: copilota di Ari Vatanen nella Peugeot 205 T16. Forte di un ottimo vantaggio, Harryman ha timbrato in anticipo al CO a Gap, costatogli otto minuti, e ricollocando l’equipaggio a quattro minuti dalla testa con 16 PS alla fine. Imperterriti, hanno continuato a vincere: probabilmente il più grande contrattacco di sempre nella storia di questo sport. Harryman in seguito disse di aver sentito il bisogno di cambiare la sua tuta “più volte” durante le ultime PS …

52000: La Peugeot non si avvia – Non odiate quando la vostra macchina non si avvia in una mattina fredda? Ora immaginate che il mondo intero stia guardando e che sia in gioco l’orgoglio nazionale. Questa è stata la situazione un po’ imbarazzante che il team Peugeot ha dovuto affrontare quando è passato da potenziale vincitore del Rally di MonteCarlo ad essere deriso nel giro di pochi minuti. Le tre auto ufficiali erano state lasciate fuori durante la notte nel parco chiuso, pronte per iniziare il secondo giorno, tranne per il fatto che non lo fecero. Una ad una, ogni macchina si è rifiutata di accendersi: un’esperienza che il capo del team Corrado Provera descrisse come una “pubblica umiliazione”.

100 anni di Storie di Rally: le storie più belle su carta

100 anni di Storie di Rally arriva fino ai tempi più moderni del rallismo, quelli di Alex Fiorio e Giandomenico Basso emergenti nel Trofei Fiat Rally, o quelli ancor più recenti con i vari Andrea Aghini, Andrea Dallavilla, Marcus Gronholm, Paolo Andreucci, Jari-Matti Latvala, Petter Solberg, Richard Burns, Sebastien Loeb, eccetera, impegnati rispettivamente a cercare il proprio meritato momento di gloria.

Una storia, quella dei rally, raccontata in tante storie, 74 per la precisione e circa 200 brevi aneddoti. Il tutto raccolto in 280 pagine. Questo è “100 anni di Storie di Rally”, nuova opera curata da noi di Storie di Rally che abbiamo riadattato e trasferito su carta le storie più belle e più lette del sito, dopo averle riordinate in un percorso cronologico che – partendo da Carlo Abarth, un po’ più anziano del Rally di MonteCarlo, e passando attraverso storia e aneddoti sul Rally di Sanremo, Cesare Fiorio, Rally di Svezia, Lancia, Tour de Corse, Safari Rally, Sandro Munari, Ove Andersson, David Richards, Stig Blomqvist, Attilio Bettega, Walter Rohrl, Henri Toivonen, Miki Biasion, Carlos Sainz e molti altri – attraversa le varie epoche del rallismo internazionale e italiano.

“100 anni di Storie di Rally” arriva fino ai tempi più moderni del rallismo, quelli di Alex Fiorio e Giandomenico Basso emergenti nel Trofei Fiat Rally, o quelli ancor più recenti con i vari Andrea Aghini, Andrea Dallavilla, Marcus Gronholm, Paolo Andreucci, Jari-Matti Latvala, Petter Solberg, Richard Burns, Sebastien Loeb, eccetera, impegnati rispettivamente a cercare il proprio meritato momento di gloria. E poi c’è la contemporaneità. Giorni, quelli odierni, che raccontano di un italiano emergente, come Andrea Crugnola, di un italiano sul tetto del mondo, come Andrea Adamo, e della “scuola francese di rally” mestamente ritirata dal WRC. Ma non solo.

Storie trattate nel libro, aneddoti esclusi: Carlo Abarth, Rally di MonteCarlo, Virgilio Conrero, Rally d’Italia, Cesare Fiorio, Rally di Svezia, Lancia nei rally, Tour de Corse, La grande sfida di BMC, Safari Rally, Mini, Walter Rohrl, WRC, Rally del Marocco, Sandro Munari, La famiglia Scandola, Rally Nuova Zelanda, Campionato Autobianchi A112 Abarth, Ove Andersson, Rally del Portogallo, Lancia-Martini, Seat Panda 45 e rally, Miki Biasion, Stig Blomqvist, Audi Quattro, Peugeot 205 T16, David Richards e Prodrive, Gianni Delzoppo, Lancia Delta, Campionato Fiat Uno, Attilio Bettega, Ayrton Senna, Campionato Italiano Rally 1986, 2 maggio 1986.

E poi ancora: Rally della Lana 1986, Paolo Andreucci, Rally di Sanremo 1988, Tripletta Lancia 1989, 1000 Laghi 1990, Rally di Spagna 1991, Subaru Impreza 555, Trofeo Fiat Cinquecento, RAC 1997, Rally di Finlandia 1998, RAC 1998, Rally di Aosta 1998, Richard Burns, Ari Vatanen, Subaru Impreza P2000, Markko Martin, Rally del Giappone, Mexico Rally, la stagione degli addii nel WRC, Rally Costa Smeralda 2010, Andrea Crugnola, Jari-Matti Latvala, Olivier Quesnel su Loeb e Ogier, WRC 2017, Hyundai e Adamo, Citroen World Rally Team.

L’edizione a copertina morbida è acquistabile direttamente dal nostro sito e disponibile su Amazon, ma anche ordinabile in libreria da gennaio 2020. La versione da collezione a copertina rigida, con delle splendide immagini nella retrocopertina, è ordinabile solo attraverso il sito di Lulu.com.

Libri su Storie di Rally

la scheda

100 ANNI DI STORIE DI RALLY

Autori: Marco Cariati

Collana: Storie di Rally

Copertina: rigida e morbida

Pagine: 280

Formato: 15,24 x 22,86 cm

Editore: Storie di Rally

Prezzo: 20,80 euro

Peso: 476 grammi

ISBN: 978-1-6759708-4-3

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L’unica Austin-Healey Sprite MK1 preparata da Donald Healey

Questa Austin-Healey Sprite Mk 1 ha un buon record di classificazione in gara. Nel Rally di MonteCarlo del 1959, concluse ad un rispettabilissimo quinto posto di classe, guidata da Tommy Wisdom con alle note Douglas Johns. Nel Rally di Sestriere e all’Alpine Rally dello stesso anno, il telaio numero AN5/7565 è arrivato rispettivamente primo e secondo di classe, sempre guidati da Tommy Wisdom, con Tony Lucas e Jack Hay come navigatori.

C’è un esemplare speciale tra le tante Austin-Healey Sprite MK1 in conformazione rally. Risale alla fine degli anni Cinquanta e fu immatricolato per la prima volta nel novembre 1958 (telaio numero AN5/7565). Ad allestire la vettura in questione fu direttamente Donald Healey con suo team, che la schierò al Rally MonteCarlo, al Sestriere e all’Alpine Rally del 1959. Questo è definito l’unico “Works Rally Austin Healey Frogeye Sprite” mai realizzato. La sua storia particolare è stata oggetto di un libro di John Sprinzel e Tom Coulthard, Spritely Years.

La vettura era rosso ciliegia della linea di produzione verniciata color rosso Colorado prima che l’auto arrivasse al reparto corse. Auto preparata dalla Donald Healey Motor Company a Cape Works, Warwick, e dal reparto gare BMC da Marcus Chambers (team manager BMC) per i rally di MonteCarlo e Sestriere del 1959 (con targhe XOH 277) e per l’Alpine Rally, con la targa originale XOH 276. Equipaggiata con ruote a raggi per il 1959 Alpine Rally e freni a disco Girling, successivamente fu venduta a Cecil Winby di BRICO, la British Piston Ring Company, che l’ha guidata con Tommy Wisdom nell’ultima “vera” Mille Miglia del 1957.

Questa Austin-Healey Sprite Mk 1 ha un buon record di classificazione in gara. Nel Rally di MonteCarlo del 1959, concluse ad un rispettabilissimo quinto posto di classe, guidata da Tommy Wisdom con alle note Douglas Johns. Nel Rally di Sestriere e all’Alpine Rally dello stesso anno, il telaio numero AN5/7565 è arrivato rispettivamente primo e secondo di classe, sempre guidati da Tommy Wisdom, con Tony Lucas e Jack Hay come navigatori.

L'Austin Healey Sprite MK1 1958 come appare dopo il restauro
L’Austin Healey Sprite MK1 1958 come appare dopo il restauro

Dopo aver avuto un numero davvero interessante di proprietari, tutti molto entusiasti dopo le sue prime uscite, l’Austin-Healey è stata impiegata in gara in molti eventi in tutta Europa. Alla fine, nel gennaio 2018, a quasi 59 anni dalla data della sua preparazione per il Rally di MonteCarlo del 1959, è stata interamente restaurata con pezzi originali ed è stata presentata all’Interclassics a Maastricht, in Olanda, dove è divenuta inevitabilmente l’attrazione principale per la festa del sessantesimo compleanno degli “Austin-Healey Frogeye Sprites”.

Rispetto al modello di serie, la cura di Donald Healey e del suo team prevedeva valvole allargate, volano alleggerito, lucidatura ed equilibratura di vari componenti, oltre all’adozione di un carburatore doppio corpo Weber 45 DCOE: il tutto per una potenza di 102 CV, contro i 43 della versione di serie. Il BMC Competition Department iscrisse le proprie Sprite alle maggiori competizioni di quegli anni, con diversi successi, tra cui quello ottenuto da John Sprinzel e Willy Cave all’Alpine Rally del 1958.

In effetti, questa Austin-Healey all’evento e ha vinto l’ambito premio per la migliore auto da club. Il suo valore nel mercato collezionistico si attesta intorno ai cento e venti mila euro. Restauro e preparazione avvennero sotto la diretta supervisione del British Motor Heritage e del BMC Special Tuning.