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2001-2021: in memory of Richard Burns

Costruì la sua prima vettura da rally nel garage di casa sua – una Talbot Sunbeam – e fu presto notato dalla Peugeot, dopo aver vinto la ‘Peugeot Challenge’ alla guida di una Peugeot 205. Questa esperienza lo portò per la prima volta a correre per una scuderia e non passò molto tempo prima di essere ingaggiato dalla leggendaria scuderia di rally Prodrive, che stava iniziando a schierare auto da rally per la Subaru, partecipando al Campionato di rally inglese alla guida di una Legacy.

Il 25 novembre 2001 di venti anni fa, Richard Burns divenne il primo e unico Campione mondiale di rally inglese. Morì lo stesso giorno di quattro anni dopo: vittima di un aggressivo tumore al cervello.

A differenza della maggior parte dei campioni, la passione per gli sport automobilistici per Richard Burns non era in nessun modo nato in famiglia. La sua prima esperienza di guida la fece parcheggiando le auto degli amici dei genitori quando venivano a fare visita, diventò poi membro dell’‘Under 17 Car Club’ nei pressi del suo paese natale di Reading in Inghilterra: un club unico che permetteva ai più giovani di fare esperienza di guida lontano dalle strade pubbliche. Da quel momento in poi non guardò più indietro.

Costruì la sua prima vettura da rally nel garage di casa sua – una Talbot Sunbeam – e fu presto notato dalla Peugeot, dopo aver vinto la ‘Peugeot Challenge’ alla guida di una Peugeot 205. Questa esperienza lo portò per la prima volta a correre per una scuderia e non passò molto tempo prima di essere ingaggiato dalla leggendaria scuderia di rally Prodrive, che stava iniziando a schierare auto da rally per la Subaru, partecipando al Campionato di rally inglese alla guida di una Legacy.

Burns vinse il campionato nel 1993, diventando il più giovane campione britannico di sempre. Questa vittoria fece da lasciapassare per il successo sulla scena mondiale. Burn non era come molti altri campioni di rally: era tranquillo e piuttosto introverso, specialmente durante gli anni della gioventù. Ma la sua concentrazione e il suo impegno erano tutti rivolti ad ottenere i massimi risultati e questo fu il segreto del suo successo.

Richard Burns entrò a far parte del team Subaru come sostituto di Colin McRae, ottenendo il suo primo podio nel Campionato del mondo di rally in occasione del RAC Rally 1995: l’evento in occasione del quale McRae diventò il più giovane campione al mondo in questo sport. Ma presto Burns si stancò di questo ruolo e vide nella Mitsubishi un team emergente che gli avrebbe potuto dare occasione di crescere. Passò al team giapponese nel 1996, ma nonostante un secondo posto nel Rally Safari 1997, la sua prima vittoria nel Campionato del mondo di rally sarebbe arrivata solo nel 1998: sempre nel leggendario Safari. A parte il Rally di casa in Gran Bretagna, che vinse tre volte, il rally Safari fu l’unico evento vinto da Richard più di una volta tra le sue dieci vittorie nel Campionato del mondo di rally – dimostrazione di come il suo stile di guida regolare e piuttosto armonioso gli avevano reso vita facile con le auto da lui guidate. Richard era un artista al volante, e la guida non gli richiedeva fatica.

Dopo aver vinto il Rally GB 1998 con la Mitsubishi, tornò alla Subaru nel 1999 per sostituire McRae – che era passato alla Ford firmando un contratto di diversi milioni di dollari. Il ritorno di Richard fu un successo immediato e si aggiudicò il secondo posto nel campionato mondiale sia nel 1999 che nel 2000. Nel 2001 realizzò il sogno di una vita, vincendo il titolo mondiale in casa in occasione del Rally GB, al volante della sua Subaru con pneumatici Pirelli. Come disse notoriamente al copilota Robert Reid quando oltrepassarono la linea di arrivo della tappa finale: “Tu sei il campione del mondo!”.

Tuttavia il titolo fu vinto in un momento di tensione per Richard. Richard aveva già firmato per la Peugeot nel 2002 nonostante ci fossero dubbi su cosa il suo contratto permetteva o meno. Alla fine Richard esaudì il suo desiderio e gareggiò al volante di una 206 WRC nei due anni successivi. Ma non gli andò mai molto bene con la piccola auto a punta, che a volte non era in sintonia con il suo stile di guida languido.

“Mi sento di essere seduto sull’auto, ma non al suo interno,” così descrisse il suo rapporto con la vettura. Nonostante aver condotto il campionato e ottenuto molti podi, Richard non vinse mai un rally alla guida di una 206. E forse c’era un motivo. Durante il Rally GB 2003, Burns perse i sensi mentre era alla guida della sua Porsche, e da quel momento non avrebbe mai più guidato un’auto da rally. Dopo una serie di esami, gli fu confermata la diagnosi di astrocitoma, una forma aggressiva di tumore al cervello. Incredibilmente, combatté contro il male per due lunghi anni, soccombendo alla malattia il giorno esatto del quarto anniversario della vittoria del campionato. Se non fosse stato per questa disgrazia, avrebbe certamente vinto almeno un altro titolo con la Peugeot, mentre per il 2004 aveva già firmato per gareggiare ancora con la Subaru che aveva appena ottenuto il titolo piloti con Petter Solberg…

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Richard Burns non si era reso conto di aver vinto il WRC

Senza dubbio ha giovato a Richard Burns sapere che non c’erano più gli unici che potevano togliergli il titolo, e così è rimasto concentrato fino all’ultimo controllo orario. A tal fine l’inglese ha trovato una soluzione… diversa: “Per essere al cento per cento nelle speciali dovevo avere la testa sempre occupata, soprattutto durante le telefonate. Quindi, parlavo sempre al cellulare con i miei amici, di tutto e di tutto, programmando una vacanza, del calcio, tutto tranne che il rally. Questo mi ha aiutato ad arrivare all’inizio di ogni PS con la testa a posto, senza sentire il peso della competizione”.

Dopo aver inseguito il titolo mondiale per tanto tempo, Richard Burns diviene campione del mondo rally nel 2001. Sulla pedana d’arrivo non si era ancora reso conto di essere diventato il successore di Marcus Gronholm. Il pilota inglese con i giornalisti poche ore dopo aver compiuto quella memorabile impresa, mettendo in evidenza il pessimo inizio di stagione, la pressione di Colin McRae e il futuro che passava per Peugeot. Come è noto, Richard ha perso la vita nel novembre 2005, dopo una lunga lotta con una malattia.

L’esordio, che sembra uno sfogo, è: “Non credo di aver guidato particolarmente bene quest’anno. Sento di aver guidato molto meglio nella seconda metà della stagione 1999 e all’inizio del 2000 rispetto a quest’anno. Non ho mai provato quella sensazione che mi permettesse di sentirmi sempre al cento per cento, anche se i problemi con l’Impreza WRC, ad inizio stagione, non mi toccavano. Semplicemente non mi sentivo sicuro come negli anni precedenti…”. È così che Richard Burns inizia la conversazione alla fine del Rally di Gran Bretagna, il “suo” rally, quello in cui vince tre volte e dove, nel 2001, viene incoronato campione del mondo.

Dopo questa confessione, il pilota inglese ricorda l’enorme pressione provata nei giorni precedenti la gara: “Le prime tre PS del rally sono state, per me e Robert Reid le più difficili. C’era tanta pressione da parte di tutti, ci siamo resi conto che non sarebbe stato per niente facile… Però, abbiamo deciso di fare ugualmente del nostro meglio in quelle successive, per andare a prendere Colin. Dai suoi tempi nella prima sezione, ci siamo resi conto che sarebbe andato sempre più veloce, quindi non potevamo permettergli di avere un vantaggio significativo fin dall’inizio. Con il suo ritiro tutto è cambiato, ma mi dispiace che questo livello di eccitazione non sia durato fino alla fine”.

Note veloci… Tutto da rifare

Senza dubbio ha giovato a Burns sapere che non c’erano più gli unici che potevano togliergli il titolo, e così è rimasto concentrato fino all’ultimo controllo orario. A tal fine l’inglese ha trovato una soluzione… diversa: “Per essere al cento per cento nelle speciali dovevo avere la testa sempre occupata, soprattutto durante le telefonate. Quindi, parlavo sempre al cellulare con i miei amici, di tutto e di tutto, programmando una vacanza, del calcio, tutto tranne che il rally. Questo mi ha aiutato ad arrivare all’inizio di ogni PS con la testa a posto, senza sentire il peso della competizione”.

Tuttavia, nonostante si siano sentiti più a loro agio nel tentare di vincere il campionato, i ritiri di McRae e Makinen hanno ostacolato, in qualche modo, la loro gara: “E’ vero. Quando abbiamo fatto la ricognizione, abbiamo scelto di prendere appunti un po’… ambiziosi, perché pensavamo di essere sempre all’attacco. Dopo l’abbandono, ci siamo ritrovati a fare il rally con un ritmo diverso rispetto alle note richieste, cosa che ci ha costretto a rifare tutto da capo per i restanti giorni”.

Con il 2001 alle spalle, è tempo di pensare alla prossima stagione. E in questa fase si ferma un attimo e col sorriso dice: “Aspettate un attimo… Sono davvero un campione del mondo? Me la sono fatta più volte questa domanda e ancora non ci credo! È solo che non ricordo se e quando mi sono chiesto per la prima volta se sarei mai diventato campione del mondo! Quando ho iniziato a correre non avevo un obiettivo preciso, guidavo perché amo guidare. Non c’erano piani elaborati né obiettivi da raggiungere, perché non ho mai pensato di arrivare dove sono ora”.

Dopo cinque anni passati in Subaru (1994-1995 e 1999-2001), Richard Burns sarebbe tornato alla Peugeot. Con una vettura del Leone francese aveva iniziato. Erano già trascorsi 11 anni. “Non ho ancora guidato la 206 WRC, quindi non so cosa aspettarmi, ma so che i nostri avversari saranno gli stessi: Makinen, McRae, Gronholm e persino Harri Rovanpera. Inoltre, Tommi sta andando in Subaru, e questo finisce per “livellare” un po’ le cose, poiché avrà a sua disposizione un’auto “performante”. Per quanto mi riguarda, spero che il mio adattamento vada per il meglio, perché non ho idea di come funzioni la squadra. Ma quando si tratta dei due volte campioni del mondo, so che posso stare tranquillo”.

“Coccole” con Colin McRae

Parlare di Richard Burns è, allo stesso tempo, parlare di una rivalità latente con un altro pilota, anch’egli campione del mondo, Colin McRae. Da quando Burns è emerso sulla scena del Mondiale come una presenza fissa e il suo talento ha iniziato a intensificarsi, la domanda su quale dei due sarebbe stato il miglior pilota britannico non è mai stata messa da parte. Sebbene McRae fosse scozzese, il pilota Ford era noto per il suo umorismo pungente, che metteva sotto pressione i suoi avversari. Pertanto, lo scambio di “gonfaloni” avvenuto pochi giorni prima dell’inizio del Rally di Gran Bretagna era, secondo Burns, parte dello spettacolo: “Conosco già Colin abbastanza bene da sapere che quelle parole non erano altro che un tentativo per farmi pressione prima dell’inizio del rally”.

“A proposito, Ford ha tenuto la sua conferenza stampa il giorno prima della nostra, facendomi “bombardare” con le sue affermazioni! Semplicemente non ho risposto e non ho lasciato che questo influisse sulla mia concentrazione. Ma non credo che ci siano problemi tra di noi, perché prima che il rally iniziasse, Colin è venuto da me, si è chinato sull’Impreza e mi ha detto “Ok, il buffone ha finito. Mettiamoci al lavoro, buon rally e buona fortuna’. Il fatto che non sia riuscito a diventare campione non lo ha reso un pilota da meno, ma penso che quello che è successo dovrebbe farlo riflettere un po’ di più”.

È interessante notare che Richard Burns ha raggiunto l’impresa di diventare campione del mondo rally nella peggiore delle sue ultime tre stagioni, e in cui aveva sempre puntato al titolo. Il 2001 ha visto il pilota inglese salire sul gradino più alto del podio solo una volta, in Nuova Zelanda, Paese dove ha conquistato la prima delle sue 11 vittorie. Il primo successo risale al 1996, poi al servizio di Mitsubishi, dopo lo scambio con… Subaru, con Burns che vinse una gara che, quell’anno. Dopo una regolarissima stagione 1997 – dove si è piazzato cinque volte al quarto posto – la seconda vittoria sarebbe arrivata l’anno successivo, in Kenya, seguita dalla prima di tre vittorie nel “suo” rally, in Gran Bretagna.

Nel 1999, tornato alla Subaru, Burns vince tre volte (Grecia, Australia e Gran Bretagna), battendo quel numero l’anno prima, quando ottiene quattro primi posti (Kenya, Portogallo, Argentina e Gran Bretagna). Così, la vittoria numero 11 è avvenuta a settembre 2001. Insomma, il nuovo campione del mondo non era ancora arrivato a metà del suo cammino: 23 vittorie come Juha Kankkunen, Carlos Sainz, Tommi Makinen e Colin McRae…

Proclamato dall’inizio dell’anno come uno dei candidati per il titolo, Richard Burns aveva avuto un inizio in tono minore. A Montecarlo si era ritirato, aveva fatto molto male in Svezia, al TAP era quarto, settimo in Catalogna, secondo in Argentina e Cipro, dopo aver abbandonato in Grecia, quando era secondo. Poi è arrivato il Kenya… e i pochi chilometri che ha percorso. “Quando sono partito pensavo sinceramente che le mie possibilità di diventare campione del mondo fossero finite. Ho sempre mantenuto una piccola speranza, ma visto l’inizio della stagione che stavamo avendo, sapevo che avremmo avuto una grande sfida davanti. Avevamo pochi punti e pochi scambi da recuperare…”.

Colin McRae e il ”miracolo” al Rally di Argentina 2001

Carlos Sainz, Tommi Mäkinen e Richard Burns, al Rally di Argentina 2001, erano divisi da soli 2”6. Come diavolo aveva fatto Colin McRae a creare un divario che sfiorava i 40″ tra sé e i rivali? L’aveva fatto facendo quello che sapeva fare meglio: premere il tasto ”off” al cervello. La celebrazione della domenica pomeriggio fu immensamente trionfale. Ma c’era un senso di sollievo ancora maggiore che McRae e il copilota Nicky Grist avessero finalmente messo dei punti nel carniere.

Atterrando a Buenos Aires, in quel 2 maggio 2001 Colin McRae non aveva molto di cui sorridere. Quattro prove disputate in un programma di quattordici rally e lo scozzese doveva ancora marcare il primo misero punticino. In Svezia si era registrato il suo unico traguardo. Nono dopo un paio di minuti di troppo trascorsi in un cumulo di neve.

A ventiquattro punti di distanza c’era Tommi Mäkinen. Il campione della Mitsubishi aveva ottenuto una doppietta di vittorie e un terzo posto e adesso guidava la classifica a caccia del quinto titolo in sei anni. McRae sapeva che qualcosa doveva cambiare in Sud America, ma si chiedeva cosa. E soprattutto come fare. E scuoteva la testa mestamente.

Come avrebbe potuto vincere? Sarebbe partito quattordicesimo per la prova di apertura intorno a La Cumbre, dove le PS sabbiose morbide e scavate gli avrebbero offerto poche possibilità creare una traccia al di fuori dei solchi apparsi in un batter d’occhio. L’unica attimo di tregua dai solchi gli è arrivata quando ha incontrato l’inevitabile roccia, tirata fuori da una delle tredici auto che lo precedevano.

Quel Rally di Argentina era la quinta prova del Campionato del Mondo Rally 2001, nonché la ventunesima edizione del rally locale e la diciannovesima con valenza mondiale. La manifestazione si è svolta dal 3 al 6 maggio sugli sterrati che attraversano gli altopiani e le zone montuose della Provincia di Córdoba, nella parte centro-settentrionale del paese sudamericano.

Didier Auriol aveva vinto in Spagna, la gara prima dell’Argentina, ma quella sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe trionfato nel WRC. È giusto dire che McRae non era esattamente pieno di fiducia in se stesso quando si era schierato per la super speciale di giovedì sera al Pro-Racing, alla periferia di Villa Carlos Paz.

Purtroppo, quella prova non esiste più. Ma in passato era, senza dubbio, una delle migliori super speciali al mondo. C’era un po’ di ondulazione, un po’ di camber, alcuni bivi veloci, alcuni molto veloci e anche alcuni lenti. Era tutto su terra ed è stata disputata di fronte a migliaia e migliaia di fan follemente appassionati di rally che hanno aspettato 361 giorni prima che questo momento tornasse di nuovo.

Quel giovedì sera, quello era il teatro di Colin McRae. La folla si scatenò quando lo scozzese passò davanti a Saltiers. Striscioni con il suo nome ovunque. Raramente le manifestazioni sono controllate dall’ora di pranzo di venerdì, ma quella lo era. La stella Ford è andata a letto con 5”3 di vantaggio sul compagno di squadra Carlos Sainz. L’umore di McRae era migliorato, ma continuava a guardare Mäkinen, che apriva la strada. E lo invidiava.

Il suo umore è migliorato ancora di più quando la nebbia si è abbassata sulla strada da La Falda a Rio Ceballos. McRae ha intuito un’opportunità irripetibile e ha dato tutto per guadagnare 17”2 in 28 chilometri. Ancora più veloce nel successivo test cronometrato di Ascochinga. McRae è arrivato al parco assistenza ad ora di pranzo del venerdì con un vantaggio di 39”3.

Carlos Sainz, Tommi Mäkinen e Richard Burns, al rally di Argentina 2001, erano divisi da soli 2”6. Come diavolo aveva fatto Colin McRae a creare un divario che sfiorava i 40″ tra sé e i rivali? L’aveva fatto facendo quello che sapeva fare meglio: premere il tasto ”off” al cervello. La celebrazione della domenica pomeriggio fu immensamente trionfale. Ma c’era un senso di sollievo ancora maggiore che McRae e il copilota Nicky Grist avessero finalmente messo dei punti nel carniere.

Colin McRae spegne il cervello e vince

L’Argentina è sempre stato uno dei più affascinanti rally della stagione, anno dopo anno ti stupiva la gente che dormiva accanto al palco di El Condor per già la settimana prima dell’arrivo delle auto da rally. Una parte fondamentale per la sopravvivenza a quell’altitudine nell’inverno dell’emisfero meridionale è il fuoco. Bruciano giorno e notte per mantenere la gente al caldo e fornire carboni ardenti affinché i parillas cucinino più carne di quanta possa girarne il palo usato per cucinare.

Sabato, nel sud a Santa Rosa de Calamuchita, si parlava proprio di uno di quegli incendi che cominciava a diventare pericolosamente incontrollabile. Nessuno ci aveva prestato troppa attenzione, all’inizio. Erano tutti concentrati sulla battaglia McRae-Burns. Le cose si fanno più serie quando i servizi di emergenza segnalano auto degli spettatori che stavano bruciando.

In totale, più di venti vetture spettatori erano state divorate dalle fiamme. Un’autocisterna in servizio cercava di contenere come poteva l’avanzare del fuoco. Intanto, arrivavano altri camion cisterna. Nella fretta di raggiungere il punto dell’incendio, il guidatore di uno di questi camion ha preso una curva a sinistra troppo stretta e il camion si è ribaltato sulle due Škoda ufficiali di Bruno Thiry e Armin Schwarz.

Thiry era in macchina in quel momento, ma è scampato a un pericolosissimo infortunio. Jens Pohlmann, un membro della squadra ceca, non è stato così fortunato ed è rimasto gravemente ferito nell’incidente. Quello non è stato l’unico incendio sul rally: Alister McRae e Kenneth Eriksson hanno dovuto entrambi combattere contro le fiamme che avevano avviluppato la loro Hyundai. Toshi Arai, invece, è stato vittima del suo estintore, attivato da uno spettatore. Al termine di una gara “agitata”, Sainz centrò il terzo posto, portando l’altra Focus WRC sul podio, nonostante il mal di schiena.

Il primo dei cinque rally della stagione 2001 non prometteva nulla di buono e, invece, era diventato un valido motivo per essere allegri. E felici erano anche i fan britannici che avevano potuto assistere al pressing di Burns su McRae per tutto il fine settimana argentino. McRae e Burns erano stati i più veloci in diciassette delle ventuno prove speciali. Prima del Rally di Argentina del 2001, il Portogallo era stata l’unica uscita su terra e con così tanta pioggia e fango intorno a Porto, nessuno riusciva ad avere un parametro. Ora, invece, era stato fissato da Colin.

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Rally di Nuova Zelanda 2003: Gronholm li illude tutti

Il Rally di Nuova Zelanda viene riproposto in versione ”autunno australe” ma, a sei mesi dall’ultima edizione, nulla cambia in vetta alla classifica. Marcus Gronholm è ancora primo, dopo essersi esibito in uno dei suoi cavalli di battaglia: il monologo. In testa dalla prima all’ultima prova speciale, ha illuso gli inseguitori con un errore che avrebbe potuto compromettere la sua gara ma che alla fine gli è costato solo mezzo minuto di vantaggio. Burns, costretto ad accontentarsi della piazza d’onore, resta saldamente al comando della classifica piloti.

Vestito con la tuta di scena, Marcus Gronholm è salito sul palco ed ha cominciato a sciorinare uno dei suoi monologhi più classici, con otto vittorie parziali nelle prime dieci prove. Agli avversari non c’è voluto molto per capire che aria tirava. Grazie alle sue linee rapidissime e precise, il campione del mondo ha saputo inizialmente capitalizzare i favori della posizione di partenza.

Soprattutto nel veloce, dove è fondamentale avere sempre le quattro ruote in piena trazione, Gronholm è sempre rimasto sulle linee tracciate dalle vetture che lo precedevano. Facendo volare la sua 206 con una maestria unica, mettendo rigorosamente le gomme in quei trenta-quaranta centimetri di traiettoria pulita, in uno stato di perenne derapata ma senza mai realmente concedersi al controsterzo.

Il finnico non si è mai spinto oltre il limite, viaggiando dal primo all’ultimo metro su una soglia di eccellenza assoluta che gli ha permesso di mettere in ginocchio tutti, Burns compreso. L’inglese sapeva che partire per primo nella tappa iniziale l’avrebbe penalizzato e così è stato, nonostante la pioggia gli abbia dato una mano a non sprofondare.

Quando poi si è liberato dall’incubo dell’ordine di partenza, non ha risparmiato una stilla di energia ed ha tentato di inventare l’impossibile, allargando oppure stringendo il compasso delle sue traiettorie. Ben presto ha però dovuto arrendersi all’evidenza, cioè che quando il suo compagno di squadra è in tale stato di grazia non c’è niente da fare. Non gli è restato che sperare in un raro errore, incredibilmente arrivato.

Gronholm in quelle curve che chiudevano nel finale di seconda tappa ha inventato delle traiettorie al limite della forza centrifuga, fino a ritrovarsi bloccato, in bilico sul bordo della carreggiata, a sbracciarsi per invocare l’indispensabile spinta ai tranquillissimi spettatori locali. Trenta secondi di panico che potevano essere fatali anche per la sua concentrazione, ma che nulla hanno cambiato nell’economia della sfida.

L’unico che in qualche maniera ha provato ad approfittarne è stato Markko Martin, che in quell’istante si trovava in piena fase di trance agonistica. Proprio nel momento decisivo per tentare l’ultima sortita, il motore della convincente Focus 2003 lo ha però lasciato a piedi. Un peccato per questo ragazzo, a cui il ruolo di promessa comincia a calzare davvero stretto anche se la sua prima vittoria nel Mondiale è ancora di là da venire.

Con una partenza veloce e regolare, l’estone si è immediatamente insediato in seconda posizione, esibendo buone traiettorie e molta sicurezza. Nella seconda tappa, placatasi per poco la bufera finlandese, Martin ha cominciato a far volare la sua Ford su linee che sembravano ricalcare in fotocopia quelle di Gronholm. Sino a quando il quattro cilindri Cosworth non si è ammutolito. Non prima di aver dimostrato che con la vettura rinnovata può dare filo da torcere a tutti e segnalandosi come uno di cui tenere conto, volendo indire un concorso pronostici sui potenziali aspiranti al trono.

Rally di Turchia 2003: un ”lento” per Carlos Sainz

In una gara durissima e dal ritmo lento, come il Rally di Turchia, il veterano madrileno ha ritrovato il passo dei tempi migliori ed ha ottenuto con merito il suo venticinquesimo successo iridato. Ingaggiato come terza guida Citroën, Carlos Sainz non si è limitato a guardare le spalle ai compagni di team, mai entrati nel vivo dell’azione, ma ha preso autoritariamente il comando delle operazioni con alcune stoccate fulminanti. Ritirati o sommersi da montagne di minuti i vari Solberg, Makinen, Rovanpera e Gronholm, tutti a loro modo protagonisti. Sul podio salgono Burns, nuovo leader del Mondiale, e Duval.

La prima mondiale della Turchia, grazie a George W. Bush e ad una stagione inclemente che ha martellato le strade dell’intera regione, ha offerto motivi di discussione sino alla vigilia della partenza. Grazie anche agli enormi sforzi dell’organizzazione, il rally è poi riuscito a prendere regolarmente il via e tutto è filato liscio, lasciando spazio solo all’evento sportivo.

Dopo un avvio pirotecnico con molti protagonisti che sono andati impietosamente al tappeto, Rovanpera e Sainz hanno cominciato ad emergere dal plotone dei duellanti. Ma mentre il finlandese pagava caro il suo impeto, il madrileno, con un’azione arrembante, staccava tutti nel giro di un paio di speciali.

Pur avendo sempre ottenuto risultati importanti anche negli ultimi anni, l’azione di Sainz sembrava ormai da alcune stagioni priva della brillantezza di un tempo. In quest’occasione, invece, quando si è trovato nel vivo della battaglia, ha affondato il piede come da un po’ non ci aveva più abituato a vedere. Su un tracciato lento, a lui da sempre più congeniale, ha stracciato tutti.

La sua arma vincente è stata la capacità di correre con marce alte anche sulle pietre e nei punti meno veloci, evitando alla Xsara di affaticare la meccanica. Le sue traiettorie non sono comunque risultate molto differenti da quelle di Colin McRae. Anche Carlos ha inventato tagli e passaggi al limite, mettendo a dura prova la scocca della sua Xsara, che ad ogni parco presentava qualche livido in più.

A dicembre, in Citroën non volevano sentire parlare di ambizioni iridate, ma adesso è evidente come l’obiettivo sia alla loro portata. Con un Sainz così incisivo, in grado di giocare non solo in copertura, il team di Frequelin ha forse la formazione più forte del momento. Resta da verificare se questo sarà sufficiente a fermare l’incredibile Marcus Gronholm, qui messo in ginocchio da un doppio cedimento dell’idroguida.

Per il resto la gara ha proposto un Harri Rovanpera sempre più pimpante ma ancora troppo falloso, di nuovo rimasto a bocca asciutta. La seconda piazza è quindi andata ad un Richard Burns finalmente in crescita, anche se ancora lontano dal passo dei migliori. Chiude il podio un buon François Duval, che dopo una bella partenza è sembrato procedere con le briglie tirate.

Rally di Argentina 2002: gara con tre vincitori

Tommi Makinen aspettava che venisse decisa l’eventuale penalità a carico del suo rivale, nel frattempo ha attaccato e sbagliato, sfasciando la Impreza. Marcus Gronholm, dopo aver meritato il successo tempi alla mano, alla fine è stato escluso dal Rally di Argentina 2002 perché era stato consigliato su come riavviare la 206 da un tecnico che si trovava ”troppo vicino”. Richard Burns ha festeggiato sul podio la prima vittoria con la Peugeot, ma nella notte è stato escluso per un difetto di peso di 20 grammi. Così Carlos Sainz arriva al record della ventiquattresima affermazione iridata e risolleva le azioni di una Ford che riesce a piazzare tre vetture nelle prime quattro posizioni.

Vedere i due finlandesi tuffarsi tra la nebbia e la pioggia, giocarsi tutto sulla terribile strada che da Giulio Cesare porta a Mina Clavero, è stato uno spettacolo che aveva riconciliato con un campionato fin qui schiacciato dall’inarrestabile armata Peugeot. Il disgusto, sarebbe arrivato dopo. Qui Marcus Gronholm ha continuato a volare, limando ogni centimetro disponibile e sfruttando le doti di trazione della sua 206 WRC.

Tommi Makinen è stato grandissimo, ha tentato l’impossibile con traiettorie e intraversate da corda a corda che spesso gli imponevano di fare sponda su qualsiasi cosa gli permettesse di riportare la Impreza sulla linea ideale. Il livello di rischio era però talmente elevato che alla fine l’errore è arrivato, terrificante, sull’ultima curva della penultima speciale.

Tutto finito con l’ennesima doppietta Peugeot? No, perché prima che i concorrenti raggiungessero lo stadio di Cordoba per la premiazione, i responsabili della squadra sono stati chiamati in direzione gara. Qui è stato contestato quanto avvenuto all’inizio della tappa conclusiva, vale a dire la presenza di Michel Nandan all’uscita del parco chiuso a meno del chilometro di distanza imposto dal regolamento.

La vettura di Gronholm non voleva partire e il solo fatto che ci fosse un membro della squadra a portare dei suggerimenti equivale ad infrangere la norma che regola le assistenze, indipendentemente dal suo effettivo intervento sull’auto. Chemin docet. Siccome nel giorno precedente la stessa scena aveva visto protagonista Gilles Panizzi, nel caso graziato con un’ammonizione, la replica della violazione ha fatto scattare la squalifica.

Alle 14,25. Quando Makinen stava ancora cercando di contare il numero dei capottamenti di cui era stato protagonista, mentre in realtà gli sarebbe bastato andare a spasso per conquistare quella che sarebbe stata una comoda e comunque meritata vittoria. Se solo i commissari sportivi Javier Brugué, Erasmo Saliti e Rafael Sierra non ci avessero messo otto ore e venticinque minuti prima di prendere la decisione.

Tutto finito e prima vittoria Peugeot per Richard Burns? Solo sul podio, e per altre sette ore. Poi in verifica salta fuori che la 206 numero uno montava un volano più leggero di 20 grammi rispetto al consentito, ed ecco la seconda esclusione. Per la seconda volta senza possibilità di presentare un appello credibile.

Tutto finito e 24ª affermazione mondiale per Carlos Sainz? Questa volta sì, e primo alloro dell’anno per la Ford, la cui vittoria sarà anche dimezzata, ma vale comunque oro. Secondo Petter Solberg, staccato di quattro secondi, terzo Colin McRae. Ad uscirne sconfitto è però un mondiale rally dove chi ha il ruolo di “tirare le fila” sembra troppo distratto a disegnare incomprensibili strategie future, sempre più lontane dalla realtà, invece di pensare a svecchiare le regole del gioco, rendendole eque e certe.

Rally Catalunya 2002: lo specialista umilia l’armata rossa

Gilles Panizzi si è presentato al via del Rally Catalunya 2002 con la stessa determinazione di sempre a difendere la corona di miglior asfaltista del momento. Come due settimane prima in Corsica, la sapiente fusione di velocità e sagacia gli hanno permesso di annichilire gli avversari, guidando il gruppetto delle auto francesi che hanno dominato la gara. Deludono le Citroën e dopo sole quattro gare la Peugeot sembra già irraggiungibile.

Nonostante le prudenze della vigilia, questa volta non è bastata neanche la presenza in forze dell’“armata rossa” Citroën a mettere in ombra lo strepitoso stato di forma della Peugeot e del suo specialista doc Gilles Panizzi. Sul veloce e scivoloso asfalto catalano, al pilota di Mentone sembrava quasi andasse stretto il fatto di non avere alcun rivale in grado di contrastarlo sulla sua superficie prediletta.

Così è partito in una corsa solitaria e stupefacente in cui ha ottenuto una tale quantità di affermazioni parziali da lasciare attoniti. Tanto da fargli ottenere nelle prime dieci prove disputate, nove scratch ed un secondo posto parziale a due decimi di secondo dal più veloce del momento, Petter Solberg. Una concessione avvenuta alla fine della seconda frazione e che sembrava quasi aver irritato questo Leone scatenato.

La pietra miliare di questo successo, Panizzi l’ha comunque posta sulle insidiose speciali della prima frazione. Sceso a tutta birra dalla pedana di partenza, ha subito spremuto la sua 206 WRC facendole disegnare linee pulite e velocissime sempre al limite del sovrasterzo. Mostrando una determinazione ed una sicurezza da vero killer quando era necessario tagliare le curve per “andare in corda”.

Con il passare dei giorni e dei chilometri ha poi cominciato ed ammorbidire la pressione sull’acceleratore, limitandosi a non “sbranare” le traiettorie pur continuando a disegnare quelle linee che solo lui ha la capacità di fare sembrare naturali, per non dire banali. Sicuramente un vantaggio l’ha anche ricavato dalla nuova barra antirollio a controllo idraulico, da cui ha saputo trarre i maggiori vantaggi quando lunghe percorrenze – come i quarantotto chilometri di Escaladei – hanno cominciato a mandare in crisi le gomme dei suoi avversari.

Ma nel resto della gara Gilles ha dimostrato soprattutto di avere raggiunto su questa superficie una soglia di eccellenza assoluta, che si quantifica in una differenza di pochi decimi di secondo tra il massimo attacco e una condotta in piena sicurezza.

A completare il successo della Peugeot questa volta è stato il neo acquisto Richard Burns. Il campione del mondo in carica è sembrato estremamente incisivo e preciso nelle traiettorie sin dalle battute iniziali. Il suo è stato un continuo crescendo e nell’ultima tappa ha palesato una sicurezza che fino ad ora non aveva saputo esprimere sulla compatta di Sochaux.

Al contrario ha perso brillantezza l’azione di Marcus Gronholm che non è sembrato gradire molto lo scivoloso asfalto catalano e, soprattutto quando si trattava di azzardare le traiettorie, faticava a capire fino a che punto bisognava osare. La somma di queste indecisioni gli ha consentito solamente di riuscire a precedere il plotone delle “vetture non PSA”, alle spalle della migliore Xsara WRC, quella di Philippe Bugalski.

La sorpresa negativa è stata proprio la Citroën, che si è presentata con settaggi sbagliati sulle vetture. Nonostante in corso d’opera gli uomini di Vaucard siano riusciti a tacconare la situazione, la squadra è sembrata l’ombra di quella che aveva dominato le strade del Montecarlo. Solo “Bug” è riuscito a mantenere un ritmo accettabile e costante, che gli è valso un posto sul podio. Decisamente più in difficoltà Loeb che ha dovuto fare i conti con un assetto non perfetto che degradava in maniera anomala le gomme dell’avantreno. Questo prima di andare gambe all’aria a poche speciali dalla fine, nel disperato tentativo di resistere alla rimonta di Gronholm.

Subaru World Rally Team: il documentario (VIDEO)

Il Subaru World Rally Team riuscì ad ottenere la prima vittoria nel 1993, grazie al mitico Colin McRae. Quello fu anche l’anno in cui si pensò di sostituire la Legacy (ormai vecchia e obsoleta) con la nuova Subaru Impreza con le restanti gare del campionato 1993 usate come test per la nuova vettura. Nel 1994 la Impreza debuttò finalmente nel WRC e Carlos Sainz sfiorò il titolo mondiale

Il Subaru World Rally Team è stato il reparto corse ufficiale della Subaru che ha partecipato al Campionato del Mondo Rally dal 1980 al 2008, vincendo tre titoli Costruttori ed altrettanti Piloti. Il team partecipò dal 1980 al 1988 con la Subaru Leone, senza mai ottenere risultati di rilievo, nel 1989 venne sostituita dalla Subaru Legacy, che però non migliorò di molto la situazione del team.

Tuttavia il team riuscì finalmente ad ottenere la prima vittoria nel 1993, grazie al mitico Colin McRae. Quello fu anche l’anno in cui si pensò di sostituire la Legacy (ormai vecchia e obsoleta) con la nuova Subaru Impreza con le restanti gare del campionato 1993 usate come test per la nuova vettura. Nel 1994 la Impreza debuttò finalmente nel WRC e Carlos Sainz sfiorò il titolo mondiale, perdendolo solo all’ultima gara contro la Toyota di Didier Auriol.

L’anno successivo fu l’unico nella storia del Subaru world rally team in cui vennero vinti sia il titolo piloti che costruttori, il primo grazie a Colin McRae che batté all’ultima gara Carlos Sainz, e il secondo vinto grazie alla squalifica delle Toyota e agli ottimi risultati di entrambi i piloti, che in un anno collezionarono 5 vittorie in 8 gare. La Subaru negli anni successivi vinse ancora nel 1996 e 1997 il titolo costruttori, mentre quello piloti in entrambe le occasioni sfugge alla scuderia per pochissimo.

La copertina del volume dedicato alla storia Subaru nei rally

Altri titoli furono conquistati grazie a Richard Burns nel 2001, e Petter Solberg nel 2003. Il team ottenne risultati degni di nota fino al 2005, da lì in poi invece il team ebbe una crisi di risultati che spinsero il team a ritirarsi alla fine del 2008, dopo una partecipazione nel WRC durata ben 29 stagioni e un palmarès di 47 vittorie, 3 titoli piloti e 3 Costruttori.

100 anni di Storie di Rally: le storie più belle su carta

100 anni di Storie di Rally arriva fino ai tempi più moderni del rallismo, quelli di Alex Fiorio e Giandomenico Basso emergenti nel Trofei Fiat Rally, o quelli ancor più recenti con i vari Andrea Aghini, Andrea Dallavilla, Marcus Gronholm, Paolo Andreucci, Jari-Matti Latvala, Petter Solberg, Richard Burns, Sebastien Loeb, eccetera, impegnati rispettivamente a cercare il proprio meritato momento di gloria.

Una storia, quella dei rally, raccontata in tante storie, 74 per la precisione e circa 200 brevi aneddoti. Il tutto raccolto in 280 pagine. Questo è “100 anni di Storie di Rally”, nuova opera curata da noi di Storie di Rally che abbiamo riadattato e trasferito su carta le storie più belle e più lette del sito, dopo averle riordinate in un percorso cronologico che – partendo da Carlo Abarth, un po’ più anziano del Rally di MonteCarlo, e passando attraverso storia e aneddoti sul Rally di Sanremo, Cesare Fiorio, Rally di Svezia, Lancia, Tour de Corse, Safari Rally, Sandro Munari, Ove Andersson, David Richards, Stig Blomqvist, Attilio Bettega, Walter Rohrl, Henri Toivonen, Miki Biasion, Carlos Sainz e molti altri – attraversa le varie epoche del rallismo internazionale e italiano.

“100 anni di Storie di Rally” arriva fino ai tempi più moderni del rallismo, quelli di Alex Fiorio e Giandomenico Basso emergenti nel Trofei Fiat Rally, o quelli ancor più recenti con i vari Andrea Aghini, Andrea Dallavilla, Marcus Gronholm, Paolo Andreucci, Jari-Matti Latvala, Petter Solberg, Richard Burns, Sebastien Loeb, eccetera, impegnati rispettivamente a cercare il proprio meritato momento di gloria. E poi c’è la contemporaneità. Giorni, quelli odierni, che raccontano di un italiano emergente, come Andrea Crugnola, di un italiano sul tetto del mondo, come Andrea Adamo, e della “scuola francese di rally” mestamente ritirata dal WRC. Ma non solo.

Storie trattate nel libro, aneddoti esclusi: Carlo Abarth, Rally di MonteCarlo, Virgilio Conrero, Rally d’Italia, Cesare Fiorio, Rally di Svezia, Lancia nei rally, Tour de Corse, La grande sfida di BMC, Safari Rally, Mini, Walter Rohrl, WRC, Rally del Marocco, Sandro Munari, La famiglia Scandola, Rally Nuova Zelanda, Campionato Autobianchi A112 Abarth, Ove Andersson, Rally del Portogallo, Lancia-Martini, Seat Panda 45 e rally, Miki Biasion, Stig Blomqvist, Audi Quattro, Peugeot 205 T16, David Richards e Prodrive, Gianni Delzoppo, Lancia Delta, Campionato Fiat Uno, Attilio Bettega, Ayrton Senna, Campionato Italiano Rally 1986, 2 maggio 1986.

E poi ancora: Rally della Lana 1986, Paolo Andreucci, Rally di Sanremo 1988, Tripletta Lancia 1989, 1000 Laghi 1990, Rally di Spagna 1991, Subaru Impreza 555, Trofeo Fiat Cinquecento, RAC 1997, Rally di Finlandia 1998, RAC 1998, Rally di Aosta 1998, Richard Burns, Ari Vatanen, Subaru Impreza P2000, Markko Martin, Rally del Giappone, Mexico Rally, la stagione degli addii nel WRC, Rally Costa Smeralda 2010, Andrea Crugnola, Jari-Matti Latvala, Olivier Quesnel su Loeb e Ogier, WRC 2017, Hyundai e Adamo, Citroen World Rally Team.

L’edizione a copertina morbida è acquistabile direttamente dal nostro sito e disponibile su Amazon, ma anche ordinabile in libreria da gennaio 2020. La versione da collezione a copertina rigida, con delle splendide immagini nella retrocopertina, è ordinabile solo attraverso il sito di Lulu.com.

Libri su Storie di Rally

la scheda

100 ANNI DI STORIE DI RALLY

Autori: Marco Cariati

Collana: Storie di Rally

Copertina: rigida e morbida

Pagine: 280

Formato: 15,24 x 22,86 cm

Editore: Storie di Rally

Prezzo: 20,80 euro

Peso: 476 grammi

ISBN: 978-1-6759708-4-3

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Subaru Rally, la grande avventura giapponese on the road

Subaru Rally è l’unica opera in italiano che documenta con foto e racconta dettagliatamente la storia sportiva della Casa delle Pleiadi a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, con quelle che era più apprezzate come auto per contadini che come vetture da corsa.

Subaru Rally è l’opera che racconta dalla seconda metà degli anni Sessanta la leggenda Subaru nello sport più bello del mondo. Dai tempi pionieristici a quelli della Leone RX Turbo fino alla Impreza WRC, passando per la Vivo Super KKK, la Legacy RS 4WD Turbo e la Impreza 555 Wrx Turbo. Storie, manager che hanno dato vita al “sogno blu”, uomini (piloti e copiloti) che hanno contribuito a rendere un sogno di tanti in realtà: Colin McRae, Richard Burns, Petter Solberg, Marrku Alén, Juha Kankkunen, Ari Vatanen, Piero Liatti, Carlos Sainz e Tommi Makinen a Possum Bourne, Francois Chatriot, Alister McRae, Xavier Pons, Bruno Thiry e Simon Jean Joseph e tanti tanti altri protagonisti di quell’indimenticabile e indimenticato periodo.

Subaru Rally è un supplemento della nostra collana editoriale “Storie di Rally”, conta 260 pagine, quasi 500 splendide foto a colori, in alcuni casi rare, e racconta curiosità su personaggi e vetture, schede tecniche di tutte le versioni delle auto da rally Subaru e tanto altro. Firmato da Marco Cariati, come da tradizione, sono disponibili due versioni una a copertina morbida (clicca qui) e una a copertina rigida (clicca qui), entrambe stampate su pregiata carta patinata lucida e stampa premium. Un libro da collezione molto particolare. Non ingombrante ma ricco di informazioni.

Un viaggio meraviglioso che parte da una domanda tipicamente giornalistica: ma chi l’avrebbe detto che in poco più di dieci anni la Subaru si sarebbe trasformata da marchio pressoché sconosciuto, almeno nella vecchia Europa, a punto di riferimento del rallysmo mondiale? Eppure è successo ed ancora oggi, otto anni dopo l’addio dei giapponesi al mondo delle corse su strada, dire Subaru equivale a dire rally. Le conoscenze tecniche degli ingegneri del Sol Levante unite al fiuto per il businnes ed alle ottime capacità manageriali di David Richards hanno creato il mix perfetto, la classe innata di Colin McRae è stata la classica ciliegina sulla torta che ha trasformato la Subaru Impreza nella degna erede della Lancia Delta.

A metà degli anni Ottanta il marchio giapponese, abbastanza diffuso nel sud-est asiatico ed in Oceania, era visto come il partner perfetto per allevatori e per gente che utilizzava l’auto per lavoro. Le vetture Subaru, brand della Fuji Heavy Industries, erano considerate robuste ed affidabili a discapito del comfort e, cosa importante nel settore delle competizioni, delle prestazioni. Il loro grande punto a favore è che nascono già a quattro ruote motrici, aspetto importante per chi deve lavorare in campagna ma a quei tempi fattore importante anche per chi vuole avvicinarsi alle corse. Infatti il debutto, all’inizio del 1981, dell’Audi Quattro a trazione integrale aveva trasformato radicalmente l’atteggiamento del mondo rallistico verso questa soluzione tecnica.

Ecco che, in quei primi anni Ottanta, qualche preparatore seguito in maniera più o meno… amichevole dalla Fuji Heavy Industries si cimenta nella preparazione di vetture Subaru per i rally. Il primo risultato di rilievo arriva nel 1983 quando il neozelandese Possum Bourne nella gara di casa valida per il Mondiale Rally ottiene la vittoria in Gruppo A al volante di una RX, nome con cui la Leone era commercializzata fuori dal Giappone, un coupé a motore aspirato. Il successo passa quasi inosservato perché all’epoca il palcoscenico era pressoché tutto occupato dalle performanti vetture di Gruppo B, ma è comunque un primo passo. Nel 1985 i giapponesi sfornano la RX Turbo: la potenza sale a circa 190 cavalli e quindi si può nutrire qualche speranza di fare bene nelle corse.

I tecnici della Casa madre allestiscono alcuni esemplari della RX Turbo Gruppo A per le corse africane dove la potenza conta meno dell’affidabilità, vero e proprio punto di forza delle Subaru. Nel 1985 Carlo Vitulli si piazza decimo al Safari vincendo il Gruppo A, l’anno dopo lo specialista locale Mike Kirkland ripete il successo nel Turismo preparato finendo al sesto posto dell’assoluta. Nel 1987 seguiranno altre buone prove sempre al Safari con Per Eklund ed Ari Vatanen (al rientro due anni dopo l’incidente in Argentina) ed in Nuova Zelanda con Bourne.

Ormai il dato era tratto: sul mercato, nel 1989, appare la Legacy RS 4WD Turbo a tre volumi che riprende alcune soluzioni tecniche della RX Turbo come le quattro ruote motrici, il motore boxer che, essendo “piatto”, contribuisce ad abbassare i pesi, e le sospensioni indipendenti su tutte e quattro le ruote. Dall’altra parte del mondo, in Gran Bretagna, la Prodrive di David Richards è alla ricerca di una vettura con cui sostituire la Bmw M3 Gruppo A la cui competitività è limitata ai rally su asfalto. A Bambury mettono gli occhi sulla Legacy e ritengono che sia una buona base per sviluppare un’auto per le corse.

I tecnici si mettono all’opera mentre a Richards tocca il compito di coinvolgere i vertici di Fuji Heavy Industries, cosa che gli riesce perfettamente: nel 1990 inizia, tra lo scetticismo degli avversari, l’avventura iridata della Legacy. Il tempo di sviluppare la vettura e di far crescere la promessa Colin McRae e nel 1993 la giapponesona vince la sua prima gara iridata in Nuova Zelanda. Dopo di lei arriverà la Impreza, prima in versione Gruppo A e poi nella più potente versione WRC, ed assieme a lei altre 46 vittorie mondiali, tre titoli Costruttori e tre titoli tra i Piloti con McRae, Richard Burns e Petter Solberg. Una serie di successi che consegnano Subaru alla storia delle corse ed al cuore degli appassionati.

Libri su Storie di Rally

la scheda

SUBARU RALLY

Autore: Marco Cariati

Copertina: rigida e morbida

Immagini: quasi 500 a colori

Pagine: 260

Formato: 15,22 x 22,99 centimetri

Prezzo: 38 euro (copertina morbida) 42 euro (copertina rigida)

Peso: 610 grammi

ISBN: 9798667110460

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RAC Rally 1997 e la magia di Colin McRae sulla PS Silverstone

Silverstone, la casa del motorsport britannico, divenne la scena della vittoria finale di Richard Burns in casa sua. Primo e finora unico campione del mondo di rally inglese. Nessuno dei due eroi del WRC è più tra noi, per ragioni che non avevano nulla a che fare con le loro carriere rallistiche.

Tentando di battere Tommi Makinen nella corsa al titolo iridato, al RAC Rally 1997 Colin McRae stabilisce il miglior tempo al suo primo passaggio sulla PS Silverstone nel novembre 1997. Prima di lui era stato Juha Kankkunen, sempre con Subaru e Pirelli.

Ancora una volta, Colin McRae sarebbe andato a vincere la gara, ma avrebbe perso un secondo Campionato del Mondo Rally Piloti per un solo punticino finale. In quel primo giorno del RAC Rally 1997, prima di attraversare le foreste del Galles, c’erano altre due puntate sulla PS Silverstone, che utilizzava parti del circuito automobilistico e diverse strade d’accesso.

Il tutto raddoppiato in quattro fasi, più la super speciale, che però sarebbe arrivata solo l’anno dopo, in occasione del Rally RAC 1998, quando il nome è cambiato in Rally GB (anche se tutti lo chiamano ancora RAC). McRae vince vinto tre di questi quattro round a Silverstone, ma il problema al motore che gli capita più avanti invece consegna la vittoria a Burns.

Ti piace questo contenuto? È uno dei pochi del nostro sito disponibili solo in versione premium. Per completare la lettura puoi prendere in considerazione di farti un bel regalo con il libro su cui è stato pubblicato (che contiene tante altre interessanti storie e aneddoti), o con le altre pubblicazioni cartacee della collezione editoriale. Diventerai orgogliosamente uno dei nostri sostenitori!

La copertina di 100 anni di Storie di Rally

Uomini da record o rallysti di razza?

Nel WRC si sono visti piloti incredibili nel corso degli anni. Uomini da record: Ari Vatanen, Colin McRae, Markku Alen sono tutti nella lista dei miei eroi personali, ma se devo sceglierne uno dico Sebastien Loeb. Ma ho altri due eroi nel cuore e diversi miti. Miki Biasion e Colin McRae. Vogliamo parlarne?

Sono uomini da record. Hanno cambiato la storia del rally scrivendone pagine memorabili. Stili e storie diverse, ma con destini simili e record invidiabili e per questo è difficile stabilire, sulla carta, chi sia stato il migliore di sempre. Certo è che ci sono piloti che vengono ricordati come leggende. Nel WRC si sono visti piloti incredibili nel corso degli anni.

Ari Vatanen, Colin McRae, Markku Alen sono tutti nella lista dei miei eroi personali, ma se devo sceglierne uno dico Sebastien Loeb. Ho iniziato la mia carriera nella principale rivista italiana di rally nello stesso periodo in cui Loeb faceva il suo ingresso nel Mondiale Rally. Mi sono messo comodo e, un po’ dalla redazione e un po’ andando a guardare qualche gara, come Rally d’Italia, Monte-Carlo, Messico, Giappone… ho iniziato ad ammirare in silenzio e a bocca aperta la sua crescita esponenziale e continua.

Una crescita che lo ha portato a diventare il dominatore assoluto del World Rally Championship, dalla nascita all’inizio del terzo Millennio. Non l’ho mai adorato per la sua simpatia, ma per le sue caratteristiche sportive e per le sue capacità di guida. La vittoria del settimo Mondiale Rally a casa sua, in Alsazia, ha sigillato la mia devozione per lui. Dopo quasi un decennio in cui veniva descritto come un “Cannibale”, come “Macchina per vincere”, è arrivato alla fine dell’ultima prova con tutti i suoi amici e la famiglia che lo aspettavano.

E sai una cosa? È scoppiato in lacrime. Piangeva, come un bambino. Ecco perché parlavo di uomini da record. È stato incredibile vedere quel lato così intimo e personale del più grande campione del mondo rally, tra i più riservati della storia. Ricordo che tornato in redazione, al lunedì mattina, non ne parlai con il mio editore, ritenevo che non avrebbe gradito il mio continuo impegno nel dipingere gli uomini gli uomini. Era la prima volta in due decenni di carriera giornalistica che avevo in mano una notizia e non la davo. Ma in fondo, a quella gara c’ero andato in incognita e per i fatti miei.

Tornando a Loeb, e sempre secondo il mio opinabilissimo parere, sono molte le cose che lo rendono speciale. Più che l’incredibile abilità di guida, però, c’è la capacità di adattarsi a ogni situazione, di leggere la strada e agire di conseguenza ad una velocità superiore a quella di una WRC. Loeb, come Valentino Rossi nel motociclismo, univa un’incredibile determinazione al successo con il motto “corro perché mi diverto”, che gli permette di affrontare nel modo giusto anche i momenti negativi.

Lo stesso spirito che ha continuato a contraddistinguerlo anche dopo il ritiro dai rally. Un combattente che fa sembrare facile tutto quello che fa. Ma tutto quello che fa, di facile non ha nulla. A proposito di combattente… Tra i miei eroi posso sceglierne un altro? Ti dico Miki Biasion. È l’ultimo pilota italiano ad aver conquistato un titolo nel Mondiale Rally. Ed è uno dei pochi che ha trascorso quasi tutta la carriera nel WRC, alla guida di vetture da sogno e per di più Lancia. Miki e i rally erano un’equazione perfetta.

Mi è sempre piaciuto come pilota, a proposito di uomini da record. Ma ho iniziato ad adorarlo quando ho scoperto che nel 1978, al volante della Renault 5 della madre, e ovviamente a sua insaputa, aveva partecipato al suo primo rally della sua vita, una corsa clandestina sull’altopiano di Asiago e per di più in notturna! S’innamora dei rally, impara a correre, diventa abile e veloce, emerge e regala all’Italia due meravigliosi titoli iridati guidando la vettura italiana più iconica della storia del WRC: la Lancia Delta.

Prima, però, passa attraverso la Opel Kadett GT/E Gruppo 1, scegliendo come navigatore il suo compagno di liceo, Tiziano Siviero. Poi Ascona Gruppo 2, Ascona 400 Gruppo 4, Lancia Rally 037, Lancia Delta S4 e Lancia Delta HF Integrale nelle sue varie evoluzioni. Anche Miki è uno che segue la filosofia “corro perché gioco”. Dopo il ritiro dai rally, che avviene sostanzialmente nel 1997, Biasion inizia a correre nei rally raid con i camion e alla guida dell’Iveco Eurocargo porta a casa due Coppe del Mondo consecutive nel 1998, Tunisia, Faraoni e Abu Dhabi Desert Challenge, e nel 1999, Tunisia, Faraoni, Abu Dhabi e Marocco.

Come se nulla fosse, nel 2001, si riaffaccia nei rally perché chiamato dalla Fiat a sviluppare la Punto Super 1600, e l’anno dopo torna nei raid con la Mitsubishi Pajero, con cui l’anno seguente termina la Dakar in seconda posizione, prima di essere penalizzato a fine gara. Scelgo anche un terzo eroe, consentimelo. Colin McRae? Con lui feci un giro sulla Ford Focus WRC ufficiale nel 2001, presso lo stabilimento Martini di Pessione, in provincia di Torino. Ma non è con questo ricordo che intendo ricordarlo.

McRae era il pilota più veloce del mondo e voleva dimostrarlo in ogni curva di ogni speciale di ogni rally che disputava. Nel 1995, quindi due anni prima che iniziassi a fare il collaboratore nei quotidiani, ero già intrippato di rally. Ecco, quell’anno, al Rac ci fu un indimenticabile duello testa-a-testa tra Colin McRae e Carlos Sainz per il titolo iridato. McRae e Sainz erano compagni in Subaru e, nel rally precedente in Spagna, un ordine di scuderia aveva deciso che a vincere doveva essere il madrileno Sainz, con McRae secondo.

Capisci perché l’attenzione per quella gara era ai massimi livelli? In quella gara, subito dopo aver preso il via, in Scozia, McRae perde due minuti. Reagisce. Recupera. Supera Sainz in Galles e arriva a Chester primo assoluto e primo campione del mondo britannico. Il rifiuto di McRae di accontentarsi del secondo posto, quando le possibilità di vittoria erano davvero poche, è quello che lo rende speciale. Dunque, velocità, dignità e tenacia. Sai chi mi viene in mente? Uno dei miei due idoli. In mezzo a questi tre eroi ce ne sono altri sei: Sebastien Ogier, Juha Kankkunen, Tommi Makinen, Richard Burns e Ari Vatanen.

Peugeot e rally: la 206 dalla GTI, alla GT alla WRC

La 206 GT era una vettura ancora più speciale e, sebbene condividesse la stessa meccanica della GTI, era stata realizzata per un fine ben diverso: l’omologazione per disputare e vincere il World Rally Championship con la WRC, che compie 20 anni a l’1 gennaio 2020.

Parliamo di Peugeot e rally. Uno dei modelli Peugeot di maggior successo anche in Italia è sicuramente la 206, la piccola nata nel 1998 e prodotta fino al 2012. Modello venduto a livello mondiale in circa 10 milioni di esemplari, nel 1999 vide l’introduzione in gamma della versione più sportiva che, come da tradizione del Leone, si fregiava della sigla GTI. In pratica era la sorellastra della 206 WRC.

Infatti, Peugeot non si limitò solo alla GTI, ma realizzò anche la serie speciale 206 GT (la sorella povera della WRC), una versione che, dotata dello stesso motore 2 litri da 135 CV della sorella sportiva, si caratterizzava per elementi estetici e tecnici specifici, perché serviva per ottenere l’omologazione per correre e vincere nel Campionato del Mondo Rally. Prodotta in 4000 esemplari, è oggi una versione molto rara: diversi collezionisti si sono già mossi e le quotazioni salgono.

La Peugeot 206 è uno dei modelli più apprezzati anche dai clienti italiani: anche chi non ha avuto l’opportunità di guidarla, si ricorderà sicuramente lo spot dello scultore indiano, una delle pubblicità più memorabili realizzate nel mondo dell’auto. La 206 però non era solo un’ottima vettura per tutti i giorni, ma anche un’ottima base di partenza come auto da corsa.

Le competizioni, si sa, sono nel DNA del Leone dalla fine del 1800 e anche la 206 ebbe diverse declinazioni sportive stradali nel corso degli anni. Una di queste fu la 206 GT, senza la I, una versione alquanto rara e particolare, oggi ricercata dai collezionisti di youngtimer.

Nata nel 1998, la 206 vide nel 1999 il debutto di due versioni sportive che costituivano le eredi della 205 GTI che negli anni Ottanta aveva fatto sognare molti appassionati. Pochi mesi prima della fine del millennio vennero introdotte le 206 GTI e GT, entrambe spinte dallo stesso motore, un 2 litri da 135 CV in grado di farle scattare da 0 a 100 in 8″4 e di arrivare fino alla soglia dei 210 km/h.

La Peugeot 206 GT da cui derivò la WRC
La Peugeot 206 GT da cui derivò la WRC

La sorella iper vitaminizzata: Peugeot 206 WRC

Esternamente la GT si differenziava dalla GTI per il disegno e le maggiori dimensioni dei cerchi in lega (da 16”), per i diversi paraurti anteriore e posteriore, molto più sporgenti rispetto alla GTI normale, e una placca identificativa posizionata sul montante centrale che recava il numero progressivo dell’esemplare.

Lo stile dell’auto era più aggressivo, ma la scelta non fu dettata da una ragione estetica, ma squisitamente regolamentare. Per partecipare al campionato Mondiale Rally, i regolamenti dell’epoca imponevano un limite minimo di lunghezza dell’auto di almeno 4 metri. La 206 standard misurava 3 metri e 82 cm, non sufficienti per rientrare in tale limite regolamentare.

Per questo motivo Peugeot decise di adottare dei paraurti molto più prominenti per rientrare in tale parametro omologativo. La 206 GT venne quindi commercializzata con questo fine e ne furono realizzati circa 4000 esemplari, venduti anche in Italia. La 206 fu un grande successo commerciale (circa 10 milioni di unità complessive) ma fu anche un grande successo nei rally e senza la 206 GT non sarebbe stato possibile.

Il successo commerciale della 206 GT è legato a doppio filo ai successi nel Mondiale Rally raccolti dalla Peugeot 206 WRC, specificatamente progettata per partecipare al Campionato del Mondo Rally,in cui ha gareggiato dal 1999 al 2003 vincendo due volte il WRC Piloti con Marcus Gronholm, nel 2000 e nel 2002, e tre volte il WRC Costruttori, 2000, 2001 e 2002. Oltre a Gronholm la pilotarono anche Gilles Panizzi, François Delecour, Didier Auriol, Harri Rovanpera e Richard Burns.

Ha partecipato a cinque edizioni del WRC ottenendo cinque titoli mondiali e vincendo ventiquattro prove del World Rally Championship stesso, quindici con Marcus Grönholm, il quale si è laureato due volte campione del mondo. Grazie al pilota Marcus Grönholm la 206 WRC riuscì ad aggiudicarsi le edizioni 2000 e 2002 del Mondiale Rally piloti e tre titoli costruttori nello stesso periodo. Fu sostituita nel 2004 dalla 307 WRC.

  • Renato Travaglia con la Peugeot 206 WRC
  • Marcus Gronholm con la Peugeot 206 WRC
  • La Peugeot 206 WRC di Renato Travaglia
  • Luca Rossetti e Matteo Chiarcossi con la 206 S1600

Era equipaggiata con un motore 2000 turbo in grado di erogare 300 cavalli dichiarati. Le prestazioni erano sorprendenti: un’auto così leggera accelerava da 0-100 in appena 4″ per una velocità massima di circa 220 km/h. Poi le prestazioni cambiavano a seconda della messa a punto e del cambio per i vari tracciati.

Erano e restano molto diversi tra loro i settaggi relativi alla conformazione richiesta per terra o asfalto e per la tipologia di gara: MonteCarlo, piuttosto che Turchia. La vettura inoltre era stata profondamente rivista nella trasmissione e nelle sospensioni: era dotata di trazione integrale e utilizzava un cambio sequenziale a cinque o anche a sei rapporti.

Storia della Peugeot 206 nei Trofei Rally Peugeot in Italia

Il Trofeo Peugeot Rally negli anni 2000, più precisamente nel 2005, ha concluso l’esperienza con la 206 WRC con cui Renato Travaglia e Flavio Zanella hanno portato il primo titolo italiano rally assoluto piloti e costruttori a Peugeot (2002) e terminata l’esperienza con la successiva Peugeot 206 S1600, Peugeot ha deciso di puntare per la squadra ufficiale su un giovane fra quelli che si sono messi in luce nel Trofeo Peugeot a cui affidare la 206 Rallye Gruppo N e puntare al titolo di categoria 2005.

In quell’occasione fu scelto il friulano Luca Rossetti, già vincitore in zona del monomarca con una Peugeot 106 (2001). In coppia con Matteo Chiarcossi, Rossetti ha vince lo scudetto Gruppo N e si è merita totale conferma e il passaggio sulla più impegnativa 206 S1600 con cui si è riconfermato. Dal 2007 inizia la storia della Peugeot 207 Super 2000 con cui è diventato vice campione d’Italia e nel 2008 si è aggiudicato il titolo italiano assoluto sia il titolo Europeo.

Va anche detto in questo contesto della storia sportiva della Peugeot 206 che il Trofeo Peugeot Rally dal 2004 assume la denominazione di Peugeot Competition. In questo trofeo monomarca si mettono in evidenza Michele Rovatti (vincitore nel 2006 e 2007 con la 206 RC Gruppo N), Massimo Dal Ben e Rudy Michelini. Con Claudio Vallino campione nel 2008 che così è diventato il pilota ad aver vinto il maggior numero di titoli nell’ambito dei promozionali Peugeot.

Le auto da rally che hanno fatto la storia del RAC

Al Rally GB 2019, in programma dal 3 al 6 ottobre, ci sarà Marcus Gronholm a fare da Star ufficiale della manifestazione e tornano le vetture che hanno fatto la storia del RAC.

Si annuncia davvero un’edizione indimenticabile la numero 75 del RAC, o Rally GB, in programma dal 3 al 6 ottobre 2019. E non solo perché, come anticipato, ci sarà Marcus Gronholm a fare da Star ufficiale della manifestazione. Ma perché, siccome a volte ritornano, questa volta tornano le vetture che hanno fatto la storia del RAC.

Segnatevi questa data: 3 ottobre 2019, l’appuntamento è fissato con il test d’apertura di giovedì sul circuito di Oulton Park. Ci saranno dalla Ford Escort di Roger Clark a varie altre auto da rally del Gruppo B che con le loro fiamme (dagli scarichi) hanno illuminato le foreste britanniche sin dalla prima edizione del 1932.

In testa alla parata di miti e leggende ci saranno le Subaru Impreza, che McRae ha portato al titolo mondiale del 1995 e che Burns ha portato alla corona sei anni dopo. Entrambi i piloti hanno vinto il RAC tre volte. La gara britannica è sempre stata nota come una delle competizioni più difficili per percorso e condizioni meteo.

La Ford Escort di Roger Clark sulle PS del RAC

La prima edizione del Royal Automobile Club Rally aveva al via ben 342 concorrenti, tutti su auto stradali di serie che attraverso una varietà di percorsi dovevano percorrere 1000 miglia. Il premio era di 25 sterline e andava all’equipaggio che aveva il minor numero di punti di penalità a fine gara. Nel 1932 a vincere fu il colonnello AH Loughborough, su una Lanchester 15/18.

All’inizio degli anni Sessanta del Novecento furono introdotte le prove speciali della foresta del Galles e i piloti nordici dominarono per i successivi 30 anni. Il loro successo fu interrotto solo dalle vittorie di Roger Clark nel 1972 e nel 1976.

Il RAC Rally è stato entrato a fare parte del calendario gare del Campionato del Mondo Rally sin dall’istituzione della serie iridata, nel 1973. Il sei volte campione del mondo Sebastien Ogier è il maestro delle stagioni di inizio Terzo Millennio, con cinque vittorie in sei anni di fila.

Le auto da rally presenti presenti al RAC 2019

1932 Lanchester 15/18

Non meno di 342 concorrenti parteciparono al primo Royal Automobile Club Rally e, sebbene non ci fosse un vincitore ufficiale, il primo premio da 25 sterline fu assegnato al colonnello AH Loughborough alla guida di un Lanchester 15/18. Purtroppo, quell’auto è andata perduta nella storia.

1933 Singer 9 Sports Coupe

FRG ‘Bob’ Spikins fu una stella dei primi Rally. Ha vinto nel 1934 alla guida di una Sports a due posti Singer da 9 CV – un’auto che ha poi sviluppato in un pilota Brooklands sovralimentato. Un anno prima era arrivato terzo in classifica generale, e secondo nella classe inferiore ai 10 CV, guidando una Singer Coupe – l’auto in mostra a Oulton Park.

1965 Mini Cooper S

La sempreverde Mini celebra quest’anno il suo sessantesimo compleanno. Direttamente dagli anni ’60, arriva la Cooper S vittoriosa di Rauno Aaltonen, l’unica Mini a vincere il RAC Rally. 

1965 Austin Healey 3000

Donald Healey vinse il Rally di MonteCarlo nel 1931, quindi non sorprende che le vetture sportive Austin Healey da allora in poi godessero anche di un notevole successo nel settore automobilistico. L’Austin Healey 3000 con cui Timo Mäkinen ha terminato il secondo posto nel 1965 sarà esposta insieme alla Mini vincitrice di Aaltonen a Oulton Park.

1971 Saab 96

Con la loro eredità scandinava, le Saab erano auto da rally molto competitive nel periodo e ottennero cinque vittorie nelle foreste britanniche tra il 1960 e il 1971. Le prime tre andarono al leggendario Erik Carlsson, l’ultima a Stig Blomqvist . In mostra sarà una suggestiva replica della sua vittoriosa V4.

1973 Toyota Celica

Toyota ha una lunga storia di successi nel rally e la sua ultima Yaris WRC è quella da battere nel Campionato del Mondo di quest’anno. Ove Andersson – l’uomo che in seguito ha guidato i team WRC, Le Mans e F1 della società giapponese – ha concluso al dodicesimo posto nel RAC Rally del 1973 guidando questa Celica da San Bruno.

1974 Corolla / Levin

La Toyota si avvicinò al suo primo podio al RAC Rally nel 1974, quando Bjorn Waldegaard finì con un incoraggiante quarto posto con questo modello coupé della Corolla TE27 a due porte equipaggiato con un motore sportivo a quattro valvole. All’epoca, il faticoso rally aveva 84 tappe competitive in Galles, Inghilterra e Scozia.

Lancia Stratos del 1974

Per molti, la dolce Lancia Stratos HF con motore Ferrari V6 rimane la migliore arma da rally degli anni Settanta. Ha vinto il World Rally Championship per Costruttori tre volte tra il 1974 e il 1976. Ma mai il RAC Rally. Sandro Munari è arrivato terzo nel 1974 e questa replica moderna rende omaggio a questo risultato.

1976 Escort RS1800 Mk2

Il passaggio nelle foreste e una data invernale e di fine stagione ha portato a 30 anni di successi nordici interrotti solo dalle due famose vittorie di Roger Clark nel 1972 e nel 1976. Questi successi sono celebrati per la presenza di una replica MkII rossa di Clark del 1976.

1977 Escort RS1800 Mk2

Negli anni Settanta, la Ford Escort RS era l’auto da rally preferita: il suo spettacolare stile laterale intratteneva sia i guidatori che la folla. Così come per Clark ci sarà un omaggio anche per Bjorn Waldegaard.

1977 Toyota Celica 2000GT

La Toyota arrivò ad un passo dalla vittoria del suo primo RAC Rally nel 1977, quando Hannu Mikkola si unì al team e finì secondo dietro la dominante Escort di Bjorn Waldegaard. È stato un addio per la prima generazione delle Celica nel rally mondiale. 

1980 Toyota Celica 2000GT

Questo anno è ricordato per la commovente vittoria di Henri Toivonen con una Talbot Sunbeam Lotus, l’ultima al RAC Rally per una macchina a due ruote motrici. Ma la vittoria è arrivata solo dopo che un filtro dell’olio sulla Toyota di Bjorn Waldegaard ha deciso di mettersi per traverso.

1984 Porsche 911 SC RS

Porsche potrebbe essere più famosa per le sue buffonate sportive, ma la 911 fu anche un’auto da rally decente. Roger Clark finì undicesimo in livrea Rothmans da 290 CV Gruppo B Spec SC RS nel 1984. La 911 Gruppo B è stata la prima vettura da competizione della Prodrive.

1984 Nissan 240RS

Come la 911 SC RS, la Nissan 240RS fu uno dei primi esempi dell’era “Godzilla” del Gruppo B. Il suo telaio e la trazione posteriore sono state rapidamente superate da macchine a trazione integrale più estreme come Audi, Lancia, Peugeot.

1986 Peugeot T16 EVO

Peugeot fu una delle prime a sfruttare appieno le quasi illimitate normative del Gruppo B, quando scatenò la 205 T16 a quattro ruote motrici. Ha vinto due Rally RAC prima che queste vetture venissero bandite a seguito di numerosi incidenti mortali che coinvolsero sia gli equipaggi sia gli spettatori. Ari Vatanen ha vinto nel 1984, mentre Timo Salonen ha vinto nel 1986.

1986 Ford RS200

Ford ha risposto ai regolamenti del Gruppo B senza esclusione di colpi producendo la RS200, appositamente costruita e dotata di motore centrale. Sebbene fosse ancora in sviluppo quando il Gruppo B fu bandito, Stig Blomqvist la guidò al RAC Rally del 1986 prima di essere costretto a ritirarsi con problemi al turbo.

1986 MG Metro 6R4

Un’altra delle leggendarie auto del Gruppo fu la MG Metro 6R4 V6 da 400 cavalli, progettata per Austin Rover dal team Williams F1. Il suo miglior risultato è stato il terzo posto di Tony Pond nel RAC Rally del 1985. Un anno dopo, Jimmy McRae finì ottavo con la livrea Rothmans.

1993 Skoda Favorit

Nonostante languisca dietro la cortina di ferro, la fortunata Skoda ha tenuto la testa alta durante gli anni Settanta e Ottanta. Ha avuto anche notevoli successi, in particolare al RAC Rally dove ha ottenuto vittorie di classe nella fino a 1300 cc per 17 anni.

Subaru Impreza WRC del 1997

Carrozzeria blu e ruote d’oro, Subaru domina la gara britannica del Campionato Mondiale Rally ottenendo nove vittorie tra il 1994 e il 2004. Il leggendario Colin McRae ha segnato tre di questi successi con la sua Impreza WRC, vincitrice del 1997.

2000 Subaru Impreza

In quello che fu un periodo d’oro per il rally britannico, Richards Burns imitava McRae con tre entusiasmanti vittorie nel Rally GB tra il 1998 e il 2000. Inoltre è diventato il primo e unico campione del mondo inglese.

2011 Mini John Cooper Works WRC

Non è stata una sorpresa quando i nuovi proprietari della BMW hanno cercato di ricreare i giorni di gloria della Mini, con un ritorno ai rally di alto livello all’inizio di questo decennio. Uno dei suoi migliori risultati è arrivato quando Kris Meeke è arrivato quarto.

RAC Rally 1998 e la fatidica (anzi, no) PS7 Silverstone

Era un periodo in cui la febbre dei rally stava raggiungendo di nuovo il suo apice in Europa e maggiormente in Gran Bretagna, dopo le leggendarie Gruppo B, grazie a Colin McRae, mentre Richard Burns cresceva rapidamente e correva incontro al titolo del 2001. In mezzo c’è un bellissimo Rac Rally 1998.

Silverstone è conosciuto quasi esclusivamente per la Formula 1, ma la sua storia affonda anche radici nei rally. Infatti, è stato sede delle prove speciali della prova britannica, Rac Rally 1997 e 1998, del Campionato del Mondo Rally alla fine degli anni Novanta. Era un periodo in cui la febbre dei rally stava raggiungendo di nuovo il suo apice nel Paese dopo le leggendarie Gruppo B grazie a Colin McRae, il primo campione del mondo rally britannico (1995 con Subaru e Pirelli), mentre Richard Burns cresceva rapidamente e correva incontro al titolo del 2001.

Il tracciato dell’autodromo di Silverstone apparve per la prima volta nel Rac Rally nel 1980, tornò nel 1989, poi nel 1997, 1998 e 1999. Fu inserito nel rally con una super prova speciale a superficie mista appositamente costruita e adiacente al circuito del GP F1 di Gran Bretagna, molto vicino alla curva Stowe.

Fu progettato con l’aiuto di Roger Clark e l’obiettivo era che questa breve PS fosse, come dicono gli inglesi, TV-friendly con due macchine che gareggiavano fianco a fianco in un simulacro di corse. Un po’ come poi Michèle Mouton ha fatto alla corsa dei campioni, o come gli organizzatori del Memorial Bettega hanno provato a fare al Motor Show di Bologna e come altre gare hanno poi riproposto negli decenni a venire…

Si pensava che, poco meno di due chilometri, avrebbero avuto solo effetti secondari sulla classifica, la PS era spettacolare e con un bel salto in una pozza artificiale. Eppure questa prova determinò il ritiro di Tommi Makinen e la successiva assegnazione del titolo iridato al finlandese (il terzo in carriera) che intanto stava tornando a casa con il “classico” muso di cemento.

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La copertina di 100 anni di Storie di Rally

Richard Burns e il debutto della Subaru Impreza P2000

Il direttore tecnico del Subaru World Rally Team che curava la Subaru Impreza WRC era Christian Loriaux, affiancato in Prodrive da David Lapworth. E sono proprio loro due gli uomini chiave di una bellissima storia. Stavano facendo debuttare al Rally del Portogallo 2000 la vettura che avrebbe segnato il punto di svolta delle loro carriere (e non solo): la Subaru Impreza P2000.

Fu a quel punto che Richard Burns, all’interno della Subaru Impreza P2000, lanciò un’occhiata a Robert Reid con un enorme punto interrogativo. Il suo stupore era evidente. Richard non era affatto convinto… Secondo lui, Robert stava dando i numeri. Non ti capita spesso di sbagliarti”, disse Richard Burns allo scozzese seduto di fianco. ”Ma ti sbagli stavolta. Non c’è modo che il tempo sia giusto”, aggiunse.

Reid sottolineò che, se mai errore doveva esserci, era sbagliato il tempo di Burns. E se così era, e così era, c’era solo una spiegazione logica in ciò. Contro le istruzioni della squadra, avevano fatto un’altra corsa. Possibile? Avevano fatto un’altra corsa. Ma il risultato era stato lo stesso. Burns e Reid si fermarono in cima a una collina sopra Girona, una città della comunità autonoma della Catalogna che sorge sulle sponde del fiume Onyar, nel nord-est della Spagna, e si sedettero, cercando di capire cosa fosse appena successo.

”Lo facevamo spesso in gara dopo una prova”, ricorda Reid. ”Richard si fermava e digeriva tutto, poi discutevamo di quello che era accaduto. Lo stavamo facendo anche quella volta, quando la radio prese vita”. Era l’uomo dei numeri, che stavano lottando per ricalcolare tutto, era Christian Loriaux. ”Hai rovinato tutto? Ma proprio tutto”, urlava dall’altro capo della radio Loriaux nel suo inconfondibile mix di inglese-belga. Il team non aveva dati. L’auto si era zittita e temevano il peggio.

”Christian ci ha chiesto di tornare subito alla base”, dice Reid a Burns. ”Lo so”, rispose Richard. ”Ma sto cercando di capire come sia possibile che questa macchina va così tanto più veloce dell’altra”. Tanto più veloce. Il direttore tecnico del Subaru World Rally Team che curava la Subaru Impreza WRC, era Christian Loriaux, affiancato in Prodrive da David Lapworth. In realtà sono loro due gli uomini chiave di questa storia. Stavano facendo debuttare al Rally del Portogallo 2000 la vettura che avrebbe segnato il punto di svolta, la Subaru Impreza P2000.

Un’auto da rally rinnovata per l’80% dei componenti rispetto alla precedente ed è realizzata considerando già gli sviluppi che caratterizzeranno la futura 44S del 2001. Il tecnico responsabile della vettura, Christian Loriaux, che in seguito diverrà la mente dietro ai successi della Ford nel WRC. A distinguere la P2000 dalle precedenti versioni, ci sono certamente le due grosse prese d’aria sul cofano anteriore, assenti precedentemente. Quell’anno in squadra ci sono Burns e Kankkunen, ma durante l’anno parteciperanno a qualche gara anche Simon Jean-Joseph, Petter Solberg e Markko Martin.

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La copertina del volume dedicato alla storia Subaru nei rally

Robert Reid: ”Dove c’è un finlandese, c’è uno squalo”

In un mondo come quello dei rally in cui ancora si dice che gli ordini di scuderia non esistono, il piano degli inglesi prevedeva un finale ben diverso da quello che andò in scena. Perché la storia racconta di altri due in quel Rally di Argentina 1999 vincitori che non furono Richard Burns e Robert Reid.

Il copilota di Richard Burns parla del Rally di Argentina 1999. Lo con venti anni di ritardo, ma Robert Reid svela un clamoroso e divertente retroscena – e cioè che per ordine di scuderia quella gara avrebbero dovuto vincerla lui e Burns e non KKK – che ha come conclusione finale il famoso proverbio: fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

Inevitabilmente, Reid si chiede se ciò abbia avuto un effetto negativo sul resto della loro stagione 1999, o forse no. ”Dove c’è un finlandese, c’è uno squalo. Suona proprio come qualcosa che direi. Probabilmente, ma non sono sicuro di dovermi prendere il merito per questo. Lasciatemi spiegare: nel 1999 Richard e io eravamo nella squadra di Subaru con Juha Kankkunen. Ci eravamo trasferiti da Mitsubishi e Juha si era trasferito da Ford e tutti desideravamo impressionare”, racconta Robert Reid.

”Richard e io abbiamo preso il comando in Argentina, dopo una lotta serrata con Juha e Didier Auriol, proprio lì con una Toyota. L’ultimo giorno, abbiamo preceduto Didier ed è diventato chiaro che la Subaru si stava dirigendo verso uno scontro testa a testa. Non c’era molto distacco tra noi e Juha: circa 10’’. Abbiamo avuto un problema al motore alla nostra Impreza e ci hanno detto che dovevamo gestirlo. Per alleggerire la pressione, fu detto ad entrambi gli equipaggi di tenere la posizione. in teoria, avremmo dovuto vincere e Juha sarebbe dovuto arrivare secondo”, ricorda Reid.

Dunque, in un mondo in cui gli ordini di scuderia non esistono, il piano era questo. Ma è successo qualcosa di diverso. Perché la storia racconta di altri vincitori che non furono Richard Burns e Robert Reid. ”Robbie Head e Steve Turvey sono stati inviati nella prova finale a dare a Juha Kankkunen e a noi i tempi di arrivo. Sapevamo cosa stava succedendo, quindi, pur essendo impegnati a gestire il motore, vedemmo al volo Turvs. Juha era così veloce che quasi lo investì”.

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Subaru story: dalla Legacy RS Turbo 4WD alla Impreza 555

Dopo molti anni, il finlandese Markku Alén lascia i sedili Fiat e Lancia per un ancora poco conosciuto berlinone giapponese, che si sta affacciando nel mondo dei rally, la Subaru Legacy, robusto, potente, affidabile e squadrato pezzo di metallo.

Acqua sotto i ponti, da allora, ne è passata davvero molta. Nel frattempo Subaru ha detto “addio” ai rally, non mancando di scriverne capitoli sportivi importanti e indimenticabili dal massimo campionato internazionale alle varie serie nazionali. Lo sanno anche le pietre che si incontrano in quasi tutte le prove speciali del mondo che, negli anni in cui ha gareggiato, la storia sportiva della Casa delle Pleiadi è diventata sempre più gloriosa. Anno dopo anno. Il binomio Subaru e WRC inizia concretamente alla fine del 1989.

Dopo molti anni, il finlandese Markku Alén lascia i sedili Fiat e Lancia per un ancora poco conosciuto berlinone giapponese, che si sta affacciando nel mondo dei rally, la Subaru Legacy, robusto, potente, affidabile e squadrato pezzo di metallo. La vettura viene commercializzata in tutto il mondo con lo stesso nome tranne che in Australia, dove viene ribattezzata Liberty, visto che la Legacy Australia, era un’organizzazione che aiutava i veterani e le loro famiglie durante e dopo le guerre.

La Legacy entra in vendita a febbraio 1989 sul mercato giapponese e a da gennaio 1990 in tutto il mondo. In Europa è commercializzata in due modelli: Legacy Sedan (BC) e Legacy Station (BF/BJ). Inizialmente, i due motori disponibili nella produzione di serie sono un 1,8 litri da 103 cavalli e un 2,2 litri da 136 cavalli, entrambi quattro cilindri boxer a benzina SOHC. Solo nel 1992, dopo un leggero restyling, vengono introdotti un propulsore di 2 litri, SOHC da 115 cavalli ed un 2 litri DOHC turbocompresso da 200 cavalli.

Per strada, la variante turbo, fortemente ispirata dall’esperienza rallistica della casa madre, è riconoscibile esteriormente per la presenza di una importante presa d’aria sul cofano anteriore e di uno spoiler al posteriore. La prima serie, che diventa famosa anche grazie all’astro nascente Colin McRae,viene sostituita nel settembre del 1993 (mese in cui inizia a circolare in Giappone) dalla seconda serie.

Quello stesso anno, alla vigilia del passaggio di consegne tra la Legacy e la Impreza, entra in commercio anche la versione GT, dotata di un propulsore EJ20 4 cilindri twin turbo capace di erogare 250 cavalli e 308 newtonmetri di coppia. L’Italia è uno dei primi Paesi a credere in quella “tre volumi” preparata tra le nebbie inglesi dalla Prodrive che dopo l’esperienza con la Bmw M3 ha messo gli occhi sulla Legacy coinvolgendo solo in un secondo tempo i vertici Subaru. Così come successivamente crederà nell’Impreza Wrx e poi nella WRC e poi… nella Wrx-STi allestita per il trofeo monomarca, che alle varie filiali nazionali della Casa giapponese è fruttato fior di quattrini. Lire ed euro.

La Subaru Legacy RS Turbo 4WD Gruppo A di Colin McRae
La Subaru Legacy RS Turbo 4WD Gruppo A di Colin McRae

La Legacy 4WD debutta al Rally Sanremo 1990

Il 1990 è la prima vera stagione della Subaru nel World Rally Championship. I giapponesi, si sa, non scendono in strada (o in pista, visto che nello stesso periodo un motore 3,5 litri boxer a 12 cilindri viene pensata per spingere la monoposto della scuderia Coloni in F1 ma alla fine non se ne farà nulla) per fare esperimenti. O meglio, non per fare solo quelli.

Così Alén e la Legacy iniziano a farsi notare anche se la vettura patisce problemi per le alte temperature nel vano motore. Gli appassionati italiani possono vedere il talento del Nord Europa al volante della berlina dagli occhi a mandorla per la prima volta al Sanremo. Nella gara matuziana, però, il finlandese fa poca strada. Si ferma dopo il primo tratto cronometrato.

Va decisamente meglio a fine anno. Infatti, grazie all’interessamento di Alberto Zambelli Rain, anima e cervello sportivo di Subaru Italia, al Memorial Attilio Bettega, organizzato nel contesto del Motor Show di Bologna, sono presenti sia Markku Alén sia Ari Vatanen. Il primo finisce al terzo posto. Nei due anni successivi la kermesse bolognese diventerà “proprietà privata” di Subaru, questa volta grazie ai successi del funambolico e giovane Colin McRae.

Le sue acrobazie fanno spettacolo e fanno sì che migliaia di italiani e di stranieri si appassionino alle gesta dello scozzese figlio d’arte. Il tutto mentre le prestazioni offerte nelle gare iridate, iniziano ad attirare l’attenzione di preparatori e piloti italiani. In particolare l’Art, di proprietà dei fratelli Alessandrini.

Nella serie iridata, ci vorrà il 1993 per vedere vincere per la prima volta la Legacy, quando Subaru Tecnica International lascerà finalmente carta bianca a Prodrive che risolverà il problema del calore nel vano motore. Un successo regalato dal pilota britannico Colin McRae, che si aggiudica a man bassa il Rally di Nuova Zelanda dopo esserci andato vicino l’anno precedente.

La Legacy RS Turbo 4WD al Tour de Corse 1993
La Legacy RS Turbo 4WD al Tour de Corse 1993

In Italia arriva nel 1990 con la Art: guida Piero Liatti

Poco prima di questo successo nel Mondiale Rally, i preparatori italiani sono a caccia di un’alternativa alla Lancia Delta. E così, sempre nel 1993, a metà giugno, al Rally d’Abruzzo, debutta nelle gare italiane la Legacy gestita dall’Art in collaborazione con la pistoiese Procar. Al volante c’è Piero Liatti fresco di un titolo europeo nel 1991 e del secondo posto in Nuova Zelanda l’anno successivo con una Delta dell’Art.

Il pilota di Biella, qualche tempo prima, impressiona David Richards, in occasione di alcuni test sull’asfalto della Corsica. La prima uscita si chiude con un buon secondo posto assoluto ad appena dieci secondi dalla Delta di Gilberto Pianezzola.

Nel Rally di Sanremo, vinto da Gianfranco Cunico, invece Liatti finirà quarto. La storia della Legacy nel Campionato Italiano, come in realtà nel Campionato del Mondo, è già destinata a volgere al termine, anche se nel nostro Paese la porterà avanti, con onore, Massimo Ercolani sulla terra, che nel 1996 si aggiudicherà il Trofeo Rally Terra, il primo titolo nazionale di una lunga serie.

Nel WRC, la Legacy è già in declino perché, l’anno prima, nasce il modello più famoso della storia del marchio del Sol Levante: la Impreza, destinata a sostituirla solo dopo, per volere dei giapponesi, il primo successo della Legacy, e destinata a vincere un Mondiale Piloti con McRae nel 1995 e ben tre Mondiali Costruttori consecutivi dal 1995 al 1997.

Nella sua vita post-rally, la Legacy diventerà sempre più una tre volumi di lusso, migliorando di anno in anno la qualità degli interni, della tecnologia e del design, ma allontanandosi sempre più e per sempre dalla filosofia sportiva che le diede i natali.

Il tutto attraverso sei serie e quasi 3 milioni e 600 mila vetture vendute in tutto il mondo. Non un record, ma senza ombra di dubbio un importantissimo successo, che non tutti i costruttori di automobili possono vantare con vetture di queste dimensioni. La vittoria del Subaru World Rally Team in Nuova Zelanda nel 1993 resta l’unica nel Mondiale Rally per la Legacy RS Gruppo A, che però poteva già fregiarsi della scritta “555” sulle fiancate. Scritta che sulle auto da rally significa “vai-vai-vai”: in giapponese “5” si legge “go”.

Richard Burns, quel talento volato via troppo presto

Ha iniziato a guidare in un campo vicino a casa sua all’età di otto anni, nella vecchia Triumph 2000 di suo padre. A undici Burns si unì all’Under 17 Car Club e divenne Pilota dell’anno nel 1984.

Il soprannome affibbiatogli dai fans italiani era “Pel di Carota”. Richard Alexander Burns era un pilota vero, capace. Un campione. Uno dei pochi amici di Colin McRae. Burns è morto ad appena trentaquattro anni. Era stato campione del mondo rally, unico pilota inglese ad aver vinto il prestigioso titolo automobilistico, nel 2001.

Si era operato ad aprile per rimuovere un tumore al cervello. Fino all’ultimo aveva tentato di continuare a gareggiare, ma nel 2003 era stato costretto all’addio quando era ancora in testa al WRC. Una decisione sofferta, presa dopo essere svenuto mentre si trovava al volante della sua auto e si recava in Galles per un rally.

Era appena tornato in Subaru, con cui aveva vinto il suo unico titolo iridato, con un contratto biennale, dopo essersi accasato nel 2002 in Peugeot. Nato a Reading il 17 gennaio 1971, passa a miglior vita a Westminster il 25 novembre 2005 a causa di un tumore al cervello che si manifesta drammaticamente con uno svenimento durante le ricognizioni del Rac Rally, ultimo appuntamento del Mondiale 2003 in cui l’inglese è ancora in lotta per il titolo grazie alla sua regolarità ad alto livello.

In quel momento è uno dei piloti del team Peugeot, ma ha già firmato un accordo per tornare in Subaru a partire dal 2004. Dopo lunghi mesi di inutili cure, l’inglese si opera nel mese di aprile 2005 per rimuovere la massa tumorale, ma alla fine dell’anno se ne va per sempre. In vita è uno dei pochi amici di Colin McRae e Valentino Rossi. Il suo copilota, praticamente da sempre, è Robert Reid.

In totale, Burns disputa cento e cinque gare nel World Rally Championship ottenendo dieci vittorie assolute. Le sue prime esperienze di guida iniziano a otto anni con una vecchia Triumph 2000. A undici si iscrive all’“Under 17 Car Club”, e diviene “Guidatore dell’anno 1984”.

Ma la svolta vera e propria avviene due anni dopo, quando suo padre lo iscrive alla “Rally School Jan Churchill’s Welsh Forest” dove Richard ha occasione di guidare una Ford Escort per un giorno intero, capendo che quello sarebbe stato il suo futuro.

Nel 1990, avviene la sua prima apparizione nel Mondiale Rally, nella gara di casa, con una Peugeot 205 GTi. Con quella stessa vettura, lo stesso anno, prende parte al Peugeot Challenge. Nel 1991 inizia la collaborazione con Robert Reid, che diviene il suo copilota fino alla sua ultima gara. Nel 1993 entra a far parte del Subaru World Rally Team nel British Rally Championship e ha come compagno di squadra di Alister McRae, fratello di Colin.

Pel di Carota diventa il più giovane campione inglese

Vince quattro gare e il titolo, diventando il più giovane campione nazionale inglese. Non trovando spazio in pianta stabile nel Mondiale Rally con il team Subaru, accetta la corte del team Ralliart e nel 1996 corre con la Mitsubishi Carisma GT con un programma composto da alcune gare iridate ed alcune del Campionato Asia-Pacifico. Le ottime prove saranno il suo biglietto da visita per l’ingresso in pianta stabile nel massimo campionato dove, nel 1997, ottiene la seconda piazza al Safari.

Nel 1998 arriva la prima vittoria iridata, sempre al Safari e sempre su Mitsubishi Carisma GT, bissata a fine stagione dalla vittoria al Rally di Gran Bretagna. Nel 1999 torna in Subaru ed è impegnato a tempo pieno nel WRC, confrontandosi con un campione quale è Juha Kankkunen, suo compagno di squadra. Con la Subaru raggiunge l’apice della sua carriera ottenendo in tre anni otto vittorie in rally iridati.

In tre stagioni conclude per due volte al secondo posto della classifica del Mondiale Piloti, nel 1999 e nel 2000, e una volta al primo posto, nel 2001. Nonostante un’unica vittoria al Rally di Nuova Zelanda, fa suo il titolo iridato grazie a una serie di ottimi piazzamenti ottenuti durante tutto l’arco della stagione.

Nel 2002 viene ingaggiato dalla Peugeot. Nel team francese subisce e patisce molto la concorrenza interna dei compagni di squadra Marcus Gronholm, sui tracciati sterrati, e Gilles Panizzi, sull’asfalto. Conclude il WRC al quinto posto e con cinque podi contribuisce alla vittoria della squadra francese nel Mondiale Marche.

L’anno seguente si arriva al Rac, ultima prova della stagione iridata, con Burns che ha guidato la classifica piloti del WRC per buona parte della stagione ed è ancora in corsa per la conquista del titolo nonostante non abbia mai vinto. Alla vigilia dell’evento rimane vittima di una sorta di “blackout”, proprio mentre si trova al volante della sua vettura.

Viene escluso dalla gara in attesa di accertamenti medici, che diagnosticano la presenza di un astrocitoma, una forma di tumore al cervello. Lotta con tutto se stesso per sopravvivere, ma purtroppo i suoi sforzi vengono vanificati da questo male terribile il 25 novembre 2005.

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Bruno Saby, un ottimo asfaltista che faceva il gregario

Bruno Saby corse per Renault, Peugeot, Volkswagen e Lancia durante la sua carriera nel WRC. Due le vittorie nel Mondiale Rally: Tour de Corse del 1986, in cui morirono Henri Toivonen e Sergio Cresto, e poi Rally di MonteCarlo 1988.

Bruno Saby, un ottimo asfaltista che ha fatto il suo onesto lavoro di gregario per i team Lancia e Peugeot. La sua perla sicuramente è la vittoria al MonteCarlo del 1988 anche se in quella occasione fu molto aiutato dal ritiro di Miki Biasion. E’ stato uno degli ultimi asfaltisti puri della scuola francese. Alla sua figura è legato un curioso aneddotto che, però, non ha mai trovato né conferma e né smentita.

Nel 1986 venne schierato da Peugeot Sport al Rally della Valle d’Aosta, tristemente noto per i famigerati chiodi, con il compito di dare man forte ad Andrea Zanussi. Alcuni “maligni” dicono che avendo già firmato per la Lancia, ad insaputa della Peugeot, il buon Bruno non si impegnò più di tanto. In effetti, rimase sempre molto staccato a livello di tempi dal duo di testa, anche se va detto che quando corri in gare come il MonteCarlo, gli specialisti locali sono sempre tosti da tenere a bada…

Nato a Grenoble il 23 febbraio del 1949, Saby è sempre stato un pilota di buon livello che ha contribuito con risultati apprezzabili alla immortale saga della Lancia Delta. Collaborando con la Casa italiana, Bruno ha ottenuto una vittoria ed alcuni piazzamenti nelle gare iridate e due titoli di campione francese su terra, nel 1990 e nel 1991, oltre a piazzarsi per due volte secondo nel campionato francese assoluto, battuto in entrambe le occasioni da Francois Chatriot sulla Bmw M3.

Di estrazione asfaltista, Saby ha saputo essere competitivo anche nelle gare su terra, più frequentemente a livello nazionale e, talvolta, anche a livello di Campionato del Mondo Rally. Dopo l’addio ai rally, avvenuto nel 1991, ha scelto di disputare gare nel tout terrain.

La prima parte della sua carriera è legata alla Renault – nei primissimi anni all’Alpine A110, con la quale ha vinto le prime gare – per la quale gareggia ufficialmente ed in forma semiufficiale, grazie alla collaborazione con il preparatore e amico Bozian. Infatti, sarà proprio Saby a portare al quarto posto assoluto la debuttante Renault R5 Turbo al Tour de Corse 1980, sebbene in quell’occasione gli fosse stata affidata una stradale “ibrida”, omologata in Gruppo 3, ma con alcune componenti della Gruppo 4, l’unica di quel tipo era per il caposquadra Jean Ragnotti.

Bruno Saby con la Peugeot 205 T16
Bruno Saby con la Peugeot 205 T16 nella foto McKlein

L’anno successivo, conquistando tre vittorie e tre secondi posti con la R5 Turbo, vince il campionato francese. Resta nell’orbita Renault, insieme a Ragnotti e Jean-Luc Therier, fino al 1984. In quel periodo continua a gareggiare in Francia – terzo assoluto nel 1982 e vice campione nazionale nel 1983 – e partecipa a quei pochi rally iridati che Renault disputa ufficialmente o attraverso le sue scuderie satellite, generalmente il Montecarlo ed il Tour de Corse. Il miglior risultato in assoluto arriva al Bandama del 1982, quando si piazza al quarto posto.

Da Peugeot Talbot Sport con Jean Todt alla Dakar

Nel 1985 viene ingaggiato dalla Peugeot Talbot Sport di Jean Todt, unico francese nella morsa del duo nordico della Peugeot 205 T16, composto da Ari Vatanen e Timo Salonen. Avrà la soddisfazione di portare al debutto la Evo 2, piazzandosi secondo in Corsica, e di vincere sull’isola napoleonica anche il suo primo rally iridato, nel 1986, sebbene in occasione della triste scomparsa di Henri Toivonen e Sergio Cresto.

Saby era in gara anche al famigerato Tour de Corse 1986. Arrivò sul luogo dell’incidente poco prima di Miki Biasion. Arrivato sul luogo dell’incidente, non potè fare niente per salvare Henri e Sergio. Per il resto è degno di nota solamente il buon terzo posto assoluto all’Acropoli 1986.

Con l’addio ai rally da parte di Peugeot, Bruno comincia la sua collaborazione con la Lancia. Oltre alla rappresentanza in terra di Francia, la casa italiana gli affida il ruolo di affiancamento alle varie prime guide (Miki Biasion, più tardi Didier Auriol) nelle prove “francesi” del WRC.

Nel 1987 disputa anche il Sanremo (dove si piazza secondo) e nel 1991 il Rac dell’addio. Nel mezzo qualche buon piazzamento, due terzi posti e la seconda vittoria in carriera, al Montecarlo 1988. In quegli anni, Saby sarà anche molto attivo nel rallycross.

Terminata l’esperienza rallystica, Saby si trasferisce nei deserti della Parigi-Dakar. Nella sua seconda carriera la stella del transalpino brilla luminosa: vince il raid più famoso del mondo nel 1993 su di un Mitsubishi Pajero Evo. Arriva una volta secondo ed altre due terzo.

Nel 2005, correndo per la Volkswagen, vince la Coppa del Mondo Rally Raid. Tra le gare più spettacolari condotte da Bruno Saby si ricorda anche il Rally MonteCarlo 1985, in cui in un rocambolesco finale la vittoria andò alla Peugeot 205 T16 di Ari Vatanen.

Il Monte di quell’anno era una sfida nuova di oltre 3 mila e 500 chilometri, dove si affrontava la neve su venticinque delle trentatré prove speciali in programma. La partecipazione all’edizione del 1985 era stata preparata con la massima cura. Al via con le Peugeot c’erano Ari Vatanen e Terry Harryman, Timo Salonen e Seppo Harjanne e Bruno Saby e Jean François Fauchille (il suo storico navigatore) con i quali il direttore sportivo Jean Todt aveva completato la squadra per la nuova stagione, dopo le trattative andate a vuoto con Walter Röhrl e Markku Alen.

Il passaggio dalla Subaru Impreza 555 alla Impreza RS WRC

Le Subaru Impreza hanno partecipato al Campionato del Mondo Rally dal 1993 al 2008. La vettura fu denominata 555 grazie allo sponsor dell’epoca. Dal 1997 in poi si cambia musica.

L’esordio dell’Impreza nel mondo dei rally avvenne nel 1993. La Legacy, sua “antenata”, era divenuta poco competitiva rispetto alle avversarie Ford Escort Cosworth e Toyota Celica ST185. Quindi, Subaru incaricò Prodrive di preparare la nuova Subaru Impreza secondo i regolamenti di Gruppo A.

La vettura fu denominata 555 grazie allo sponsor dell’epoca. Il suo debutto avvenne nel Rally di Finlandia con Ari Vatanen e Markku Alén. Le restanti gare del 1993 furono utilizzate come test in vista delle stagioni successive. Nel 1994 la competitività dimostrata dalla vettura attirò alla corte del team inglese un campione come Carlos Sainz.

Come compagno di squadra dello spagnolo la Subaru confermò Colin McRae. La prima vittoria arrivò nell’Acropolis Rally 1994 grazie a Sainz. Il pilota spagnolo disputò una grande stagione perdendo il titolo soltanto all’ultima gara dopo un gran duello con la Toyota di Didier Auriol. In quella stagione le vittorie totali della Subaru furono tre: oltre alla vittoria di Sainz in Grecia arrivarono le vittorie di McRae in Nuova Zelanda e Inghilterra.

Nel 1995 vennero riconfermati McRae e Sainz, mentre una terza vettura venne schierata per Richard Burns nelle gare sterrate e per Piero Liatti in quelle su asfalto. La stagione fu entusiasmante. Entrambi i piloti di punta lottarono per il Mondiale Rally, ottenendo complessivamente cinque vittorie: tre di Sainz e due di McRae.

Il titolo fu vinto proprio da McRae che sconfisse in volata Sainz all’ultima gara. Subaru vinse a fine stagione il suo primo titolo Costruttori. La stagione successiva Sainz passò alla Ford, mentre in Subaru, a sostegno di McRae vennero scelti lo svedese Kenneth Eriksson e Piero Liatti.

McRae ottenne tre vittorie che però, con altrettanti incidenti, non bastarono a conquistare il titolo, che venne vinto da Tommi Makinen, su Mitsubishi. Questo non impedì a Subaru di vincere il secondo titolo Costruttori. Consecutivo. Questa la storia sportiva della Subaru Impreza 555 Gruppo A.

Dal 1997 in poi si cambia musica. A causa dei mutati regolamenti riguardanti le vetture nel Campionato del Mondo Rally, l’Impreza 555 abbandonò le scene in favore della diretta sostituta, denominata Impreza WRC97, codice 22B. In verità il modello di base è sempre lo stesso, ma grazie ai nuovi regolamenti, che richiedono un target più basso in quanto a numero di esemplari stradali.

Venduti per poter far partecipare la vettura al campionato, e non richiedono che la vettura sia strettamente derivata da quella di serie, Subaru decide di impiegare una versione coupé, costruita in tiratura limitata. I piloti per la stagione 1997 sono gli stessi della stagione precedente, ovvero McRae, Eriksson e Liatti (gli ultimi due alternati nelle gare su terra e asfalto).

La WRC97 si presenta subito come estremamente competitiva, nelle prime tre gare Liatti, Eriksson e McRae vincono rispettivamente a MonteCarlo, in Svezia e in Kenya. Nelle restanti gare della stagione arriveranno altre cinque vittorie (quattro per McRae e una per Eriksson) che permetteranno a Subaru di conquistare, per il terzo anno di fila, il campionato costruttori.

Carlos Sainz: la grande storia di El Matador

Dopo aver sfiorato più volte la vittoria, Carlos Sainz Cenamor vince il suo primo rally iridato nel 1990, in Grecia. Dal Rally MonteCarlo 1992 parte la rincorsa al suo secondo titolo iridato nel WRC. Nel 1990, guida la Celica ST 165. La Toyota si prepara a sfidare la Lancia con Armin Schwarz, Mikael Ericsson e Carlos Sainz. Quest’ultimo, visto il ritorno di Juha Kankkunen al team italiano, diventa il pilota di punta del team di Ove Andersson. Dopo aver perso per un soffio il Rally MonteCarlo e quello di Corsica, concludendo dietro alla Lancia di Auriol, ed aver battagliato con Biasion per la vittoria del Rally del Portogallo, in Grecia, Sainz vince finalmente il suo primo rally a bordo della Celica ST 165,

Dal Rally MonteCarlo 1992 parte la rincorsa al suo secondo titolo iridato nel WRC. Carlos Sainz Cenamor, nato a Madrid il 12 aprile del 1962, inizia a correre nei rally nel 1980, al compimento del diciottesimo anno d’età, e nel 1987 conquista il suo primo titolo nazionale, aggiudicandosi il Campionato Spagnolo Rally e ripetendo l’impresa l’anno successivo. Ma chi è Carlos Sainz?

Nel 1987 debutta nel Campionato del Mondo Rally, alla guida di una Ford Sierra Cosworth, siamo al Rally del Portogallo, al termine del quale vince la PS d’apertura. Peccato che poi sia costretto al ritiro. Sainz viene contattato dalla Ford per disputare alcune gare della stagione 1988.

Con lui in squadra c’è anche il giovane Didier Auriol, che con l’incredibile vittoria nel Tour de Corse 1988 mette in ombra la stella del madrileno e si guadagna un contratto con il team più vittorioso del momento, la Lancia. Il talento dello spagnolo, che disputa comunque buone gare, come il Rally Sanremo, però non sfugge ad Ove Andersson, che lo mette sotto contratto con la Toyota, team che si prepara a interrompere il predominio della Lancia.

Dopo aver sfiorato più volte la vittoria – indimenticabili le sue prestazioni al Sanremo del 1988 e a quello del 1989, oltre che al Rac del 1989 – vince il suo primo rally iridato nel 1990, in Grecia (nel 1989, con la Toyota, Sainz sale per tre volte sul podio ed ottiene un buon ottavo posto in classifica generale).

Nel 1990, guida la Celica ST 165. La Toyota si prepara a sfidare la Lancia con Armin Schwarz, Mikael Ericsson e Carlos Sainz. Quest’ultimo, visto il ritorno di Juha Kankkunen al team italiano, diventa il pilota di punta del team di Ove Andersson. Dopo aver perso per un soffio il Rally MonteCarlo e quello di Corsica, concludendo dietro alla Lancia di Auriol, ed aver battagliato con Biasion per la vittoria del Rally del Portogallo, in Grecia, Sainz vince finalmente il suo primo rally a bordo della Celica ST 165, avendo la meglio sulle Lancia Delta di Biasion e Kankkunen e sulla Celica del suo compagno di squadra Ericsson.

Carlos Sainz con la Citroen Xsara WRC
Carlos Sainz con la Citroen Xsara WRC

Con questo successo è il primo pilota spagnolo a vincere una prova del Mondiale Rally. Inoltre, si porta in testa al Campionato del Mondo, visto il ritiro di Auriol. Sainz vince ancora in Nuova Zelanda e, dopo aver terminato al secondo posto in Argentina, è il primo pilota non nordico a vincere il Rally di Finlandia, sempre a bordo della Toyota Celica ST 165. Il pilota spagnolo termina poi alle spalle di Juha Kankkunen in Australia.

Al Rallye Sanremo gli basta un terzo posto per laurearsi campione del mondo, titolo che vince soprattutto grazie ad un miracolo dei meccanici Toyota, che rimettono in sesto un’auto che sembrava destinata al ritiro dopo una brutta uscita di strada. Non pago, Sainz vincerà anche l’ultimo rally in programma in Gran Bretagna. Un campione non lascia nulla. Neppure le briciole.

Sainz vince il Mondiale Rally e rompe con Toyota

Nel 1991, Sainz e Kankkunen partecipano a dodici rally e ottengono ben dieci vittorie equamente divise. Armin Schwarz e Didier Auriol vincono le due gare in cui non la spunta né Sainz né Kankkunen. In ogni caso, il titolo andrà al pilota finlandese della Lancia per soli sette punti.

Sempre con la vettura giapponese, ma in versione ST 185, Sainz si aggiudica il Mondiale Rally nel 1992. In realtà, le cose non sembrano andare inizialmente bene. Nella prima parte della stagione, Sainz vince solo il Safari Rally. Auriol ottiene il record di sei vittorie in un Campionato del Mondo Rally – record poi stracciato da Sébastien Loeb – spesso precedendo lo spagnolo.

Sainz vince in Nuova Zelanda e, mentre Auriol si ritira per incidenti e guai tecnici, fa suo anche il Rally di Spagna e riapre il campionato. In Gran Bretagna, Auriol si ritira e Sainz vince gara e titolo. Il secondo in carriera. Nel 1993 lascia clamorosamente il Toyota Team Europe per problemi di sponsor e si accasa al Jolly Club per guidare una Lancia Delta Integrale ma è una stagione fallimentare.

Guida la Subaru Impreza Wrx Gruppo A nelle stagioni 1994 e 1995, annata in cui contende al compagno di squadra Colin McRae il titolo, la Ford Escort RS Cosworth dal 1996 al 1997, la Toyota Corolla WRC nel Mondiale Rally del 1998 e in quello del 1999, la Ford Focus WRC dal 2000 al 2002, la Citroën Xsara WRC dal 2003 al 2005.

Non conquista più il titolo. Deve accontentarsi di quattro secondi posti e cinque terzi. Nel 1998 manca la vittoria finale a causa della rottura del motore della Corolla WRC a cinquecento metri dalla fine dell’ultima PS dell’ultima gara. A proposito del 1998, non si può non notare il cambio di casacca. Sainz torna alla Toyota che ha appena lanciato la Corolla WRC.

Al via della stagione con il Rally di Monte-Carlo, le nuove Corolla WRC di Sainz ed Auriol combattono già per la vittoria contro la Mitsubishi Lancer WRC di Makinen. Ed è proprio Carlos Sainz a vincere la sua prima gara della nuova avventura con Toyota.

Makinen poi precede Sainz in Svezia, che si ritira, al Safari e termina dietro a McRae per soli due secondi in Portogallo. Sainz combatte con Auriol per la vittoria in Spagna, ma un errore lo relega al quarto posto, mentre non fa punti in Francia ed è secondo dietro a Makinen in Argentina. In Nuova Zelanda, Sainz precede Auriol e torna alla vittoria. In Finlandia, però, vince Makinen davanti a Sainz e poi si ripete in Italia, lo spagnolo che ottiene appena il quarto posto.

Carlos Sainz in veste di ds Volkswagen
Carlos Sainz in veste di ds Volkswagen

La gara successiva in Australia, penultima della stagione, è ricca di tensioni: Makinen viene penalizzato di un minuto per via di una lieve irregolarità, minuto che però infine gli viene tolto tra mille polemiche. Il rally australiano accoglie comunque un duello senza precedenti tra quattro piloti: Makinen, Auriol, McRae e Sainz. Alla fine, a spuntarla sarà il finlandese della Mitsubishi, che supera di due punti in classifica generale Sainz, giunto secondo.

McRae invece, con un quarto posto finale dietro ad Auriol dirà addio ai suoi sogni iridati. L’ultimo rally in calendario, in Gran Bretagna, è quindi decisivo. Il finlandese della Mitsubishi scivola sull’olio perso da un’auto storica in una gara di contorno al rally, distrugge una ruota ed è costretto alla resa. Sainz amministra e lascia Richard Burns e Colin McRae a combattere per il successo. A trecento metri dall’arrivo, la Corolla WRC dello spagnolo si ferma con il motore rotto, mandando in fumo il titolo che pareva già in tasca al madrileno.

Il titolo di Sainz sfuma a 300 metri dall’arrivo

Nel 1999 troviamo Sainz ancora alla guida della Corolla WRC. Però, non supera il quinto posto in classifica generale. La Toyota si ritira dalle competizioni e così, nel 2000, Sainz torna ancora una volta in Ford dove lo attende la nuova Focus WRC. La vettura non si dimostra all’altezza per il titolo iridato e Sainz ottiene un terzo posto in classifica generale. Nel 2001 va peggio e lo spagnolo termina sesto.

Nel 2002 la Peugeot 206 si dimostra troppo veloce rispetto alla Focus WRC aggiornata e Sainz termina terzo. Nel 2003 lo spagnolo passa alla Citroën e si gioca il campionato fino all’ultima gara con Loeb e Solberg, terminando ancora terzo alle spalle del norvegese e del francese. Il 2004 vede Sainz, che a fine stagione lascerà il mondo dei rally, terminare quarto in classifica. Visti gli scarsi risultati di Francois Duval, Sainz torna a correre due rally anche nel 2005.

In totale, Sainz colleziona 196 rally mondiali disputati, con 26 vittorie (rimaste un record finché non sono state superate da Sébastien Loeb), 97 podi e 756 prove speciali vinte. È stato il primo pilota non scandinavo a vincere il 1000 Laghi. L’ultima gara in carriera è, appunto, il Rally dell’Acropoli 2005, in Grecia, dove ha preso il posto del giovane pilota belga Duval, messo a riposo dal team dopo una lunga serie di errori.

Sale ancora un volta sul podio. L’anno prima, invece, aveva ottenuto la sua ultima vittoria assoluta: Rally d’Argentina. Per questi e per tanti altri motivi, Sainz è uno dei piloti che “fanno” la storia dei rally degli anni Novanta. Sempre competitivo su ogni fondo e su ogni vettura, dalle Gruppo B alle WRC, è un pilota costante nel rendimento e dotato di una grande capacità di sviluppo del mezzo.

Lavora in maniera eccellente con gli ingegneri ed i tecnici delle diverse squadre per cui corre. Abbandona il Mondiale Rally e, nel 2006 e 2007, partecipa alla Dakar Rally Raid, alla guida di una Volkswagen Touareg, mostrando ottime doti velocistiche. Peccato venga rallentato da problemi tecnici che lo allontanano dalla vittoria. Sainz partecipa anche alla Dakar 2009, svoltasi in Sud America, con ambizioni di vittoria, ma viene di nuovo ostacolato dalla cattiva sorte.

Infatti, dopo aver vinto sei tappe è leader della classifica auto quando uno strano incidente lo costringe al ritiro. Durante una prova speciale, in un tratto di fuoripista finisce in un terrapieno di circa quattro metri che a suo dire non sono segnalati dall’organizzazione della corsa.

Ci riprova nel 2010, riuscendo a portare a casa il primo posto. Nel 2011 ha iniziato ad occuparsi, sempre per il Costruttore tedesco, di costruire un team vincente per sviluppare la Volkswagen Polo R WRC nel 2012 e portarla al debutto, ovviamente vincente, già nel 2013. Così è stato.

Grazie a Sainz, la Casa di Wolfsburg raggiunge l’accordo con il pilota francese Sébastien Ogier, messo sotto ingaggio a circa 5 milioni di euro a stagione. Obbiettivo: vincere di tutto. E forse è scappata solo qualche briciola. Il fatto che, alla fine del 2016, Volkswagen abbia deciso di ritirarsi per l’enorme danno economico ricevuto dallo scandalo americano denominato “diesel-gate” è un’altra storia. Anche perché a partire dalla stagione 2015 il rallista spagnolo firma per la Peugeot correndo la Dakar con la 2008 DKR.

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Uomini e rally: l’ultimo libro di Guido Rancati

Da una camera con “vista sul nulla” nell’est Europa ai colloqui privato con Jean Todt a Parigi, da Brescia alla Scandinavia, da Beirut a Kinsasha, dal dolore per la scomparsa di un amico che al volante non ce l’ha fatta alle sfide, le cene, i litigi e le paci fatte (o non fatte…) con tutti i grandi e piccoli protagonisti delle corse degli ultimi quarant’anni.

L’ormai ex giornalista Guido Rancati, sempre molto attivo nel mondo della comunicazione e degli uffici stampa, nonostante sia in pensione, c’è cascato di nuovo. Non ce la fa a stare fermo un attimo. E così, tra bici, brevi passeggiate, lunghe chiacchierate, appena si ritrova davanti al computer inizia a gettare d’impulso tutti i pensieri che ha per la testa, trasformandoli in parole.

Un viaggio tra Uomini e rally visti da Rancati. Uomini e rally il nuovo libro di Rancati, in linea con la filosofia del giornalista, ribadisce come l’automobilismo del Terzo millennio stia riscoprendo che le gare, per continuare a vivere hanno bisogno del fattore umano. Per fortuna, però, c’è chi lo ha sempre saputo.

Da una camera con “vista sul nulla” nell’est Europa ai colloqui privato con Jean Todt a Parigi, da Brescia alla Scandinavia, da Beirut a Kinsasha, dal dolore per la scomparsa di un amico che al volante non ce l’ha fatta alle sfide, le cene, i litigi e le paci fatte (o non fatte…) con tutti i grandi e piccoli protagonisti delle corse degli ultimi quarant’anni.

Uomini e rally si dipana leggero e densissimo, fitto di aneddoti, di vita vissuta, di esperienze fatte sul campo. Tommi Makinen, Didier Auriol, Carlos Sainz, Richard Burns, Marcus Gronholm, giù fino a Sebastien Loeb e Sebastien Ogier, una galleria di fuoriclasse colti nel fuoco della gara, ma ancora più spesso nei momenti appartati, nelle gioie e negli scoramenti, nei dubbi e nelle allegrie in cui calano la maschera e svelano il loro lato più intimo e privato.

Accanto a loro, il mondo dei team manager, dei giornalisti, dei direttori tecnici, dei mille personaggi oscuri ma fondamentali che nessuno ha mai saputo tratteggiare con la stessa cura e passione. Questo libricino di poche pagine corre via veloce e spettacolare, ma puntuale, come una macchina sullo sterrato, lasciandoti lì a sognare, a immaginare quale sarà la prossima acrobazia. Il libro è dedicato ai rally che mi hanno dato la possibilità di vedere posti diversi e, soprattutto, di conoscere genti diverse”, scrive l’autore.

Una delle prime cose che si trova in “Uomini e rally” è un simpatico “bugiardino” che recita: “La lettura del libro è particolarmente indicata a chi, giovane o giovanissimo, gli anni eroici dei rally li ha conosciuti soltanto attraverso i racconti e gli scritti di coloro che quelle gare le vissero, e si chiede se è veramente esistito un tempo felice in cui nessuno cercava di prevalere con ogni mezzo”.

“Ma è altrettanto efficace per chi giovane più non è, eppure crede fermamente che pur se nel tempo molte cose sono cambiate, le ultime eredi delle grandi corse su strada seguitino ad alimentare storie che val la pena di conoscere come le persone e i personaggi che ne sono protagonisti”.

Uomini e rally: la posologia di Guido Rancati

Ma più di tutto, Rancati consiglia: “Un capitolo, massimo due ogni dieci‐quindici giorni, preferibilmente prima di assistere a una di quelle rievocazioni nelle quali piloti, copiloti e giornalisti di tempi ormai passati narrano con dovizia di particolari episodi mai avvenuti. Si raccomanda di non superare le dosi consigliate”.

Poi, il savoir faire e la sottile ironia del giornalista, mista al giusto cinismo, si conclude e il libro ti proietta nei ricordi di prima mano del più grande inviato italiano al seguito del WRC. La memoria lo spinge fino al 1968, a Sanremo, a casa sua, dove sono soliti cenare sempre molto presto. “Anche al sabato, alle sette, sette e dieci, si è con le gambe sotto il tavolo”. Siamo agli inizi della sua brillante carriera.

Mentre si cena, squilla il telefono. “Dall’altro capo del filo è Pino Angelini, ricciuto e valente corrispondente sanremese di vari quotidiani, che da me, ragazzo di bottega appassionato di auto e moto, vuole sapere l’età di Leo Cella. Ha fretta e non la fa lunga: mi chiede in modo diretto se so quanti anni aveva il romagnolo trapiantato nel ponente ligure”.

“La domanda mi penetra come una lama, capisco che non può essere un caso se ha usato l’imperfetto. Non lo è: con un tono che a me pare gelido, mi informa che un paio di ore prima ha avuto incidente a Balocco con l’Alfa 33 e che per lui non c’è stato niente da fare. Vacillo, appoggio la spalla alla parete e stringo forte la cornetta come per aggrapparmici. Rispondo che ancora non aveva trent’anni e riattacco”.

Da questo punto di partenza, e solo dopo un meraviglioso giro del mondo, si torna a Sanremo. Nel 2017. Quarantanove anni dopo. E ti ritrovi un giornalista ricco di esperienza pronto a chiacchierare con il futuro, Kalle Rovanpera, mentre ricorda la “vecchia” sala stampa del Sanremo.

“Sfrattata dal vecchio scalo merci, la sala stampa del Rallye Sanremo ha ripreso il suo peregrinare. La scelta di piazzarla in una delle sale del Palafiori non s’era rivelata felicissima e così è tornata in riva al mare, non lontana dal parco assistenza. In una costruzione eretta dai genovesi nel settecento per far passare ai sanremaschi la voglia di ribellarsi. Ha una storia, la fortezza a base triangolare sul vecchio porto. Non sempre necessariamente bella, ma importante”.

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UOMINI E RALLY

Autore: Guido Rancati

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Pagine: 136

Formato: 15 x 21 centimetri

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