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Safari Rally, Kimathi non teme terrorismo e pistole

I livelli di sicurezza messi in campo dal governo sono tra le principali preoccupazioni dei Costruttori chiamati a partecipare al Safari Rally. Si teme, in particolare, per una sezione stradale di sessanta miglia che porta gli equipaggi dalla cerimonia di partenza alla super speciale a Nairobi fino a Naivasha

L’organizzatore del Safari Rally, Phineas Kimathi, interviene per calmare gli animi sulla diffusa preoccupazione alimentata da speculazioni giornalistiche sulla situazione della sicurezza dei team del WRC, che saranno in Kenya a luglio. Il Safari Rally, considerato uno degli eventi più prestigiosi del motorsport, è tornato nel calendario gare del WRC quest’anno, per la prima volta dal 2002.

Il problema reale è che il Kenya, attualmente, deve fronteggiare una grande minaccia terroristica da parte di estremisti legati ad Al Shabaab, un gruppo militante al confine con la Somalia che si oppone al governo somalo. Al Shabaab ha lanciato minacce pubbliche contro il Kenya a causa dell’intervento militare in Somalia del Paese confinante. All’inizio di quest’anno, Al Shabaab ha pubblicamente dichiarato l’intenzione di attaccare i turisti in Kenya.

I livelli di sicurezza governativi sono tra le principali preoccupazioni dei Costruttori chiamati a partecipare all’evento africano. Si teme, in particolare, per una sezione stradale di sessanta miglia che porta gli equipaggi dalla cerimonia di partenza alla super speciale a Nairobi fino a Naivasha, dove si trova il parco assistenza. La paura è che quel tratto di strada possa prestarsi per un’imboscata.

Un membro dei team ha detto: “Abbiamo tanta gente, tanti kit e altrettante macchine che corrono su quella strada e abbiamo bisogno di rassicurazioni sul fronte della sicurezza. Sappiamo che siamo molto lontani dalla Somalia e dal suo confine, ma questi gruppi di terroristi possono viaggiare. Possono spostarsi, hanno dimostrato di essere imprevedibili”.

Il confine somalo si trova a 200 miglia da Nairobi in linea d’aria, ma Kimathi ha respinto le preoccupazioni relative ai gruppi terroristici. “La sicurezza è nostra responsabilità”, ha dichiarato Kimathi. “L’unica cosa che possiamo dire è che saranno al sicuro perché abbiamo un evento Mondiale nel nostro Paese. Il Kenya è un Paese sicuro con sacche di insicurezza al confine con la Somalia perché non esiste un governo funzionale in Somalia. Tutti lo sanno”.

“Non ci fermiamo perché alcuni estremisti armati di pistole sparano contro alcuni civili innocenti. Sparano ma non dove stiamo è prevista la gara. Abbiamo un livello di sicurezza migliore di molte città in Europa. Si sa che gli esseri umani temono l’ignoto. Capiamo da dove vengono, capiamo che non conoscono il Kenya, non conoscono l’Africa”.

“Abbiamo organizzato un evento di successo e abbiamo portato praticamente tutti quelli della FIA e del WRC qui. Ed tutti erano contenti di ciò che abbiamo fatto. È da ciò che ci è stato concesso lo status di prova del WRC. Non esiste un Paese con un governo funzionale che non si prende cura della sicurezza”.

Kimathi ha evidenziato la scelta della World Athletics di organizzare un importante campionato al Moi International Sports Center di Nairobi, riponendo fiducia nella sicurezza del Kenya. “La International Association of Athletics Federations ha vinto il Mondiale Under 20 una settimana prima del Safari Rally”, ha aggiunto. “Se non abbiamo fiducia nei nostri organizzatori, prendiamo in prestito il coraggio dall’IAAF e portiamo il mondo intero a Nairobi”.

“Abbiamo le migliori forze che hanno prestato servizio nelle Nazioni Unite, come forze di mantenimento della pace in Bosnia e in molti altri Paesi. I nostri militari sono rispettati e sono in grado di salvaguardare la nazione. Quando si parla di terrorismo, c’è più terrorismo in molte altre parti del mondo rispetto al Kenya”.

Kimathi ha affermato che l’unica prova che attualmente sta causando problemi è lo stadio di Hell’s Gate, che attraversa un parco nazionale di proprietà del governo. “Ogni proprietario terriero coinvolto in questo evento è stato contattato e con loro abbiamo concordato esattamente cosa otterranno in termini di risarcimento per la concessione dell’accesso alla loro terra. Abbiamo lavorato con loro l’anno scorso e abbiamo accordi con loro fino al 2022″.

Yves Matton, ha confermato che il governo sta gestendo al meglio la questione sicurezza. “Stiamo monitorando con gli organizzatori locali il livello di sicurezza del tratto che va da Naivasha a Nairobi”, ha dichiarato Matton. “Ma stiamo monitorando questo per ogni Paese, forse meno per alcuni e più per altri. È normale che la FIA si informi. Posso dire che, al momento, a differenza di alcune cose scritte, non c’è nessun problema a Naivasha e a Nairobi. Per il momento non abbiamo avuto alcun segnale preoccupante sulla sicurezza“.

La ‘mamma di Amos’ e quelle auto da rally tagliate

Raffaella Serra Comas e suo marito Erik, ex pilota Formula 1 oggi folgorato dai rally d’antan, atterrano in Kenya in pieno svolgimento della rievocazione storica della gara africana, il Safari Rally Classic, attraversano il parco assistenza e finiscono in un hotel che custodisce uno strano segreto relativamente ad alcune auto da rally

Atterro all’Aeroporto di Mombasa alle 6 della mattina del 6 dicembre dopo due notti senza chiudere occhio e subito mi dirigo con mio mio marito al Sarova Whitesands Resort di Bamburi, nord di Mombasa. Sarà il mio ventesimo viaggio in Kenya, amo questo Paese. Amo il suo clima a dicembre, o forse amo di più il ricordo di giorni lontani in una meravigliosa casa di Diani Beach che ha rappresentato per me rifugio, calore e bellezza… Ma questa è un’ altra storia. Qui parliamo di auto da rally.

Oggi calpesto questa terra con Erik (Comas, ndr) al mio fianco e realizzo che, anche se molto è cambiato nella mia vita, ritengo ancora questa Nazione un po’ casa. Al Sarova sta per partire l’ultima tappa dell’East African Safari Classic Rally 2019. Una casualità ci ha fatto atterrare a Mombasa in concomitanza di questo evento ed Erik, entusiasta, ha deciso di venire a salutare il copilota con cui affrontò questa competizione nel 2009 sulla sua Alpine A110 Safari, Ravi Soni.

Al tavolo al quale mi siedo pallida e sfinita per fare colazione si aggiunge uno dei pochi piloti che avevo già incontrato in un paio di occasioni, Eugenio Amos. Noto per la sua carriera nel GT, per avere prodotto la nuova versione della Lancia Delta Integrale, per aver disputato la Dakar e per la creazione dell’hashtag #makelanciagreatagain. Il trentaquattrenne varesotto è un ragazzo garbato, simpatico, empatico ed amato da molti.

Mentre Erik si perde in saluti a destra e a manca, io e lui parliamo della gara, delle sue impressioni e della sua famiglia. Decidiamo di recarci tutti insieme al parco chiuso per assistere alla partenza. Eugenio ci precede, io e mio marito un passo indietro barcolliamo per la stanchezza accumulata, quando un pilota svedese ci raggiunge sistemandosi la tuta.

Si rivolge a me soltanto senza presentarsi e aggiunge “ You can be proud of Eugenio”. Mio marito si mette in disparte, io lo fisso con lo sguardo interrogativo e poi rispondo “Sure, he is such a good guy”. La conversazione si ferma lì ed Erik, ottimista come sempre o semplicemente e fortunatamente ancora molto innamorato di me, sorride e accenna un: “Ti ha scambiata per la moglie”.

Eugenio Amos e Roberto Mometti al Safari Classic Rally
Eugenio Amos e Roberto Mometti al Safari Classic Rally

Angelo del mio cuore, penso io, la signora Amos ho letto essere una bella e giovane ragazza, molto glamour per mestiere e per nascita. Io ho passato tre quarti della mia esistenza a sudare per lo sport e l’ultimo quarto nel vano tentativo di diventare una vera amazzone. Certo, nel mezzo c’è stato il marketing, ma la conclusione è che tra tute da ginnastica e paglia fra i capelli, temo il mio stile nel vestire sia piuttosto basic e completamente disinteressato alle tendenze. Escludo pertanto lo scambio di persona pur sentendomi lusingata.

Al parco chiuso il sorriso contagioso di Philippe Kadouree si spalanca nel vedere Erik. Questo pilota è un ragazzo pieno di vita, amante dei social sui quali posta regolarmente le sue avventure e anche disavventure di gara. Il clima tra i partecipanti è quello di un gruppo di amici che hanno vissuto un’esperienza unica al mondo ed infatti unica lo è. Il Safari Classic Rally, discendente del Safari Rally che ebbe inizio nel 1953, si svolge ogni due anni, dura 9 giorni e attualmente tocca anche la Tanzania.

Guidare tra le giraffe è una delle esperienze che ti può accadere e ricordi di questo tipo restano indelebili nella mente, più del risultato agonistico. Delle ventiquattro prove speciali previste, alcune sono state cancellate a causa delle piogge, scese copiosamente, che hanno provocato fiumi di fango. Le variazioni climatiche dovrebbero forse fare riconsiderare la scelta della data del Safari Classic, in quanto gli ultimi anni hanno visto rovesci insolitamente abbondanti nel mese di novembre.

Delle venti auto iscritte, diciassette prendono la partenza per l’ultima giornata di prove speciali e, mentre sfilano davanti ai miei occhi, realizzo l’assoluto predominio numerico di Porsche. Ai bordi dell’ultima prova cammino avvolta nella polvere nel tentativo di distinguere le auto in gara. Quando la sabbia si dirada mi volto e mi trovo davanti un uomo sulla sessantina, alto magro, con un cappello a falda larga. Sta uscendo da una tenda. Sposto lo sguardo e scopro un plotone di camionette Tuthill. Solo allora comprendo di essere finita nel mezzo dell’“accampamento” del team inglese.

Stringo così la mano a Francis Tuthill, che racconta ad Erik della sua prima partecipazione al Safari Rally alla fine degli anni Settanta e poi il resto è storia nota: come preparatore non ha più saltato un’edizione. La sua organizzazione è una macchina da guerra collaudata e, manco a dirlo, davanti ai nostri occhi una sua Porsche si aggiudica la vittoria della prova e quella assoluta della corsa. Trattasi di Kris Rosenberger e Nicola Bleicher.

Sig Shami Kalra titolare di Omologato (al centro con la camicia azzurra)
Sig Shami Kalra titolare del marchio Omologato (al centro con la camicia azzurra)

I festeggiamenti sotto al palco del Sarova cominciano nel tardo pomeriggio e finiscono nella notte, dopo ore di cerimonia nella quale è Shami Kalra, patron del brand di orologi Omologato e cosponsor dell’ evento, a consegnare i trofei. L’indomani mi concedo una nuotata in piscina, mentre sul bordo mio marito, il Sig Kalra e sua moglie Flavia mi attendono per un drink. Uscendo dall’acqua e dirigendomi alla mia sdraio, il solito pilota svedese mi rincorre, si brucia i piedi sulla pietra incandescente del bordo piscina e fa un salto verso l’ombra del nostro ombrellone per cercare riparo.

Poi, mi guarda ed esordisce con un “Where is Eugenio?”. A questo punto non capisco di quale equivoco io sia vittima. Rispondo che Eugenio ha preso un volo per l’Italia in mattinata ed al suo sguardo interrogativo sbotto: “Mi scusi, ma perché mi chiede sempre di Eugenio? È un conoscente, ignoro i suoi spostamenti”. Incredulo e con la delicatezza degna dei pachiderma avvistati giorni prima nella Savana, mi risponde “Ma non sei la mamma di Eugenio?”.

Tra lo stupore di mio marito e gli occhi spalancati dei nostri nuovi amici, si fa l’ora di pranzo. Mentre con Shamy e Flavia si parla di Kenya, di orologi e di rally, la mia mente pensa solo alla dose di botox che è giunto il momento che mi inietti se vengo scambiata per la madre di qualcuno che ha soli dieci anni in meno di me. Ammesso che ciò basti.

Mentre la mia vanità ferita cerca di cicatrizzarsi, giunge l’autista che da tanti anni viene a recuperarmi ai miei arrivi in Kenya per portarmi a Diani. Penso immediatamente di chiedergli se mi trova invecchiata da marzo ma poi realizzo che, per una lauta mancia, potrebbe rispondere che sembro a sua nipote nel giorno della prima comunione e allora mi limito ad un abbraccio.

La spiaggia di Diani Beach – al confine con la Tanzania – mi accoglie bianca ed abbagliante come sempre. Mi aspettano quindici giorni di vacanza, mare, camminate e mi butto alle spalle la parola rally. Quella è sempre stata il mia oasi di pace ben prima di conoscere Erik, quando appena solo sentito parlare del Safari Rally. Non fate quella faccia perché se, per esempio, vi nomino Oleksandra Timoshenko e scopro che non sapete chi è, posso indignarmi anche io (cercate su Google) .

Erik Comas nella stanza segreta di George Barbour
Erik Comas nella stanza segreta di George Barbour

Nella villa-hotel sul mare scelta per noi dai nostri amici Lara e Gabriele che a Diani ci vivono sei mesi l’anno, troviamo un’atmosfera intima, un grande flamboyant cresciuto vicino ad un frangipani ed una scimmietta che mi guarda dal vetro della camera. Sì, la vacanza può iniziare. Alla scoperta di una terra che si prepara ad ospitare di nuovo il Safari Rally iridato, dopo diciassette anni di pausa dal Campionato del Mondo Rally.

L’indomani mio marito rientra dal suo allenamento in bici con gli amici italiani ed io gli consiglio di chiedere al personale dove riporre la mountainbike per la notte. Salim, servizievole come sempre, ci apre una stanza che definisce segreta confidando nella nostra discrezione. Un grande tavolo da bigliardo riempie la stanza, coppe, targhe e – cosa vedono i miei occhi – varie foto di una Ford Escort in azione al Safari Rally. Mio marito strabuzza gli occhi, io li alzo cielo e penso: “Ci risiamo: un giorno senza motorsport non mi è concesso”.

Salim si sbottona e ci racconta la storia di George Barbour, ex proprietario della villa, deceduto ottantenne da poco più di un anno. Trasferendosi in Kenya dall’Inghilterra con la famiglia in giovane età, proseguì nel Paese africano la sua carriere da rugbysta, che fu lunga e di successo. Solo quando si ritirò da questo sport le cui testimonianze fotografiche riempiono le pareti della sala bigliardo, si dedicò ai rally e prese parte al Safari nel 1978 e nel 1982.

Dopo un brutto incidente in gara si convinse di essere vittima della magia nera e fece letteralmente tagliare a metà tutte le sue auto. George, molto conosciuto in Kenya, combattè gli ultimi anni di vita perdendo la sua battaglia contro la malattia. Io ed Erik ascoltiamo questa storia seguendo la cronologia offerta dalle immagini appese ai muri. Ebbe una vita piena. Piena di partite, di vittorie, di battute di pesca, di amici, di figli…

Usciamo da quella stanza, la richiudiamo a chiave con lentezza e con il rispetto che si deve ad una vita eccezionale e ci guardiamo increduli per avere trovato anche qui delle… storie di rally. Erik osserva il mio volto pensieroso e come suo solito mi chiede: “Dove sei? Pensi a George o ripensi al pilota che ti ha scambiata per la madre di Amos?”. “Ma figurati se penso allo svedese, mica sono così permalosa”, rispondo piccata dirigendomi verso la nostra camera .

“E allora dove stai andando adesso?”. “A chiamare mio figlio Eugenio (Amos, ndr) per raccontargli questa storia” rispondo ridendo di gusto. Che Dio abbia in gloria il signor Barbour e benedica le donne che possiedono il prezioso il dono dell’autoironia.

Miki Biasion e quelle 17 fantastiche favole Mondiali

Miki Biasion e il periodo d’oro che lo avrebbe consegnato alla storia come il più grande rallista italiano di sempre. Un viaggio unico nella carriera di un grande campione. Un percorso che trova la sua massima elevazione nella stagione 1989, l’edizione numero 17 del massimo campionato di rally.

Miki Biasion e il periodo d’oro che lo avrebbe consegnato alla storia come il più grande rallista italiano di sempre. Il “nostro” Miki è uno dei migliori dieci rallisti di quella magnifica storia racchiusa in cinque lettere, rally: due volte campione del mondo, vincitore di 17 gare titolate, tra le quali spiccano le doppiette nel mitico Rally di MonteCarlo e, specialmente, le due consecutive nel leggendario Safari in Kenya.

Un viaggio unico nella carriera di un grande campione. Un percorso che trova la sua massima elevazione nella stagione 1989, l’edizione numero 17 del massimo campionato di rally. L’anno in cui ad aggiudicarsi il titolo piloti fu, per il secondo anno consecutivo, proprio il pilota italiano Miki Biasion. La stagione era composta da 13 rally, con alcune modifiche rispetto quella precedente.

Il WRC aveva lasciato il Nord America, eliminando l’Olympus Rally dal calendario gare e inserendo al suo posto il Rally di Australia. Un’anomalia nel calendario gare fu che, in quel 1989, il Rally di Svezia e il Rally di MonteCarlo sono stati spostati di date, con l’evento svedese ad inaugurare il Mondiale. Fu la seconda e ultima volta che il MonteCarlo non inaugurò la stagione fino al 2009.

Martini Lancia continuò a dominare lo sport per il terzo anno nel 1989, vincendo i primi sei rally in cui venivano assegnati i punti per il titolo Costruttori e alla fine conquistò il titolo con Miki Biasion e grazie al finlandese Markku Alen e al francese Bruno Saby, con il fondamentale suppirto del francese Didier Auriol, dello svedese Mikael Ericsson e del pilota argentino Jorge Recalde .

Libri su Storie di Rally

la scheda

17 FAVOLE MONDIALI

Autore: Miki Biasion

Copertina: morbida

Immagini: 85 a colori

Pagine: 128

Formato: 25 x 23,7 cm

Editore: Artioli

Prezzo: 30,00 euro

Peso: 630 grammi

ISBN: 978-8-8779217-0-3

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