WRC, Rally di Sanremo 1986: minigonne, bandelle e fulmini

WRC, Rally di Sanremo 1986: minigonne, bandelle e fulmini

La principale verità è che il direttore sportivo di Lancia Martini, Cesare Fiorio, con la storia delle minigonne, al Rally di Sanremo 1986 commette uno dei pochi e gravi errori della sua carriera nei rally esercitando pressioni sui commissari per ottenere l’esclusione degli avversari a rally in corso, così da non consentire la loro riammissione in classifica neppure con una penalizzazione. Non erano minigonne, erano bandelle. Le Peugeot 205 T16 erano regolari.

Rally di Sanremo 1986. Basta il nome ad infiammare gli animi e a far tornare alla mente la storia delle minigonne, dell’esclusione dalla classifica delle Peugeot 205 Turbo 16 Evo 2 per presunte irregolarità tecniche e il ricorso poi vinto con l’annullamento finale della classifica della prova italiana valida per il Mondiale Rally. Secondo i migliori complottisti contemporanei si trattò di una vicenda kafkiana, degna di un romanzo giallo con sullo sfondo una “storia d’amore” presunta tra Jean-Marie Balestre e la Peugeot. Secondo noi, invece, si trattò solo di una brutta pagina in cui gli interessi economici finirono per minare la dignità dello sport.

Nel corso della storia, sulla vicenda “Sanremo 1986 e minigonne” si è letto un po’ di tutto. Anche pareri apparentemente autorevoli, esposti da testimoni distratti di un’epoca che meritava di essere raccontata per quella che era davvero, evitando di lasciare zone d’ombra. C’è chi ha sostenuto che i sigilli furono posti sull’auto di Bruno Saby (personalmente da Jean Todt) per evitare di portare in verifica le 205 T16 di Juha Kankkunen e di Andrea Zanussi. Che poi non si è mai oggettivamente capito che differenza potesse esserci tra le Peugeot numero 9, 4 e 7. E non si è capito solo perché non c’erano differenze tecniche tra una Peugeot 205 T16 Evo 2 e un’altra.

Quel Rally di Sanremo 1986 fu un disastro e non solo per la storiaccia delle minigonne. Cronometri che non presero i tempo sulla lunga PS22, di fatto annullata. E ovviamente, lo sciame di polemiche sulla sicurezza iniziate al Rally del Portogallo di quello stesso anno e inaspritesi a mo’ di fuoco incrociato dopo la morte di Henri Toivonen e Sergio Cresto non aiutavano a rasserenare il clima. Al centro delle polemiche, come accennato prima, si ritrovò il presidente dell’allora FISA, il francese Jean-Marie Balestre, che alla fine diventerà il capro espiatorio di tutti i mali, marchiato a vita come colui che strappò un titolo Costruttori alla Lancia e all’Italia per regalarlo a Peugeot e alla Francia. Per fare ciò, sarebbe bastato invalidare i risultati del Rally di Sanremo, di fatto annullandolo.

I complottisti francesi ritennero “colpevole” la Lancia Delta S4 di aver vinto il maggior numero di gare quell’anno (undici), perché aveva una “marcia” in più. La S4 secondo giornalisti d’Oltralpe andava bandita più di qualsiasi altra vettura del Gruppo B. Chissà poi perché, a parte il fatto di essere realmente la migliore vettura italiana di quel Mondiale. Qualcuno scrisse addirittura che la S4, essendo stata l’auto in cui era morto Henri Toivonen, non era l’auto ideale a vincere quell’edizione del WRC. Quest’ultimo è un aspetto da non sottovalutare, però, perché è una di quelle importanti questioni di immagine che potrebbe aver dato vita a giochi politici, poi evoluti o sfuggiti di mano, ma non necessariamente francesi.

La matematica, che non è mai un’opinione conferma che se Lancia avesse preso i punti del primo posto assoluto (20), grazie all’esclusione delle Peugeot, si sarebbe aggiudicata il Mondiale 1986 con 142 punti sui 137 finali di Peugeot, ma mostra anche che una manovra chiara puntò ad estromettere i francesi dalla classifica e non a farli penalizzare. Perché? Perché la penalizzazione sarebbe stata comminata da un collegio di commissari e, quindi, non sarebbe stata controllabile.

Peugeot avrebbe vinto il titolo Costruttori anche con un settimo posto assoluto nella gara matuziana (8 punti) balzando a 145 punti e staccando ugualmente Lancia di tre lunghezze. Ma per una penalizzazione in classifica sarebbe stato necessario che le Peugeot terminassero quel Rally di Sanremo 1986 e si classificassero. E invece, gli fu di fatto impedito che finissero la gara.

Minigonne o bandelle? Tutti i dubbi di quel Sanremo

Cosa ci suggerisce ancora questa serie di elementi solo apparentemente slegati l’uno dall’altro, ma che come ben si vede sono uniti da un filo conduttore unico? Fatta salva la questione squisitamente matematica, che in ogni caso fa sollevare dei leciti dubbi, la prima verità clamorosa fu che il direttore sportivo della Lancia Martini, Cesare Fiorio, commise uno dei pochi e gravi errori della sua inimitabile e irripetibile carriera nei rally proprio esercitando pressioni sui commissari per ottenere l’esclusione degli avversari a rally in corso, così da non consentire la loro riammissione in classifica neppure con una penalizzazione.

Anche ai profani, l’errore risulta incomprensibile perché la Peugeot 205 Turbo 16 Evo 2 non era irregolare e lo sapevano tutti. Quindi, era stato messo in conto anche che la situazione avrebbe potuto prendere un’altra piega. Come puntualmente succederà. Altro che fulmine a ciel sereno…

Una Peugeot 205 Turbo 16 viene sigillata (personalmente da Jean Todt e non sequestrata dai carabinieri) e finisce diritta diritta in una nota officina della Città dei Fiori. All’interno di quel locale vengono fatti tutti i controlli di rito, mirati ovviamente ad accertare una verità: le bandelle (non erano minigonne) delle 205 Turbo 16 Evo 2 erano fissate sulla slitta di protezione oppure erano state montate sulla carrozzeria? Questo dubbio scatenò una delle più infuocate guerre di carte bollate che il Mondiale Rally abbia mai vissuto nella storia.

I commissari si comportavano nell’officina come dei carabinieri sulla scena di un delitto. Misuravano e poi misuravano di nuovo. E poi ancora altre misurazioni. Ore e ore. Sembrava si stesse allestendo il set di un film. Alla fine, si decise che la prova tecnicamente inconfutabile, cioè la famosa “prova del 9”, sarebbe stata quella di sgonfiare gli pneumatici delle “belve” francesi. Perché? Semplicemente perché si riteneva, a ragione, di dover verificare se i due profili longitudinali delle bandelle avrebbero toccato a terra, fattore che avrebbe realmente consentito di dichiarare irregolari le 205 T16 Evo 2. Sapete come andò a finire?

I profili incriminati non toccavano terra. Furono rilevati e correttamente riportati circa 4 millimetri di luce sotto la vettura (l’effetto suolo era consentito dopo il Tour de Corse, mentre erano vietate le minigonne). Quei 4 millimetri di luce furono una “polpetta” indigesta per gli italiani, perché a livello regolamentare le vetture di Peugeot Sport non potevano e non dovevano essere considerate irregolari. Erano a norma. Era chiaro a tutti. Ed era chiaro che una scelta sbagliata avrebbe portato un pesante e motivato ricorso e il conseguente annullamento del Sanremo. La matematica stava dalla parte di Peugeot e anche il regolamento. Sudori freddi grondavano…

L’oggetto del contendere – in quel Rally di Sanremo – era che il regolamento approvato dalla FISA dopo il Tour de Corse 1986, gara in cui persero la vita Henri Toivonen e Sergio Cresto con la Lancia Delta S4, non vietava assolutamente l’effetto suolo, mentre metteva al bando le minigonne. Ma siccome i profili delle Peugeot non toccavano a terra non si poteva parlare di minigonne. Non in quel caso. Bisognava ammettere di aver preso, quantomeno, una clamorosa svista. Invece no, il potere prese il sopravvento e le 205 T16 furono escluse dalla classifica perché fu ritenuto che adottavano delle minigonne e che quindi erano irregolari. Peugeot fece ricorso e la FISA cancellò l’edizione 1986 del Rally di Sanremo, consegnando il titolo ai francesi.

Può avere influito la presidenza del francese Jean-Marie Balestre sulla decisione di cancellare Sanremo. Oggettivamente, appariva l’unica soluzione percorribile. Sembrerebbe quasi che abbia pesato più l’influenza di Fiorio sui commissari della gara sanremese. Le Peugeot, non avendo concluso la gara, non potevano essere riammesse in classifica e la squadra d’Oltralpe non avrebbe mai accettato una vittoria a tavolino. Quel risultato falsava tutto. Era indegno. Insomma, Cesare Fiorio si era costruito un boomerang che da lì a poco sarebbe tornato indietro e avrebbe colpito la Lancia direttamente in fronte. E così fu.

Subito dopo la gara matuziana, in attesa di preparare le carte per il ricorso, Peugeot Sport incaricò Claudio Berro di portare la 205 Turbo 16 a Grugliasco, in provincia di Torino, nel Centro di calcolo e disegno e nella galleria del vento di Pininfarina (con cui Peugeot collaborava dagli anni Cinquanta e Lancia dalla fine degli anni Settanta) per smontare le tesi italiane e ribadire la regolarità delle proprie vetture schierate in gara. Una macchia del genere, per Peugeot, era inaccettabile.

Interessante scoprire quale fu il responso della galleria del vento, che segnalò un incremento di portanza di 300 grammi a 140 chilometri orari. La 205 T16 senza bandelle già a 110 chilometri orari confermava di avere un carico superiore di 200 grammi. Insomma, le berlinette francesi erano perfettamente regolari. In quel Sanremo, quindi, i commissari tecnici e il direttore di gara (gli organizzatori non c’entrano nulla) su pressione della Lancia hanno sbagliato in modo clamoroso. Dovevano far finire la gara alle Peugeot facendole correre sub-judice e preservando sia lo spettacolo (per rispetto degli appassionati presenti sulle PS) sia il risultato finale della competizione.