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Rally snaturati e non è colpa della benzina troppo cara

I rally non erano per tutti, ma non erano uno sport esclusivamente per ricchi. Come mai nomi come Munari, Ballestrieri, Patria, fino a Biasion, Cerrato e Cunico resteranno nomi di sportivi conosciuti bene anche al di fuori dei rally? Perché dei campioni di oggi possiamo celebrare solo gli undici titoli di Paolo Andreucci? Piuttosto che chiedervi come mai non c’è l’ombra di un italiano nel WRC, da dopo Gigi Galli, provate a chiedervi come mai nessuno è stato in grado di battere Ucci nel CIR…

Gli appassionati ad aprile 2020 urlavano “fermate tutto e ci rivediamo nel 2021 o i rally non torneranno più come prima”, ma la macchina delle corse non poteva essere fermata altrimenti sarebbe successo un disastro irrecuperabile. Il Covid-19 sembra essere diventato la scusa per mercanteggiare con gli organizzatori e stravolgere ulteriormente i rally: nel 2020 una gara di Campionato Italiano dovrebbe avere novanta chilometri di prove speciali, mentre una di Coppa Italia, o Coppa Rally di Zona che dir si voglia, può permettersi poco più di cinquanta chilometri di PS e fregiarsi dello status di rally…sprint. Poi succede che un Rally Targa Florio viene concluso dopo 64 chilometri di prove speciali e vale per la massima serie tricolore, mentre Don Vincenzo Florio si rivolta nella tomba.

E all’estero come vanno le cose? In Francia ad esempio si corre per trecento chilometri, meno gare e tanti partenti. E ma in Francia si corre con tutto, esclamerà qualcuno, dimenticando che la filosofia dei rally è proprio quella di correre con tutto e soprattutto di concludere le gare in qualunque condizione climatica e meteorologica. E già, perché i rally non sono mai stati uno sport per gente senza pelo sullo stomaco. Anzi. Senza soldi magari sì, ma senza coraggio di osare no. Infatti, i rallysti vecchia maniera (e non perché fossero più bravi, ma perché correvano i rally veri) venivano e vengono considerati eroi ancora oggi. Vero che i rally non erano per tutti, ma non erano uno sport esclusivamente per ricchi.

Chiedetevi come mai nomi come Munari, Ballestrieri, Patria, fino a Biasion, Cerrato e Cunico resteranno conosciuti bene anche al di fuori dei rally, mentre dei campioni italiani di oggi potremo celebrare gli undici titoli di Paolo Andreucci. Piuttosto che chiedervi come mai non c’è l’ombra di un italiano nel WRC, da dopo Gigi Galli, visto che è noto che in ogni rally in Francia corrono per il triplo dei chilometri, domandatevi come mai nessuno è stato in grado di battere Ucci nel CIR… Non lo sapete? Ma è semplicissimo. Andreucci è un rallysta vecchia scuola… Provate a chiedervi perché prima c’erano così tanti giovani, come mai c’era così tanto ricambio generazionale e oggi… Beh, si è allungata la gioventù, mentre i rally si accorciavano.

Quei rally che univano grazie a notti insonni passate a preparare l’auto nel garage vicino o sotto casa, dopo una giornata di lavoro e prima di un’altra giornata di lavoro, ora sono preconfezionati: fatti da vetture costosissime, che devono montare pneumatici ancor più cari, con motori che non devi neppure permetterti di presentarti per conoscerli. Che fine avessero fatto i rally, per la verità, se lo chiedevano sin dagli anni Settanta chi aveva potuto viverli negli anni Cinquanta e così via. Ma non era e non è una domanda senza fondamento, se si vuol considerare che si è passati dalle quasi ottanta prove speciali corse di giorno e di notte del Nuova Zelanda 1977, un rally con oltre duemila e duecento chilometri di tratti cronometrati tra terra e asfalto, al Nuova Zelanda 2012, che di chilometri di prove speciali su terra ne aveva poco più di quattrocento e dieci. Questo è accaduto nel Mondiale Rally, che conserva però un alto livello di spettacolarità.

In quella che è la massima serie nazionale, pur di consentire l’iscrizione al calendario gare di un maggior numero di rally possibile (così da incassare sempre di più), si sono inventati prima i rallysprint, poi i rally ronde, poi i rally due, poi i rally day, infine hanno deciso di sforbiciare tutto, nonostante l’epidemia di Covid-19 abbia visto passare a miglior vita circa la metà delle gare che erano state inserite nel calendario gare 2020, e rendere ronde i rally, dimenticandosi per comodità di celebrare il funerale della specialità che ha oggi un campionato tricolore che dura una giornata corta, se non piove. Sennò a casa dopo aver disputato il 70% della gara, per salvare la validità.

Che fine abbiano fatto i rally ce lo si chiede da sempre. Prima di noi se lo è domandato ad alta voce nei primi anni 2000, Daniele Ciocca, certamente un copilota che non ha bisogno di presentazioni e che al fianco di Nick Busseni ha scritto gran parte della sua bella carriera. Se lo è chiesto così ad alta voce che ancora echeggia il fantasma del suo ragionamento. In realtà, il copilota livornese, in un’analisi più attenta, notava come solo i rally siano lo sport che è stato soggetto a cambiamenti così radicali rispetto alla sua filosofia da potersi considerare snaturato a tutti gli effetti.

Quando nei rally iniziò a scomparire anche la notte, oltre ai chilometri di prove speciali (ormai i chilometri di trasferimento possono essere addirittura più di tre volte i tratti cronometrati), riferendosi ad un Sanremo di circa venti anni prima, Ciocca rifletteva: “Rovistando tra vecchi cimeli mi è cascato l’occhio sullo specchietto riepilogativo relativo al Rally di Sanremo 1981 e, smorzato un sorrisetto amaro spuntato pensando alla situazione attuale, ho riflettuto sul fatto che da venticinque anni a questa parte: le partite di calcio durano sempre novanta minuti. Quelle di basket le hanno divise in quattro tempi anziché in due ma il minutaggio è rimasto invariato. Nei set della pallavolo hanno eliminato il cambio-palla (tranne che nel quinto) ma anziché a 15 si arriva a 25. Del tennis non ne parliamo nemmeno… Lì, i punteggi sono cristallizzati da un secolo”.

“La Milano-Sanremo va sempre da Milano a Sanremo, idem per la Parigi-Roubaix – prosegue Ciocca –. La 24 Ore di Le Mans dura sempre ventiquattro ore, così come quella di Daytona. La 500 Miglia di Indianapolis è lunga sempre 500 miglia. I GP di Formula 1 sono lunghi più o meno uguale, lo stesso discorso mi pare valga per le moto. Nel motocross hanno mica accorciato le manches? Non credo. Alla Fastnet e alla Giraglia (stiamo parlando di vela) avranno tolto qualche miglio? In Coppa America? Per fare la maratona bisogna sempre correre i soliti quarantadue chilometri e spiccioli, la Marcialonga di sci è sempre quell’ammazzata lì. Nella discesa libera o in un gigante di sci (bombolette spray blu a parte) vedete la differenza nel tracciato? I campi di golf hanno sempre 18 buche, eccetera”.

“E allora scattano le domande: c’è secondo voi qualche altro sport che nella sua espressione al top ha visto un ridimensionamento così drastico nei parametri tempi/distanze richiesti alla prestazione come i rally del Mondiale? Quale altra disciplina ha subito un’involuzione tale, tanto da poter tranquillamente parlare di “snaturalizzazione” della specialità? E soprattutto perché è accaduto ciò? Sarà mica colpa della benzina troppo cara?”. Una sottile e amara ironia, quella di un copilota degli anni Ottanta, che racchiude un’amara verità, quella che riporta ai giorni nostri, al muro del pianto di un CIR che quaranta anni dopo è un Campionato Italiano Ronde. Un Campionato Italiano Rallypersbaglio. Al muro del pianto di un Mondiale Rally che non corre più di notte e in cui, ciò nonostante, non si riesce a fare arrivare neppure un pilota italiano. Perché? Sarà mica colpa della benzina troppo cara? Se potesse parlare bisognerebbe chiederlo a Don Vincenzo Florio, senza scomodare Adolfo Rava o gli altri inventori dei rally in Italia.

Quanto vale la Targa Florio che tutti vogliono?

Quanto vale davvero la Targa Florio? Poche centinaia di migliaia di euro, oppure 6 e più milioni? Pagarla 4,3 milioni è un affare o un “credito tossico” che potrebbe esplodere in pancia all’acquirente? Domande che si saranno fatti anche nella Regione Sicilia che, per bocca dell’assessore ai Beni Culturali, Alberto Samonà, in conferenza stampa a Bagheria, ha fatto sapere che “La Regione Sicilia è interessata ad acquisire il brand Targa Florio.

Che il marchio Targa Florio possa essere venduto a chicchesia che non è nato e che non vive sull’Isola da Corsa non fa piacere a nessun siciliano. Ma la domanda resta: quanto vale realmente il marchio della Targa Florio? La notizia emersa nei giorni scorsi di un’offerta da parte dell’Automobile Club d’Italia non è passata sotto traccia. Ha innescato preoccupazioni, che si sono velocemente trasformate in polemiche. L’Aci ha autorizzato il presidente Angelo Sticchi Damiani ad offrire 4,3 milioni di euro per acquistare il marchio della storica gara fondata da Vincenzo Florio.

Una perizia in mano all’Ac Palermo, fatta dalla Price Waterhouse Coopers, quota il valore del marchio (come scritto in un articolo precedente) a 6,2 milioni di euro, che è la cifra più o meno esatta del debito che l’Ac Palermo ha accumulato in decenni. Una perizia in mano all’Aci, invece, quota la Targa Florio a poche centinaia di miglia di euro. È certo che Aci ha necessità di recuperare almeno in parte il debito vantato nei confronti dell’ente palermitano, che per tanti anni fu anche guidato dal commissario straordinario Matteo Lauria, ma che comunque mai riuscì a risanare la voragine economica che adesso vorrebbe trascinarlo verso un altro commissariamento.

Si fosse trattato di una società privata, sarebbe già fallita. Ma siccome si tratta di un ente pubblico, in questo caso il fallimento non è previsto. Al contrario sarebbe previsto il ripianamento del debito, in questo caso da parte di Aci, che per contro potrebbe commissariare di nuovo l’ente. Il presidente dell’Aci, Angelo Sticchi Damiani deve correre verso nuove elezioni e il commissariamento di uno degli enti siciliani più influenti d’Italia potrebbe giocargli qualche brutto scherzo alle sempre più prossime elezioni (la Sicilia è un bacino enorme di voti nell’ente e nella federazione sportiva). Quindi, si tenta la carta dell’acquisto della gara. Giusto e lecito. Già, ma quanto vale davvero la Targa Florio? Poche centinaia di migliaia di euro, oppure 6 e più milioni? Pagarla 4,3 milioni è un affare o un “credito tossico” che potrebbe esplodere in pancia all’acquirente?

Porsche 911 Carrera RSR Martini alla Targa Florio 1973
Porsche 911 Carrera RSR Martini alla Targa Florio 1973

Quanto vale la Targa Florio? Questa domanda se la saranno fatta anche nella Regione Sicilia che, per bocca dell’assessore ai Beni Culturali, Alberto Samonà, in conferenza stampa a Bagheria, ha fatto sapere che “La Regione Sicilia è interessata ad acquisire il brand Targa Florio per evitare che lo portino via. Deve continuare a essere un bene di questa terra”. Una proposta che basa la sua validità nel vincolare all’identità siciliana il titolo della manifestazione sportiva, in modo da dotare la Regione Siciliana di un diritto di prelazione. L’ultimo passaggio della frase dell’assessore ha suscitato un silenzioso vespaio di polemiche si è trasformato in un silenzioso e snervante braccio di ferro politico.

La Regione vuole partecipare ad un’eventuale asta o vendita del marchio. Un offerta a sorpresa, che rappresenta una sorta di alternativa alla proposta che presenterà Aci, per rilevare i diritti del brand, che ricordiamo essere una vera icona dell’automobilismo sportivo, sulla quale si è acceso l’interesse di Aci. L’ente vuol spendere fino a 4,3 milioni di euro, che però ai siciliani pare una proposta al ribasso rispetto alle stime fatte fare dai legittimi proprietari del marchio. “La Targa Florio appartiene alla nostra storia – dice l’assessore Samonà – e deve restare in Sicilia. È il primo brand italiano che diventa oggetto di riconoscimento di interesse culturale, ai sensi dell’articolo 10 comma 3 del codice dei beni culturali. Si è disposto che la Sovrintendenza di Palermo proceda con questa proposta di dichiarazione di bene culturale”. Un escamotage per tentare di interrompere la trattativa tra privati intervenendo con l’interesse pubblico.

Ma non finisce qui. Anzi, è solo l’inizio di una vicenda che farà molto discutere e che assume i contorni di un giallo. Il pressing sull’Aci aumenta notevolmente, giorno dopo giorno. Qualcuno ipotizza che, non essendo citata da nessuna parte “Sicilia” nel marchio Targa Florio (per quanto anche in USA sanno che la Targa Florio è prima palermitana e poi siciliana), questo fattore lo renderebbe paradossalmente itinerante, addirittura esportabile. Possibile, ma insensato e controproducente. Apriti cielo. Scende in campo direttamente il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, da sempre grande sostenitore della gara di casa sua.

Il sindaco del capoluogo isolano ha inviato una lettera al ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, e ai presidenti dell’Automobile Club d’Italia, Angelo Sticchi Damiani, e dell’Automobile Club Palermo, Angelo Pizzuto, per richiamare la loro attenzione sul futuro del “Rally Targa Florio”. Un fatto senza precedenti, che conferma come nell’Isola monti il malumore, come i palermitani inizino a vivere la vendita d’a Cursa come un possibile “scippo” all’Isola. Insomma, lì dove la passione è forte la sofferenza è grande. È sempre così. Orlando ritiene che debbano essere coinvolte tutte le istituzioni, le realtà territoriali e in modo specifico la Città Metropolitana di Palermo, proprietaria dell’impianto Floriopoli.

Finita qui? Ma neppure a pensarci. Il sindaco ha chiesto un incontro al ministro affinché venga affrontato il tema legato al futuro della storica corsa automobilistica siciliana. A questo punto, l’Aci è stata costretta a replicare attraverso i suoi canali ufficiali. Il presidente Sticchi Damiani ha risposto al Sindaco di Palermo: “L’obiettivo è di replicare in Sicilia l’esperienza del Gran Premio d’Italia di F1 e del Rally Italia Sardegna nel WRC, con un progetto di ampio respiro che tuteli il futuro della Targa Florio”.

“Immediata disponibilità ad un incontro”, risponde Sticchi Damiani all’invito del sindaco di Palermo, sempre più allarmato per queste voci relative ad una possibile (ma per fortuna mai paventata da Aci) delocalizzazione del Rally Targa Florio. “Vorrei anticiparLe – scrive Sticchi Damiani nella mail inviata ad Orlando – che non è assolutamente prevista nessuna delocalizzazione né del marchio né dell’evento Targa Florio, e che l’impianto denominato Floriopoli non è interessato alla vicenda che, purtroppo, qualche giornalista, evidentemente male informato, sta riportando sulla stampa locale”. Sì, perché è sulla stampa locale che si è accesa la polemica che sta infiammando gli animi della Palermo da rally.

Il Presidente Sticchi Damiani ha colto l’occasione per ricordare che “da sette anni, l’Automobile Club d’Italia e Aci Sport stanno sostenendo un grande sforzo, non solo organizzativo ma anche economico, per realizzare e promuovere sia il Rally Targa Florio che la Targa Classica, manifestazioni formalmente organizzate dall’Ac Palermo, che nel 2013 versavano in serie difficoltà. Il nostro obiettivo è quello di replicare la politica vincente, adottata per garantire un futuro, nei rispettivi Mondiali, al Gran Premio di Formula 1 di Monza e al Rally Italia Sardegna: uscire, cioè, dalla logica degli interventi anno per anno, per dar vita a un progetto di ampio respiro e di lungo termine, che permetta a una delle più belle manifestazioni dell’automobilismo sportivo mondiale di avere un futuro all’altezza del suo grande passato”.

In vendita la Targa Florio: Aci offre 4,3 milioni di euro

Il Comitato Esecutivo Aci, massimo organo decisionale dell’ente, ha confermato un interesse verso la Targa Florio e deliberato un’offerta massima di acquisto del marchio della gara messa in vendita. A gestire la situazione sarà direttamente il presidente dell’Automobile Club d’Italia Angelo Sticchi Damiani che scrive chiaramente: ‘Preso atto dell’informativa resa dal Presidente nel corso dell’odierna riunione in ordine alle trattative svolte con l’Ac di Palermo’. Quindi, la trattativa c’è già stata.

Finisce in vendita la Targa Florio e l’Aci (che non può farsi sfuggire l’affare perché deve coprire un buco finanziario) offre 4,3 milioni di euro. L’ingegner Angelo Sticchi Damiani, presidente dell’Automobile Club d’Italia, ha avuto mandato dal Comitato Esecutivo Aci di offrire per conto dell’ente 4,3 milioni di euro per rilevare lo storico marchio della Targa Florio. Da dove arriva la cifra di 4 milioni e bruscolini? La società londinese fondata nel 1998 da Samuel Lowell Price (a cui la stessa Aci Palermo si è rivolta come consulente), la PricewaterhouseCoopers, ha valutato 6,2 milioni di euro la gara più antica del mondo. Valutazione che appare ingrata ai più, considerando la storia della competizione creata da Vincenzo Florio.

Cosa succederà adesso alla “Cursa”. In teoria nulla. Se la svendita venisse accettata, all’Aci Palermo resterebbero ancora 1,9 milioni di buco finanziario (in pratica, il debito dell’ente siciliano è di pari valore del marchio Targa Florio). E agli appassionati siciliani? Certamente resta il Rally Targa Florio e la storia. A chi l’Aci potrebbe affidare l’organizzazione della competizione al momento è solo ipotizzabile: Aci Sport Spa, come già fa con il GP d’Italia e con il Rally Italia Sardegna.

Ma come farà Aci Palermo a pagare i restanti 1,9 milioni di euro di debiti creati? Come garantire di non produrre altre perdite? Aci Palermo sottoscriverebbe con Aci (che in una gerarchia familiare è la “mamma” dell’Aci Palermo), nel caso di accettazione della proposta, un piano di rientro a rate per evitare il commissariamento (che non sarebbe il primo nella storia dell’ente). Una mazzata. La via più percorribile appare quella di una diluizione venticinquennale del debito prodotto ad oggi. In pratica, se la matematica non è un’opinione, in base alla quantificazione finale della voragine economica di Aci Palermo, si dovrebbero avere rate comprese tra i 75 mila e i 76 mila euro l’anno (6.300 euro al mese circa).

Il condizionale è d’obbligo visto che l’ultima parola, se vendere o svendere la Targa Florio, spetta all’Automobile Club palermitano. Quello che è ufficialmente certo è che il Comitato Esecutivo Aci, il massimo organo decisionale dell’ente romano, ha confermato un forte interesse verso la gara e ha deliberato anche un’offerta massima di acquisto per il marchio della gara che è stato messo in vendita. A gestire la situazione sarà direttamente il presidente dell’Automobile Club d’Italia su mandato del Comitato Esecutivo che scrive chiaramente: “Preso atto dell’informativa resa dal Presidente nel corso dell’odierna riunione in ordine alle trattative svolte con l’AC di Palermo sulla base del mandato conferitogli”. Quindi, la trattativa c’è già stata.

“Tenuto conto che, all’esito delle stesse, è stata raggiunta un’intesa di massima per la cessione del marchio all’ACI per un importo di 4,3 milioni di euro, da destinare al parziale ripianamento dell’indebitamento del Sodalizio nei confronti dell’Ente, allo stato pari a circa 6,2 milioni di euro; tenuto conto che l’operazione, in considerazione dell’elevato valore storico e culturale del marchio Targa Florio e delle prospettive di crescita della competizione sportiva, consentirebbe all’ACI di consolidare ulteriormente le proprie posizioni nell’ambito statutariamente presidiato dello sport automobilistico e di recuperare nel contempo gran parte del credito vantato nei confronti dell’AC di Palermo”. Quindi la cifra è stata concordata e ci sarebbe anche una prospettiva di rilancio per la gara, a parole.

La delibera Aci per l’acquisto della Targa Florio

“Vista la deliberazione adottata nella seduta del 20 settembre 2017, con la quale è stato conferito mandato al Presidente per verificare la sussistenza delle condizioni per l’eventuale acquisizione, da parte dell’ACI, del marchio Targa Florio, attualmente di proprietà dell’Automobile Club di Palermo, previa valutazione dello stesso a cura di una Società specializzata nel settore dei marchi e brevetti; preso atto dell’informativa al riguardo resa dal Presidente nella riunione del 1° aprile 2020; tenuto conto che, relativamente al marchio in parola, sono state predisposte due diverse perizie curate, rispettivamente, dalla Società Trevor Srl su incarico dell’ACI e da Price Waterhouse Coopers su incarico dell’AC di Palermo; preso atto che nella richiamata riunione del 1° aprile 2020 il Comitato Esecutivo, ritenuta la stima del marchio effettuata dalla Società Price Waterhouse Coopers maggiormente aderente all’effettivo valore dello stesso e considerati i significativi investimenti effettuati dall’ACI negli ultimi anni per l’organizzazione ed il rilancio della competizione sportiva, ha conferito mandato al Presidente per verificare l’esistenza dei presupposti per pervenire ad un accordo con il Sodalizio per l’acquisizione del marchio medesimo ad un prezzo orientativo pari ai due terzi del valore indicato nella citata perizia di stima; preso atto dell’informativa resa dal Presidente nel corso dell’odierna riunione in ordine alle trattative svolte con l’AC di Palermo sulla base del mandato conferitogli; tenuto conto che, all’esito delle stesse, è stata raggiunta un’intesa di massima per la cessione del marchio all’ACI per un importo di 4,3 milioni di euro, da destinare al parziale ripianamento dell’indebitamento del Sodalizio nei confronti dell’Ente, allo stato pari a circa 6,2 milioni di euro; tenuto conto che l’operazione, in considerazione dell’elevato valore storico e culturale del marchio Targa Florio e delle prospettive di crescita della competizione sportiva, consentirebbe all’ACI di consolidare ulteriormente le proprie posizioni nell’ambito statutariamente presidiato dello sport automobilistico e di recuperare nel contempo gran parte del credito vantato nei confronti dell’AC di Palermo; considerato che la stessa operazione può concorrere favorevolmente, nel quadro del vincolo federativo esistente con l’ACI, al progressivo riequilibrio della gestione dell’Automobile Club e al mantenimento di un efficace presidio sul territorio di riferimento; tenuto conto che, ai fini della eventuale definizione dell’operazione stessa, si rende necessario procedere alla formalizzazione nei confronti del Sodalizio di una proposta di acquisto per l’importo sopra indicato; ritenuto di subordinare detta proposta alle seguenti condizioni di efficacia: 1) deliberazione e presentazione da parte dell’AC di un piano di rientro, di durata massima venticinquennale, dell’indebitamento che residuerebbe verso Ente in caso di perfezionamento dell’operazione ed approvazione del piano stesso da parte del Comitato Esecutivo; 2) rilascio dell’autorizzazione del Consiglio Generale all’acquisto del marchio da parte di ACI; ravvisata inoltre l’esigenza che l’Automobile Club di Palermo proceda quanto prima alla definizione di un piano di rilancio delle proprie attività istituzionali, allo scopo di giungere, in concomitanza con detta operazione, allo stabile riequilibrio della propria gestione; approva le linee di massima dell’operazione di acquisto in parola e conferisce mandato al Presidente per la formalizzazione nei confronti dell’Automobile Club di Palermo, avvalendosi del supporto legale dell’Avvocatura dell’Ente, di una proposta di acquisto del marchio “Targa Florio”, di proprietà dello stesso AC, nei termini e alle condizioni indicate in premessa”.

Storia d’a Cursa, la gara di don Vincenzo Florio

La Targa Florio è la più antica corsa automobilistica al mondo, la più antica tuttora disputata. Insieme alla Mille Miglia, inoltre, è la corsa stradale italiana più famosa nel mondo. La Targa Florio è stata voluta, creata, finanziata e organizzata da Vincenzo Florio, un palermitano di ricca famiglia, affascinato dal nuovo mezzo di locomozione e già noto nell’ambiente per aver partecipato ad alcune competizioni di inizio secolo e per aver istituito, nel 1905, la Coppa Florio (una corsa automobilistica in quel di Brescia).

La gara si è disputata 61 volte, praticamente senza soluzione di continuità (se si eccettuano gli anni delle due guerre mondiali), dal 1906 al 1977. Una volta soltanto la gara è stata trasformata da prova velocistica in prova di “regolarità”, precisamente nel 1957, quando il recente incidente che segnò la morte della Mille Miglia mise gli organizzatori della Targa di fronte alla scelta di sopprimere la gara oppure trasformarla in una passeggiata o poco più. Gli organizzatori – Vincenzo Florio in testa – optarono per dare comunque continuità alla corsa.

Teatro della corsa sono sempre state le strade siciliane e in particolare quelle strette e tortuose che percorrono la catena montuosa delle Madonie: solo in poche occasioni la corsa è stata abbinata al Giro di Sicilia e si è svolta lungo il periplo dell’isola mentre nel quadriennio 1937-1940 è emigrata al Parco della Favorita a Palermo, mai dunque abbandonando la terra della Trinacria.

La Targa Florio entrò subito nella leggenda per le enormi difficoltà insite nella durezza del tracciato al punto che, specialmente nei primi anni, anche il solo riuscire a completare la corsa significava compiere un’impresa titanica. Naturalmente anche le Case che sono scese in campo con successo nel corso degli anni hanno sempre messo in risalto le prestazioni ottenute dalle autovetture di propria costruzione, pubblicizzandole senza risparmio.

Anche la Targa Florio ha dovuto però fare i conti con incidenti, morti e feriti tra il pubblico e tra i piloti: si ricorda in particolare la morte del conte Giulio Masetti, avvenuta a seguito di un’uscita di strada della sua Delage nel corso del 1º giro dell’edizione del 25 aprile 1926; per chi crede nella cabala dei numeri, la Targa Florio era giunta all’edizione numero 17 e la vettura del Masetti era contrassegnata dal numero 13. Poco dopo questo grave incidente, tale numero non sarà più assegnato alle vetture in corsa, né in Italia né all’estero (unica eccezione la Lotus di Pastor Maldonado in Formula 1, la vettura numero 13 appunto).

Ma la Targa Florio era comunque una gara abbastanza sicura: Vincenzo Florio soleva ripetere che la sua era “la gara più lenta del mondo” e per questo era anche sicura. Dopo l’incidente di Masetti si arrivò, per contare un altro pilota deceduto in gara, al 1971, quando il triestino Fulvio Tandoi perse la vita a causa di una uscita di strada. La sua Alpine Renault finì la sua corsa contro un albero, urtandolo proprio dal lato del pilota.

Nel 1955, e negli anni che vanno dal 1958 al 1973, la Targa Florio è stata tra le gare titolate ai fini dei Campionati Internazionali o Mondiali riservati alle vetture Sport o Gran Turismo, assumendo quindi un’importanza davvero rilevante, testimoniata dalla discesa in campo di nomi altisonanti, sia di piloti che di case costruttrici. Dopo l’edizione 1973, contrassegnata da una numerosa serie di incidenti abbastanza gravi che dimostrava come l’ormai anacronistico circuito delle Madonie poco si confacesse a ospitare competizioni per vetture molto potenti, la Targa Florio veniva esclusa dal circuito delle grandi prove internazionali.

La gara ebbe ancora tre edizioni non troppo entusiasmanti poi, nel 1977, analogamente a quanto accaduto per la Mille Miglia vent’anni prima, anche nel caso della prova siciliana la fine venne determinata da un grave incidente coinvolgente gli spettatori: domenica 15 maggio 1977, giorno in cui si correva la sessantunesima edizione, la Osella-BMW pilotata in quel momento da Gabriele Ciuti, uscì di strada in un tratto di misto-veloce che seguiva il rettilineo di Buonfornello, travolgendo gli spettatori e provocando due morti e tre feriti gravi (tra cui lo stesso pilota): la gara venne sospesa e la classifica stilata in base ai passaggi al termine del 4º giro (degli 8 previsti in origine).

A quel punto, la vera Targa Florio esaurì il suo ciclo: a partire dal 1978 la gara veniva trasformata in Rally e denominata Rally Targa Florio, mantenendo la numerazione; nel maggio 2016 si è corso infatti il 100° Rally Targa Florio.