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Rally snaturati e non è colpa della benzina troppo cara

I rally non erano per tutti, ma non erano uno sport esclusivamente per ricchi. Come mai nomi come Munari, Ballestrieri, Patria, fino a Biasion, Cerrato e Cunico resteranno nomi di sportivi conosciuti bene anche al di fuori dei rally? Perché dei campioni di oggi possiamo celebrare solo gli undici titoli di Paolo Andreucci? Piuttosto che chiedervi come mai non c’è l’ombra di un italiano nel WRC, da dopo Gigi Galli, provate a chiedervi come mai nessuno è stato in grado di battere Ucci nel CIR…

Gli appassionati ad aprile 2020 urlavano “fermate tutto e ci rivediamo nel 2021 o i rally non torneranno più come prima”, ma la macchina delle corse non poteva essere fermata altrimenti sarebbe successo un disastro irrecuperabile. Il Covid-19 sembra essere diventato la scusa per mercanteggiare con gli organizzatori e stravolgere ulteriormente i rally: nel 2020 una gara di Campionato Italiano dovrebbe avere novanta chilometri di prove speciali, mentre una di Coppa Italia, o Coppa Rally di Zona che dir si voglia, può permettersi poco più di cinquanta chilometri di PS e fregiarsi dello status di rally…sprint. Poi succede che un Rally Targa Florio viene concluso dopo 64 chilometri di prove speciali e vale per la massima serie tricolore, mentre Don Vincenzo Florio si rivolta nella tomba.

E all’estero come vanno le cose? In Francia ad esempio si corre per trecento chilometri, meno gare e tanti partenti. E ma in Francia si corre con tutto, esclamerà qualcuno, dimenticando che la filosofia dei rally è proprio quella di correre con tutto e soprattutto di concludere le gare in qualunque condizione climatica e meteorologica. E già, perché i rally non sono mai stati uno sport per gente senza pelo sullo stomaco. Anzi. Senza soldi magari sì, ma senza coraggio di osare no. Infatti, i rallysti vecchia maniera (e non perché fossero più bravi, ma perché correvano i rally veri) venivano e vengono considerati eroi ancora oggi. Vero che i rally non erano per tutti, ma non erano uno sport esclusivamente per ricchi.

Chiedetevi come mai nomi come Munari, Ballestrieri, Patria, fino a Biasion, Cerrato e Cunico resteranno conosciuti bene anche al di fuori dei rally, mentre dei campioni italiani di oggi potremo celebrare gli undici titoli di Paolo Andreucci. Piuttosto che chiedervi come mai non c’è l’ombra di un italiano nel WRC, da dopo Gigi Galli, visto che è noto che in ogni rally in Francia corrono per il triplo dei chilometri, domandatevi come mai nessuno è stato in grado di battere Ucci nel CIR… Non lo sapete? Ma è semplicissimo. Andreucci è un rallysta vecchia scuola… Provate a chiedervi perché prima c’erano così tanti giovani, come mai c’era così tanto ricambio generazionale e oggi… Beh, si è allungata la gioventù, mentre i rally si accorciavano.

Quei rally che univano grazie a notti insonni passate a preparare l’auto nel garage vicino o sotto casa, dopo una giornata di lavoro e prima di un’altra giornata di lavoro, ora sono preconfezionati: fatti da vetture costosissime, che devono montare pneumatici ancor più cari, con motori che non devi neppure permetterti di presentarti per conoscerli. Che fine avessero fatto i rally, per la verità, se lo chiedevano sin dagli anni Settanta chi aveva potuto viverli negli anni Cinquanta e così via. Ma non era e non è una domanda senza fondamento, se si vuol considerare che si è passati dalle quasi ottanta prove speciali corse di giorno e di notte del Nuova Zelanda 1977, un rally con oltre duemila e duecento chilometri di tratti cronometrati tra terra e asfalto, al Nuova Zelanda 2012, che di chilometri di prove speciali su terra ne aveva poco più di quattrocento e dieci. Questo è accaduto nel Mondiale Rally, che conserva però un alto livello di spettacolarità.

In quella che è la massima serie nazionale, pur di consentire l’iscrizione al calendario gare di un maggior numero di rally possibile (così da incassare sempre di più), si sono inventati prima i rallysprint, poi i rally ronde, poi i rally due, poi i rally day, infine hanno deciso di sforbiciare tutto, nonostante l’epidemia di Covid-19 abbia visto passare a miglior vita circa la metà delle gare che erano state inserite nel calendario gare 2020, e rendere ronde i rally, dimenticandosi per comodità di celebrare il funerale della specialità che ha oggi un campionato tricolore che dura una giornata corta, se non piove. Sennò a casa dopo aver disputato il 70% della gara, per salvare la validità.

Che fine abbiano fatto i rally ce lo si chiede da sempre. Prima di noi se lo è domandato ad alta voce nei primi anni 2000, Daniele Ciocca, certamente un copilota che non ha bisogno di presentazioni e che al fianco di Nick Busseni ha scritto gran parte della sua bella carriera. Se lo è chiesto così ad alta voce che ancora echeggia il fantasma del suo ragionamento. In realtà, il copilota livornese, in un’analisi più attenta, notava come solo i rally siano lo sport che è stato soggetto a cambiamenti così radicali rispetto alla sua filosofia da potersi considerare snaturato a tutti gli effetti.

Quando nei rally iniziò a scomparire anche la notte, oltre ai chilometri di prove speciali (ormai i chilometri di trasferimento possono essere addirittura più di tre volte i tratti cronometrati), riferendosi ad un Sanremo di circa venti anni prima, Ciocca rifletteva: “Rovistando tra vecchi cimeli mi è cascato l’occhio sullo specchietto riepilogativo relativo al Rally di Sanremo 1981 e, smorzato un sorrisetto amaro spuntato pensando alla situazione attuale, ho riflettuto sul fatto che da venticinque anni a questa parte: le partite di calcio durano sempre novanta minuti. Quelle di basket le hanno divise in quattro tempi anziché in due ma il minutaggio è rimasto invariato. Nei set della pallavolo hanno eliminato il cambio-palla (tranne che nel quinto) ma anziché a 15 si arriva a 25. Del tennis non ne parliamo nemmeno… Lì, i punteggi sono cristallizzati da un secolo”.

“La Milano-Sanremo va sempre da Milano a Sanremo, idem per la Parigi-Roubaix – prosegue Ciocca –. La 24 Ore di Le Mans dura sempre ventiquattro ore, così come quella di Daytona. La 500 Miglia di Indianapolis è lunga sempre 500 miglia. I GP di Formula 1 sono lunghi più o meno uguale, lo stesso discorso mi pare valga per le moto. Nel motocross hanno mica accorciato le manches? Non credo. Alla Fastnet e alla Giraglia (stiamo parlando di vela) avranno tolto qualche miglio? In Coppa America? Per fare la maratona bisogna sempre correre i soliti quarantadue chilometri e spiccioli, la Marcialonga di sci è sempre quell’ammazzata lì. Nella discesa libera o in un gigante di sci (bombolette spray blu a parte) vedete la differenza nel tracciato? I campi di golf hanno sempre 18 buche, eccetera”.

“E allora scattano le domande: c’è secondo voi qualche altro sport che nella sua espressione al top ha visto un ridimensionamento così drastico nei parametri tempi/distanze richiesti alla prestazione come i rally del Mondiale? Quale altra disciplina ha subito un’involuzione tale, tanto da poter tranquillamente parlare di “snaturalizzazione” della specialità? E soprattutto perché è accaduto ciò? Sarà mica colpa della benzina troppo cara?”. Una sottile e amara ironia, quella di un copilota degli anni Ottanta, che racchiude un’amara verità, quella che riporta ai giorni nostri, al muro del pianto di un CIR che quaranta anni dopo è un Campionato Italiano Ronde. Un Campionato Italiano Rallypersbaglio. Al muro del pianto di un Mondiale Rally che non corre più di notte e in cui, ciò nonostante, non si riesce a fare arrivare neppure un pilota italiano. Perché? Sarà mica colpa della benzina troppo cara? Se potesse parlare bisognerebbe chiederlo a Don Vincenzo Florio, senza scomodare Adolfo Rava o gli altri inventori dei rally in Italia.

Al RAC 1989 Pentti Airikkala sorprende tutti

Anche se dopo qualche anno un brutto male se lo porterà via, rimarranno nella storia di Pentti Airikkala i suoi traversi, la sua innata capacita di vivere ”nascosto” e di gustare, al momento opportuno, la propria meritata gloria. Primo classificato al RAC 1989, numero 19, Pennti Airikkala, Finlandia, Mitsubishi Galant Vr4. Ieri, oggi, sempre.

Le storie più belle nascono spesso dalla rivincita di un signor Nessuno. O, per meglio dire, vengono a galla quando il tale in questione riesce a far intendere che potenzialmente tutta la sua carriera è stata un leggero ed ironico bluff, che volendo avrei anche potuto ma sai, non è il caso e forse, e ripeto forse è stato giusto così. Pentti Airikkala era un finlandese atipico, curiosamente accomunato al connazionale Timo Salonen dalla passione per le sigarette e per un phisique di rol che certo non appetiva le copertine dei rotocalchi patinati.

Avevo avuto modo di seguire la sua carriera solo marginalmente: per me Airikkala era un “Suomi sui generis”. Pilota dallo stile gradevole, spesso spettacolare e disinvolto, un nordico che alla neve ed ai jump di casa aveva preferito i “sempreterni” fanghi di Sua Maestà la Regina, luoghi dove dove aveva ottenuto la maggior parte delle proprie soddisfazioni agonistiche. Questo però non gli aveva certo impedito di punzecchiare le classifiche delle prove iridate tutte le volte nelle quali il mondiale aveva fatto tappa in Svezia, al 1000 Laghi oppure, molto più semplicemente, all’immancabile e per certi versi ovvio RAC.

Proprio la tappa britannica del 1989 mi riservò una stuzzicante ed inaspettata sorpresa: orfana della squadra ufficiale Lancia, la kermesse inglese era pronta a vivere uno scoppiettante duello al cloroformio fra le Toyota e… nessuno, eccezion fatta forse per le Mazda? Per Eklund con una Delta privatissima? Macché.

No no, pensavo, sarà una palla mortale: Sainz (che doveva ancora diventare Sainz) o Kankkunen, il resto al reparto fuffa. Ed invece no. C’era una alternativa, e quello che ai tempi mi esaltava e mi affascinava era che questa facesse pure leva su una idea, una innovazione. La sperimentazione insomma.

La Mitsubishi Galant Vr4 era una macchina di una bruttezza e di una goffaggine a dir poco commovente. Eppure aveva carattere, personalità ed un qualcosa da dire. A partire dal propulsore, un 4 cilindri turbo (ereditato dalla vecchia Lancer) per arrivare fino alla scocca in tre volumi assolutamente esagerati (perché d’altronde gente, le macchine corrono per poter poi essere vendute), passando però prima attraverso lo “sbulacco” delle quattro ruote sterzanti, chicca tecnica assoluta che raramente viene ricordata.

Il Team Ralliart che tanto seppe dare poi in seguito al marchio nipponico era all’epoca guidato dal mitico Andrew Cowan, personaggio da sempre legato al marchio Mitsubishi e verso il quale già allora nutrivo una notevole stima. Basti pensare che la Casa madre, dopo aver consegnato le acerbissime vetture a Cowan aveva gestito la cosa sull’andazzo dell’arrangiati forever, e già solo per questo credo di poter dire che il successo di Ericsson in Svezia e l’ingaggio come prima guida di un pezzo da novanta come Vatanen la potevano dire lunga sulle capacità gestionali dell’ ex pilota scozzese, che per il RAC 1989 oltre al sopravvissuto della Pampa decise di avvalersi anche delle prestazioni del più britannico fra i piloti finnici: Pentti Airikkala.

Come da previsioni il rally si disputò con i cavalieri del Toyota Team Europe a menare le danze, Carlos Sainz su tutti, Drei K a ruota ed Ericsson come paggetto. La Mitsubishi pero non aveva voglia di tergiversare e la condotta del Miracolato ne fu la degna riprova, sempre all’attacco, sempre al limite, e con ottimi riscontri cronometrici. Insomma, nella Galant c’era del buono e questo veniva confermato anche dalla prova di Pentti Airikkala, veloce, costante e sempre sul pezzo, appena oltre la lotta per l’assoluto.

La chiosa poetica si ebbe nella foresta che tanto fu cara a Robin Hood: Ari Vatanen andò ovviamente a sbattere dando il definitivo via libera alle due Toyota ma vuoi la scarsa vena di Juha Kankkunen, vuoi la trasmissione di Sainz che salta ed ecco li, sulla pedana, a 44 anni suonati, dopo una vita di traversi nel fango scuro e freddo, dopo una carriera disputata sempre un passo indietro, finalmente, lui.

Anche se dopo qualche anno un brutto male se lo porterà via, lui ed i suoi traversi, la capacita di vivere nascosti e di gustare, al momento opportuno, la propria meritata gloria. Primo classificato anche al RAC 1989, numero 19, Pennti Airikkala, Finlandia, Mitsubishi Galant Vr4. Ieri, oggi, sempre.

WRC Plus vs Gruppo B e tutti i miti da sfatare

Per uscire vivo da un incidente frontale in velocità con una Gruppo 2 piuttosto che una Gruppo B ci voleva davvero San Rally, sinonimo di fortuna, revisione tutta al maschile di “Dea Bendata”. Nell’era delle WRC Plus, la fortuna non serve a molto. Ed è qui che entra in gioco l’evoluzione tecnologica, i budget a volte smisurati che alcune Costruttori investono nei test e nella sicurezza attiva, nella realizzazione di scocche sempre più resistenti, di schiume che riempiono i sedili e che sono in grado di assorbire l’energia cinetica e molto altro ancora…

Lo slogan WRC Plus vs Gruppo B torna in auge dopo che Elfyn Evans e il suo copilota Scott Martin sono usciti praticamente illesi dopo l’incidente occorso in una gara di preparazione alla ripartenza del Campionato del Mondo Rally 2020 nell’Estonia meridionale. L’incidente, come al solito, ha suscitato clamore perché era in un rally. L’informazione ha fatto il giro del mondo velocissimamente grazie alle condivisioni social e al web che – con Google News, Yahoo News e Microsoft News – ormai raggiunge un livello di copertura globale e multilingue.

Clamore per un click: “Incidente pazzesco”, “Tremendo incidente”, “Spaventoso incidente”. Questi sono i titoli più comuni di chi ha dedicato qualche riga per sparare la foto della vettura distrutta con la parte centrale della scocca perfettamente integra. I giornalisti d’antan, quelli che avevano le redazioni sovraffollate di colleghi con cui spesso finivano per odiarsi, avrebbero parlato invece di San Rally che, però, una logica avrebbe avuto, almeno negli anni in cui lavoravano loro: Gruppo 1, Gruppo 2, Gruppo 3, Gruppo 4, Gruppo B. Macchine bellissime e spettacolari, spesso auto-preparate che non avrebbero potuto permettersi di gareggiare in un rally con gli standard di sicurezza attuali.

Per uscire vivo da un incidente frontale in velocità con una Gruppo 2 piuttosto che una Gruppo B ci voleva davvero San Rally, sinonimo di fortuna, revisione tutta al maschile di “Dea Bendata”. Nell’era delle WRC Plus, la fortuna non serve a molto. Ed è qui che entra in gioco l’evoluzione tecnologica, i budget a volte smisurati che alcune Costruttori investono nei test e nella sicurezza attiva (ad esempio Fiat, dopo l’abbandono dei rally, abbandonò quasi del tutto gli investimenti su questo fronte), nella realizzazione di scocche sempre più resistenti, di schiume che riempiono i sedili e che sono in grado di assorbire l’energia cinetica che si scarica sul pilota che a quel sedile è legato (il corpo umano è un ottimo conduttore di energia per via dei liquidi che contiene) durante un violento impatto frontale, nella realizzazione di roll-bar sempre più efficienti ed efficaci.

Non un titolo di lode alla tecnologia e alla ricerca o, per dirla con parole comuni, non una riga che ribadisse quanto sono diventati sicuri i rally nel Terzo Millennio, seppure ormai quasi un vero sport di velocità piuttosto che di regolarità. Evans era quarto al momento dell’incidente con la sua Yaris WRC Plus, dietro al compagno di squadra Sebastien Ogier quando è uscito in una curva da sesta marcia, dopo aver colpito un ceppo d’albero in un taglio. In quel momento si disputava la quinta prova speciale di otto della prima tappa della gara ed era da poco passata la prima metà della giornata.

WRC Plus vs Gruppo B e tutti i miti da sfatare
La parte posteriore della Toyota Yaris WRc Plus di Evans dopo l’incidente estone

L’auto di Evans ha subito danni gravi all’anteriore e al posteriore dopo essere uscita di strada, ma pilota e copilota sono rimasti illesi. Nell’assistenza di mezzogiorno Evans aveva appena detto al team che quelle strade del sud dell’Estonia erano “probabilmente le più veloci che abbia mai percorso con questa macchina”. E già questo dovrebbe indurre una riflessione di come organizzatori e Costruttori, sempre più spesso, siano alla ricerca di percorsi sicuri, ma troppo veloci veloci per rendere spettacolare uno sport che continua a trasformarsi avvitandosi su se stesso. Macchine più sicure, più veloci e più potenti. Non basta, percorsi veloci. Non più lenti e guidati.

Elfyn Evans ha confermato che l’incidente è stato causato dall’uscita di una ruota dalla sede stradale. Tradotto: ha tagliato, ha pensato se correggere o no e non si sa se ci ha provato o meno, perché sulla sua strada ha trovato un ceppo di un albero ben nascosto nell’erba. E si sa, i ceppi non solo non si spostano, ma sono anche molto duri. Forse, chi ispeziona i percorsi dovrebbe verificarli meglio per la sicurezza generale. Ed è inutile scaricare la responsabilità sui copiloti e sulle note. Oramai le ricognizioni sono ridotte a lumicino e vengono fatte sempre con tanta fretta. Anche se è vero che l’unico ad uscire è stato il pilota britannico.

“Ho anticipato, forse troppo, la curva – spiega Elfyn Evans parlando della dinamica dell’incidente -. Ho visto l’erba alta alla mia destra, ma ho percepito la traiettoria visiva e ho pensato che si poteva andare. Forse ero un po’ troppo fuori con la ruota e c’era un ceppo di un albero nascosto lì. Quando vai a una velocità così elevata, non c’è davvero molto che tu possa fare al riguardo. Quindi, ho completamente perso il controllo e siamo rotolati tra gli alberi in quinta o sesta marcia. Non ricordo se era quinto o sesta, ma ero davvero stato veloce”. Quinta o sesta: 160/180 chilometri orari? Di più? Un filino meno? Certo è che Evans è stato uno dei pochi ad elogiare la resistenza della Toyota. E lui sa bene perché…

“Sapevamo che queste auto sono sicure – ragiona Evans – ma un incidente come questo ci dà ulteriori conferme. Il danno all’auto è più che altro esteriore. Il guscio è danneggiato, ha colpito un albero, però la struttura dell’auto ha tenuto alla perfezione”. Sapevano che queste auto sono sicure. Certo, lo avevamo già visto e scritto anche noi in uno dei primissimi editoriali della nostra avventura come Storie di Rally. Lo sapevano loro e lo sapevamo noi che già avevamo avuto modo di vedere e studiare l’incidente (ben più grave) che causò il licenziamento in tronco di Kris Meeke da Citroen. Il 20 maggio 2018, in Portogallo, la C3 WRC Plus numero 10 si è schiantata contro un albero in sesta piena.

La C3 di Kris Meeke ridotta a rottame.
La C3 di Kris Meeke ridotta a rottame.

Nell’incidente al Rally del Portogallo, Meeke e Paul Nagle Paul Nagle sono finiti fuori strada dopo un errore del pilota al chilometro 31,1 della PS12. In quell’occasione però il motore è andato distrutto e parte della cellula di sicurezza ha ceduto, causando il piegamento del roll-bar. Anche in quell’occasione, entrambi sono usciti dall’abitacolo della vettura, ridotta a un vero e proprio rottame, sulle loro gambe. Kris e Paul sono finiti larghi in uscita da una curva sinistrorsa, andando oltre la sede stradale. L’impatto con gli alberi vicini al tracciato è stato violento, tanto che la C3 numero 10 non si è fermata ai primi contatti, ma dopo diversi metri e con la capotta schiacciata contro uno dei tronchi.

A dirla tutta, che le WRC Plus sono sicure e che non sono in alcun modo paragonabili alle Gruppo B, tranne che per filosofia sportiva (cioè per la finalità che devono raggiungere tra gli appassionati), se n’erano accorti tutti il 24 gennaio 2020, al Rally di MonteCarlo, dove Ott Tanak, è stato protagonista di una clamorosa uscita di strada durante la seconda speciale di giornata. Il campione del mondo in carica ha perso il controllo della sua vettura in un tratto ad alta velocità, finendo per uscire di strada a oltre 180 all’ora. La sua i20 ha fatto una carambola spaventosa documentata anche da un video: più volte cappottata tra le piante fino ad abbattere un pino.

Ma anche in quell’occasione, il poco mediatico Tanak e il suo copilota Martin Jarveoja non hanno riportato conseguenze fisiche. Possibile che San Rally invecchiando sia diventato più attento e non si assenti mai? A queste favole ormai non credono più neppure i bambini. L’energia cinetica che si scarica addosso in questi impatti è enorme ed è in grado di frullare gli organi di chi è nel veicolo, così da causare una morte per emorragia interna, dove non interviene prima la frattura del rachide cervicale. Fosse vivo, Loris Roggia potrebbe spiegarlo meglio di chiunque altro. Nel concetto di sicurezza, adesso l’energia cinetica si scarica e si smaltisce in maniera più graduale e questo è uno dei fattori salvavita. Solo uno di molti.

Ott Tanak incidente
La vettura di Ott Tanak distrutta dopo l’incidente al “Monte” 2020

Dunque, tre incidenti apparentemente gravissimi nel Mondiale Rally del ritorno ai prototipi hanno confermato che si può uscire dalla propria auto vivi e con le proprie gambe. Cosa che, al contrario, non succede con lo sci, con l’escursionismo, con il parapendio e con tanti altri sport che detengono un vero e proprio primato da record tra morti e invalidi permanenti. Addirittura, a guardare i dati statistici ci si ferisce di più nel golf che nei rally. Questi concetti, però, sfuggono a molti ex-piloti che già subito dopo l’incidente monegasco di Tanak gridavano all’abolizione delle WRC Plus, additandole come le nuove Gruppo B. Ma questi piloti l’anno mai vista la differenza che c’è anche solo tra una portiera di una WRC Plus rispetto ad una Gruppo B? Vien da pensare di no…

Cosa è cambiato dal 1986 ultimo anno delle Gruppo B al 2017 primo anno delle WRC Plus? Prima la FIA demandava agli organizzatori dell’evento la sicurezza, negli anni 2000 questa viene controllata insieme a Michele Mouton e ad altri collaboratori, che possono decidere di annullare la prova speciale o, addirittura, estromettere l’evento dal calendario iridato. Nel frattempo le tecnologie si sono evolute incredibilmente e, questo fattore, ci consegna vetture da gara estremamente sicure. Le attuali velocità di percorrenza in curva, ad esempio, sono nettamente imparagonabili a quelle di metà anni Ottanta. A tutto ciò si aggiungano anche le prestazioni degli pneumatici che vanno a braccetto con l’evoluzione generale di un’auto da rally.

Una delle domande più frequenti che ci vengono poste è: ma se le WRC Plus erogano tra i 380 e i 400 cavalli, come si può dire che non sono pericolose come le Gruppo B? Perché, seppure “Motorsport is dangerous”, la pericolosità di una vettura non si misura con i cavalli e perché comunque diversi studi hanno dimostrato che la velocità di pensiero e di riflesso di un pilota va in crisi sopra i 450 cavalli circa. Ma anche questo non basta a definire pericolosa o meno una macchina.

Una WRC Plus, a grandi linee, è fatta così: trazione integrale anche se nei modelli di serie non è prevista, cambio sequenziale con un numero di rapporti a scelta del Costruttore, generalmente sei, vistose appendici aerodinamiche situate anteriormente, lateralmente e posteriormente per aumentante il carico aerodinamico al fine di favorire la guidabilità in curva ed elevare le performance dell’auto.

Le WRC Plus non sembrano più veloci, sono davvero più veloci. Sembrano più pericolose, ma non lo sono. La velocità viene data dalle nuove dimensioni della flangia del turbo, passata dai 33 millimetri del 2016 ai 36 del 2017, e da una maggiore libertà nelle regole sui motori, che hanno consentito di sfiorare potenze dichiarate da Gruppo B. All’aumento di potenza si affianca una diminuzione di 25 chili del peso totale consentito, rispetto al limite in vigore nel Mondiale Rally 2016. Il diffusore posteriore sporge dal retro dell’auto fino a 50 millimetri. E più in generale agli ingegneri è stata concessa più libertà nel progettare le macchine, discostandosi dagli standard dei modelli di serie, tra cui la sicurezza rielaborata secondo i più evoluti standard.

Prima dell’introduzione dei “nuovi mostri” la Federazione Internazionale dell’Automobile in collaborazione con l’Istituto Globale della Sicurezza del Motorsport aveva ridisegnato tutti i nuovi standard di sicurezza del Mondiale Rally, come ad esempio il gruppo sospensioni-ammortizzatori. Lo spazio per la gommapiuma incaricata di assorbire l’energia prodotta sulla vettura in caso di urti è stato espanso, passando dai 200 millimetri del 2016 ai 240 del 2017. Gommapiuma posizionata più in prossimità dell’abitacolo ed estesa anche nel retrotreno. E per concludere solo con le principali modifiche, i posti per pilota e navigatore sono stati spostati verso il centro dell’auto, quindi più lontano da possibili punti di impatto (ecco perché Meeke è sopravvissuto al cedimento della cellula di sicurezza).

Gli altri miglioramenti hanno riguardato il rinforzo dell’avantreno, per aumentare la prevenzione nei confronti di oggetti che potrebbero penetrare nell’abitacolo, sono state aggiunte imbottiture supplementari anche nei sedili, per limitare il movimento del capo del pilota e del copilota in caso di impatto violento. Quindi, anche se le WRC Plus hanno evidenziato una maggiore potenza e velocità, essendo più larghe delle vetture che le hanno precedute (WRC 1.6 4×4 Turbo), hanno confermato grande resistenza, studiata e testata di pari passo alle altre evoluzioni che venivano man mano apportate. E nei rally c’è una sola certezza: prima o poi un bel botto lo farai.