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Perché Michele Cane era chiamato ‘Villeneuve dei rally’

Il suo copilota Rolando Maulini ha confermato che “effettivamente Michele in macchina era ‘matto’, nel senso che prima di tutto veniva lo spettacolo poi tutto il resto, comprese gestioni di gara garibaldine che spesso erano più importanti dell’arrivare in fondo.

Un grande talento piemontese era quel ‘matto’ di Michele Cane, che spesso riusciva a suonarle anche al fratello ‘Tito’ che al contrario di lui correva con macchine molto più competitive. Cane è stato uno dei piloti simbolo del rallysmo nazionale tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta.

Un fuoriclasse, un funambolo del volante, che incantava gli spettatori in ogni curva di ogni prova speciale. Un pilota, l’omegnese Michele Cane, morto a 29 anni, che allo sport ha dato più di quanto ha ricevuto. È scomparso, a causa di un incidente stradale ‘extra rally’ avvenuto ad Alessandria nel 1983 contro un trattore che non rispettò la precedenza.

Il suo copilota Rolando Maulini ha confermato che “effettivamente Michele in macchina era ‘matto’, nel senso che prima di tutto veniva lo spettacolo poi tutto il resto, comprese gestioni di gara garibaldine che spesso erano più importanti dell’arrivare in fondo. Però che pilota! Sulla Opel Kadett Gruppo 1 ne ho viste di tutti i colori, anche acchiappare in prova sul bagnato gente per nulla sprovveduta con la Lancia Stratos. Come l’ho visto arrivare a con il Talbot a 1″ da Fabrizio Tabaton con la Lancia Stratos sulla PS Traversa Livornese al Rally Coppa Liburna 1981”.

“Una cosa che non è nota è che sia lui che io – prosegue Maulini – avevamo poco tempo e pochissima voglia di provare, per cui le ricognizioni si limitavano sempre ad un passaggio per scrivere le note e ad uno per controllarle. Poi stop, e questo con muletti quali Opel Rekord diesel o l’Alfetta della mamma, a conferma delle capacità di Michele”.

Quel che è certo è che Michele Cane non ha bisogno di presentazioni: era semplicemente il ‘Villeneuve dei rally’. Come detto, era uno dei piloti simbolo dei rally nazionali anni Settanta e Ottanta. Un vero e proprio fuoriclasse, un funambolo del volante, che incantava gli spettatori in ogni curva di ogni prova speciale.

Michele Cane con la Porsche 911 rally
Michele Cane con la Porsche 911 rally

Michele Cane un pilota generoso

Un pilota generoso, si direbbe oggi, che preferiva perdere 2″ in una curva, ma lasciare il segno e il ricordo. E che ancora oggi, a ragione, è venerato e celebrato. Morto giovane, Michele ha perso la vita in un incidente stradale avvenuto ad Alessandria nel 1983: la sua macchina finì contro un trattore che non rispettò la precedenza e gli tagliò la strada. Michele, però, non morì per l’incidente, ma in ospedale a causa di un edema cerebrale.

Il sodalizio tra Michele Cane e uno dei suoi due storici copiloti, Renzo Melani, è il più datato, mentre quello con Rolando Maulini è stato successivo. In ogni caso, entrambi hanno avuto modo di conoscere e apprezzare l’uomo e il pilota, raccontato in un libro ricco di storie: Michele Cane, il pilota e l’amico. Cane e Melani iniziano a correre insieme nel 1978: la prima gara è il Rally Targa Florio, gara inaugurale del Campionato Italiano.

I due sono al via con la Porsche Carrera 2.7 Gruppo 3, “ma ci ritiriamo, nella seconda tappa, sulla velocissima discesa della prova di Lascari per la rottura del cambio”, racconta Melani. “Dopo questa gara, Michele decide di passare ad una vettura più piccola, dove potrà meglio esprimere le sue doti di guida che riassumeva dicendo: marcia lunga, macchina morbida”. Quindi, si orienta sulla Kadett 2.0 GT/E, in allestimento Gruppo 1, preparata da Conrero.

“Il debutto avviene al 4 Regioni del 1978, gara difficile con fondo sia d’asfalto che di terra e inizia il confronto, che durerà due stagioni, con i più quotati conduttori del Gruppo 1, tutti o quasi sulle Kadett GT/E. Questa gara non viene finita per rottura meccanica ma, la settimana seguente a Pordenone in un rally tutto su asfalto, si conferma padrone incontrastato del Gruppo 1, conquistando il sesto posto assoluto. Gli bastano due gare per capire la macchina, ben diversa dalle potenti Porsche usate in precedenza”.

Relativamente alla stagione 1979, cioè la stagione successiva al debutto, Renzo Melani ricorda: “Nel 1979 Michele è convinto che nel Gruppo 1 nazionale avrebbe potuto ben figurare e quindi la stagione è impostata sul Kadett e con un programma impegnativo. Corre alcune gare anche con altri navigatori, ma per il ventunesimo Rally di Sanremo la coppia si riforma. Si tratta della prima partecipazione ad una prova di Campionato del Mondo”.

Storie e aneddoti iridati di un fuoriclasse

“Tutte le prime prove in asfalto nell’entroterra vengono affrontate, stranamente, con circospezione ma comunque mantenendosi sempre nelle prime posizione del Gruppo 1, a stretto contatto dei leader, Tognana, Presotto, Biasion – prosegue Melani –. Ma quando si arriva sulla terra toscana, la musica cambia. Michele inizia a staccare tempi notevoli, recuperando posizioni e imponendo il ritmo“.

“Ma la malasorte è vicina: durante una prova sulla terra per avvicinarsi a San Marino, di prima mattina, in una destra veloce in cima ad una collina, un bilanciere delle valvole decide di spezzarsi lasciando Michele, in pieno “traverso”, senza motore. Il risultato, ovvio, è l’uscita per la tangente fermata da una rete metallica di confine del terreno, che catapulta la macchina in alto facendola ricadere pesantemente sul tetto”.

“Nessun danno all’equipaggio ma il Kadett è alto si è no un metro. Ma non finisce lì. Il concorrente dopo, arrivando sparato vede la macchina fuori e frena violentemente, partendo anche lui per la tangente e atterrando direttamente, ruote su ruote, sul Kadett “posteggiato” sotto. Se non era ancora tutto rotto, ora lo era, eccome. Ovviamente, gara finita!”. Nel 1980, le gioie sono poche. Lavora tanto e qualche boicottaggio di troppo (vedi la pallina di silicone anonima nel serbatoio al Sanremo), fanno sì che Michele inizi a ridurre le presenze nei rally.

Restando alla stagione 1980, sono tanti gli episodi che orbitano intorno a Michele Cane. Alcuni anche molto simpatici oltre che adrenalinici, come ad esempio al Rally dei Rododendri del 1980. L’altro storico copilota di Michele, Rolando Maulini racconta: “Sulla PS Panoramica, la strada era larga, rettilineo in salita e in fondo una curva. Dò la nota, Destra 3 vai. Facciamo la curva e mi accorgo che per un niente non finiamo contro la roccia. Nel rettilineo successivo Michele dice “due”, io rispondo “no, tre..”, lui insiste “due” e io “no, è giusto destra 3, non 2”. E lui: “Volevo dire che per due millimetri non siamo andati a sbattere”. Si andava forte e si faceva cabaret.

Sempre al Rododendri 1980, Cane-Maulini proseguono. Sulla penultima prova rischiano un frontale con la “classica” Fiat 127 guidata da signore con cappello (episodio che fu riportato su Autosprint). “Arriviamo all’ultima PS e siamo quarti assoluti, oltre che primi di Gruppo 1 con circa 7′ di vantaggio sul secondo. Terzo era un equipaggio torinese con una Opel Manta 400 a circa 25″. La prova era corta e tutta in salita verso la Sagra di San Michele e Michele arrivava da un paio di gare in cui si era ritirato”.

Michele Cane e Rolando maulini con la Opel Kadett GTE
Michele Cane e Rolando maulini con la Opel Kadett GTE

“Dai, basta arrivare in cima e il gioco è fatto, pensavo fra me e me. La strada è umida… Alla partenza della PS, il fratello ‘Tito’ si prodigava in saggi consigli e Michele lo rassicurava. Poi chiude la porta del Kadett e mi dice: “Legati forte che andiamo a prendere quello davanti”. Mi è cascato il mondo addosso. Mi sono visto ancora una volta giù per una ripa o contro una pianta, ma non potevo farci niente. Siamo saliti come dei matti, siamo stati bravi, siamo riusciti a finire la PS rosicchiando una decina di secondi al terzo e siamo finiti quarti”. Con Michele non ci si annoiava, era fatto così.

Voleva tornare a correre al Rally MonteCarlo

Al Rally della Lana 1981, con l’Opel Kadett Gruppo 1 numero 84, al via c’è l’equipaggio ‘Alessandra’-Maulini. Per vari motivi Michele si era iscritto con questo pseudonimo. “Già prima di partire veniva da ridere – ricorda Rolando ‘Rolly’ Maulini –. I piloti che ci precedevano dopo averlo riconosciuto si raccomandavano di segnalare il nostro arrivo per spostarsi e, in effetti, riuscivamo sempre ad prenderne qualcuno, con il record di tre sorpassi sulla PS Colma di Arola. Noi facevamo gara con i vari Bentivogli, Cassinis, Zanetti che partivano con numeri bassi”.

“Arriviamo alla fine di una PS e chiedo al commissario i tempi. Lui mi guarda con l’espressione negli occhi della serie: “Ma perché mi chiedono i tempi questi due fermi?”. Poi torna con la nostra tabella e ci comunica i tempi. Notando che abbiamo dato a tutti una bella manciata di secondi a tanti, infila la testa nel finestrino, ci guarda e chiede: “Ma chi siete?”. Lo guardo e gli rispondo ridendo: “Leggi domattina il giornale e lo saprai”. E ripartono.

Il giorno dopo, sulla classifica di Gazzetta dello Sport ‘Alessandra’-Maulini erano noni assoluti e primi di Gruppo. “Il tutto con una macchina che arrivava da un capottone della settimana prima che le aveva aperto le due ruote anteriori – aggiunge ‘Rolly’ Maulini –. Ma questo ce l’hanno detto all’assistenza di Conrero a fine tappa, quando eravamo davanti alle Ford e quindi meritavamo di essere coccolati. Ricordo un meccanico chiedere a Michele: “Ma come fai a guidare questa macchina, non vedi che ha una ruota più avanti dell’ altra?”.

Comunque, quella stagione 1980, specialmente a causa dei boicottaggi subiti, aveva lasciato l’amaro in bocca a Michele. Per lui i rally erano uno sport. Poteva mettere in conto il rischio causato da un suo errore, ma non quello provocato da mano sconosciuta. Sta di fatto che gli anni seguenti vedono Michele particolarmente impegnato nell’attività lavorativa e le corse sono trascurate. Il suo intento era quello di preparare per l’anno 1984 un rientro grandioso: magari ripartendo dal Rally MonteCarlo.

“Si stava studiano la possibilità di fare il Rally di MonteCarlo, una gara che da sola sarebbe valsa tutta la stagione – ricorda Melani –. Purtroppo, il 28 novembre 1983 durante un tragitto che avrebbe dovuto portarlo ad Alessandria per lavoro, in località Acqui Terme, ha un incidente con un piccolo trattore che, improvvisamente, sbuca da una strada campestre. Sul momento non pare aver subito grossi danni ma poco dopo, già ricoverato all’ospedale di Alessandria per la frattura del braccio sinistro, viene colpito da un edema cerebrale che non gli darà scampo. Si spegne venerdì 2 dicembre 1983″.

Opel nei rally, una storia di anni ruggenti tra Kadett e Ascona

All’inizio degli Anni Sessanta ancora non si parlava di un ritorno alle competizioni. Però, non passò neanche un anno dalla presentazione della Kadett A, che Hans Beck e Lutz Kemper al volante della Opel portarono a termine, primi di classe e sesti assoluti, l’edizione 1963 del Tour de Europe.

Da un po’ mi frulla per la testa di raccontare la storia di Opel nei rally, una storia di anni ruggenti nel vero senso della parola. E me ne ricordo ogni qualvolta incontro a cena Sergio Biancolli, ex fotografo torinese, ex rallysta (sempre torinese), per fortuna non ex amico.

Biancolli, come molti altri, nel mondo dei motori ha diverse fidanzate tedesche, tre di queste fanno di cognome Opel: Kadett, Manta e Ascona. Sull’argomento ha anche scritto un bel libro che continuo a consigliare, visto che si tratta della storia rallystica delle Opel private.

Alla passione mia e di Biancolli, che ci vede sognare Walter Rohrl che fa danzare la Opel Kadett GT/E, si sono aggiunti, nell’ultimo periodo, diversi racconti di Gianni Cogni sul Rally Lana, tra cui quello del 1982 in cui Miki Biasion vince con la Opel Ascona con alle note il mitico Rudy Dalpozzo al posto del “solito” Tiziano Siviero, colpevole di aver manifestato il proprio pensiero su un discutibile ordine di scuderia dato nella gara precedente, e quindi momentaneamente sospeso dal ruolo di copilota di Miki.

Inevitabile un reportage sulle Opel da rally e contemporaneamente su Opel nei rally. Certo è che fino al 1963, la Opel aveva la nomea del Costruttore in grado di realizzare comode e solide vetture da famiglia, destinate a lunghe percorrenze chilometriche.

All’inizio degli Anni Sessanta ancora non si parlava di un ritorno alle competizioni. Però, non passò neanche un anno dalla presentazione al pubblico della Kadett A, quando Hans Beck e Lutz Kemper al volante della nuova Opel portarono a termine, primi di classe e sesti assoluti, l’edizione 1963 del Tour de Europe. Per la Kadett era il primo di una lunga serie di successi.

Presotto al Rally Elba 1977
Presotto al Rally Elba 1977

Sull’onda di questi risultati, esattamente cinquanta anni fa, nel 1969, alcuni intraprendenti concessionari cominciano a dedicarsi alle competizioni. La Kadett B Rallye si era rivelata infatti l’auto ideale per tanti piloti privati, per lo più rallisti, che dovevano fare i conti con i costi sempre elevati delle competizioni automobilistiche.

Alle tradizionali doti di robustezza e semplicità di manutenzione delle automobili Opel, la seconda generazione della Kadett associava infatti un’indiscutibile competitività agonistica. Questo fatto portò molti preparatori a cimentarsi con crescente impegno nell’elaborazione di Kadett per il gruppo 1 e il gruppo 2. Ricordiamo fra i tanti gli italiani i fratelli Gino e Silvio Carenini e Virgilio Conrero con quest’ultimo destinato di lì a breve a legare il suo nome a quello dell’attività sportiva di Opel in Italia.

Nel 1970 parte il programma clienti sportivi Opel

Il programma sportivo divenne più consistente nel 1970 quando l’importatore diede il via a una politica che prevedeva facilitazioni sull’acquisto delle vetture e dei ricambi, nonché premi in denaro a fine stagione. E fu proprio nel 1970 che la Kadett ottenne a Pordenone la sua prima affermazione nei rally italiani.

Nel giro di due anni le Opel si guadagnarono una notevole fama sportiva e gli allora responsabili delle competizioni in Italia decisero di puntare sui rally che per la loro conformazione ritenevano mettessero a dura prova tutti gli organi meccanici, esaltando le doti tipiche di Opel: la robustezza e l’affidabilità. I rally erano sempre più seguiti dal pubblico e dalla stampa e contribuirono ad attribuire al marchio un’immagine più dinamica, sottraendolo all’idea di produttore di auto da famiglia.

L’indirizzo scelto si dimostrò giusto e le vittorie furono sempre più numerose. Nel 1972 la Opel Kadett-B Rallye 1900 preparata da Conrero e guidata da Salvatore Brai-“Rudy” vinse il Gruppo 1, riservato a vetture praticamente di serie, nel Campionato Italiano Rally Nazionali.

La Opel Ascona nel 1980 era una vettura che riscuoteva successo
La Opel Ascona nel 1980 era una vettura che riscuoteva successo

La Kadett B passa il testimone alla Opel Ascona 1.9 SR

La Kadett B passa il testimone alla nuova Ascona 1.9 SR che ne riprende meccanica ed esperienze puntando ancora più in alto. Brai e “Rudy” con la vettura preparata da Conrero vincono il titolo di Gruppo 1 nel Campionato Italiano Rally Internazionali, dove si mettono in luce anche Francesco “Chicco” Svizzero e Roberto “Bobo” Cambiaghi e ancora Antonio Bellosta con la versione Gruppo 2.

Il trend tricolore dell’Ascona A prosegue nel 1974. Il secondo titolo tricolore Gruppo 1 arriva per merito di Angelo Presotto e Maurizio Perissinot, che si impongono anche a livello internazionale vincendo anche il Gruppo 1 nella Mitropa Cup.

Gli anni ruggenti della Opel Kadett C GT/E

Un ulteriore passo avanti fu compiuto con l’impiego della Kadett-C GT/E, equipaggiata con lo stesso monoalbero a iniezione elettronica della Manta 1900 e dotata di una carrozzeria basata sul corpo vettura della Kadett-C Coupé, ma con parafanghi allargati simili a quelli dell’Ascona da rally, che si impose in Italia in Gruppo 2, vetture turismo preparate, con Federico Ormezzano-“Rudy” e in Gruppo 1 con Angelo Presotto-Maurizio Perissinot a conferma di un’effettiva competitività nella sua categoria, ribadita tra l’altro dal successo in Gruppo 1 di Bellosta-Bondesan nel Campionato Rally Nazionali.

La stagione italiana 1977 fu dominata dalle Kadett preparate da Conrero trionfatrici con “Lucky”-Braito in gruppo 1, con Ormezzano in gruppo 2, con Ballestrieri-“Rudy” in Gruppo 4 e con Fabrizia Pons nel femminile. Altre vittorie in Gruppo 1 vennero da Angelo Presotto nella Mitropa Cup, da Dus-Dorato nel CNR, da Ippolita Rabusin nel CNR-Femminile.

Accanto alle Kadett-C GT/E Gruppo 1, che ormai disponevano di 140 CV (103 kW), e alle Gruppo 2 con motori da 190 CV (140 kW), merita di essere ricordata la versione Gruppo 4 sviluppata da Conrero. Il motore, la cui cilindrata era stata portata a 1.980 cc, era stato dotato di iniezione indiretta Kugelfischer e sviluppava 225 CV (166 kW), cambio a 5 marce a innesti frontali, differenziale autobloccante, freni a disco autoventilanti sulle quattro ruote.

La vettura, il cui peso era stato contenuto in 890 kg, si rivelava molto maneggevole sui tratti misti e misto-veloci, anche se il ponte posteriore rigido limitava spesso la possibilità di scaricare a terra tutta la potenza, specialmente all’uscita dei tornanti.

Alla ricerca di una maggiore competitività in senso assoluto a partire dal 1978 fu progressivamente introdotta la versione GT/E2 con motore 2 litri. In Italia, la Kadett ribadì la sua supremazia in Gruppo 1 vincendo nel 1978 la Coppa CSAI con Dario Cerrato-Lucio Guizzardi, il titolo femminile assoluto con Fabrizia Pons, il CNR con Amedeo Gerbino-Luca Pazielli, il CNR Femminile con Antonella Cusinati e la Coppa FISA (classe 2.000 cc) con Pierluigi Grassetto.

Cerrato-Guizzardi “bissarono” la vittoria l’anno successivo in gruppo 2 con una GT/E preparata da Conrero dotata di un motore ad iniezione Kugelfischer da 215 CV (158 kW). Nel 1979 la GT/E colse altri successi a livello nazionale con “Faber” nel CNR (Gruppo 1) e con Furlan nella Coppa FISA (2000 cc). Queste erano però le ultime affermazioni di rilievo della Kadett-C, destinata nei programmi della Opel a cedere nuovamente il passo alla più potente Ascona.

Progressivamente abbandonata dalle grandi scuderie, la Kadett-C GT/E continuò a essere utilizzata a lungo con soddisfazione da molti concorrenti privati. A loro si deve se, all’inizio degli Anni ’80, il nome Kadett rimase ancora ben vivo sulla scena dei rally. I buoni risultati ottenuti dalla Kadett-D 1.3 SR preparata da Carenini per l’equipaggio femminile Micky Martinelli-Patrizia Zanetti rivestono infatti un significato puramente episodico.

Tony con l'Ascona nel 1980
Tony con l’Ascona nel 1980

Campioni d’Italia 1981 con Tony-Rudy e la Ascona 400

L’epopea Opel nei rally italiani culminò nel 1981 con la vittoria – prima e per molti anni unica di una Casa estera in Italia – della Ascona 400 preparata da Conrero per l’equipaggio “Tony”-“Rudy” nel Campionato Italiano Rally. Con la stessa vettura, dotata di un 4 cilindri di 2,4 litri da 240 CV (180 kW) sviluppato dalla Cosworth abbinando una testata a 16 valvole con il monoblocco della Opel Rekord Diesel, l’equipaggio italiano vinse l’anno seguente il campionato europeo della specialità.

La naturale evoluzione dell’Ascona 400 fu l’Opel Manta 400 omologata nella nuova definizione di Gruppo B. A questa vettura, preparata da Virgilio Conrero, è legata l’ultima vittoria assoluta di Opel e di “Penna Bianca” nel Campionato italiano al Rally della Lana 1985 con Cerrato-Cerri.

Nel 1986 debuttò la Kadett E GSi 1.8 presto affiancata da una versione con motore bialbero a 16 valvole da 220 CV (162 kW), preparata in Gruppo A per i due nuovi piloti della squadra dei concessionari Stefano Milanesi e Fabrizio Fabbri, mentre una Manta GTE privata preparata da Silvio Terrosi fece suo il titolo Promotion riservato ai piloti non prioritari con Marco Tulini.

A questo punto l’interesse dell’importatore italiano per i rally si indirizzò in altre direzioni come la creazione della Scuola Rally affidata a Rudy Dal Pozzo e all’organizzazione dei trofei monomarca, come quello riservato alla Opel Corsa che all’inizio di quegli anni fece la sua apparizione sul mercato.

Andrea Zanussi: dai rally alla Dakar passando tra i chiodi

Non è mai stato particolarmente fortunato in certe imprese Andrea Zanussi. Certo, non si può dire che sia stato sfortunato. Ha raccolto meno di ciò che poteva, di ciò che gli spettava, o rispetto a ciò che erano le sue potenzialità.

Sfortunata fu la parabola imprenditoriale dell’unico figlio maschio del mitico re dei frigoriferi Rex, Lino Zanussi, morto in un incidente aereo nel 1968, ed erede di un cognome che si era diventato sinonimo di qualità, e non particolarmente fortunata fu la sua carriera sportiva, comunque bella e ricca di successi.

Andrea Zanussi, nato il 9 gennaio 1961 a Pordenone, è sempre stato un uomo e pilota discreto e riservato, dai modi molti garbati, che in generale di rumoroso amava (probabilmente ancora ama) solo il rombo delle auto da corsa, a lungo “strigliate” prima di affrontare le curve assai più pericolose dei bilanci in rosso prodotti dalla gestione di una casa editrice.

Infatti, Andrea Zanussi è stato, insieme ad Emanuele Melzi, a Raul Gardini e molti altri, tra i soci fondatori dello storico quotidiano l’Indipendente, quello che inizialmente era un tipico quotidiano di stampo anglosassone. Appunto inizialmente. Poi, i lettori quel giornale asettico fecero chiaramente capire che non gradivano un prodotto che appariva più noioso che autorevole.

Andrea Zanussi, da bravo imprenditore ed editore puro, rilanciò: il giornale fu rivoltato come un calzino e il timone finì nelle mani di Vittorio Feltri. Contestualmente a Zanussi finì in mano la maggioranza delle azioni. Il giornale sotto la cura Feltri volava oltre le 100 mila copie vendute.

La situazione, che andava meglio, ma non andava bene, precipitò nel 1994 con la clamorosa uscita di Indro Montanelli da il Giornale e la chiamata di Vittorio Feltri a sostituirlo (Feltri portò con sé anche la squadra). Fu un disastro. Andrea Zanussi è uno che non teme la competizione, né in strada né altrove. Da un punto di vista squisitamente sportivo è stato un giovane campione, veloce, anzi velocissimo, forte e cosciente dei suoi mezzi e delle sue enormi capacità.

CIR 1986: la Peugeot 205 T16 di Andrea Zanussi
CIR 1986: la Peugeot 205 T16 di Andrea Zanussi

Ha saputo esprimersi al meglio, ma la sfortuna…

Con la Peugeot 205 Turbo 16, nei rally come nei raid, ha saputo esprimersi al meglio. Però per varie ragioni Zanussi, come tanti altri piloti di vaglia, è rimasto un re senza corona. Per buona parte dell’anno Andrea Zanussi vive a Miami, in Florida, dove ha delle attività.

Andrea ad appena sette anni rimase orfano di suo padre, scomparso in un incidente aereo, che aveva fatto appena in tempo a modificare una Bianchina allungando le leve dei pedali per permettergli di guidarla. Ma anche il cognato, Leonardo Mondadori, aveva contribuito a trasmettergli la passione per i motori.

Aveva quindici anni più di lui e lo portava a vedere i rally ai tempi delle Lancia Fulvia HF. Andrea Zanussi ha cominciato a correre appena presa la patente: fu sospeso per sei mesi perché non aveva fatto passare l’anno imposto dai regolamenti fra la patente e la licenza Csai.

La prima auto è stata una Fiat 124 Abarth Rally, poi ha avuto una Opel Kadett GT/E, poi ancora una Ford Escort RS. Con l’Escort ha vinto la categoria al Targa Florio ed è stato ingaggiato dalla filiale italiana di Ford, passando poi al Jolly Club per il quale ha corso fino al 1982.

Dopo una sorta di anno sabbatico per vari impegni di lavoro è tornato a correre nel 1983 con una Lancia Rally 037 del Team West e ha fatto qualche gara con Sergio Cresto come navigatore. Erano amici lui e Sergio, la sua morte in Corsica fu un vero shock per Andrea.

Zanussi corse con la 037 per altri due anni, poi fu chiamato da Peugeot. Tra i suoi copiloti si ricordano, in ordine sparso, oltre a Cresto, Icio Perissinot, Arnaldo Bernacchini e Paolo Amati. La 205 è l’auto con cui riesce ad esprimersi ai massimi livelli, ottenendo dei risultati di una certa importanza.

Richiedeva una tecnica di guida particolare per la presenza del turbo, bisognava frenare in anticipo e accelerare prima della curva. Il turbo tardava di un paio di secondi nella risposta. Con la 205 è stato in testa al Sanremo, davanti a tutti i grandi del rallysmo mondiale. Storie indimenticabili.

Gli mancò un titolo che aveva dimostrato di meritare… Al Rally di Aosta 1986, l’ultima gara della stagione, dove lui con la 205 e Cerrato con la Delta si giocavano il titolo, Zanussi finì contro un albero perché una gomma si era bucata a causa dei chiodi… Chiodi messi lì da una mano anonima, che gli ha fatto rischiare la vita.

Nel Campionato Europeo Rally vinse sei gare: Rallye Sol d’Alicante 1982, Rallye Sliven 1982, Rallye d’Antibes 1985, Rallye della Lana 1986, Rally di Piancavallo 1986, Targa Florio 1988. Dopo i rally c’è stata l’esperienza della Dakar 1987. Certamente un’esperienza bellissima anche per l’arricchimento che ne ha avuto sul piano personale. Ha scoperto un mondo totalmente diverso rispetto ai rally ai quali era abituato.

In Algeria si correva su un terreno duro e le cose cambiavano poco, ma nel deserto cambiava tutto, senza piste tracciate dove bisogna decidere in fretta la direzione da seguire… Facile immaginare che, in qualche occasione, abbia avuto paura. La Dakar è una gara del tutto speciale, non ci sono curve, bisogna andare diritti e sperare di arrivare. E soprattutto bisogna fare attenzione quando il sole è a picco e annulla le ombre. Il rischio di ribaltarsi è continuo, non si capisce la forma della duna che si sta scalando.

Un giovanissimo Andrea Zanussi con la Fiat 131 Abarth Rally
Un giovanissimo Andrea Zanussi con la Fiat 131 Abarth Rally

L’esperienza alla Dakar in fuga dai rally

Nei raid non c’era e non c’è la stessa rivalità dei rally. Si lotta per vincere durante la gara ma ci si ferma ad aiutare anche chi è in difficoltà. C’era e c’è più solidarietà. In quella Dakar, Zanussi sapeva di non poter vincere perché il suo compito era quello di fare assistenza ai due compagni di squadra, Ari Vatanen, che poi vinse, e Shekhar Mehta. La sua macchina rispetto alle loro era più pesante di circa un centinaio di chili, con a bordo vari ricambi, come turbo, sospensioni, semiassi e altri pezzi.

Poi, nella carriera agonistica di Zanussi sono entrate altre auto: nel 1987 corre al Safari e all’Acropoli con una Nissan 200 SX, senza fortuna, e la Peugeot lo invita a prendere parte con una 205 Grand Raid alla Pike’s Peak, quella spettacolare corsa in salita su terra che si disputa in America, al termine della quale si piazzerà terzo.

Nel Campionato Italiano dispone di una 205 GTi e di una 309 GTi, entrambe Gruppo A, e nel 1988 prende partecipa al tricolore con la Bmw M3 della Prodrive, con cui vincerà la Targa Florio e alla fine della stagione sarà secondo dietro Cerrato.

Nel 1989, ultimo anno di attività, torna alla Peugeot per guidare una 405 Mi 16 con cui prende parte a tutto il Campionato Italiano Rally. I suoi avversari preferiti furono Cerrato, Toivonen, Noberasco, Tognana e Kankkunen. Tra i team manager apprezzava Jean Todt e Claudio Berro. Sarà un caso se, poi, Todt e Berro hanno lavorato insieme anche in Ferrari?