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Arnaldo Cavallari, uomo ordinariamente straordinario

Negli anni Settanta del secolo scorso, il mondo dei rally italiani era ricco di umanità e povero di interessi economici. Era un mondo goliardico in cui il divertimento era assicurato. Poi c’erano la Scuderia Tre Gazzelle e Arnaldo Cavallari.

Ci sono gli uomini ordinari, poi ci sono quelli eccellenti, carismatici. E poi ci sono gli uomini straordinari. Arnaldo Cavallari, pilota che ha contribuito in modo determinante alla crescita e all’affermazione dei rally in Italia, precursore della specialità rallystica e scopritore di Sandro Munari, era un uomo ordinariamente straordinario, un personaggio davvero incredibile.

C’erano le lotte col coltello tra i denti, come si suol dire, ma al termine della gara quell’agonismo estremo si trasformava in grandi abbuffate a tavola e facezie varie. E ogni tanto ci scappava anche qualche “scherzo malefico”… Era l’epoca in cui era famosa la Scuderia Tre Gazzelle, una palestra di talenti, un mare di goliardia, divertimento, scherzi. Un caso del tutto a parte tra le varie scuderie italiane. Era l’epoca in cui le scuderie avevano il giusto peso e si dedicavano veramente agli allievi.

A proposito, la Scuderia Tre Gazzelle editava un proprio giornale, i cui numeri ora sono pezzi da collezione, in cui gli avvenimenti e i personaggi venivano trattati in chiave umoristica, goliardica, caricaturale. Un esempio di questo giornalismo ce lo regala direttamente uno stralcio di un articolo tratto da un numero del 1974 del Giornale delle Tre Gazzelle. Un servizio che ironizzava sulle “tre anime” del rallysmo italiano, in cui quella veneta si ritiene superiore a quella ligure e a quella romagnola.

“Quelli del Veneto credono di aver inventato i rally, mentre invece devono convincersi che hanno solamente inventato Cavallari, che a sua volta crede di aver inventato i rally, mentre invece ha solo inventato Salvay, dopo averle tentate tutte con quel testone di Munari che, vistosi scartato, gliela ha fatta pagare e si è messo ad andare più forte di lui, così che adesso non dice più di aver inventato i rally, ma soltanto di essere un talent-scout”.

“Quelli del Veneto sono in tanti ed allora hanno deciso di farsi un campionato a loro uso e consumo che si chiama Triveneto proprio perché loro sono in tanti e quindi vengono divisi in tre gruppi: quello di Stochino, quello di Filippi e quello di Aleffi, che non è veneto, ma ha inventato una scuderia veneta dove chi fa il bello e il cattivo tempo è un milanese”, recitava l’articolo.

Arnaldo Cavallari alla guida della Lancia Fulvia HF
Arnaldo Cavallari alla guida della Lancia Fulvia HF

Però, corrisponde al vero quando si dice che Arnaldo Cavallari è l’uomo che ha “inventato” i rally in Italia, nel senso che lui e pochi altri personaggi dell’epoca indussero la Csai a dividere nettamente le corse di regolarità, in cui contava e conta solo mantenere certe medie orarie al millesimo di secondo, dai veri e propri rally, in cui la velocità in prova speciale era ed è determinante.

Cavallari fu lo scopritore di Sandro Munari

Altrettanto vero è che il campione italiano, originario di Fiesso Umbertiano, in provincia di Rovigo, ma da sempre residente ad Adria, fu lo scopritore di Sandro Munari. Quello che in futuro sarebbe diventato il “Drago” esordì come navigatore di Cavallari nel 1964. Anche Dante Salvay fu navigatore di Cavallari, uno dei pochi piloti dell’epoca che potevano vantare una laurea in economia e commercio, ma poi lasciò il ruolo e divenne soprattutto organizzatore di rally, molti dei quali famosi: Costa Smeralda, 999 Minuti, Lana…

È vero che Cavallari-Munari regalarono nel 1964 all’Alfa Romeo Giulia Ti Super la prima vittoria nei rally, al termine della prima edizione del Rally San Martino di Castrozza, mentre De Adamich-Scarambone (sempre Jolly Club) si imponevano nel Rally dei Fiori. Altrettanto vero è che Cavallari e Salvay furono i vincitori della prima edizione del Rally dell’Isola d’Elba. A proposito di Autodelta, mi sia concessa una disgressione: nella storia di questo team è scritto che nel 1966 la Alfa Romeo Giulia GTA ottiene un prestigioso successo nei rally.

Arnaldo Cavallari e Dante Salvay si aggiudicano la Mitropa Cup, proprio mentre l’Autodelta veniva consociata all’Alfa Romeo e Carlo Chiti ne diventava il direttore. E sono vere tantissime altre cose, come il fatto che sia il re del pane (anche in questo caso l’ex pilota ritiene di essere stato l’inventore) e le belle donne… E vero era anche che Veneto, Trentino e Friuli si sono sempre considerati una scuola superiore, tanto da farsi un proprio campionato.

L’avvocato Luigi Stochino era l’inventore del famoso Rally San Martino di Castrozza, mentre Ceo Filippi era un vicentino organizzatore delle prime cinque edizioni del Rally Campagnolo, e Salvatore Aleffi (ex pilota di regolarità che correva con lo pseudonimo “Ra”) gran capo milanese della ricca scuderia triestina 4 Rombi-Lloyd Adriatico.

Nel suo percorso professionale, Cavallari, classe 1932 (è nato ad Adria), è detentore di quattro titoli italiani assoluti (Cir 1962 e 1963 con Alfa Romeo Giulietta Ti, Cir 1964 con Alfa Romeo Giulia GT e Cir 1968 con Lancia Fulvia 1.3 HF), uno in Gruppo 3 (Cir 1971), una Coppa Mitropa 1966 (campionato tra Austria, Germania e Italia, attuale Mitropa Rally Cup) e un Trofeo Internazionale Rally (per il miglior italiano nelle gare estere) sempre nel 1966. In un periodo i rally erano maratone massacranti, organizzati per mettere a dura prova le vetture e gli equipaggi, oltre che per divertire il pubblico, che infatti era più numeroso e più qualitativamente consapevole di quello attuale.

Leggende e aneddoti su Arnaldo Cavallari

Sono tante le leggende che aleggiano intorno ad Arnaldo. Una che vale sempre la pena ricordare è relativa alla vittoria del titolo tricolore del 1971 in Gruppo 3. Si disputava la gara decisiva all’assegnazione, il Rally San Martino di Castrozza. Cavallari aveva l’acceleratore fuori uso, si era spezzato il cavo, e allora impose al navigatore “Gianti” Simoni di mettersi praticamente nel cofano e fare l’acceleratore umano.

La macchia scura che si vede all’interno del cofano è il sangue che fuoriusciva dal cuoio capelluto di Simoni a causa delle botte che il malcapitato prendeva dal cofano. Il poveretto, infatti, si era levato il casco perché i colpi del cofano glielo abbassavano sugli occhi. Ad un certo punto il navigatore svenne, ma Cavallari lo svegliò con due schiaffi. Riuscirono a finire la prova speciale stando dentro il tempo imposto per un solo secondo.

Alla fine furono dodicesimi assoluti e vinsero il titolo nazionale di Gruppo 3 (Gran Turismo). Prima dei titoli del Cir, nel 1954, Cavallari era risultato campione italiano universitario di automobilismo.

Di Cavallari va detto che, oltre ad essere un pilota straordinario, lasciati i rally, nel 1977 fonda il Panatlon Club di Adria, nel 1979 crea i “100 Metri della Speranza” contro il cancro, nel 1981 la “Marcia della Speranza” contro la distrofia, nel 1982 fonda la rivista “Altamarea”, l’anno successivo inventa la ciabatta polesana, e nel 1984 organizza il primo Rallly del Pane. Nel 1988 diventa presidente della squadra di calcio Adriese e nel 1990 s’inventa la ciabatta Italia. Otto anni dopo fa registrare il record del panino più lungo del mondo 4.381 metri.

Nel 1999 – fonda L’Accademia del Pane. Da qui la promozione di Adria Cittá del Pane, la rivista Il Delta, il libro Una vita nel sole (un libro ormai introvabile), l’invenzione della ciabatta natura, del pane toscano natura, della pizza natura e così via dicendo… Poi, il 2 aprile 2016, ha dato l’ultima accelerata e ha salutato la compagnia.

Roberto Angiolini, grande manager del Jolly Club

Prima ottimo pilota, grazie alla struttura sportiva del grande papà, che fu il primo manager del Jolly Club. Poi, Roberto tirò su una struttura internazionale, capace di portare per anni allori mondiali al nostro Tricolore. Roberto Angiolini era considerato da tanti arrogante ed egocentrico, autoritario e presuntuoso. In realtà era solo invidiato. Era stato così geniale da far credere alle persone di essere stato fortunato.

Roberto Angiolini è l’uomo che ha rappresentato i rally ad altissimo livello, scoperto talenti, lanciato campioni e vinto titoli di ogni genere, trasformando uno sport “carbonaro” in una specialità professionistica, ricca di sponsor e di campioni.

Carlos Sainz, due volte iridato rally, è solo uno dei campioni che hanno corso per una delle scuderie più famose del nostro Paese: tra loro calibri come Miki Biasion, Didier Auriol, Alex Fiorio, Dario Cerrato e Gianfranco Cunico. Roberto Angiolini era ricoverato per un ictus e, secondo le prime notizie, fatali sarebbero risultate le complicazioni legate a un’infezione da coronavirus.

Roberto Angiolini è deceduto il 4 aprile 2020 e fino all’ultimo respiro è stato sicuramente uno dei più grandi manager sportivi, che la nostra Italia abbia mai avuto, nonostante tutti e tutto, nonostante tutto quello che è accaduto, cicloni giudiziari compresi. Quel che è certo che la famiglia Angiolini e in particolare Roberto sono stati i creatori di un qualcosa di enormemente grande e geniale, che si è defilato con loro, fino a scomparire con loro.

Roberto Angiolini, manager del Jolly Club
Roberto Angiolini fu il grande manager del Jolly Club

Prima ottimo pilota, grazie alla struttura sportiva del grande papà, che fu il primo manager del Jolly Club. Poi, Roberto tirò su una struttura internazionale, capace di portare per anni allori mondiali al nostro Tricolore. Roberto Angiolini era considerato da tanti arrogante ed egocentrico, autoritario e presuntuoso. In realtà era solo invidiato. Era stato così geniale da far credere alle persone di essere stato fortunato.

Ma aveva lavorato tanto e duramente. Era stato capace di imprese che nessuno avrebbero saputo inventare, costruire, gestire e far correre per anni. Nello sport e non solo. Da vero imprenditore si era messo gioco, aveva guadagnato e poi aveva perso tutto, per poi recuperare solo una piccola parte del grandissimo patrimonio economico, ma disperdendo inevitabilmente il grande capitale umano, lavorativo e tecnologico.

Roberto Angiolini un un uomo di cui i rally avrebbero di nuovo bisogno: carico di volontà, passione e soprattutto reali esperienze frutto di anni di impegno e sacrifici in tutti i campi. Molti dei grandi campioni di ieri, devono molto, se non tutto, a lui. Così come tanti preparatori che hanno potuto lavorare con i mezzi di una grandissima struttura, il Jolly Club, fino ai semplici meccanici.

Franco Cunico e Gigi Pirollo

“Mi ha colpito pesantemente questa notizia perché è morto uno degli artefici dei rally e con lui anche il mitico Jolly Club. Per me Roberto è stato come un padre nelle corse, mi ha preso al Jolly Club che ero un ragazzino e mi ha formato affiancandomi un DS con le “palle”, un certo Claudio Bortoletto. Loro mi hanno formato, cazziato ma grazie a loro sono arrivato a vincere quasi tutto ed ancora adesso, a distanza di quaranta anni, devo riconoscere a Roberto di aver visto giusto”, è il pensiero di Gigi Pirollo.

“Roberto era i team manager per eccellenza e assieme a Claudio Bortolotto avevano creato un team con un gruppo di meccanici eccezionali, che impensieriva le squadre ufficiali. Il Jolly Club in Italia, Europa e nel Mondo vinceva tutto. Vedeva con anticipo i piloti giovani che erano dei fenomeni.Tutti ,dico tutti, i piloti forti degli anni 70/80/90 hanno corso con il Jolly per poi essere lanciati nelle squadre ufficiali.Io con Roberto ho corso una marea di anni e grazie a lui ho navigato dei talenti come Zanussi, Capone, Vudafieri, Rayneri, Fiorio, Longhi e Cunico e con questi piloti sono riuscito a vincere moltissimo. Con il Jolly hanno corso anche Munari, Biasion, Cerrato, Sainz, Aghini, Auriol e tanti altri Campioni che non ricordo ma che hanno fatto la storia dei veri rally. Tutti noi piloti dobbiamo in questo triste momento ringraziare Roberto ed il Jolly Club per quello che sono riusciti a farci fare”, questo il pensiero di un dei pochi con un ingaggio vero e semi ufficiale. In Italia nessun Team non ufficiale era riuscito a vincere un Mondiale Piloti e Costruttori”, conclude il copilota.

“Lasci un vuoto immenso nel motorsport, un vuoto nelle mia vita privata e sportiva, mi hai fatto conoscere i rally facendomi fare il professionista fin dal Trofeo A112, non scorderò mai il tremore nel suonare il campanello di Piazzale Istria a Milano al lunedì dopo ogni gara ma dopo una gioia o un rimprovero finivamo a mangiare “dalla Zia” tu Claudio ed io”, scrive Franco Cunico sulla sua pagina Facebook.

Storia del Jolly Club, storia di famiglia

Il Jolly Club era stato fondato dal padre Mario nel 1957, ma la dimensione internazionale la raggiunse proprio sotto la presidenza di Roberto, che fece partecipare al Mondiale Rally il team negli Anni 70-90. Schierò soprattutto vetture italiane come Fiat (124 Abarth e 131 Abarth) o Alfa Romeo (Alfetta GT/GTV e 75).

Ma il rapporto speciale nel Mondiale Rally fu con la Lancia, che schierò sotto le sue insegne Stratos, Fulvia, proseguendo poi con le Rally 037 e Delta S4 del Gruppo B, sino alle varie versioni da corsa della Delta (HF 4WD e HF Integrale); in particolare nel biennio 1992-1993, dopo il ritiro della Lancia dalle corse, fu il Jolly Club a difendere i colori della casa torinese nel mondiale rally.

Il miglior risultato nel WRC fu il terzo posto iridato di Didier Auriol nel 1991 su Lancia Delta Integrale, mentre nel 1993 proprio Carlos Sainz e Andrea Aghini si piazzarono al quinto posto nel Costruttori. Il Jolly Club è però stato molto attivo anche nel motociclismo (enduro e motocross) e nelle gare di motonautica, oltreché nei raid e nelle gare Sport Prototipi, arrivando anche in Formula 1 dove nella stagione 1986 in collaborazione con la AGS, si presentò al via di due GP con un proprio team.

Jolly Club, la storia scritta dalla famiglia Angiolini

Una serie di documenti esclusivi permettono di ricostruire con esattezza la vera storia del Jolly Club, una storia che solo ufficialmente ha inizio nel 1957, quando viene fondata la scuderia da Mario Angiolini, papà di Roberto. La storia del Jolly Club nel 1957 straripa dando vita alla scuderia, ma sulla forte pressione di un esigenza che premeva sin dai primi anni Cinquanta e che era iniziata a nascere nel Secondo Dopoguerra.

Pronunci la parola Jolly Club per sentire, non un semplice rombo di un’auto da rally, ma un melodioso suono accompagnato dal profumo della benzina bruciata. Un suono che grazie ai ricordi diventa un concerto: quello delle Delta, una delle ultime grandiosi sinfonie che la scuderia milanese ci ha regalato.

Ma quando e come nasce il Jolly Club? “Nell’immediato dopoguerra la motorizzazione italiana era molto carente e formata, per la maggior parte, da mezzi prodotti prima del 1940, in precario stato di manutenzione e con una diffusione molto limitata. Per gli appassionati di motorismo, digiuni da un lustro di agonismo e di velocità, il desiderio di correre era bruciante ma le ristrettezze economiche e la carenza di vetture si opponevano alla realizzazione dell’uso dell’auto idealizzata come una nuova prova della libertà conquistata in competizioni sportive”.

Sono le parole scritte da Roberto Angiolini, figlio di uno degli uomini che hanno rifondato l’automobilismo italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale e che hanno contribuito a rendere i rally uno sport professionistico a livello nazionale. Figlio, che a differenza di alcuni fortunati figli, ha continuato a fare crescere ciò che gli era stato consegnato. Un gioiellino. Il Jolly Club, nome che evoca rally e corse, brividi e sudore.

Il mitico logo del Jolly Club, la principale scuderia italiana
Il mitico logo del Jolly Club, la principale scuderia italiana

Grandi campioni e indimenticabili auto da rally. Una scuderia che ha preso parte a varie edizioni del Campionato del Mondo Rally e che, come sponsor ha avuto principalmente Totip, ma che è stata patrocinata anche da altri marchi come FINA, Martini & Rossi e Repsol.

Una serie di documenti esclusivi e inediti di cui siamo entrati in possesso ci hanno permesso di ricostruire attraverso decine e decine di pagine la vera storia del Jolly Club, una storia che non ha inizio nel 1957, quando viene ufficializzata la nascita della scuderia. La storia del Jolly Club nel 1957 straripa dando vita alla scuderia, ma sulla forte pressione di un esigenza che premeva sin dagli anni Cinquanta del Novecento nelle vene del suo fondatore. Ma torniamo alla testimonianza del protagonista.

“Il poco automobilismo e motociclismo sportivo era legato alle potenti associazioni militari, uniche con qualche possibilità di accedere ai carburanti (contingentati) e con una qualche organizzazione in essere. L’Associazione Autieri d’Italia, nata come raggruppamento interforze tra tutti coloro che avevano, in guerra, condotto un mezzo motorizzato di terra, aveva un gruppo sportivo che veniva aiutato a partecipare ai raduni, alle gare in salita e di regolarità”.

“Per lo più si faceva un gran parlare della velocità di punta della propria Topolino Fiat “pasticciata’ da meccanici ex militari, per esempio Virgilio Conrero era motorista della regia aviazione. E’ anche grazie alla passione di questi reduci se l’automobilismo italiano si riprese velocemente dopo la guerra accettando anche la presenza del “gentil sesso”, con intuizione molto moderna per i tempi”, proseguono i ricordi di Angiolini.

“L’avvento della motorizzazione di massa, a metà degli anni Cinquanta, sorprese la Scuderia Autieri impreparata, avendo comunque mantenuto un carattere elitario ed una struttura più ricreativa che “professionale”, essa era restia ad allargare i programmi, coinvolgendosi con le fabbriche di automobili ed aprendo la possibilità di associare giovani che non avevano fatto parte delle forze armate”.

“Così nel 1956 gruppi di piloti si staccarono dalla Scuderia Autieri fondando organizzazioni nuove e specializzate. Quelli delle vetture di formula in massima parte si riunirono sotto i colori della Scuderia Madunina, con a capo il combattivo Marcello Giambertone. Quelli che correvano con i prototipi e con vetture Gran Turismo si ritrovarono sotto la bandiera della scuderia Sant’Ambreus, il cui capo assoluto era Eugenio Dragoni”. Quelli che partecipavano alle gare di regolarità, ai rally, ed alle competizioni per vetture Turismo, passarono al Jolly Club, guidato dal papà di Roberto, Mario Angiolini.

“Nel 1957 i soci del Jolly erano un centinaio nel 1967 erano 600 e quando presi il controllo del club erano circa 1000 corridori e circa 3000 simpatizzanti sparsi per l’Europa. Pagavano una tassa di iscrizione di 50.000 lire annue e la loro accettazione era soggetta al parere favorevole di una commissione di fondatori che respingeva con cortesia chi appariva non conforme allo spirito del club, per motivazioni errate con cui si avvicinava alle corse – molti erano influenzati dai fumetti e troppo aggressivi – o per cattiva educazione o palese inaffidabilità, tipo mitomania. Questa commissione poteva anche radiare un socio per comportamento antisportivo, anche se in 20 anni lo fece una sola volta”.

“Nel 1963 vi erano già due generazioni di piloti nel Jolly Club: Mario Baldrighi e suo figlio Cesare, ad esempio. Nel 1977 fu deciso di non accettare nuovi soci ma scegliere chi invitare ad associarsi e di potenziare le squadre di professionisti. Il Jolly Club si sviluppò attraverso sedi distaccate sul territorio, ciascuna seguita da un fiduciario che interloquiva direttamente con lo staff dirigenziale formato da mia madre, Federico Muller, Paolo de Leonibus e da me”. Si apre un enorme cassetto dei ricordi, quello di Roberto Angiolini.

Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Sanremo 1974
Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Sanremo 1974

Mario Angiolini, Sandro Munari, Leo Cella…

“Un particolare capitoletto desidero dedicarlo ad Andrea de Adamich, non perchè fosse meglio di altri grandi del Jolly ai tempi di mio padre, da Munari a Giunti a Cella o a Cavallari e altri, ma per la sua parabola di rapporto con il Boss Mario. Fu subito un suo pupillo, coccolato e spinto in ogni tipo di gara. Gli finanziò la F3 con cui vinse il Campionato Italiano. Era il pilota ideale per una squadra “privata”, non era istintivo e esplosivo come altri, ma più tecnico e intelligente e… non sbatteva o rompeva vetture”.

“In pochi anni divenne la prima guida del team Jolly Alfa e vinse tutto, dai Rally alle gare del Challenge Europeo Turismo…. sino al Nurburgring dove avvenne il “fattaccio”. Come sempre le vetture erano tutte uguali, ma la più uguale era per lui. A fine del primo turno di prove Dino Di Bona, un ottimo pilota un po’ più avanti con gli anni e senza ambizioni professionistiche, segnò un tempo di pochissimo migliore del suo. Al vecchio Nurgburgring di 27 chilometri stradali la differenza di 1” era nulla”.

“Andrea, che non considerava Di Bona un possibile avversario, pretese di invertire le auto e di partecipare al secondo turno a macchine invertite. Mio padre cercò di dissuaderlo innervosendosi per la richiesta inusuale e perentoria. Così accettò lo scambio di vetture, allora era possibile per lo stesso concorrente, ma si lasciò sfuggire uno stizzito: se non vai più forte sei fuori”.

“La voglia di dare una lezione a tutti e dimostrare (non serviva…) di essere il più forte tradì Andrea che prese 1” da Di Bona. Questo era il racconto degli altri piloti… Né mio padre né Andrea ne parlarono mai. Ma da allora tutto il periodo al Jolly – 26 vittorie – fu cancellato dai vari curricula di Andrea, e il nome di De Adamich non più pronunciato da mio padre”.

“Il carattere intransigente del vecchio, quello per cui ero andato via da casa a 16 anni, ebbero il sopravvento e Andrea passò dal Jolly alla Autodelta, con grande vantaggio per lui, ma secondo me mio padre fece un errore. Io, invece, rimasi suo amico ed estimatore. Poco dopo presi le redini della scuderia e riallacciai la collaborazione. Lo seguii nei prototipi dal box Autodelta cui facevo da cronometrista e da quel momento camminò con le sue gambe ed ebbe successo. Dopo tre lustri feci correre Cora, sua bella e determinata figlia, restando sempre suo amico e fan”.

Dario Cerrato e Geppi Cerri sulla S4 Totip del Jolly Club
Dario Cerrato e Geppi Cerri sulla S4 Totip del Jolly Club

“A questi appassionati si deve lo sviluppo del club che contava 2.185 piloti e circa 5.000 simpatizzanti. Anche per me è difficile una stima di quanti hanno militato sotto i colori del Jolly, ma azzarderei la cifra di 40.000 in 50 anni… Un esercito. Non vi era nazione, città o paese, in cui non ci si potesse rivolgere ad un consocio del Jolly Club che, con grande piacere, si sarebbe prestato ad aiutarti”, conclude Angiolini.

“Non vi era luogo dove andasse un socio a correre senza amici ad accoglierlo. Lo spirito di corpo, la disponibilità ed il piacere di parlare insieme della propria passione erano esaltanti. Cari Jollini vi ricordo tutti!”. E come dimenticare direttori sportivi come Alberto Redaelli, Enrico Vago, Emilio Colzani, Claudio Bortoletto e Andrea Muller. O le strutture tecniche consociate come Autosport Jolly, Telai Angelo del Monte, Motor Jolly, Jolly Adventure, Jolly Blu, Jolly Formula. E poi le scuderie collegate come Ateneo Jolly, Junior Jolly, Piave Jolly, Jolly Cesana, Jolly Bergamo e così via? No, non si possono dimenticare. Fanno parte della storia. Di quella storia del Jolly Club che infatti prosegue e che, dal 2007, ha ripreso l’attività come scuderia dedicata al supporto delle proprie vetture, comprese quelle storiche, e ad altre attività di promozione dello sport motoristico. In mezzo ci sono una valanga di successi e soddisfazioni. Ci sono i rally.

La scuderia, come visto, nasce a Milano nel 1957 da un’idea di Mario Angiolini, che poi lascia il timone nelle sapienti mani del figlio Roberto e della moglie, la mitica signora Renata Zonca, una vera istituzione dei rally. Sotto la presidenza di Roberto, il Jolly Club assume una dimensione internazionale, partecipando con ottimi risultati a varie competizioni motoristiche internazionali sia su pista che nei rally, schierando soprattutto vetture di produzione italiana come Fiat 124 Abarth e Fiat 131 Abarth, o Alfa Romeo Alfetta GT, GTV e 75.

Particolare rapporto la scuderia ha con la Lancia. Della Casa torinese schiera vari modelli nel Mondiale Rally, tra cui la Stratos, prima ancora la Fulvia, proseguendo poi con le Rally 037 e Delta S4 del Gruppo B, sino alle varie versioni da corsa della Delta Gruppo A (HF 4WD e HF Integrale). In particolare nel biennio 1992-1993, dopo il ritiro della Lancia dalle corse, è il Jolly Club a difendere i colori della Casa torinese nel Mondiale Rally.

Il Jolly Club utilizza anche vetture non italiane come Ford Escort RS Cosworth e BMW M3, in base alle esigenze dei singoli campionati internazionali e nazionali a cui partecipa. Le vetture e i mezzi della scuderia corrono nelle gare del Campionato del Mondo Rally e nei vari Campionati Europei e nazionali sino al 1996.

Da sottolineare come il Jolly Club sia attivo anche nel motociclismo (enduro e motocross) e nelle gare di motonautica, oltreché nei raid e nelle gare sport prototipi, arrivando anche in Formula 1, dove nella stagione 1986, grazie alla caparbietà di Roberto Angiolini e in collaborazione con la AGS, si presenta al via di due Gran Premi con un proprio team. Gianfranco Cunico ha vinto il Campionato Italiano Rally con le Escort nel 1994, 1995 e 1996 (le macchine 1995 e 1996 sono state costruite da Malcolm Wilson Motorsport per essere gestite da Jolly Club e sponsorizzate da Martini.

Una brochure di presentazione della Lancia Delta S4 Totip Jolly Club Rally Team
Brochure di presentazione della Lancia Delta S4 Totip Jolly Club Rally Team

Purtroppo, questa fantastica avventura chiude i battenti nel 1997, per una serie di problemi legali e fiscali inerenti la sua gestione. Tanti anni dopo arriveranno le assoluzioni. Ma ormai, sarà troppo tardi. Il mondo dello sport dell’auto e la sua dimensione saranno radicalmente cambiati. Dal 2007 il marchio Jolly Club è stato recuperato a tutti gli effetti ed è tornato nel mondo dell’automobilismo sportivo per iniziativa del gentleman driver Andrea Guidi, con l’aiuto dello storico presidente Roberto Angiolini, insieme al pilota e appassionato Riccardo Mariotti.

Fino al 2011, sono state disputate con successo anche gare dell’International Rally Cup, e nel 2009 anche dell’Euro Rally Challenge, oltre a gare storiche. Sono molte le vetture ancora nei colori storici del Jolly Club che percorrono le strade dei raduni di tutto il mondo.

Tratto da 100 anni di Storie di Rally 2 – Marco Cariati

Giorgio Pianta salvò la Lancia in Polonia il 3 agosto 1964

Il Jolly Club inviò tre Alfa Romeo Giulia TI Super con gli equipaggi Cavallari-Ossola, Ferrarin-Zoja e Stefani-Lombardini. L’obbligo era arrivare, fare un bel risultato, cercare di eliminare la tensione, prendere un po’ di respiro e andare avanti. Non certo facile. Ma per Giorgio Pianta nulla sembrava impossibile.

La Lancia era sotto shock. Il 25 luglio 1964 a Spa, alla 24 ore, aveva perduto uno dei suoi piloti simbolo, Piero Frescobaldi. Cinque giorni dopo era in programma il Rally di Polonia, prova valida per il Campionato Europeo, ma soprattutto era il Trofeo delle Nazioni l’obiettivo principale della Casa torinese.

Fino all’ultimo la partecipazione rimase incerta per il gravissimo lutto gravissimo. Per tentare di conquistare il prestigioso trofeo l’HF squadra corse iscrisse alla gara tre Flavia coupé per Pianta-Poltronieri, Genta-Motta e per le dame Ada Pace-Diana Bulfoni. In classifica l’Italia – dopo il Montecarlo e il rally Sole di Mezzanotte – era seconda con dieci punti, alla pari con la Svezia.

Il Jolly Club inviò tre Alfa Romeo Giulia TI Super con gli equipaggi Cavallari-Ossola, Ferrarin-Zoja e Stefani-Lombardini. Due squadroni veri e propri che dovevano però vedersela con le due Saab ufficiali di Erk Carlsson e della moglie Pat Moss e soprattutto con lo specialista locale Zasada, con la consorte, su una piccola Steyer Puch 700. Una gara che per la Lancia valeva molto. Se fosse andata male avrebbe anche potuto significare lo stop. Una situazione psicologica molto difficile per l’intera squadra.

L’obbligo era arrivare, fare un bel risultato, cercare di eliminare la tensione, prendere un po’ di respiro e andare avanti. Non certo facile. Tutti e sei gli equipaggi italiani erano scattati da Varsavia per ricongiungersi a Cracovia con gli altri iscritti – 68 in totale – partiti da Belgrado, Berlino, Copenhagen e Norimberga, nello schema caro al Montecarlo. Più di mille chilometri di trasferimento, lungo, soporifero, ma senza difficoltà.

Il percorso comune, 2400 km nelle regioni dei Carpazi, Sudeti e Bassa Slesia, sarebbero stati un’altra cosa. Per le caratteristiche delle strade, strette e per la media imposta, in qualche caso superiore agli 80 km all’ora. Senza aver provato nemmeno un metro i concorrenti si erano ben presto resi conto che le carte geografiche fornite dall’organizzazione, non evidenziavano con precisione l’itinerario.

Il rally prevedeva due prove di velocità in circuito, due corse in salita e 14 prove speciali. All’aeroporto di Cracovia, nelle prove in pista, il più veloce era stato Luciano Lombardini, in coppia con Stefani sulla Giulia TI Super. Un’ottimo inizio per gli italiani che riuscirono a prevalere su Saab e Volvo.

Ancora Lombardini davanti a tutti nella salita di Ojcov. Giorgio Pianta, 29 anni, da circa un anno nel giro Lancia, dopo numerosi successi nelle corse di velocità, si sentì investito di una grossa responsabilità. Aveva accanto Mario Poltronieri, non ancora famoso giornalista televisivo, pilota di spessore con le Abarth da record.

Giorgio, milanese, classe 1935, iniziò a gareggiare nel 1957. Aveva i motori nel sangue. Regolarità, rally, salita, pista, correva con tutto. Di famiglia benestante, il padre era proprietario di un’azienda tessile, iniziò a correre con gli pseudonimi Fuchs e George Von Baum, cioè Giorgio Pianta in tedesco. Una vera e propria mania per la Germania. Studio, lavoro nell’azienda paterna e corse quando e dove capitava. Fiat Abarth 695, Giulietta TI. Alla Coppa Carri, a Monza, giùnse secondo con un’Abarth 1000 della scuderia Sant’Ambreus.

Lo vide correre Sandro Fiorio, lo avvicinò e gli propose di gareggiare per l’HF Squadra Corse, la nuova formazione. Flavia coupé nei rally, Flaminia nelle gare di velocità. Era il 1963. Per Pianta l’inizio di una carriera straordinaria, senza fine, al volante di ogni tipo di macchina. Trazione anteriore, posteriore, Turismo, Gran Turismo, Sport, Formula, ruote coperte o scoperte, tutto il possibile. Dopo gli exploit iniziali, la situazione al rally di Polonia si evolveva in maniera negativa per i colori italiani.

Nella seconda tappa si ritiravano, uno dopo l’altro, gli equipaggi dell’Alfa Romeo. Anche due delle Lancia, quella condotta da Ada Pace, pilotessa all’epoca molto famosa per i successi ottenuti nelle gare di velocità, e quella di Genta, furono costrette a fermarsi per incidenti. Tra i favoriti alzò bandiera bianca anche Tom Trana con la Saab. Restò in gara soltanto Giorgio Pianta. Piazzato tra i primi dieci in classifica, molto bene, stava andando fortissimo.

Per riposarsi un po’, in un tratto, passò la guida a Poltronieri. Mario era uno spasso quando guidava nei trasferimenti: raccontava barzellette oppure si metteva a cantare. Ma quel giorno, in una destra-sinistra, perse il controllo della pesante Flavia numero 97. Risultato: la macchina cappottò e finì fuoristrada. Grazie ad alcuni spettatori l’auto venne rimessa sulle quattro ruote.

I danni erano evidenti, parabrezza in mille pezzi e tetto della vettura schiacciato. Fortunatamente la meccanica non aveva subito danni. Poltronieri, rimasto ferito nell’incidente, anche se non in maniera grave, non era però nelle condizioni di continuare. All’assistenza Lancia il momento venne vissuto con grande tensione. Il ritiro avrebbe voluto dire mettere in discussione perfino l’intera attività sportiva della Casa. Appena iniziata.

Attimi senza fine. Poi la decisione clamorosa: un meccanico avrebbe preso il posto di Mario. L’azione si svolse di gran velocità. Indossò la tuta di Poltronieri e Giorgio, furibondo per l’inconveniente, diede di gas. Mancavano ancora centinaia di chilometri all’arrivo. Non era finita. Il rally per Pianta si fece ancora più duro quando iniziò a piovere. Un temporale violento, sembrava che il cielo si accanisse con quella macchina priva del vetro anteriore.

Pianta, come in un film, guidò al massimo nonostante gli scrosci d’acqua in pieno viso. Il tormento durò 18 ore. Non mollò. A Cracovia venne accolto dagli applausi. Finì ottavo assoluto, primo assoluto nel Turismo di serie. Un risultato eccezionale, ripreso dai giornali. Perfino il Corriere della Sera pubblicò la notizia dell’incredibile avventura della coppia Giorgio Pianta- Mario Poltronieri. In classifica il nome del giornalista rimase nonostante la disavventura e il cambio in corsa. Nessuno si accorse.

La vittoria andò a Zasada, un altro pilota che fece strada, tanta strada. Nella piazza della città polacca, Sobieslaw festeggiò, assieme alla moglie, il grande successo in patria. Al secondo e terzo posto le Saab di Erik Carlsson, in coppia con Palm e Pat Moss Carlsson, con Nystrom alla sua destra. Quel risultato in Polonia salvò la Lancia. Per Giorgio Pianta fu l’inizio di una carriera straordinaria. Come pilota e come collaudatore. Anzi il principe dei collaudatori.

La sua sensibilità tecnica fece scuola e contribuì, in maniera determinante, a portare a Torino gli allori più prestigiosi. Non c’è stata macchina con la quale Pianta non abbia gareggiato, non c’è stata strada o pista che non lo abbia visto protagonista. Perfino un’escursione in Formula Aurora, in pratica una F1, a Nogaro, Francia, nel 1979. Con la Williams FW6 finì quinto. Successi anche come dirigente, a capo dell’attività sportiva del Gruppo Fiat, Lancia e Alfa Romeo. Corse, muretto, scrivania. Tutto.

Tratto da ‘Sotto il Segno dei Rally 1 – Giorgio Nada Editore

Andrea Aghini, l’asfaltista italiano dei record nei rally

È uno dei più forti e vittoriosi piloti italiani e uno dei migliori asfaltisti degli anni Novanta Andrea Aghini. Rimane sua l’ultima vittoria di un italiano su una vettura italiana all’interno di un rally del Campionato del Mondo Rally, a Sanremo, nel 1992 sulla Lancia Delta Integrale del Team Martini Racing.

Da quanto tempo non senti parlare di Andrea Aghini (nell’immagine di Giovanni Scarpari/Fotosport), il toscanaccio con un piede da record? Nato il 29 dicembre 1963, Aghini ha esordito nella specialità nel 1984 diventando uno dei più forti e vittoriosi driver nostrani degli anni Novanta, oltre che uno dei migliori asfaltisti che gli sportivi della Penisola possano vantare. Ha registrato ventisei partenze nel Campionato del Mondo di Rally tra il 1986 e il 2000, segnando una vittoria e cinque podi.

Rimane sua l’ultima vittoria di un italiano su una vettura italiana all’interno di un rally valido per il Campionato del Mondo Rally, al Rally di Sanremo 1992, sulla Lancia Delta HF Integrale semi-ufficiale della Martini Racing e del Jolly Club. Nella gara ligure riesce ad imporsi sul suo compagno di squadra Juha Kankkunen, dominando sulle tappe asfaltate liguri e difendendosi sui tratti sterrati della sua Toscana.

La stagione seguente può essere per lui la svolta, in quanto è designato per fare da compagno di squadra a Carlos Sainz in seno al Jolly Club, sempre alla guida di una Delta HF Integrale, ma nonostante sia spesso più veloce del suo blasonato compagno di team, alla fine del campionato raccoglierà pochi punti a causa dei numerosi ritiri per incidente.

Nel 1992, ha vinto anche l’evento Race of Champions, battendo Colin McRae in finale. Essendo uno dei principali piloti di italiani negli anni Novanta, Aghini è riuscito a vincere due titoli nazionali di rally, nel 1998 e nel 1999. Nel 1998, è stato anche vice-campione nel Campionato Europeo Rally. Ma non corriamo troppo. Andiamo con ordine. Dicevo che inizia la sua carriera da rallysta nel 1984, guidando una Peugeot 205 GTi in eventi nazionali.

Nel 1985 partecipa a un evento nel Gruppo B, con la Lancia 037 Rally e nel 1986 passa al Gruppo A, con la Renault 5 GT Turbo. E guidando proprio una Renault al suo debutto nel WRC, al Rally di Sanremo 1986, non finendo l’evento a causa della rottura del turbo. Il navigatore di Aghini, dal 1986, è Sauro Farnocchia.

1990: il toscanaccio vince il Rally di Sanremo

Nel 1987, Aghini partecipa agli eventi del Campionato Europeo Rally su una Peugeot 205 GTi, usando quell’auto anche nel suo secondo tentativo in una gara di WRC: Rally di Sanremo 1987. Non riesce a portare a termine di nuovo la gara. Nel 1988, Aghini inizia la stagione su una Peugeot 205 GTi e passa successivamente alla 309 GTi, partecipando alle prove italiane del Campionato Europeo Rally.

Nell’ottobre del 1988, Aghini rimedia una vittoria in Gruppo N al Rally di Sanremo, finendo dodicesimo assoluto con la 309 GTi, inserita in fabbrica. Nel 1989, balza sulla Peugeot 405 Mi16 di Peugeot Italia, partecipando agli eventi nazionali ed ERC. Prende il via a Sanremo, ma non arriva in fondo. Nel 1990, centra due vittorie ed è quarto nel Campionato Italiano Rally. Disputa un’altra stagione con la Peugeot 405 MI16, guidando negli eventi nazionali dell’Europeo Rally.

L’anno dopo, mentre corre per Peugeot nella serie continentale e in quello italiano, disputa due gare nel WRC con la Lancia Delta HF Integrale 16V, quella del Jolly Club, la seconda squadra Lancia. Conclude quinto in entrambi gli eventi, Sanremo e Spagna, collezionando sedici punti in Campionato, che lo portano al quattordicesimo posto nella classifica generale.

Una prestazione come quella gli permette di passare al team Lancia. Fa il suo debutto con la Delta HF Integrale in Portogallo: nell’ultima tappa si deve arrendere. Aghini partecipa poi a due gare dell’ERC, classificandosi secondo al Rally Costa Smeralda e vincendo il Rali Vinho de Madeira. Chiude sesto al Tour de Corse e poi segna la sua unica vittoria WRC vincendo il Sanremo.

È riuscito a vincere il suo compagno di squadra Juha Kankkunen per quaranta secondi. A novembre, sale sul podio al Rallye Espana Catalunya Costa Brava, classificandosi terzo dietro a Carlos Sainz (Toyota) e Juha Kankkunen. Aghini chiude l’annata con un decimo posto al Lombard Rac Rally. Alla fine della stagione, è settimo nella classifica Piloti e la Lancia conquista il titolo Costruttori.

1992: Andrea è primo alla Race of Champions

Nel 1992, trionfa nell’evento Race of Champions che si è svolge per la prima volta nel nuovissimo circuito di Gran Canaria a Telde. Batte il doppio campione del mondo Carlos Sainz in semifinale e poi Colin McRae in finale. È la sola partecipazione all’evento annuale. Nel 1993, viene completamemte smantellato il team Martini Racing, così Aghini rientra nel Jolly Club per guidare una Lancia Delta HF Integrale nel World Rally Championship.

Si ritira al Rally di Monte-Carlo e poi centra il terzo podio iridato, classificandosi terzo in Portogallo, dietro ai piloti Ford, Francois Delecour e Miki Biasion. Più avanti nella stagione, va a punti (quarto) all’Acropolis. Nel 1994, la Lancia esce definitivamente dal Campionato del Mondo Rally e per lui si profila solo la possibilità di correre saltuariamente nel massimo campionato, alternandosi alla guida della Toyota Celica Turbo 4WD.

Si ritira in Portogallo e va a podio al Tour de Corse, finendo terzo dietro a Didier Auriol (Toyota) e Carlos Sainz (Subaru). Con la Celica del team HF Grifone, si ritira al Rally di Sanremo e segna due vittorie dell’Erc, Madeira e Condroz. Torna anche a gareggiare nel Campionato Italiano Rally, dove sarà campione due volte, nel 1998 e nel 1999, sempre sulla Corolla.

Tornando a noi, nel 1995 Aghini partecipa a tre eventi del WRC con la Mitsubishi Lancer Evo III, raggranellando punti in tutti e tre gli eventi per finire al settimo posto in Campionato. Si piazza sesto a Monte-Carlo, quinto al Rally Catalunya e ha segnato il suo ultimo podio WRC con un terzo posto al Tour de Corse. Con la Mitsubishi, al Ypres 24 Hours Rally finisce quinto.

Il Rallye Sanremo del 1995 fa parte del Mondiale 2 litri e Aghini guida una Peugeot 306 Maxi, ma non termina l’evento. Nel 1996, ‘alza il piede’, partecipando a un solo evento. Finisce quinto a Madeira con la Ford Escort RS Cosworth. È il suo ultimo evento con Sauro Farnocchia come navigatore.

Aghini passa dalla Toyota Corolla alla Subaru Impreza WRC

Nel 1997, passa alla HF Grifone con la Toyota Celica GT-Four nel Campionato Italiano Rally e Campionato Europeo Rally, con Loris Roggia come suo nuovo navigatore. Segnando una vittoria, arriva secondo nel Campionato Italiano, perdendo il titolo contro Andrea Dallavilla. Nel Cer, conclude al quarto posto con due vittorie. Nel 1998, passato alla Toyota Corolla WRC e conquista il primo titolo nazionale.

Ha successo anche nel Campionato Europeo, terminando come secondo classificato dietro Andrea Navarra. Nel 1999, continuando a guidare la Toyota Corolla WRC, difende il titolo nazionale dopo aver vinto tre eventi. Tre partecipazioni al Sanremo ed eventi nazionali ed europei con HF Grifone, ‘Ago’ è al via di tre rally iridati tra il 1997 e il 1999: sempre il Sanremo.

Nel 1997, è settimo con la Toyota Celica GT-Four numero 11. Nel 1998, Aghini e Roggia concludono al nono posto con la Toyota Corolla WRC numero 15. Nel 1999, torna a Sanremo, al volante della Toyota Corolla numero 16, chiudendo al quinto posto e segnando i suoi ultimi punti in Campionato.

Nel 2000, Andrea disputa i suoi ultimi due rally del WRC in carriera, guidando una Mitsubishi Lancer Evo VI di Ralliart Italia al Rally d’Argentina e a quello di Sanremo. In Argentina, lui e Roggia non finiscono l’evento. A Sanremo, ‘Ago’ e Dario D’Esposito concludono quindicesimi. La carriera del toscano nel WRC si conclude nel 2000.

In Italia, nel corso degli anni guida anche la Subaru Impreza WRC, la Celica e la Peugeot 206 WRC. Nel 2002, è primo in due gare dell’Erc con la Peugeot 206 WRC e chiude la stagione al quarto posto dell’Europeo. Nel 2003, la sua vettura è la Peugeot 206 Super 1600. Era nono nel Campionato Italiano.

Quell’anno, in seguito ad un gravissimo incidente durante il Rally del Salento, perde la vita il suo copilota, Loris Roggia. La vettura finisce contro un trullo. Loris non muore sul colpo. La macchina dei soccorsi tarda e questo peggiora la situazione, destinata a diventare una polemica rovente (non tanto per il pilota ma per l’organizzazione della gara).

Nel 2005 è tornato a correre con una Subaru Impreza del preparatore italiano Top Run, terminando quarto nella classifica finale del Campionato Italiano Rally. Anche nel 2006 e nel 2007 ha continuato a correre per Subaru Italia nella serie tricolore.

Nel 2008 lo si è visto al via del Trofeo Rally Terra e in alcune appuntamenti del Cir, sempre a bordo della Subaru Impreza STi. L’8 marzo 2008, nel corso di una prova speciale al Rally de Il Ciocco, una donna scivola accidentalmente giù da un poggio strattonata dal suo cane. Nel mentre sopraggiunge la vettura di Aghini, che nulla poteva fare per evitare la spettatrice.

La donna muore sul colpo. La sua partecipazione al Trofeo Terra si rivela sfortunata con due ritiri e il secondo posto al Rally dell’Adriatico. Una svolta arriva al Rally d’Italia in Sardegna, a Nuoro svoltosi il 21 e 22 giugno 2008: Andrea vince la classifica nazionale insieme al suo storico copilota Max Cerrai, ottenendo la prima vittoria della nuova Subaru Impreza STi N14 in Italia.

Nel 2009 disputa qualche gara, tra cui al Rallylegend, che chiude in sesta posizione in coppia con Lorenzo Granai, a bordo di Lancia Delta HF Integrale. Nel 2010 torna a disputare il Trofeo Italiano Terra, alla guida di Peugeot 207 Super 2000. Nessuna vittoria, ma su cinque gare conquista ben tre podi.

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Adartico Vudafieri: una rara stella dei rally italiani

In arte Vuda nasce a Castelfranco Veneto in provincia di Treviso nel 1950. Il suo debutto rallystico avviene nel 1973 a bordo di una Simca Rally 2, la stagione successiva lo vede passare ad una Porsche Gruppo 3. Sempre a bordo della vettura di Stoccarda nel 1975 è terzo nel Trofeo Rally Nazionali…

È uno degli antesignani della “generazione nazionale” di piloti ufficiali, Adartico Vudafieri. Una stella dal nome raro. Veneto di Castelfranco, imprenditore figlio di imprenditori, inizialmente pilota per passione, il campione europeo rally e più volte campione italiano nasce l’11 ottobre del 1950. La serie rallystica continentale la vince nel 1981, mentre nel 1978 , 1980 e 1984 si aggiudica il Campionato Italiano Rally. La sua carriera ha inizio nel 1973, al volante di una Simca Rallye 2.

Acquista una Porsche 911 Gruppo 3 per disputare la stagione 1974. Da quell’anno, corre in coppia con il navigatore Francesco Bonaga. Nel 1975, sempre con la Porsche, termina al terzo posto nel trofeo Rally Nazionali. L’anno successivo, “Vuda” passa alla Lancia, non ufficiale (è un cliente pagante e corre con Michelotto) che gli mette a disposizione la Stratos, dopo due stagioni passate al volante della vettura bavarese, e vince di nuovo il Trofeo Rally Nazionali.

Nel 1977 si mette in luce vincendo l’edizione del Rally Internazionale de Il Ciocco e ottenendo diversi altri importanti piazzamenti. Un anno dopo, in coppia con Mauro Mannini sulla Lancia Stratos, si impone nei rally dell’Elba, del Ciocco e delle Valli Piacentine e centra la piazza d’onore al termine di Targa Florio e 4 Regioni, risultati che gli garantiscono la conquista del titolo di campione italiano rally internazionali.

“Ho iniziato nel 1973 con Simca Rallye 2, poi nel 1974 ho corso con la Porsche Gruppo 3 e nel 1975 con la Porsche Gruppo 4, con cui ho centrato due vittorie, a Forlì e ad Imperia, e sono arrivato secondo nel TRN. Primo era Tony con la Stratos – ricorda e conferma Adartico Vudafieri –. Nel 1976 ho vinto il TRN con la Stratos di Michelotto, grazie a diverse vittorie, mentre l’anno dopo con la Stratos di Michelotto e con la Scuderia Grifone ho vinto al Ciocco”.

“Nel 1978, con la Lancia Stratos di Maglioli del Jolly Club ho vinto il Campionato Italiano Rally. Ero in testa al Sanremo fino all’ultima notte, poi un’uscita di strada ha consegnato la vittoria a Markku Alen con la Stratos ufficiale”, ricorda Vuda. Il 1979 vede arrivare un secondo posto in Campionato Italiano, ma è anche costretto a saltare alcune gare importanti per un infortunio patito al Rally Costa Smeralda.

In ogni caso, lotta sino alla fine con il rivale di sempre, Tony Fassina, che tra l’altro riesce a battere l’anno successivo, 1980, diventando nuovamente campione italiano (quando i rally erano Rally e la serie tricolore era difficile da vincere) a bordo della Fiat 131 Abarth, prima e unica volta in Italia per la berlina tre volte campione del mondo.

Nel 1981 vince il Campionato Europeo Rally, consentendo alla 131 di centrare l’ultimo titolo importante prima del pensionamento. Che ormai dietro l’angolo. La stagione successiva è prevalentemente votata ai collaudi, al volante della nuova Lancia Rally 037 Martini Racing. Qualche piazzamento come all’Elba, al Ciocco, al Colline di Romagna e al Tour de France, ma anche qualche ritiro come all’Acropoli, al Costa d’Avorio…

Adartico Vudafieri e Gigi Pirollo in Portogallo

Nel 1983 arrivano i bei risultati: Adartico Vudafieri, affiancato da Luigi Pirollo, contribuisce con il quinto posto in Portogallo e con la terza piazza al Tour de Corse alla vittoria della Lancia Rally 037 Martini Racing nel Campionato del Mondo Rally del 1983. L’anno successivo si impone nel neonato Campionato Rally Open – aperto agli stranieri – con quattro vittorie impeccabili e difficili: Rally della Lana, 4 Regioni, Piancavallo e San Marino.

Nel 1985 prende parte ad una sola gara, il Rally di Monza, che vince nettamente per la seconda volta. Decide di chiudere in bellezza la carriera. Lì, a Monza. Quell’anno partecipa anche alla Parigi-Dakar con una Mitsubishi Pajero, ma si ritira. Finché resta pilota, “Vuda” ha un bel rapporto sopratutto con il Trofeo Colline di Romagna, che disputa per la prima volta nel 1975.

Parte con il numero 19, con a fianco Claudio Salvador, su Porsche Carrera 2.7, e si piazza primo assoluto. Nel 1976 parte col numero 1 sulle portiere, questa volta con la Lancia Stratos della Scuderia Grifone preparata da Michelotto, con Bonaga a leggere le note.

Pur trattandosi della sua prima gara con quella macchina, e tra l’altro su terra (non mancano neve e ghiaccio), vince di nuovo. Un anno dopo, questa volta in coppia con Massimo De Antoni sempre sulla Lancia Stratos della Grifone, parte con il numero 4 e si classifica terzo. Nel 1979, in coppia con Giorgio Barban sulla Fiat 131 Abarth Racing del Jolly Club, parte con il numero 3 e va a vincere per la terza volta il Colline di Romagna, l’ultima edizione disputata su terra.

Nel 1980, si corre su asfalto e Vudafieri si presenta al via della decima edizione del rally sempre con la Fiat 131 Abarth del Jolly Club in coppia con Fabio Penariol. L’equipaggio è costretto al ritiro dopo una gara tribolata. Nel 1981, sempre con la 131 del Jolly Club, ma questa volta in coppia con Arnaldo Bernacchini, parte con il numero 2 sulle fiancate e arriva al fondo della gara ma non riesce ad andare oltre il quinto posto dell’assoluta e di gruppo. Nel 1982, Adartico partecipa al Colline di Romagna con una Lancia Rally 037 del team Lancia Martini.

A leggergli le note c’è Maurizio Perissinot. Partono con il numero 1 sulle portiere e concludono terzi assoluti e primi del Gruppo B. Quella del 1982 è l’ultima partecipazione di Vudafieri alla competizione romagnola. Nel 2011 si registra una sua sporadica apparizione alla Rallylegend per Anniversary Stratos.

Dal 2012 vive all’estero con la moglie. Nel 2013, l’ormai ex pilota, da sempre imprenditore, rimane coinvolto in una spiacevole vicenda giudiziaria che tocca diversi beni del patrimonio di famiglia, incluso un albergo di lusso a Roma (a due passi da piazza di Spagna) con annessa champagneria e ristorante. Nel 2015, però, i beni posti sotto sequestro vengono restituiti. Misteri della giustizia italiana. L’onorabilità e la bontà del campione delle quattro ruote, per fortuna, resta in ogni caso intatta e cristallina.

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Dal Pop Cross ai Trofei Citroen Rally con AX e Saxo

Dal Pop Cross ai Trofei Citroen AX e Saxo. Alcuni modelli di vetture Citroen vantano una lunga tradizione nell’ambito del motorsport, dai rally-raid, al Campionato Mondiale Rally, passando per il WTCC in pista. In particolare, l’arrivo della Citroen AX segnò l’inizio di un nuovo campionato in Europa.

Sono diversi i modelli iconici della Marca francese che sono stati protagonisti di importanti campionati monomarca e monomodello: dopo la serie denominata Pop Cross, in Italia ribattezzata 2CV/Dyane Cross, l’arrivo della Citroen AX segnò l’inizio di un nuovo campionato in Europa, la AX Cup (in Italia i Trofei Citroen Rally). A seguire, negli anni Novanta, fu la Saxo la protagonista del trofeo ribattezzato Saxo Cup e che si disputò con un regolamento del tutto simile.

L’idea dei Trofei Citroen AX e Saxo, per la Casa francese, non era del tutto nuova. Infatti, andando indietro di qualche decennio e atterrando negli anni Sessanta, in Francia, si disputava un campionato monomarca e monomodello di velocità su pista tra vetture costruite attorno ai propulsori Citroen delle AMI6 e successivamente delle GS.

Le auto, concepite da Maurice Emile Pezous, concessionario Citroen di Albi, si chiamavano MEP, dalle sue iniziali. Affidate all’Automobile Club France, diedero vita ad un campionato denominato Formule Bleue, sponsorizzato prima da BP e poi da Total, che si corse dal 1967 al 1975 e che fu un’importante via d’accesso alle discipline più impegnative per piloti, tecnici e preparatori.

Contestualmente, iniziò il campionato Pop Cross (che da noi in Italia si chiamò 2CV/Dyane Cross e che era il predecessore del rallycross oltre che dei Trofei Citroen AX e Saxo) che proseguì sino ai primi anni Ottanta con la medesima filosofia: rendere accessibile a costi ragionevoli il mondo del motorsport a livello agonistico, per costituire una vera e propria scuola capace di formare i futuri protagonisti della pista.

Il Pop Cross fu pensato per un pubblico giovane, giocato su percorsi chiusi, le piste da cross appunto, e rappresentò, idealmente ed in chiave competitiva, la continuazione delle avventure individuali in giro per il mondo e quelle collettive dei grandi raid di massa degli inizi degli anni Settanta.

Un'immagine del Campionato Italiano 2CV-Dyane Cross
Un’immagine del Campionato Italiano 2CV-Dyane Cross

Dalla 2CV usata alla AX: storie di monomarca

Ad Argenton sur Creuse, il 22 luglio del 1972, fu corsa la prima gara di un nuovo monomarca riservato alle bicilindriche Citroen (principalmente 2CV, Dyane e Mehari) che si sfidavano in gare di velocità su piste in terra battuta (più spesso fango), con vetture preparate secondo un preciso regolamento tecnico emesso dal Costruttore.

La 2CV usata costava poco, il kit di preparazione ancora di meno: era lo sport automobilistico alla portata di tutti. La filiale italiana di Citroen accolse con entusiasmo la nuova specialità e già nell’anno seguente anche in Italia si correva il campionato italiano, denominato 2CV-Dyane Cross, valido per il Campionato Europeo Rally che nel frattempo era stato istituito con il nome internazionale di 2CV Cross.

Presentata nel 1986, la Citroen AX riscosse un ottimo successo di vendite e fu la base ideale per un nuovo campionato europeo momomarca e monomodello: nacque così alla fine degli anni Ottanta la AX Cup. Disputata sulle piste di molti Paesi europei, inclusa l’Italia, tra Monza, Vallelunga e Mugello, la AX Cup è stata il trampolino di lancio per campioni del calibro di Tom Coronel, che in seguito si è aggiudicato per due volte il FIA World Touring Car Championship.

Brunello-Amadori al Marca Trevigiana 1998, prova del Trofeo Saxo Rally
Brunello-Amadori al Marca Trevigiana 1998, prova del Trofeo Saxo Rally

La AX, grazie alle sue eccezionali doti di agilità e leggerezza, è stata impiegata per diversi anni nel Mondiale Rally. Una specialità nella quale si è distinta per i suoi sei successi su sette partecipazioni nel prestigioso Rally MonteCarlo (classe N1) dal 1989 al 1995. Nella seconda metà degli anni Novanta la AX fu sostituita dalla Citroen Saxo che ne prese il posto anche in pista, con il trofeo ribattezzato Saxo Cup e che si disputò con un regolamento del tutto simile.

Il kit messo a disposizione da Citroen Sport dedicato alla trasformazione della Saxo VTS nella versione Cup, oltre alle protezioni di sicurezza del caso, includeva una nuova mappatura della centralina d’iniezione, nuovi collettori di scarico ”quattro in due-due in uno”, un filtro aria più libero ed un airbox dedicato e piccole modifiche come le palette per evitare lo sbattimento del lubrificante nella coppa.

La ’piccola belva’ – a partire dal 1997 – fu impiegata in un trofeo monomarca di successo nei rally: Trofeo Citroen Saxo Rally. Questa serie presentava già dal secondo anno di vita interessanti novità a livello di montempremi, argomento molto interessante per i piloti, in particolare per quei giovani a cui i monomarca si rivolgevano.

Il braccio operativo di Citroen, al debutto della serie, era il Jolly Club, che aveva ideato una sorta di ’rivoluzione economica’: per ciascuno dei sette appuntamenti previsti dal calendario del Trofeo Citroen Saxo Rally 1998 venivano messi in palio in totale 28 milioni di lire da suddividere tra i primi dieci assoluti e le prime tre dame della classifica femminile.

Le gare si susseguirono in tutta Europa e in Francia non tardò a brillare una nuova stella: un giovane alsaziano che vinse le quattro gare a cui partecipò, nell’edizione 1998. Citroen lo notò e gli affidò una vettura ufficiale con cui si aggiudicò l’edizione successiva per poi passare a categorie su terra, dove diede prova di quanto imparato in gioventù. Il suo nome? Sébastien Loeb!

Storia delle evoluzioni della Delta HF Integrale da rally

È la storia di un successo del made in Italy, di centinaia di vittorie sportive nei rally di ogni angolo del pianeta. Successi legati ad un periodo storico in cui si poteva fare tutto.

La storia della Lancia Delta da rally, in tutte le sue numerose varianti, dalla S4 al Deltone, è la storia di un successo tecnologico, costruttivo, progettuale, industriale e al contempo artigianale. È la storia di un successo del made in Italy, di centinaia di vittorie sportive nei rally di ogni angolo del pianeta.

Successi legati ad un periodo storico in cui si poteva fare tutto. E non per l’assenza di regolamenti, forse oggi ce ne sono troppe di regole, soprattutto inutili, ma semplicemente perché si viveva in un periodo in cui era più facile inventare. Era più ammesso eccedere. E così ci si ritrovava dai 600 cavalli della S4 e della 205 T16 ai milleuno dell’ultima Audi quattro S1.

Ovviamente, in questo post mi concentro sulla Lancia Delta HF Integrali, inevitabilmente ed ineluttabilmente è legato da un doppio filo alle vittorie ottenute nei rally di tutto il mondo. Vittorie che l’hanno resa l’unica auto della storia ad aver vinto sei titoli mondiali consecutivi. Una storia che affonda le sue radici nella stagione 1985, come scritto in un post precedente, anno in cui finalmente si vedono i frutti di quello che dal 1983 è diventato un imperativo categorico per la Casa italiana: vincere.

La storia della Lancia Delta HF 4WD parte dal 1987 con il debutto della HF 4WD nel Gruppo A. La berlinetta in versione corsa eroga inizialmente 240 cavalli per un peso di poco superiore ai 1100 chili, ma al termine della stagione arriva a toccare i 260 cavalli.

Il successo della vettura fu immediato. Già al debutto, al Rally Monte-Carlo, la Delta guidata da Miki Biasion si aggiudica il primo posto. Vittoria anche in Portogallo con Markku Alen, che bissa l’impresa all’Acropoli. Quell’anno la Lancia Delta si aggiudica i Rally Argentina, 1000 Laghi, Sanremo e Rac.

Piero Liatti e Luciano Tedeschini al Sanremo 1990 con la Delta HF
Piero Liatti e Luciano Tedeschini al Sanremo 1990 con la Delta HF

Vince il titolo Piloti con Juha Kankkunen e regala alla Lancia il titolo Costruttori. Al Salone dell’Automobile di Francoforte del settembre 1987 viene presentata la prima evoluzione della Delta HF 4WD, ribattezzata Delta HF Integrale. La vettura risulta aggiornata in alcuni particolari stilistici e meccanici. Esternamente la nuova versione si riconosce per i parafanghi allargati, il nuovo disegno di paraurti e minigonne, le nuove prese d’aria anteriori e sul cofano motore, i cerchi in lega da 15 pollici anziché da 14.

Per quanto concerne la parte meccanica, vengono migliorate sospensioni ed impianto frenante. La potenza del motore, 1995 centimetri cubici turbocompresso e dotato di intercooler, passa da 165 cavalli a 185. La versione da gara raggiunge invece i 300 cavalli dichiarati per 1100 chili di peso. Anche il 1988 è una stagione vittoriosa: la Lancia conquista il Mondiale Marche e con Miki Biasion quello Piloti, oltre all’Europeo con Fabrizio Tabaton e vari altri titoli nazionali.

Invece, nel 1989 scende in campo una versione rinnovata della Delta Integrale, la potenza sale a 200 cavalli per la versione stradale e circa 350 per quella da gara, nonostante i soli 300 cavalli dichiarati, con testata a 16 valvole, diversa ripartizione della coppia motrice, 47 per cento all’avantreno e 53 al retrotreno, impianto frenante potenziato, frizione, cambio e assetto modificati.

Diverso anche l’aspetto esterno della vettura, caratterizzato dal rigonfiamento sul cofano anteriore con nuove prese d’aria. Nello stesso periodo per i mercati esteri con più severe norme antinquinamento venne commercializzata una versione a 8 valvole dotata di catalizzatore e capace di “soli” 181 cavalli.

La vettura esordisce verso fine stagione nel WRC, a campionato ormai già virtualmente vinto dalla Lancia, trionfando al Rally di Sanremo con la coppia Biasion-Siviero, che si riconfermano campioni del mondo. Nel 1990 la Lancia Delta Integrale 16v continua a vincere e anche per quell’anno si aggiudica il Campionato del Mondo.

Successo bissato nel 1991 con la Delta Integrale Evoluzione che presenta un cofano motore ancor più bombato, parafanghi più larghi, nuove e più generose prese d’aria frontali, spoiler mobile che consente piccole regolazioni aerodinamiche e migliora la stabilità. Più consistenti gli interventi sulla meccanica: telaio, sospensioni, scatola guida, freni, sistema di scarico. Le carreggiate sono più larghe e così pure i cerchi ruota.

Alla conclusione di quell’anno, con la Delta Evoluzione vincitrice del titolo, il team Martini Racing, a cui la Lancia aveva delegato la gestione delle vetture per quella stagione, si ritira dal Mondiale Rally. Non conclude però la collaborazione con la Casa, dato che nel 1993 disputa il Campionato Italiano Rally con le medesime vetture. Nel 1992, la presenza delle Delta Evoluzione nella massima serie viene gestita in maniera privata dal Jolly Club, altro storico team satellite Lancia.

Nonostante l’ingaggio di un pilota del calibro di Carlos Sainz, l’arrivo del munifico sponsor Repsol ed un aggiornamento del motore, quasi 400 cavalli, la stagione si conclude con risultati molto deludenti, causati dalla mancanza di aggiornamenti tecnici sull’auto da parte della Lancia. Aggiornamenti necessari e vitali in uno sport tecnologico come quello dei rally.

World Rally Championship 1992: video di una stagione unica

In quel 1992, per il secondo anno consecutivo, il Campionato del Mondo Rally Piloti è stato deciso all’ultimo evento della stagione.

World Rally Championship 1992, la storia di una delle più belle stagioni del Mondiale Rally in immagini uniche. Al termine di quattordici estenuanti gare. Per tutta la stagione la lotta per il titolo è stata incentrata su una battaglia titanica tra Carlos Sainz con la Toyota Celica Turbo 4WD e Juha Kankkunen e Didier Auriol, entrambi sulla Lancia Delta HF Intergrale.

Pronte a sfidarsi nel World Rally Championship 1992 – oltre alle Delta Evoluzione, gestite privatamente dal Jolly Club e affidate al campione del mondo in carica Juha Kankkunen e al francese Didier Auriol, e alle Toyota di Carlos Sainz, Markku Alén e Armin Schwarz – c’erano le Ford Sierra condotte da François Delecour, Malcolm Wilson e Miki Biasion. Altra contendente era la Subaru con le Legacy guidate da Colin McRae e da Ari Vatanen.

Poi, c’era la Nissan, con la Sunny, che contava sul campione del mondo del 1984, Stig Blomqvist, su Grégoire de Mevius e su François Chatriot e sul futuro quattro volte campione del mondo Tommi Mäkinen. Infine, al via c’era anche la Mitsubishi Galant VR 4 con Timo Salonen e su Kenneth Eriksson. La storia di questa incredibile edizione del World Rally Championship è stata imprevedibile fino all’ultimo giorno del Rac Lombard di novembre, come lo fu all’inizio a Monte-Carlo.

Al ‘Monte’, Schwarz prende inaspettatamente il comando della gara, seguito dal compagno di squadra Sainz e da Auriol. Il tedesco della Toyota, però, esagera con la velocità, sbaglia ed esce di strada. Sainz scappa al comando tallonato sempre da Auriol. Lo spagnolo fatica a tenere a bada l’arrembante francese che proprio sul Turini, fa partire l’ultimo e decisivo attacco.

Sainz è secondo dietro al pilota francese della Lancia. Il terzo posto, invece, va al campione del mondo 1991 seguito da Delecour, Bugalski e Salonen. Il secondo rally è lo Svezia, però privo dei team principali dato che la gara non è valida per il Mondiale Costruttori. Il rally viene vinto da Mats Jonsson con la vecchia Celica ST 165.

Successivamente si va in Portogallo, poi al Safari, dove Juha Kankkunen, cercando di raggiungere la Toyota, distrugge la sua Lancia, ma riesce comunque a raggiungere il secondo posto ceduto da Recalde a tavolino, ma distaccato comunque di cinquantadue minuti dallo spagnolo.

Recalde arriva terzo e, grazie alla sua buona prova, verrà riconfermato anche per il Rally d’Argentina, per quello d’Australia e per quello in Grecia. Con la vittoria del pilota spagnolo e il quinto posto di Markku Alén, Toyota sembra essere rinata dalle delusioni delle prime prove. Sainz ottiene la prima vittoria in un rally mondiale con la Toyota Celica ST 185.

Un WRC estremamente esaltante

Seguono Francia, Grecia, Nuova Zelanda. E poi ancora, Argentina, Finlandia, Australia e il Rally d’Italia. A Sanremo, con Didier Auriol fuori strada dopo essere rimasto senza una ruota, la gara vive sul duello tra Juha Kankkunen e Andrea Aghini che vuole ottenere una vittoria nel rally di casa.

Il pilota toscano, per nulla intimorito dal blasone del compagno di squadra, vince la prima tappa interamente su asfalto, suo terreno di gara preferito. Il campione finlandese vince la successiva tappa su sterrato, ma ‘Ago’ riesce a mantenere un sottile vantaggio. Kankkunen, approfittando delle successive speciali da correre ancora sulla terra, aumenta il ritmo ma Aghini, aspettando l’ultimo percorso notturno su asfalto, non molla e riesce di nuovo a contenere la rimonta del pilota finlandese.

All’ultima PS Andrea Aghini porta in trionfo ancora una volta la Delta e ottiene la sua prima e al tempo stesso ultima vittoria mondiale in carriera; questa sarà anche l’ultimo primo posto tutto italiano in un rally del Campionato del Mondo. Dietro alle imprendibili Lancia concludono le due Ford Sierra con Delecour terzo e Biasion quarto, mentre il Toyota Team Europe non partecipa alla gara. Si corre ancora in Costa d’Avorio e al Catalunya. Infine, si va al Rac dove, per via degli ultimi risultati, imprevedibilmente, Auriol, Sainz e Kankkunen si trovano distaccati di soli tre punti e i giochi quindi sono ancora tutti aperti.

I tre giorni di gara sono emozionantissimi: Sainz e Auriol si danno battaglia speciale dopo speciale e mentre gli appassionati tengono il fiato sospeso, la Delta del francese è costretta alla resa per una candela difettosa che farà spegnere il motore. Sainz vola e a nulla servono i tentativi di Kankkunen di recuperare terreno dopo un’uscita di strada.

Il finlandese concluderà terzo dietro ad un rinato Vatanen e consegna di fatto la vittoria del Mondiale Piloti a Carlos Sainz ed al suo fedele navigatore, il connazionale Luis Moya. L’altra Toyota, quella di Alen, conclude quarta precedendo nell’ordine Biasion, McRae, Eriksson, Makinen, Wilson e Aghini.

In questo filmato ufficiale ed esclusivo della Fia è racchiuso tutto l’anno sportivo. L’anno in cui Didier Auriol deve essersi sentito davvero preso in giro dalla sorte quando, dopo sei vittorie, ha perso il titolo del WRC non solo contro Carlos Sainz (che aveva quattro vittorie) ma anche contro Juha Kankkunen (con una sola vittoria). Sei vittorie in una sola stagione sono state un record, ma sono state condizionate da tre ritiri e da un decimo posto, mentre i suoi rivali hanno ottenuto una serie podi costanti. In effetti, Juha è finito sul podio in tutti e nove i rally che ha iniziato.

Per Lancia la stagione 1992 è stata la decima e l’ultima (la Casa torinese si era ufficialmente ritirata dai rally alla fine del 1991). Comunque, anche se il programma era in mano al team-semiufficiale Martini Racing-Jolly Club, il titolo arrivò lo stesso. Quella squadra aveva vinto ogni anno, sempre e ininterrottamente, da quando il Gruppo A aveva sostituito il Gruppo B, nel 1987.

Però, di fronte al declino economico e all’avanzare della crisi, la Lancia si era vista costretta a ridimensionare le proprie attività sportive, così come all’epoca avevano fatto anche molte altre squadre che partecipavano al Mondiale Rally. Ad esempio, anche la Mazda abbandonò l’assalto WRC. E a dire il vero, pure Nissan si ritirò, ma in questo caso perché la Sunny GTI-R non era in alcun modo competitiva, mentre la Mitsubishi ridusse il programma.

Sia Toyota sia Lancia ottennero nuovi splendide vittorie nel WRC 1992, specialmente quando Mats Jonsson vinse il rally svedese con la squadra giapponese e Andrea Aghini conquistò il Sanremo davanti ai suoi fans in visibilio. Sì, era il 1992. Anno indimenticabile.

In realtà, le ripercussioni della flessione dei mercati economici era evidente sin dall’inizio della stagione, anche nello sviluppo delle vetture da rally. Infatti, solo due grandi team introdussero nuove auto. La Toyota fece debuttare la nuova Celica Turbo 4WD, dal corpo rotondo, a Monte-Carlo. Anche Lancia, nonostante si fosse ritirata, introdusse la Lancia Delta HF Integrale nota come Deltona o Super Delta. La più estrema di sempre.

la scheda

WORLD RALLY CHAMPIONSHIP 1992

Numero dischi: 1

Lingua: inglese

Durata: 104 minuti

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