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Rally di Sanremo 1988: ricordi di terrore e morte in PS

Sulle viscide e insidiose prove speciali di montagna, durante la nebbiosa seconda tappa del Rally di Sanremo 1988, su strade provinciali strettissime, ricche di curve a gomito e burroni e frequentate da un pubblico spesso troppo audace nel seguire la corsa in zone vietate, perdono la vita due piloti francesi.

Una storia dimenticata dai più, che affonda le radici sul finire degli anni Ottanta del Novecento. Una storia, come a volte capita, di terrore e morte, dimenticata anche da chi la ricorda, perché spesso tutto ciò che non piace si tenta di gettarlo nel dimenticatoio. Da due anni si sono ormai spenti gli echi delle vetture Gruppo B sui percorsi misti terra asfalto. Siamo esattamente al Rally di Sanremo 1988 e si sta disputando la trentesima edizione del Rally Sanremo valido per il WRC.

Quell’anno, sulle strade bagnate di montagna della seconda tappa Rally Sanremo, nella nebbia, su provinciali strette, con curve a gomito, fra burroni e un pubblico spesso troppo audace nel seguire la corsa in zone proibite, due piloti francesi, Jean Marc Dubois, di 28 anni, vice campione del suo Paese, e il navigatore, Robert Moynier, di 42 anni, sono morti nella loro Citroen AX Sport finita in una scarpata. Ma quello (1988) fu un anno nero del Rally di Sanremo non solo per il terribile incidente che coinvolse Dubois-Moynier.

Infatti, poco dopo, due spettatori finiscono all’ospedale, travolti dal rally che, all’epoca era in uso così, non si fermò davanti ai morti. Uno degli appassionati spettatori, Fernando Federighi, di 27 anni, di Prato, si ritrovò la gamba destra maciullata al termine di una giornata trascorsa in una grande confusione sulle strade delle valli di Lanzo e di Susa, per le varie prove speciali e, nel pomeriggio, a Torino, il cui centro rimase paralizzato per ore. Come sempre, non fu colpa del rally, bensì le responsabilità furono degli organizzatori.

In quel weekend del Rally di Sanremo 1988, a Torino era previsto anche l’arrivo della Milano-Torino e poi il ritorno degli oltre cento equipaggi del rally. Mentre i clacson degli automobilisti torinesi protestavano per questa seconda giornata di paralisi, fra gli addetti ai lavori della corsa ci si chiedeva più che altro il perché di una morte che poteva essere evitata e di una gamba di un giovane che poteva essere salvata.

“Una spiegazione c’è”, accusò all’epoca Carole Vergnaud, compagna di squadra di Dubois e Moynier, due privati che hanno sempre cercato l’ avventura, due dilettanti che giravano il mondo per inseguire improbabili vittorie. “Sono arrivati in Italia un po’ da sprovveduti – diceva la Vergnaud, che aveva assistito all’incidente di Dubois – hanno fatto soltanto una ricognizione del percorso. In quella curva sono uscita anche io, ma l’ho presa a velocità ridotta perché sapevo che era pericolosa. Loro, evidentemente, hanno calcolato male tutto e sono morti”.

Secondo alcune testimonianze la Citroen AX uscì di strada ad una velocità di circa 120 chilometri all’ora. Inutile scalare, frenare, controsterzare. La vettura andò dritta, invece di curvare a destra. Sull’asfalto foglie più pericolose di macchie d’olio fecero il resto. La Citroen saltò il guardrail, si è infilò in un varco, fra un castagno e una siepe, dove d’estate crescono le more sulle montagne di Lanzo.

Poi l’urto e la ricaduta. Dubois e Moynier morirono sul colpo. Contro quella siepe pochi minuti prima si era fermata l’altra vettura francese di Carole Vergnaud. “Quella siepe mi ha salvato”, disse. E in quella curva maledetta anche un professionista come Kankkunen con Piironen, su Toyota, si fermò e si ritirò. Il campione finlandese che aveva provato e riprovato quella svolta pericolosa si era sbagliato, ma si era salvato.

Dubois e suo il copilota no. La Citroen era volata nel burrone senza più controllo. Tutto è successo nella settima prova speciale. Nella nona un altro brivido. A Pessinetto, quando la gara è stata sospesa soltanto per pochi minuti, giusto il tempo per far salire un’ambulanza.

La Lancia Delta di Bossini-Pasotti ha strisciato sul bordo della strada dove (secondo gli organizzatori) Fernando Federighi e Giovanni Benedetto, di 60 anni, di Lanzo Torinese non potevano stare. Il primo ha avuto una gamba maciullata, l’altro se l’è cavata in quaranta giorni per la frattura di una tibia.

Il giovane appassionato toscano fu subito soccorso, dopo la disgressione della Lancia che ovviamente continuò la corsa, con l’equipaggio probabilmente ignaro di aver centrato e irrimediabilmente ferito due persone. “Non abbiamo interrotto la gara – spiegarono all’epoca gli organizzatori – perché nel caso dell’incidente ai due francesi gran parte delle vetture erano già passate, quindi non c’era motivo”. Una volta andava così. In funzione delle vetture e non delle persone.