Articoli

Jean-Claude Andruet: ”La mia idea della Ferrari 308 GTB Rally”

Creata la Ferrari 308 GTB Rally Car Gruppo 4, bisogna svilupparla. Al primo test si scopre che, sebbene fosse veloce, non era molto adatta all’asfalto o ai dossi, quindi c’era bisogno di molto lavoro con le sospensioni per renderla competitiva. Ma ogni volta che si aveva bisogno di molle leggermente diverse, bisognava contattare la Ferrari. Non era come in una squadra. Non era come la Fiat o la Ford…

Il francese Jean-Claude Andruet vince un Campionato Europeo Rally nel 1970 e tre anni dopo si aggiudica l’evento inaugurale del Mondiale Rally, il MonteCarlo. Continua a correre in entrambe le serie per più di un decennio e nei primi anni Ottanta firma per guidare la Ferrari 308 GTB Rally Car, una potentissima e velocissima Gruppo 4 sviluppata da Michelotto.

Perché Jean-Claude Andruet sulla Ferrari da rally? Due motivazioni su tutte: è un campione dotato di grande sensibilità ed è il papà dell’idea della Ferrari da rally. Si fa, finalmente, chiarezza sulla paternità dell’idea che qualcuno attribuisce a Enzo Ferrari, che è il papà della 308, e qualcuno a Michelotto, che è il papà dell’auto da rally. Ma la geniale idea, viene ad Andruet, che deve sudare sette camicie per farsi ascoltare e convincere qualcuno a seguire la sua intuizione.

“L’idea di avviare il progetto rally con la Ferrari è stata mia – racconta Jean-Claude Andruet –. Per sei anni ho provato a convincere la Ferrari a iniziare un progetto con la 308 perché sapevo dai miei anni trascorsi con la Alpine-Renault A110 che sarebbe stata una grande macchina sull’asfalto. Le regole del Gruppo 4 si basavano sul numero di auto di prodotte e messe in commercio, quindi sebbene la 308 fosse tecnicamente un’auto sportiva, la Ferrari ne produceva abbastanza da poterla omologare per il rally. Con il motore da 300 cavalli sarebbe stata competitiva contro le auto di quel periodo: le Ford Escort, la Fiat 131 e le Talbot Sunbeam. Così ho continuato a spingere fino a quando Michelotto alla fine ha accettato di provare”.

La Ferrari 308 GTB impegnata in PS
La Ferrari 308 GTB impegnata in PS

Creata la macchina, bisogna svilupparla. “Al primo test abbiamo scoperto che, sebbene fosse veloce, non era molto adatta all’asfalto o ai dossi, quindi avevamo bisogno di molto lavoro con le sospensioni per renderla competitiva. Ma ogni volta che avevamo bisogno di molle leggermente diverse, dovevamo contattare la Ferrari per farci un altro set. Non era come in una squadra. Non era come la Fiat o la Ford, dove vai al furgone di servizio e prendi un set diverso”.

Andruet aggiunge un altro aspetto che non è un dettaglio. “Non c’erano informazioni su come realizzare gli ammortizzatori e le componenti, dal momento che nessuno aveva mai fatto qualcosa di simile prima di allora. Quindi, abbiamo dovuto fare tutto da soli con prove ed errori. Una volta che abbiamo trovato la quadra, la 308 si è rivelata un’ottima macchina e abbiamo vinto molti rally. E correre un rally con una Ferrari… Con un’auto del genere, offre delle sensazioni incredibili”.

“L’auto più dura che abbia mai guidato è la Fiat 131 – continua Jean-Claude Andruet -. Non c’è nulla di paragonabile a quello, ma la 308 è stata sicuramente la seconda più dura. Era incredibilmente fisica da guidare e aveva bisogno di input costanti con il volante. Fu così difficile che in Corsica, nel 1981, il mio compagno di squadra Guy Chasseuil dovette ritirarsi perché era troppo esausto. Sono arrivato alla fine solo perché il mio cervello ha costretto il mio corpo a continuare, anche se essere in testa ha aiutato con l’adrenalina”.

Guardando indietro, come impressioni generali sulla Ferrari 308 GTB Rally Car, penso “che sia stata una macchina eccezionale, e se ci fosse stato un budget completo dietro al progetto probabilmente sarebbe diventata un’auto straordinaria. Immagino che ogni squadra direbbe esattamente la stessa cosa, e come corsari avevamo solo una piccola parte di ciò che avevano i team ufficiali. Ma Michelotto è stato assolutamente brillante con le risorse che aveva ed è stato un programma di grande successo, poiché l’auto ha vinto”, aggiunge il campione europeo rally 1970.

“Per me, le vittorie più importanti sono state le due consecutive al Tour de France nel 1981 e 1982. Si è trattato di una gara così grande con un mix di prove su strada e in circuito. Questo è stato il momento clou. Il Corsica nel 1982, dove siamo arrivati secondi, è forse il risultato più importante perché è stato un secondo piazzamento nel WRC, ma non ne ho un gran bel ricordo: potevamo vincere”.

Quarant’anni di Rally Piancavallo: ricordi di Massimo De Antoni

Massimo De Antoni debutta nel 1975, prima gara con Pieluigi Comelli, il San Martino di Castrozza su A112, che aveva prove speciali fino a Piancavallo come del resto l’Alpi Orientali, al quale partecipa su Porsche 935 con Carlo Facetti nel 1978. L’anno successivo il Rally delle Valli Pordenonesi, assieme a Bonzo su Fiat Abarth 131. Poi il primo Piancavallo, 1980, con Carlo Cavicchi al volante di una Porsche 911 Gruppo 3.

Non si parla mai abbastanza dei navigatori di rally… Ma siamo o non siamo un popolo di santi, poeti e navigatori? E allora sotto con l’amarcord di Massimo De Antoni, mitico copilota di Tonino Tognana, che con il Piancavallo ha intrecciato la sua vita sportiva e passionale, per certi versi anche professionale. Udinese, classe 1956, medico radiologo, chi meglio di lui può mettere la corsa ai Raggi X, tanto più con un palmares da primo della classe: vittoria nell’anno magico “azzurro” 1982, ovvero trionfo in piazzale della Puppa su Ferrari 308 GTB e a fine anno conquista dello scudetto con i colori Jolly Club.

Ciao Massimo, il tempo passa, le emozioni ritornano…

“Proprio vero, i ricordi sono scolpiti nella mente e nel cuore, impossibile cancellarli. Quelli del Piancavallo, poi, sono tra i più cari per me. Potrei dire “qui abita la mia anima”, senza tema di smentita”.

Allora spieghiamo a chi non sa: Massimo De Antoni, medico, rallista, maestro di sci in Piancavallo. Sulle tue orme i figli: entrambi maestri di sci, Amedeo prossimo alla laurea in medicina, Edoardo “baby” rallista nel trofeo Suzuki.

“Una vita di traverso con grandi soddisfazioni e adesso, guardando a loro, altri traguardi da raggiungere”.

Cos’era per te, udinese, il Rally Piancavallo?

“Un mito, fin dall’inizio. Dopo il terremoto, l’Alpi Orientali aveva segnato il passo, invece Piancavallo, in pieno sviluppo e sull’onda dell’entusiasmo per la Coppa del Mondo di sci femminile, era addirittura effervescente. Amavo la neve e i rally, fu amore a prima vista, un “contagio” per tutti i friulani che amavano derapate e controsterzi. Maurizio Perissinot e Lucio De Mori gli diedero un imprinting di corsa internazionale, arrivando al massimo coefficiente per il Campionato Europeo. Noi in macchina eravamo protagonisti, contornati da un pubblico meraviglioso”.

Raccontaci la tua “marcia” di avvicinamento al Piancavallo.

“Debutto nel 1975, prima gara con Pieluigi Comelli, il San Martino di Castrozza su A112, che aveva prove speciali fino a Piancavallo come del resto l’Alpi Orientali, al quale partecipai su Porsche 935 con Carlo Facetti nel 1978. L’anno successivo il Rally delle Valli Pordenonesi, assieme a Bonzo su Fiat Abarth 131, terzo posto assoluto, a vincere fu Tognana con Gabriel, uno dei successi che lo proiettarono nell’orbita ufficiale della Casa piemontese. Poi il primo Piancavallo, 1980, con Carlo Cavicchi al volante di una Porsche Gr3”.

Com’è avvenuto il vostro incontro?

“Quando si dice i casi della vita. Dopo tre anni con Franco Ceccato e diverse gare europee, avevo deciso di smettere per concludere l’università e avviarmi alla professione. All’improvviso mi cercano Claudio Bortoletto, il Jolly Club e la Fiat che stavano allestendo un ambizioso programma tricolore per Tognana. Così d’acchito dissi “no grazie, ho altri impegni”, ma dopo dieci minuti pensai di essere impazzito e accettai la proposta, impegnandomi a conciliare gare ed esami, come poi ho fatto”.

1982, una stagione indimenticabile.

“Vincemmo la Targa Florio davanti a Jean Claude Andruet, anche lui su Ferrari 308 Gtb. Una sorpresa e un sigillo di affiatamento, con Tonino iniziò ad essere collaborazione e stima professionale che poi divenne amicizia e affetto reciproco, un legame che dura tuttora e ha intrecciato le nostre famiglie in tante bellissime vacanze assieme. Dopo la Targa ben quattro ritiri in serie ci avevano un po’ smorzato l’entusiasmo, ma il successo al Ciocco rilanciò le nostre credenziali per lo scudetto”.

Settembre, il Piancavallo in 2 tappe, 32 prove speciali, poco più di 200 km su asfalto e quasi 100 su terra. Una sfida “robusta”.

“Altri tempi, era davvero un’altra storia. Ti sentivi parte di un’avventura e respiravi gloria a pieni polmoni. Anche perché c’era un contorno di pubblico sulle curve e i tornanti che faceva festa a ogni passaggio di macchina. Io i miei amici e tifosi li incontravo nei punti di sosta, all’assistenza, in ogni occasione di stop, e li vedevo sbracciarsi per salutare in prova speciale. Non era facile mantenere la concentrazione. Ma ci riuscimmo e la vittoria fu un momento davvero esaltante, risultato fondamentale per il trionfo a fine campionato”.

Chiudi gli occhi, immagina di tornare sul Monte Rest, cosa ti torna in mente?

“Beh, sai quando dicono “una prova speciale da università dei rally”. Era proprio così, dura e impegnativa, tesa e insidiosa. Strada tecnica, alternanza di allunghi e staccate, il ruggito del motore che ti accelera il cuore. Noi la facevamo all’incontrario, cioè da Caprizi verso Tramonti, strada soprattutto in discesa con tornanti “impossibili” per la Ferrari, non avevamo freno a mano idraulico, Tonino pennellava le traiettorie e girava a pelo sulle rocce spioventi. A fine prova era fisicamente distrutto. Primo passaggio in notturna, stupefacente; secondo alla luce del sole, ma annullato per un incidente di Lucky.

Piancavallo e un aneddoto che non hai raccontato…

“Impossibile avere qualcosa di non detto, considerate le volte in cui ci siamo raccontati ogni minimo particolare. Mi piace ricordare quando si passava tutto il giorno a Lignano di giorno e la sera si saliva a Piancavallo e dintorni per le ricognizioni, il Friuli ha tutto a portata di mano, mare e montagna. E quella volta che Tonino ebbe un attacco di dissenteria, roba micidiale. A Villa Santina bussai in una casa privata e riuscii a farlo accomodare in bagno, scandendogli da dietro la porta il tempo che rimaneva prima di dover risalire in macchina. Un supplizio da carta igienica”.

Max De Antoni posa a fianco ad una Alpine Renault A110
Max De Antoni posa a fianco ad una Alpine Renault A110

Veniamo al presente. Oggi i rally li segui ancora?

“Ovviamente seguo mio figlio Edoardo, mi piace vedere la passione che ci mette. Però le gare sono completamente cambiate e per chi, come me, ha vissuto i rally di un tempo, quelle di oggi sono garette sprint. E’ cambiato tutto. Una volta le gare erano lunghe, piene di imprevisti, logoranti, di notte e con qualsiasi tempo. Oggi viene tutto preparato a tavolino, conta moltissimo il mezzo e le gomme, i distacchi sono minimi, si lavora sui dettagli. Certo è cambiata anche la velocità, adesso si viaggia fortissimo, vanno il doppio di quanto andavamo noi”.

Piancavallo ti è rimasto nell’anima, maestro di sci della prima scuola ufficiale che nel 2019 ha festeggiato i cinquant’anni. Una casacca blu da portare con orgoglio.

“Sono il presidente della scuola dal 1991, quando Pino Rosenwirth decise di farsi da parte. Certo è cambiato tutto anche in questo ambito, ma passione ed entusiasmo non tramontano mai se sai come rigenerarli. Vedo la stessa cosa nei ragazzi di Knife Racing e questo mi fa ben sperare anche per il Rally a cui auguro ancora un futuro radioso”.

Tecnica delle Ferrari da rally: 308 GTB, GT/M e 288 GTO

La trasformazione da zero di un’auto stradale in una vettura da rally affermata non è mai un’impresa facile. All’inizio, Michelotto focalizzò la sua attenzione sugli aggiornamenti del motore della Ferrari 308 GTB da rally: testate più leggere e pistoni modificati sul V8 in lega, accrescendo la potenza da 255 CV a 300 CV. Michelotto aveva fiducia nel potenziale dell’auto e proseguiva per la sua strada.

Mercedes-Benz ha AMG e BMW ha M, così come Subaru ha STI, per gestire la divisione auto ad alte prestazioni. Tutte equipe che hanno storie quarantennali. Ferrari nei rally ha Michelotto. Ma nonostante il preparatore padovanosia il genio che si cela dietro lo sviluppo di modelli iconici come la 288 GTO Evoluzione e tutte le auto da corsa non di Formula 1 realizzate dal 1996, la sua storia non è molto nota. Il motivo è semplice: Michelotto vende direttamente ai team, quindi non spreca soldi e risorse in pubblicità frivole e pubblic relation. Per questo nessun giornalista viene invitato all’interno della sua struttura per scoprire i tesori custoditi al suo interno.

Insomma, non è proprio sbagliato dire che il quartier generale di Michelotto era come l’Area 51, un posto in cui l’accesso era limitato al personale e a pochi clienti. Un’officina ben illuminata, immacolata fino al punto di essere clinicamente pulita. Tutte le vetture sono sistemate in forma geometrica, con file di kit e strumenti su misura. Una sala macchine che sembra il punto di raccolta di una flotta di astronavi. Scatole di ingranaggi lavorati a mano per il reparto cambi. Le auto dei clienti, sia i modelli da competizione che quelli stradali, sono in attesa di restauri o aggiornamenti.

In realtà questa è una descrizione poetica, viziata dai sogni della passione. Il laboratorio con sede a Padova non è il set di un cinema. È un officina da cui escono auto da corsa. Auto speciali. Le uniche Ferrari da rally che la storia abbia mai conosciuto. Vero anche che non era permesso a tutti fotografare all’interno dell’officina e qualcuno ha dovuto anche giurare eterno silenzio su ciò che ha visto.

Quando Michelotto si mette ad elaborare le Ferrari da rally, la sua società ha fatto molta strada da quel 1969, quando un ancora giovanissimo Giuliano Michelotto avviava un centro servizi “all-in-one” che preparava Mini e DAF (casa automobilistica olandese) per il rally. Nel 1977, dopo anni di rally e successi (30 vittorie e non meno di 5 campionati italiani) con la Lancia Stratos HF, era arrivati il momento di prendere una nuova direzione.

La Ferrari 308 GTB (di cui abbiamo parlato anche qui) attirò l’attenzione di Michelotto, che non era solo bravo e preparato, ma anche amante della bellezza e dell’armonia che solo alcune vetture italiane potevano offrire. E poi, lui ormai con i motori Ferrari aveva dimestichezza (la Stratos montava il V6 della Dino). Con la 308 aveva davanti una sfida speciale: motore centrale, un potente V8. Però, siccome i primi modelli avevano pannelli in fibra leggera, la 308 era sulla carta l’auto da rally che poteva battere sull’asfalto la Opel Ascona, la Fiat 131 e la Ford Escort.

Questa era la teoria, appunto. Ma la Ferrari si era ritirata dal motorsport e dalle corse GT alla fine del 1972 per concentrarsi completamente sul suo programma di Formula 1, quindi qualunque Cavallino Rampante che correva era uno sforzo privato con pochissimi input da Maranello. In altre parole, la Ferrari 308 GTB Rally Car era un progetto che Michelotto doveva progettare, realizzare e sviluppare da solo.

La trasformazione da zero di un’auto stradale in una vettura da rally affermata non è mai un’impresa facile, in questo caso men che meno, anche perché il preparatore padovano doveva autofinanziarsi. All’inizio, Michelotto focalizzò la sua attenzione sugli aggiornamenti del motore: testate più leggere e pistoni furono modificati sul V8 in lega, accrescendo la potenza da 255 CV a 300 CV. Inizialmente, le finiture erano difficili da completare, per non parlare dei buoni risultati, ma Michelotto era fiducioso nel potenziale dell’auto. E proseguiva per la sua strada.

Un secondo posto al Rally di Monza del 1978 ha spiegato di cosa era capace la Ferrari 308 da rally e, per amor del vero, ha attirato anche l’attenzione di Enzo Ferrari, risvegliando antichi ricordi come il successo alla Targa Florio e al Tour de France dalla fine degli anni Quaranta alla metà degli anni Sessanta. Il Drake era interessato a vedere le 308 sulla scena dei rally internazionale. Incoraggiò attivamente il progetto e, tra le altre cose, contribuì a fare avere a Michelotto pneumatici Michelin a prezzo decisamente favorevole.

Dal 1979 al 1982, undici 308 Gruppo 4 costruite da Michelotto ottennero 30 vittorie in campionati nazionali e presero parte a rally del Campionato Europeo. Erano progettate per correre sull’asfalto, quindi venivano tenute il più lontano possibile dai rally su terra. Nel 1980, una partnership con Ferrari France inietta capitale nel progetto e porta il pilota Jean-Claude Andruet alla corte di Michelotto. Un colpaccio. Una perfetta combinazione.

Andruet, in rosso e nero sponsorizzato Entremont, con la GTB disputa sette rally di Campionato Europeo nel 1981, chiudendo la stagione al secondo posto. In confronto, il vincitore del Campionato Italiano di quello stesso anno, Adartico Vudafieri, ha portato la sua Fiat 131 in quindici rally. Quell’anno Andruet vince Targa Florio e il Tour de France. Se la Ferrari era semplicemente interessata, adesso il progetto fa gola. Per commemorare quest’ultima vittoria, Enzo Ferrari commissiona uno speciale trofeo di bronzo a forma di Cavallino Rampante.

La Ferrari 308 GTB in azione sull'asfalto
La Ferrari 308 GTB in azione sull’asfalto

Enzo Ferrari osserva Michelotto e Andruet con la 308 GTB

Nonostante i campionati GT e le vittorie di classe in eventi leggendari come Le Mans e Daytona sarebbero arrivate nei decenni successivi, Michelotto nel suo ufficio aveva già un trofeo che valeva più di qualunque altro riconoscimento Michelotto, il simbolo del rapporto Ferrari-Michelotto di lunga durata e di incredibile successo. Il singolo risultato più alto del programma del Gruppo 4 è arrivato nel 1982. Sulle strette e tortuose PS del Tour de Corse, Andruet, alla guida di una 308 GTB con la livrea Pioneer , guida le prime cinque PS davanti a Jean Ragnotti, con la piccola e agile Renault 5 Turbo.

Andruet sembrava avere la gara in mano, almeno fino a quando un forte acquazzone non bagna le strade di montagna. Il personale al servizio di Ragnotti – quasi un esercito – aveva pronto un set di pneumatici da bagnato, e questo ha fatto la differenza. Andruet, con le slick, si piazza secondo assoluto. Un finale deludente, ma un risultato sorprendente, che rimarrà l’unico e il solo podio della Ferrari nel WRC.

Per il 1982, la FIA rende più morbide le regole e consente speciali omologazioni per le vetture ad alte prestazioni. Questo è l’inizio dell’ormai leggendaria era del Gruppo B. Molti team di lavoro iniettano enormi budget dentro progetti di nuove auto. Il primo tentativo di Michelotto è la 308 GTB Gruppo B, sostanzialmente una vettura del Gruppo 4 rivista. Gli aggiornamenti includono bracci alleggeriti e regolabili, una cremagliera a rapporto corto allo sterzo, una frizione rinforzata per impieghi gravosi, ammortizzatori regolabili e freni più grandi.

Il cambiamento più grande è una nuova testata a 32 valvole che viene montata sui modelli successivi della 308 e aggiunge 20 CV. Nonostante questi miglioramenti, il potenziale della vettura viene offuscato da regole di omologazione che richiedono l’uso di pneumatici stretti e pannelli in acciaio della vettura stradale sulla vettura da rally. Con un peso di 30 chilogrammi in più rispetto al modello precedente offre meno trazione. La 308 GTB Gruppo B si rivela un pacchetto non competitivo.

Sapendo che il successo nei rally di vertice non può essere raggiunto attraverso la messa a punto di un’auto da strada, Michelotto inizia a progettare e costruire da zero un’auto da competizione di razza, destinata a divenire nota con il nome di 308 GT/M. Il punto di partenza di Michelotto è il V8 da 3 litri della Ferrari, che viene collocato longitudinalmente (rispetto a quello della “vecchia” 308 che era trasversale). Il tutto collocato su un telaio leggero e appositamente costruito, quindi accoppiato a un cambio sincronizzato Hewland a cinque velocità.

Oltre a offrire un baricentro migliore, questa configurazione, simile a quella usata sulle auto da corsa, era molto più semplice per il lavoro dei meccanici. Il motore era dotato di una testata Quattrovalvole – come sulla precedente auto del Gruppo B – insieme a pistoni, valvole e alberi a camme riprogettati e ad un sistema di iniezione Kugelfischer con iniettori Bosch. Ne vennero fuori 370 cavalli imbizzarriti.

Per la carrozzeria, Michelotto si rivolse all’Auto Sport a Bastiglia, vicino a Modena, che prese spunti di stile dalla 512 BB/LM firmata da Pininfarina alla fine degli anni Settanta. La GT/M – per Michelotto, ovviamente – si pone come l’unica macchina non concepita, progettata e costruita a Maranello per essere chiamata Ferrari, a conferma del rispetto straordinariamente alto con cui Enzo Ferrari trattava Michelotto. Esistono solo tre prototipi, e questo la rende una delle Ferrari più rare.

Come prototipo, la GT/M era ammessa a partecipare al Rally di Monza, un evento che i team spesso utilizzavano per testare le loro auto pre-omologazione in un ambiente reale. I team sostenuti da Michelotto avevano vinto l’evento due volte. Lele Pinto, che aveva svolto gran parte dei test di sviluppo sulla GT/M, era in testa fino a quando la vettura non gli è scivolata in curva. Nell’urto contro un albero si rompe una ruota. Alla fine, la Ferrari arriverà quarta.

La GT/M non diventerà mai un’auto di serie. Ma le sue prestazioni spingono la Ferrari ad omologare la vettura in Gruppo B. Michelotto sa che la sua auto può essere competitiva nei rally su asfalto come la Corsica, ma l’obiettivo è partecipare alla ventilata serie FIA in pista riservata alle vetture del Gruppo B. A Maranello già sognano lo scontro diretto con la Porsche 959.

Ai fini dell’omologazione, devono essere costruite 200 vetture stradali. Questa è un’impresa ragionevole per i grandi Costruttori come Peugeot, Lancia, Audi e Ford (che hanno rispettivamente 205 T16, Delta S4, Sport Quattro e RS200), ma molto più difficile per una piccola realtà come la Ferrari. Tuttavia, il risultato finale sarà speciale: 288 GTO, la prima vettura di serie a raggiungere i 300 km/h. Mentre originariamente furono costruiti solo 200 esemplari per soddisfare i requisiti di omologazione, la domanda fu così alta che la Ferrari produsse altre 72 vetture in più della sua prima supercar.

I test di sviluppo della Ferrari 288 GTO
I test di sviluppo della Ferrari 288 GTO

Dalla Ferrari GT/M alla 288 GTO Evoluzione nei rally

Come nella GT/M, il V8 della Ferrari 288 GTO viene posizionato longitudinalmente davanti alla trasmissione. Insieme ai due turbocompressori IHI e ai loro intercooler, l’interasse della 308 viene allungato di quasi quattro pollici. In conformità con i regolamenti del Gruppo B, il motore turbocompresso è di soli 2,8 litri, quindi è considerato equivalente a un motore aspirato da 4 litri. Vengono modificate le sospensioni e migliorati i freni Brembo, così come la carrozzeria composita, sebbene le porte rimangono in acciaio.

Per quanto speciale fosse la GTO, in realtà era semplicemente il punto di partenza per qualcosa di ancora più speciale: l’incredibile 288 GTO Evoluzione. Con turbo più grande e 1,4 bar di spinta, il motore di Evo avrebbe potuto produrre 650 CV, lo stesso delle vetture da F1. Spogliata e rivestita di una nuovissima carrozzeria leggera, la macchina pesava solo 940 kg e con il suo nuovo abito aggressivo e la sua enorme ala posteriore sarebbe stata uno spettacolo incredibile vederla in gara. Ma, purtroppo, non doveva essere.

Già nel 1985, le velocità in prova speciale nei rally sono aumentate molto e l’organo di governo dei rally sta prendendo in considerazione palliativi per ridurre le prestazioni. Poi avviene il disastro, quando Henri Toivonen (puoi leggere qui di Toivonene del Gruppo B) e il copilota Sergio Cresto rimangono uccisi (scopri il libro italiano dedicato ad Henri Toivonen) nell’esplosione e nel rogo della loro Lancia al Tour de Corse 1986. Nel giro di poche ore, la FIA cancella il Gruppo B. Il progetto Evoluzione viene interrotto poco dopo, con solo sei esempi completati.

Anche se la Evo non ha mai potuto correre, il lavoro svolto per il suo sviluppo viene vanificato. La popolarità della 288 GTO rivela che esiste un mercato per le supercar ad alte prestazioni, quindi la Ferrari usa la Evoluzione come punto di partenza per quella che sarebbe diventata probabilmente una delle auto più riconoscibili, ammirate e popolari della storia, la F40. E Michelotto lavorerà a Maranello per sviluppare la macchina da strada e crearne una versione da corsa. Ma questa è un’altra storia.