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Arnaldo Cavallari e la sua Africa, il sogno a lungo inseguito

La voglia di esserci l’aveva preso quando lesse su un giornale francese che al Rallye du Bandama nel 1972 non era arrivato nessuno al traguardo. C’erano tutti, macchine come la Peugeot, la Citroen, la Datsun, la Renault e piloti del calibro di Metha, Neyret, Mikkola, Fall, Nicolas. Era così Arnaldo Cavallari.

Le luci del porto di Almerìa ormai lontane. La scia del traghetto formava una cometa d’argento. C’era una luna, una luna piena che rischiarava la notte. Uscii a fumare una sigaretta. Eravamo in tanti, in silenzio, a guardare verso sud. L’Africa. All’interno qualcuno ancora al bar, tante birre, risate, molti nelle cabine, nei letti a castello, a riposare. Alcuni avevano srotolato i materassini e si erano sistemati dentro il sacco a pelo, sul ponte.

Chi a poppa, chi a prua, chi lungo le fiancate. L’ultima notte, fra poche ore sarebbe stato tutto diverso. Le coste del Marocco si vedevano distintamente. Laggiù Melilla e Nador, dove saremmo sbarcati. Tutti con i propri pensieri, con la concentrazione che saliva, saliva. Minuto dopo minuto. Nelle stive macchine, moto e camion, i mezzi che di là a poche ore avrebbero permesso a quegli uomini di sfidarsi.

Andai con il ricordo ad una frase che mi disse Arnaldo Cavallari, tanti anni prima. “Ho conosciuto nella mia vita tanti pazzi, ma nessuno come Jean-Claude Bertrand…”. Anzi, usò parole più colorite, mi fece sorridere. Avevo scoperto le gare nell’Africa sahariana, proprio dai racconti del “vecio”. Il padre dei rally in Italia. Prima che arrivasse la Dakar. Lui, precursore di tutto, laggiù, in mezzo a sabbia e savana, si era cimentato davvero.

La voglia di esserci l’aveva preso quando lesse su un giornale francese che al “Rallye du Bandama” nel 1972 non era arrivato nessuno al traguardo. C’erano tutti, macchine come la Peugeot, la Citroen, la Datsun, la Renault e piloti del calibro di Metha, Neyret, Mikkola, Fall, Nicolas, non gente qualsiasi. “Non è possibile…”, commentò, abituato ai massacranti ritmi delle corse europee, con strade che erano tali solo nel nome.

Dal desiderio alla sfida con sé stesso, fu un attimo. Come sempre nella sua vita. Decise di partecipare al Bandama nel 1973. La quinta edizione. Partenza da Abidjan, capitale della Costa d’Avorio, il 27 dicembre. Quattromila i chilometri da percorrere ad una media di 100 all’ora. Strade e piste che non avrebbero sopportato andature da 50 orari. Cavallari chiese una macchina a Cesare Fiorio, il capo della Lancia.

Il dottore aveva puntato sulla Beta, berlina a trazione anteriore. Se il risultato fosse arrivato, sarebbe stato sfruttato dal punto di vista mediatico. Navigatore Carlo Cavicchi, giornalista numero uno dei rally, inviato di Autosprint. Al suo attivo qualche stagione di corse come pilota. Co-equipier che avrebbe potuto raccontare dall’abitacolo l’evento. L’auto invece, un potenziale tutto da scoprire. Fu rinforzata nei punti del telaio ritenuti più deboli, protezione anti animali nell’avantreno, due Cibié di profondità. Sul cofano bianco le strisce tricolori e la grande scritta Italia.

Un cocktail d’effetto. Il Bandama, dal nome del fiume più importante della Costa d’Avorio, per loro fu subito in salita. I dossi continui e l’asprezza della savana, misero a dura prova sospensioni ed ammortizzatori. Che letteralmente esplosero dopo l’ennesimo salto.

Con i supporti che disintegrarono gli attacchi nel telaio. Finì così la prima avventura africana di Arnaldo. Una terra di emozioni, gli rimase dentro. Tornò. Tornò l’anno successivo, sempre al Bandama, con una HF 1600. Macchina collaudata, modello che al Safari si era dimostrata competitiva, in Marocco e nello stesso Bandama. Ma per Cavallari non fu così. Ancora le sospensioni la causa del ritiro fin dalle prime battute.

Al “vecio” un giorno di novembre 2010 arrivò un pacchetto. Dentro, un libro. “Da 0 a 500”, il titolo. Luca De Meo, l’autore. Quel nome, subito, non gli aveva fatto ricordare nulla. Focalizzò tutto quando lesse poche righe del primo capitolo: “Ho deciso che nella mia vita avrei fatto automobili quando nel 1974 Arnaldo Cavallari mi portò a fare un giro nella Fulvia HF bianca con strisce azzurre, pronta a gareggiare l’indomani nella prova del Bandama in Costa d’Avorio, dove vivevo. E’ incominciata così”. Cavallari si ricordò di quel bambinetto di sette anni, figlio del concessionario della Lancia in Africa, che lo aveva implorato di farlo salire nella sua auto.

Un inizio, un destino. De Meo era stato l’artefice del lancio della Toyota Yaris e della Lancia Ypsilon, ma era diventato famoso al grande pubblico per il boom ottenuto dalla Fiat 500. Poi era stato chiamato dalla Volkswagen. Fu lo stato maggiore di Volksburg a volerlo a tutti i costi per rivoluzionare la strategia di comunicazione dell’intero Gruppo tedesco. Organizzatore del Bandama era Jean-Claude Bertrand.

Il “pazzo”, definito così da Cavallari. Un omaccione residente nella capitale della Costa d’Avorio, capelli arruffati, quasi sempre trattenuti da un foulard colorato, baffi folti e spioventi, due braccia così, fisico da rugbista sempre in mischia, l’avventura marchiata a fuoco sulla pelle.

Nato a Parigi, la famiglia emigrò in Africa nel 1952. Una fattoria, una grande piantagione di caffè. Il giovane Jean-Claude, si divertiva a scorrazzare con il camion Dodge con il cassone ricolmo di banane. Andava a caccia di coccodrilli e allevava serpenti, il rischio nel suo Dna. Venne poi sconvolto dalla passione per i motori. Il Bandama l’aveva “inventato” nel 1969. Il primo passo verso qualcosa di più impegnativo.

Da Abidjan a Nizza, attraverso il Sahara. Una cavalcata che gli era balenata quando partì da casa per partecipare al rally di Montecarlo 1974. Pilota anch’egli. Più di novemila chilometri dalla Costa d’Avorio alla Costa Azzurra. Da “Costa a Costa” venne battezzato dai giornali e dai concorrenti. Diciotto giorni di corsa, aperta a tutti i mezzi.

Ecco l’idea, il fascino dell’ignoto. Accorsero in tanti ad Abidjan nel dicembre 1975. Tra questi anche Cavallari, ancora lui. Puntò sull’Alfa Romeo Alfasud, come la Beta ottimo modello per immagine, meno per caratteristiche tecniche. Ma tentare, valeva la pena. Il pilota di Adria effettuò le ricognizioni con una Land Rover, assieme all’inviato di Autosprint, l’indimenticabile, Giancarlo Cevenini. Tre le Alfasud schierate, pilotate da Cavallari-Bauce, Uberti-Dini e Papa-Taglietti. Due le giardinetta adibite ad assistenza.

Prima tappa dalla capitale della Costa d’Avorio a Niamey, 1725 km da percorrersi in 31 ore. L’antipasto di quanto i concorrenti avrebbero incontrato: sabbia, tanta sabbia, piste di laterite, infine una pioggia torrenziale in Marocco, con gli oued, fiumi secchi che improvvisamente si trasformarono in violenti torrenti in piena. Arnaldo Cavallari arrivò al traguardo l’11 gennaio 1976, 21° assoluto, primo tra le macchine di serie.

La vittoria andò alla Range Rover di De Privé-Blain. Soltanto trenta le vetture che riuscirono a vedere Nizza. Il “vecio” si inchinò, baciò l’asfalto. Decise di chiudere così la sua straordinaria carriera. Jean-Claude Bertrand sarebbe andato avanti nella sua pazza idea. Aveva illuminato e aperto la via dell’avventura motorizzata. Nel Sahara. Rientrai in cabina, poche ore allo sbarco. Il sonno mi prese subito. E sognai.

Tratto da ‘Dakar l’inferno nel Sahara’ – Giorgio Nada Editore

Massimo Ercolani e i traversi in cielo con Loris Roggia

La vita di due famiglie che si incrociavano. Quella di Massimo Ercolani e quella di Loris Roggia. Dai parafanghi delle macchine i loro nomi continuarono ad essere ‘etichetta’ ben più preziosa e sincera anche nella quotidianità. Merce rara in un mondo dalle mille insidie e paludi.

Massimo Ercolani, classe 1957, della Repubblica di San Marino, chiamato dagli amici “Canetta”, con Loris ottenne le più belle soddisfazioni nei rally. Imprenditore degli autotrasporti, ma più conosciuto per essere stato gestore della discoteca “Symbol”, una delle più frequentate della riviera romagnola, iniziò a correre in pista.

Nel 1979 debuttò nel trofeo Renault 5, tanta grinta e sportellate sulle piste della penisola. Nel 1981 riuscì a vincerla quella manifestazione, che rappresentava molto ed era la porta d’accesso verso ben altri traguardi. Ma a Massimo scoppiò la febbre dei rally. Non poteva essere altrimenti per un cittadino della Repubblica del Titano, sede di una delle più antiche corse della specialità, con strade sterrate invidiate da tutti.

I traversi, la guida in controsterzo, sui saliscendi da pelle d’oca, dove il piede doveva restare ben giù, regalavano emozioni inimmaginabili. Partì con la trafila. Fu veloce ad emergere, perché il talento era evidente, innato. Stupì nel 1984 a Sanremo. Con un’Opel Ascona 400, con Popi Amati come navigatore, conquistò il settimo posto assoluto, primo tra i privati.

Passò poi a guidare la Ferrari 308 GTB. Iniziò il sodalizio con Loris Roggia. Corse con tutto, Massimo. Lancia 037, Mazda 323, Delta, Citroen, Ford Escort, Subaru Legacy e Impreza. Guidò perfino una Citroen Visa AX Sport da ufficiale nel Sanremo 1988. Quinto nel Mondiale Gruppo N nel 1988, terzo nel tricolore Gruppo N nel 1991.

Proprio in quella stagione, con a fianco Cristina Larcher, che sarebbe diventata la moglie di Loris, Massimo disputò una delle più belle gare della carriera. In Costa Smeralda, con la Delta 16V Gr. N. Finirono ottavi assoluti e primi di Gruppo. C’era il mondo. Vinse Kankkunen con la Delta, davanti a Cerrato, Liatti, Pigì Deila e Gibo Pianezzola, tutti con le 16 V torinesi. Impressionarono per i tempi che riuscirono a staccare, quasi sempre entro i primi dieci. Un’andatura da veri e propri big.

Nel 1996 Ercolani vinse il Trofeo Terra con una Subaru Legacy. Poi il distacco, ma un punto fisso restava, il San Marino. Lo vinse per ben tre volte. Ercolani-Roggia il destino si mise di traverso, prima per Loris, poi per Massimo, scomparso dopo una lunga malattia, il 20 agosto 2009. Cristina ed Eliana, le mogli, restarono sole. Con i loro figli. Cristina scrisse a Massimo una lettera, pubblicata su Rallylink, seguitissimo motore di ricerca della specialità, una delle tante intuizioni di Loris.

Ricordi, flash, momenti passati insieme. I momenti spensierati nella tua discoteca, i tuoi buffi occhiali rossi alla partenza di un Sanremo, la staccata incredibile al San Marino quando ti sputavi sui guanti per avere più presa… E io che spesso, fra una nota e l’altra, guardavo affascinata come guidavi sulla terra, una danza al ritmo del rombo della macchina…

E poi il vostro matrimonio, il nostro, le tue gare con Loris, poi con me, la nascita dei nostri figli. Una vita insieme. Ci mancherai Massimo, ci mancherai tanto. Non so perchè Dio ha voluto che tu e Loris ci lasciaste così presto. E’ così difficile accettare un destino cosi crudele, così ingiusto. Tanti perchè senza risposta. Parole di dolore e affetto.

Tratto da Sotto il Segno dei Rally 2 – Giorgio Nada Editore

Beppe Donazzan e il libro Tutti figli del San Martino

”Quel puntino sulla carta geografica, quota 2047 metri sul livello del mare era l’obiettivo assolutamente certo della spedizione. Un viaggio, perché di vero e proprio viaggio si trattava, che pianificavamo con mesi di anticipo. Per questo siamo tutti figli del San Martino”.

Grazie a Tutti figli del San Martino si scopre che alla riunione della scuderia Bassano Corse, il giovedì sera alla Birreria Ottone, non mancava l’accenno alla salita del Manghen. Se ne parlava tutto l’anno con rispetto. E più si avvicinava l’evento del Rally San Martino di Castrozza e più quel nome diventava magia. Un luogo sperduto, che sembrava lontano da raggiungere. Nessuno sapeva che era una strada militare scavata sui costoni del Lagorai, teatro di violenti scontri tra austriaci e italiani, durante la prima guerra mondiale.

Quel puntino sulla carta geografica, quota 2047 metri sul livello del mare era, invece, l’obiettivo assolutamente certo della spedizione nei giorni della corsa. Un viaggio, perché di vero e proprio viaggio si trattava, che pianificavamo con mesi di anticipo. Non appena filtravano le prime notizie sul percorso e sugli orari di passaggio. Per tutti era un sogno, il sogno di allora. Era come a Pamplona, una corrida a quattro ruote…

Con la storia del leggendario Rally di San Martino di Castrozza, Beppe Donazzan, giornalista di Bassano del Grappa, evoca, nel suo Tutti figli del San Martino non solo una competizione che ha fatto epoca, ma una passione nata tra i banchi di un liceo di provincia e che segnerà per sempre lui e i tanti giovani che negli Anni Sessanta e Settanta seguiranno, con lo splendido scenario delle Dolomiti del Trentino.

Le imprese di piloti come Sandro Munari, il campionissimo Arnaldo Cavallari, il suo epico maestro tedesco Walter Rorhl, il “bello” della Fiat Fulvio Bacchelli e un giovanissimo Luca Cordero di Montezemolo. E tantissimi altri. Tutti figli del San Martino.

La prima edizione del rally risale al 1964. L’idea di organizzare una manifestazione automobilistica con epicentro il Primiero scaturì dall’incontro di due appassionati: l’avvocato Luigi Stochino e il conte Pietro Bovio, presidente dell’Azienda Autonoma di San Martino di Castrozza, uniti nella professione di avvocato. L’intento era quello di rivitalizzare la stagione estiva di San Martino e allo stesso tempo introdurre una specialità che all’epoca in Italia era quasi inesistente.

Il 1963 fu dedicato alla ricerca del percorso. L’anno dopo il rallye era pronto: il percorso prevedeva mille e seicento chilometri snodantisi nella suggestiva cornice delle Dolomiti, lungo i quali le strade sterrate si intrecciavano e si confondevano con il paesaggio.

Punto di riferimento era San Martino di Castrozza, che per quattro volte era attraversato dalla corsa. Sessantaquattro gli equipaggi partecipanti di cui trentaquattro arrivarono alla fine. Vincitori Arnaldo Cavallari e Sandro Munari su Alfa Romeo Giulia TI Super. Generale l’entusiasmo, anche dei piloti che avevano manifestato prima della gara le loro perplessità per la lunghezza del percorso e il suo ritmo.

Da Arnaldo Cavallari a tutti gli altri ‘figli’ del rally

Cavallari – undici figli da cinque donne diverse – è l’inventore della “ciabatta”, globetrotter tra rally e pane. Diede il suo imprinting alla sfida cui è dedicato questo libro ormai introvabile. Perché un’intera generazione di eroi dell’arte del traverso, derapate e controsterzi, si formò sulle strade del Primiero e fece conoscere al mondo dei motori lo splendido scenario delle Dolomiti.

Al fianco di Cavallari, nei panni di umile “garzone di bottega”, come detto c’era il “nostro” Sandro Munari che poi divenne il “Drago” vincendo 5 volte la gara come pilota. Nel 1977 San Martino conquistò l’iride della Coppa Fia Conduttori ed entrò nel mito.

Subito dopo la prima edizione, sempre nel 1964 si diede vita a un challenge internazionale, la Mitropa Cup, inizialmente per Italia, Austria e Germania Ovest, e poi estesa anche a Ungheria, Polonia, Jugoslavia e Cecoslovacchia. La prima edizione del 1965 fu vinta dagli austriaci Romberg-Ferner.

Il Rally di San Martino di Castrozza può quindi essere considerato l’antesignano del nuovo rallismo italiano. La nuova formula si impose e sorsero successivamente altre manifestazioni a sua imitazione, quali il Rally dell’Elba o il Rally delle Alpi Orientali.

Ma il successo di una manifestazione tanto affascinante impose problemi di sicurezza. Non esistendo all’epoca una normativa italiana in materia, gli organizzatori tramite la federazione che all’epoca delegava tutto alla Csai, provvidero prontamente alla stesura di un rigido regolamento che tutelasse la sicurezza dei partecipanti e degli appassionati. Regolamento che solo in un secondo tempo entrò a far parte integrante del codice della strada.

Per ribadire l’importanza che le condizioni di sicurezza rivestivano nell’ambito di gare di questo genere, per evidenziare tratti inediti e aspetti suggestivi della manifestazione, oltre che per pubblicizzare la nuova formula rallystica, nel 1968 venne realizzato dal comitato organizzatore del rally un filmato.

Inviato alla venticinquesima Festival Internazionale del Documentario Sportivo di Cortina d’Ampezzo, fu proclamato vincitore assoluto. Frattanto le edizioni del rallye si susseguirono ininterrotte fino al 1977. La manifestazione scalò tutti i gradi di validità internazionale raggiungendo prima il campionato europeo, poi il campionato mondiale conduttori. Nel 1977 condizioni impossibili imposte dalla Pubblica Amministrazione costrinsero a rinunciare alla organizzazione del rallye: l’ultimo vincitore del “Vecchio San Martino” fu Sandro Munari.

Libri su Storie di Rally

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TUTTI FIGLI DEL SAN MARTINO

Autore: Beppe Donazzan

Collana: Storie e miti

Pagine: 140

Editore: Lìmina

Prezzo: 19,90 euro

ISBN: 978-8-8604108-5-6

Peso: 281 grammi

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Miki Biasion: storia inedita di un grande campione

Una vita come un romanzo. È quella di Massimo “Miki” Biasion, bassanese, uno dei più grandi piloti della storia dei rally. Con la Lancia Delta ha conquistato due campionati del mondo nel 1988 e 1989, unico italiano.

Dai primi passi con la Opel Kadett GT/E ai trionfi al rally di Monte-Carlo e al Safari in Kenya. Diciassette volte primo in gare valide per il Campionato del Mondo, ha vinto anche la Coppa del Mondo Raid Tout Terrain, le massacranti corse in Africa come la Dakar nel 1998 e nel 1999, alla guida di un camion Iveco Eurocargo.

Ricordi, aneddoti, retroscena in un libro, scritto con il giornalista Beppe Donazzan, “Miki Biasion: storia inedita di un grande campione” che è un susseguirsi di emozionanti ed inedite pagine, dove emergono molti fatti meno noti della vita di uno fra i “campionissimi” del rallysmo iridato di tutti i tempi.

Davvero una splendida biografia è “Miki Biasion: storia inedita di un grande campione”. L’ultimo italiano a vincere un campionato del mondo rally racconta la sua storia tra vittorie e sconfitte, gioie e dolori in uno sport che ha visto in quegli anni il periodo di massimo splendore. 

La scalata al successo, il Gruppo B, l’amore sfrenato per la Lancia, i mondiali, il Safari, la Deltona,e in ultima (ma non ultima) la Dakar. Storie di furbizie, tranelli, tradimenti, che il pilota bassanese ha voluto raccontare per renderci partecipi di quello che è stato il mondo del rally negli anni anni Ottanta e Novanta. 

Un’opera “nata con l’intento di raccontare gli aneddoti, le problematiche, i sentimenti e gli stati d’animo che hanno caratterizzato tutta la mia carriera e che mai sino ad ora erano stati messi nero su bianco. Questo libro si rivolge chiaramente a chi ama i Rally, di ieri e di oggi, e soprattutto a quei giovani che non c’erano e non conoscono la storia di questa disciplina, dando quindi modo a loro di capire quanto questo sia un grande sport”.

“Ho inoltre voluto rivolgermi agli appassionati dell’epoca, che tramite le pagine da me scritte possono rivivere determinati momenti e determinate situazioni. Leggendo questo libro molti possono inoltre capire a cosa ha rinunciato il Biasion uomo, o meglio, quali scelte si devono effettuare per arrivare a determinati risultati sportivi”.

“Correre in automobile ai miei tempi voleva dire passare circa 300 giorni all’anno sulla vettura per test e prove. Risulta facile quindi comprendere quanto tali circostanze imponessero a molte rinunce, tra cui famiglia e amici o alle piccole cose della vita. Questi sono infatti molti aspetti a cui spesso non si pensa: un pilota viene sempre identificato con l’immagine delle vittorie e dello champagne stappato sul podio, ma la realtà è che alla base dei risultati c’è un lavoro enorme”.

Libri su Storie di Rally

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MIKI BIASION STORIA INEDITA DI UN GRANDE CAMPIONE

Autore: Beppe Donazzan

Collana editoriale: Grandi corse su strada e rallies

Copertina: rigida

Pagine: 224

Immagini: circa 300 a colori

Dimensioni: 20,95 x 27,3 centimetri

Editore: Giorgio Nada Editore

Prezzo: 21 euro

Peso: 440 grammi

ISBN: 978-8879115162

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Dakar l’inferno nel Sahara: il libro di Beppe Donazzan

Nel 1979 Thierry Sabine inventò la corsa più difficile, massacrante del mondo. Iniziò in sordina ma, in pochi anni, la Dakar si trasformò in un evento mondiale.

Un intreccio di vittorie, di fatiche, di sudore, di dolore e tante lacrime. Tante le vittime, innumerevoli le polemiche. Beppe Donazzan, attraverso le storie dei personaggi più significativi della corsa che attraversava il Sahara, ne racconta il cammino nel libro Dakar, l’inferno nel Sahara. Da Thierry Sabine a Cyril Neveu, da Gaston Rahier a Franco Picco, dai trionfi di Edi Orioli al sacrificio di Fabrizio Meoni, da Auriol a Peterhansel.

E poi le sfide della Porsche, Peugeot e Citroën, i tentativi di vip come Carolina di Monaco, lo straordinario successo di Jutta Kleschmidt, unica donna a dominare nella corsa impossibile, fino all’incubo degli attentati di Al Qaida e all’emigrazione in Sud America. L’epopea della Dakar africana in un libro di grandi emozioni. Dakar, il marchio è rimasto lo stesso. Il turbante stilizzato simbolo dell’avventura. Dal 2009 si corre in Sud America, “quasi alla fine del mondo”, come dice Papa Francesco per identificare il Paese dove è nato.

Altro continente, altre piste, altri paesaggi, altre caratteristiche, altre incognite, altre difficoltà. Macchine diverse, moderne tecnologie. Nonostante lo scorrere del tempo, lo spirito però è rimasto. Ne è la prova Stephane Petheransel. Ha vinto sulle sabbie del Sahara e sulle piste in altura di Argentina e Bolivia. Nessuno come lui. Ma l’Africa, dove la maratona motorizzata più difficile e dura è nata, è cresciuta fino a diventare mito, poi fermata soltanto dal terrorismo islamico, uno dei grandi mali dei nostri giorni, è lontana rispetto a quella attuale.

Lontanissima. Sembra in un altro pianeta. “Ho cercato di raccontare l’epopea africana nel libro Dakar: l’inferno nel Sahara, prefazione di Elisabetta Caracciolo, con foto di Gigi Soldano, Giorgio Nada Editore. Trent’anni di storie lunghe come un secolo, come un secondo. Laggiù è accaduto di tutto. Croci e dolore, imprese e felicità, fatiche immani e sudore, con l’uomo ad essere il solo, grande protagonista”, spiegava Beppe Donazzan.

“Ognuno di coloro che vi ha partecipato, dal primo all’ultimo, ha vissuto momenti irripetibili che hanno fatto crescere e vivere. Ognuno di loro ha scritto un libro personale, fatto di imprese piccole o grandi, soprattutto di emozioni intense. Eroi, sempre e comunque. Nella testa di Thierry Sabine, colui che mise in piedi la corsa verso l’ignoto, c’era l’idea di una competizione limite. Al massimo della velocità di ognuno, l’imperativo. Costringendo a tirare fuori tutto da sé stessi, anche di più”, proseguiva il giornalista veneto.

Nella società del benessere, dove tutto è facile, catalogato, ovvio, questa idea funzionò. Perché anacronistica, fuori dal tempo e dagli schemi. Un ritorno al passato. La Dakar era diventata sogno in un mondo che non sognava più. Si partiva da un punto conosciuto e si andava non si sapeva dove, verso una meta che non si sapeva se si sarebbe raggiunta. Come l’Everest per un alpinista o un record del mondo per un atleta.

La differenza è che nella corsa anche un non atleta avrebbe potuto raggiungere un piccolo-grande record personale. Dakar, come fosse una medaglia d’oro. Un mondo di storie, emozioni, situazioni. Un’esperienza sempre diversa che restava dentro. Per la durezza dei momenti da superare, per l’incanto della natura, ma soprattutto per l’esperienza umana che colpiva e lasciava il segno. Dakar.

Il miraggio l’hanno cancellato gli uomini che vi hanno partecipato, che vi hanno lasciato la vita, che si sono immolati per questo piccolo, grande sogno. Come in tante altre espressioni dell’esistenza, anche questo l’essenza della vita. L’autore mi ha gentilmente concesso la pubblicazione di alcuni brani del libro Dakar, l’inferno nel Sahara che condivido con te. Il primo lo trovi di seguito, gli altri ti basterà farà una semplice ricerca nel sito.

Dal nostro inviato ad Atar (Mautitania)

La postazione telefonica era sotto l’ala di un aereo con una grande scritta Olivetti. Tavolini bianchi ripiegabili, sedie blu da campeggio, quelle leggere. Tutto per essere montato e smontato in un attimo, operazioni che si ripetevano due volte al giorno. All’arrivo di tappa e alla partenza, all’alba. Per dettare il pezzo al giornale prima consegnavi all’addetto la carta di credito, poi il numero di telefono. Nel 1987 o dettavi o mandavi un fax, i computer portatili a “Il Gazzettino” sarebbero comparsi di là ad un anno.

“Dammi i dimafoni…”, la richiesta al centralino. Al pomeriggio il dimafonista di turno era quasi sempre Lucio Rubinato, veneziano del centro storico, battuta sempre pronta, uno che non le mandava a dire neanche al direttore. Se volevi sapere qualcosa che stava succedendo al giornale ti rivolgevi a lui. Un “taja tabari”, come si dice a Venezia, a denominazione di origine controllata. Un professionista di grande esperienza, ormai vicino alla pensione.

Andava a giorni, se aveva la luna poteva succedere di tutto. O restava in silenzio per tutta la dettatura del pezzo, per cui ad un certo punto non capivi se avesse registrato per bene, oppure interrompeva la comunicazione ad ogni secondo. “Detta pure…”, la frase di rito. Iniziai. “Dal nostro inviato, Atar, trattino…”. Mi bloccò subito. “Dove casso xelo ‘sto posto?”. “In Mauritania”, risposi. Iniziò la lezione, passando dal dialetto all’italiano: “Fammi lo spelling: A come Ancona, T come Torino, Ancona, Roma. Poi aperta parentesi Mauritania chiusa parentesi…“.

Alle mie spalle erano arrivati alcuni colleghi che dovevano inviare i pezzi. Stavano scalpitando ed io dovevo ancora iniziare. Due articoli, uno di colore e uno sulla gara. Pensai che, dopo quel siparietto, mi lasciasse andare avanti spedito. “Detta pure…”, ripetè. “Quello che leggete è affidato al vento. Stupisce riuscire a parlare con la civiltà da un posto sperduto dell’Africa, dove i telefoni non esistono”.

Si riinserì nella comunicazione. “No, vecio, questo non xe afidà al vento, sta troiada gò da ciuciarmela mi…”, devo trascriverla io, la traduzione. Faceva caldo e avevo ancora più caldo attaccato a quella cornetta del telefono diventata rovente. Ero ancora alla prima riga, a 56 battute, delle 60 previste per il primo pezzo più le 70 del secondo. Pensai che avrei concluso di là a due ore se avesse continuato così. Sapevo che se mi fossi incazzato sarebbe stata la fine. Per cui continuai. “Detto queste righe da Atar, 450 chilometri a nord di Nouakchott…”. Ancora prima che iniziassi lo spelling, Rubinato mi interruppe: “Cossa, cossa…pian pian, no capisso un casso, lettera per lettera, N come Napoli…”. Un tormento.

Continuai: “…capitale della Mauritania. Il prodigio avviene tramite un paraboloide piazzato sulla sabbia, puntato verso il cielo, a sud, in un punto ben preciso dove c’è il satellite che fa rimbalzare la mia voce fino a Venezia. Il prefisso per l’Italia, il numero del giornale e… in pochi secondi la magìa è compiuta”. Non mi interruppe più, dettai veloce, dietro di me i colleghi aveva iniziato a borbottare. Alla fine dissi: “Lucio, tutto bene?”. Rispose con la sua voce metallica: “Ti sa qualo che xe el prodigio? Che ti ga finìo…”.

Gli dissi di trascrivere i pezzi e di portarli subito alla redazione sportiva. Mi folgorò: “Ti pensavi che ghe li portassi a la cultura?”. “Grazie mille, Lucio, a domani…”. “No, vecio, domàn sò a casa, par fortuna…”. Buttò giù. Come una commedia del Goldoni. Una metafora. La vita del mondo “civile”, fatta di tensioni e la vita alla Dakar, con altri banalissimi problemi che non potevano nemmeno essere immaginati. Accadeva anche questo.

Libri su Storie di Rally

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DAKAR, L’INFERNO NEL SAHARA

Autore: Beppe Donazzan

Volumi: collana editoriale Grandi corse su strada e rallies

Copertina: rigida

Pagine: 400

Immagini: a colori di Gigi Soldano

Editore: Giorgio Nada Editore

Prezzo: 24 euro

Peso: 358 grammi

ISBN: 978-8879116367

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Mario Mannucci: ‘Attilio? Ho rivisto guidare il Drago’

Aveva 48 anni Mario Mannucci quando Cesare Fiorio gli chiese di correre il “Monte” con Attilio Bettega. Il navigatore più esperto che doveva stare accanto al pilota di belle speranze.

Mario Mannucci tornò a casa per Natale. Pochi giorni prima di partire per una nuova avventura. Appoggiò a terra il borsone nell’ingresso della casa di Monfalcone, sistemò la valigetta 24 ore con all’interno i quaderni del radar e le note del Montecarlo. Le cose più preziose. Una settimana di pausa prima di ritornare sulle strade delle Alpi Marittime per rifinire la preparazione. 

Aveva 48 anni Mario Mannucci quando Cesare Fiorio gli chiese di correre il “Monte” con Attilio Bettega. Il navigatore più esperto che doveva stare accanto al pilota di belle speranze. Un talento. Un rischio, comunque, per uno tra i nomi più noti del rallismo internazionale.

Con Sandro Munari aveva vinto nel Principato a bordo della piccola Fulvia HF contro tutto e tutti nel 1972, si era ripetuto con la Stratos nel 1975. Decine le vittorie in ogni parte del mondo. Ed anche quando la Fiat prese il posto della Lancia nelle corse, Mario mise a disposizione la propria esperienza. Con grande professionalità.

Agli occhi di tanti, troppi, certe scelte apparirono come retrocessioni. “No, non è così…”, replicava con la signorilità e gentilezza che lo contraddistinguevano, a coloro che glielo sottolineavano. Quella volta l’azzardo era ancora più marcato per la macchina. La Fiat Ritmo 75 L Gruppo due, 1500 di cilindrata, con 157 cavalli a 8200 g/min, per 880 kg di peso. Meno potente della cara, vecchia Fulvia.

A rendere inquietante la scelta, l’affidabilità di quell’auto sulla quale la Casa torinese teneva molto per l’immagine. Era fragile, fragilissima. Nel corso delle varie gare, nel 1979, le Ritmo ufficiali e quelle affidate ad altre scuderie, erano state penalizzate da una lunga serie di guai. La potenzialità esisteva, la trazione anteriore diventava un punto di forza quando le condizioni delle strade erano difficili. Allora poteva competere anche con macchine più performanti. Realizzate per correre.

C’erano ancora le Stratos ma poi il panorama tecnico offriva le Fiat 131 Abarth, le Ford Escort, le Talbot Lotus, le Renault R5, le Opel Ascona 400, le versioni sempre più potenti della Porsche. La Volkswagen poi, nel mondiale, mise in campo la Golf GTI, robusta e veloce. La diretta rivale della Ritmo. La squadra Fiat al “Monte” schierò le 131 ufficiali di Walter Rohrl e Markku Alen, con la livrea elegante bianco-blu notte-azzurro, come la loro Ritmo numero 15.

Oltre alle “31” Casa, c’erano quelle della filiale svedese con Bjorn Waldegaard e della dependance francese con Jean Claude Andruet e Michèle Mouton. Uno squadrone. Che aveva di fronte fior fiore di avversari, dalla Stratos Chardonnet di Darniche, uscita dalle officine di Claudio Maglioli, le Ascona 400 di Kleint e Kullang, le 911 di Mikkola e Beguin, l’Escort di Ari Vatanen. 

Non certo poca roba. Attilio e Mario erano là, i piccoli Golia con ben poche possibilità. Fare bella figura l’unico obiettivo che si potevano permettere di avere. Diede un bacio ad Ariella, uno sguardo attorno come sempre faceva al rientro, se tutto fosse a posto, quel rito da meticoloso, il segnale del saluto.

La casa, il rifugio negli affetti più cari, Ariella e Manuel, che cresceva sempre di più e che riusciva a godersi poco. Proprio la famiglia ciò che mancava di più a Mario. La passione era ancora enorme ma, guardandosi indietro, spesso, interiormente, si rammaricava di non essere riuscito ad assaporare i momenti belli, di non averli vissuti con maggiore calma.

“Sai Ariella, provando il Turini, guardando Attilio, mi è sembrato di vedere guidare il Drago…”, le disse sorridendo. Una frase che aveva il peso di un passaggio di testimone. Non dava giudizi a caso, Mario. In pochi minuti relazionò la moglie su come stavano andando le cose, poi volle sapere di casa. Della quotidianità. I rally, in un batter di ciglia, passavano in secondo piano. Ariella, Mario, Manuel, una famiglia di stampo antico.

Le stesse radici forti, profonde, le aveva Attilio. Di Molveno, splendido paese del Trentino, davanti al lago ai piedi della Paganella. Legatissimo alla propria terra. Era nato il 19 febbraio 1953. Dinastia di albergatori la sua. Fin da piccolo era stato contagiato dalla malattia dei rally. Sandro Munari teneva una rubrica di colloquio con i lettori sul settimanale Auto Italiana.

Attilio gli scrisse. La lettera venne pubblicata con il titolo “Come si curva”. “Vorrei che mi spiegasse come Lei entra in un tornante a seconda che esso sia asfaltato, innevato,in terra battuta e, di conseguenza, come lo percorre e come ne esce”. Firmato Attilio Bettega, Molveno (Tn). 

In poche righe voleva sapere tutto, rivolgendosi al Drago con la timidezza e riverenza proprie. La sua radiografia. 
Munari rispose: “Non si può spiegare materialmente e non è scritto su nessun manuale. Arrivati in questa curva bisogna improvvisare di volta in volta, comunque su terra e neve si sbanda il retrotreno a differenza di quanto si fa sull’asfalto”.
Semplice, poche parole, ma efficace. L’essenza del rally. L’improvvisazione.

Le strade attorno a casa non mancavano. Furono la sua palestra. Pian piano, si spostò più in là, sul Manghen. A Borgo Valsugana da poco era nata una scuderia, con lo stesso nome della mitica prova speciale del San Martino di Castrozza. Così Attilio decise di iniziare proprio da quel rally, che fu la scintilla determinante per l’esplosione della passione.

La macchina, quella che usava tutti i giorni, una Fiat 128 Coupé. Rollbar, una slitta di protezione, due strumenti sul cruscotto, delle gomme intagliate da terra e partì. Partì assieme all’amico Bregantini. Nell’edizione del San Martino 1972, sulle portiere spiccava il numero 190, a dimostrazione di quali fossero le ondate di partecipanti alle gare di allora.

Arrivarono quarantasettesimi assoluti, proprio in mezzo al gruppone. Impossibile di più con quei mezzi.
Cambiò marcia nel 1974 acquistando un’Opel Ascona Gruppo 1 preparata da Virgilio Conrero. Poi approdò dai fratelli Carenini a Selvazzano, periferia di Padova.

Con la Kadett GTE Gr. 1 gareggiò saltuariamente nel 1975 e nel 1976. Esperienza, nient’altro che esperienza. E divertimento, naturalmente. Ma si tolse anche delle soddisfazioni come quelle nel “suo” San Martino 1976. Si piazzò terzo nella classe Gruppo 1 oltre 1600 dietro “Lucky”, con l’Opel ufficiale, e al tedesco Guenther con una Ford Escort che andava come una scheggia.

Sentiva di avere delle potenzialità. Capiva che, con altri mezzi, sarebbe stato in grado di ottenere dei buoni risultati. Per il salto di qualità erano necessari agganci, sponsor, scuderie importanti alle spalle. Il carattere riservato di Attilio e dove viveva, Molveno, distante anni luce dalle sale di comando, non aiutavano certo nella prospettiva di una carriera sportiva.

Da qualche anno si era fidanzato con Isabella Torghele, dolcissima ragazza conterranea. L’aveva perfino convinta a correre, e lei non aveva detto no. Insieme a condividere anche le emozioni dei rally. Quello fu il pilastro portante della sua vita. Poi l’incontro con Luigi Tabaton, in vacanza nelle Dolomiti, vicino a Molveno. Il piccolo-grande genovese, uno dei più sensibili talent scout, titolare della scuderia Grifone. Con il Jolly Club, una fucina di campioni. 

Il “farmacista” sapeva tutto di Attilio. Nel 1977 nei rally ci sarebbe stata una svolta. Intuita e voluta da Cesare Fiorio. L’istituzione di un campionato per scovare giovani di livello. Venne creato il Trofeo A 112. Il trampolino di lancio che mancava.

Con un impegno limitato ci sarebbe stata la possibilità di correre nei rally importanti, fare esperienza e, se tutto fosse andato bene, entrare nelle squadre ufficiali Lancia a Fiat. Per il primo e secondo classificato, oltre agli assegni, il vero montepremi era rappresentato da una corsa, il rally della Valle d’Aosta, da disputarsi con una Lancia Stratos e con una Fiat 131 Abarth. Della Casa, naturalmente. Il sogno che poteva concretizzarsi nella realtà. 

Tabaton offrì ad Attilio una A112 preparata da Albanese. Obiettivo il Trofeo. Dall’inizio alla fine fu un duello all’ultimo secondo con il feltrino Vanni Fusaro. Navigatori, Albertoni, con il quale aveva condiviso le tappe di inizio carriera, e Isabella. Si sposarono quell’anno e approfittarono della trasferta in Sicilia per il viaggio di nozze.

La luna di miele dentro lo stretto abitacolo della A 112. Alla fine della stagione 5 vittorie su 14 gare e il vero-grande regalo, la Stratos Alitalia. Attilio e Isabella, insieme, con la macchina da sempre sognata, ma mai nemmeno accarezzata con il pensiero, tanto sembrava distante. Si piazzarono secondi alle spalle di Sandro Munari. Il loro idolo. 

Le “curve” nella carriera iniziarono ad addolcirsi. La dimostrazione di equilibrio, serietà e la buona dose di talento, furono determinanti per l’allestimento di un programma di tutto rispetto. Rally in Italia e all’estero con una Stratos della Grifone preparata dalla University Motors. Il dottor Tabaton aveva visto lontano, un’altra volta. Le soddisfazioni non mancarono. Secondo alla Coppa Liburna, ad Antibes e all’Hunsruck rally, piazze d’onore pesanti dietro gente, nell’ordine, come Vudafieri, Darniche e Rohrl. 

A fine 1978 ancora il Valle d’Aosta nel suo destino. Questa volta però con una 131 Alitalia e con Icio Perissinot, navigatore che da poco aveva conquistato il campionato europeo con Tony Carello sulla Stratos Pirelli. Attilio e Icio primi assoluti. Fu il lasciapassare per la squadra ufficiale, per il professionismo. Il 1979 però iniziò male. Con la Ritmo Gruppo 2 si ritirò a Montecarlo, ma si rifece, qualche mese dopo, in Costa Smeralda con la 131, in una gara dominata da un grandissimo Gigi Battistolli, “Lucky”, con un’analoga vettura della Quattro Rombi.

La serie dei successi con la 131 proseguì a Biella, al 4 Regioni e Valle d’Aosta. A Sanremo si piazzò al terzo posto dietro la Stratos di Tony Fassina e alla 131 di Walter Rohrl. Il più bravo tra i nostri giovani. “Icio” Perissinot, dopo anni di acrobazie per rimandare il servizio militare, venne richiamato e assegnato al corpo dei Vigili del Fuoco. Non male, ma non poteva correre.

Attilio era l’uomo giusto per ritentare a Montecarlo con la Ritmo. Con Mannucci a fare da garanzia. Sulle interminabili prove del “Monte” 1980, innevato all’inverosimile, fecero capire a tutti che peso avesse il talento. Portarono quella Ritmo al sesto posto assoluto. Era la ciliegina sulla torta del Gruppo Fiat: 1° Rohrl (131), 2° Darniche (Stratos), 3° Waldegaard (131). Un dominio assoluto completato dalla piccola berlina.

Il capolavoro avvenne sul Turini, nella magica notte. Ancora quel Colle a fare la storia. Bettega-Mannucci, volarono letteralmente sui 22 km di Moulinet- La Bolléne, prova speciale N. 25.
Il cronometro di Mario segnò 22’35”, nessuno riuscì a fare meglio di loro.
Si guardarono, sorrisero.
Mario non si era sbagliato.

48° Rally MonteCarlo – 19-25 gennaio 1980 – Campionato del Mondo Rally Piloti e Costruttori

Tratto dal libro ‘Sotto il Segno dei Rally 2‘ di Beppe Donazzan ed edito da Giorgio Nada Editore

Amilcare Ballestrieri belin che artista by Luca Pazielli

Amilcare Ballestrieri belin che artista è un libro che raccoglie una serie di aneddoti e ricordi vissuti assieme a questo grande campione.

Gli auguri e le testimonianze raccolte in un originale libro-dedica che gli innumerevoli amici ed ex-colleghi hanno voluto omaggiare al pilota sanremese per i suoi ottanta anni. In occasione della festa per i suoi ottant’anni, gli amici e gli ex compagni di squadra.

A ricordarlo sono Luca Pazielli, Adriano d’Andrea, Giacomo Agostini, Guido Rancati, Carlo Cella, Giancarlo Mamino, Daniele Audetto, Renato Ronco, Roberto Angiolini, Cesare Fiorio, Luca Cordero di Montezemolo, Gianni Tonti, Sandro Munari. Ma non solo.

Ci sono anche Piero Sodano, Ariella Mannucci, Nik Bianchi, Arnaldo Bernacchini, Simo Lampinen, Silvio Maiga, Jean-Claude Andruet, Biche, Gérard Larrousse, Bobo Cambiaghi, Mauro e Aurelia Pregliasco, Emanuele Sanfront, Maurizio Ambrogetti, Arnaldo Tonti, Sergio Maiga, Federico Ormezzano, Beppe Donazzan, Rudy Dalpozzo.

E ancora, Gigi Lucky Battistolli, Tonino Tognana, Tony Fassina, Gian Dell’Erba, Luciano Trombotto, Miki Biasion, Gabriele Noberasco, Dario Cerrato, Lucio Guizzardi, Renato Della Valle, Carlo Rossi, Franco Fiorucci, Fabrizio De Checchi, Carlo Cavicchi raccontano Amilcare Ballestrieri. Il libro è disponibile in italiano, francese e inglese.

Ballestrieri viene alla luce a Sanremo il 17 settembre 1935 ed è stato sia un campione motociclistico sia automobilistico. Come detto, si dedica inizialmente al motociclismo, ottenendo buoni risultati negli anni Sessanta: diventa tre volte campione italiano della montagna su strada con la MotoBi, nel 1962, nel 1963 e nel 1964, una volta campione italiano juniores classe 175 nel 1964 e vince due volte il Circuito di Ospedaletti, nel 1963 e nel 1964. Si aggiudica il Campionato Italiano Rally 1973 su Lancia Fulvia HF navigato da Silvio Maiga.

Nel Campionato del Mondo Rally partecipa complessivamente a dieci gare dal 1973 al 1977, ottenendo un buon quinto posto assoluto nel Sanremo iridato come miglior piazzamento, al volante della Opel Kadett GT/E. Riesce a vincere il Rally di Sanremo nel 1972, che non è valido per il Mondiale, ma è valevole per il Campionato Internazionale Costruttori.

Nei confini di casa, nel 1970 è primo al Rally del Friuli e delle Alpi Orientali e al 999 Minuti, in entrambe le occasioni su Lancia Fulvia HF navigato da Daniele Audetto. Nel 1974 è primo alla Targa Florio su Lancia Stratos in coppia con Gérard Larrousse.

Libri su Storie di Rally

la scheda

AMILCARE BALLESTRIERI BELIN CHE ARTISTA

Autori: Luca Pazielli

Copertina: cartoncino plastificato

Pagine: 96

Immagini: 45 in bianco e nero di Actualfoto

Formato: 24 x 21 centimetri

Editore: Ephedis

Prezzo: 15 euro

ISBN: 978-2-9546389-2-8

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San Martino e la magia di un rallye sulle Dolomiti

Sulle strade dolomitiche hanno fatto i primi passi agonistici, e sono diventati campioni, Arnaldo Cavallari, Sandro Munari, Alcide Paganelli, Raffaele Pinto, Fulvio Bacchelli, Donatella Tominz, Walter Rohrl, Pino Ceccato, tanto per citare i più famosi. Perfino un giovanissimo Luca Cordero di Montezemolo prese il via in due edizioni alla guida di vetture Fiat. Sono tutti figli del San Martino.

In Italia, se c’è una corsa che ha fatto epoca nella specialità dei rally – in egual misura del Sanremo – questa sicuramente è il San Martino di Castrozza. Per l’immagine forte che ha trasmesso, per la passione che ha scatenato alle generazioni dei giovani degli anni Sessanta e Settanta, per la partecipazione di Case automobilistiche come Lancia, Fiat, Alfa Romeo, Porsche, Alpine Renault, che avevano eletto quella massacrante corsa a banco di prova fondamentale per l’evoluzione delle macchine e dei modelli di allora. Lo racconta Beppe Donazzan in San Martino: magia di un rallye, ormai una ricercata rarità.

E poi era fondamentale per la crescita sportiva dei i piloti, degli uomini dei team e di tutti i grandi protagonisti. Sulle strade dolomitiche hanno fatto i primi passi agonistici, e sono diventati campioni, Arnaldo Cavallari, Sandro Munari, Alcide Paganelli, Raffaele Pinto, Fulvio Bacchelli, Donatella Tominz, Walter Rohrl, Pino Ceccato, tanto per citare i più famosi. Perfino un giovanissimo Luca Cordero di Montezemolo prese il via in due edizioni alla guida di vetture Fiat. Sono tutti figli del San Martino.

“Anch’io, come migliaia e migliaia di appassionati di allora, sono stato contagiato da quella passione. Partivo in bicicletta da Bassano del Grappa, la mia città, per raggiungere Valstagna, dove c’era una prova speciale. Denominata l’Università dei rally, per la sua completezza come tracciato”.

“Un momento legato alla giovinezza di una generazione. Tutto è partito da là. Dal tam-tam dei racconti di chi c’era già stato, dalle prime letture sulle riviste specializzate come Auto Italiana e Autosprint, dalla curiosità di esserci, da quelle strade. Quando sono riuscito a raggiungerle ho provato una gioia difficile da descrivere. Valstagna e il Manghen”, racconta Donazzan.

“Era stato come arrivare sulla Luna, tanta l’emozione. La scoperta e la conquista di un pezzo di libertà, la voglia di vivere, l’entusiasmo per un qualcosa di nuovo al di fuori della famiglia, della scuola, dell’oratorio. Ha avuto il potere di dare una scossa ai giovani degli anni Sessanta e di diventare un emblema. Di festa, avventura e soprattutto aggregazione. Arrivò così, all’improvviso, e ci siamo sentiti più grandi”, prosegue l’autore.

“Quando ho sentito nelle valli i rumori, amplificati dall’eco, sempre più vicini e forti, seguiti dai fari, prima minuscoli, che accendevano il buio, i brividi correvano lungo il corpo. Il film notturno erano la staccata, la derapata, l’accelerata… All’interno degli abitacoli, Illuminati dalla luce fioca della lampadina del navigatore, due figure che sembravano folletti. Il pilota con le mani sul volante in un movimento veloce, il compagno a fianco con lo sguardo fisso verso il basso ad indicare curve e rettilinei”.

San Martino e quell’atmosfera magica

“Allora l’atmosfera diventava magica. Così la fantasia diventava realtà. A distanza di tanti anni da allora ho deciso di trascrivere quelle emozioni. Le ho raccolte in un libro “San Martino, magia di un rallye” per Antiga Edizioni. E a rendere ancora più particolare il lavoro ho chiesto a Bianca Poli, pittrice, per tanti anni moglie di Arnaldo Cavallari, il primo vincitore del rally, colei che dipinse un drago sul casco di Sandro Munari nel 1969, di tradurre a colori la meravigliosa natura nella quale si snodava il percorso del San Martino”.

Le guglie delle Dolomiti, il verde smeraldo dei prati, il blu cobalto del cielo. Le atmosfere, la magìa, infatti. Un lavoro di passione, un piacere senza fine. Ancora oggi la leggenda del rallye continua e si tramanda nei racconti da padre in figlio. “Sai, qui correvano i migliori. Munari era il Drago – così lo chiamavamo – con la rossa Fulvia HF e poi con la Stratos. Che spettacolo…”, ripetono. Orgoglio per aver vissuto quell’epoca ma anche un pizzico di nostalgia.

La prima edizione del rally risale al 1964. L’idea di organizzare una manifestazione automobilistica con epicentro il Primiero scaturì dall’incontro di due appassionati: l’avvocato Luigi Stochino e il conte Pietro Bovio, presidente dell’Azienda Autonoma di San Martino di Castrozza, uniti nella professione di avvocato. L’intento era quello di rivitalizzare la stagione estiva di San Martino e allo stesso tempo introdurre una specialità che all’epoca in Italia era quasi inesistente.

Il 1963 fu dedicato alla ricerca del percorso. L’anno dopo il rallye era pronto: il percorso prevedeva mille e seicento chilometri snodantisi nella suggestiva cornice delle Dolomiti, lungo i quali le strade sterrate si intrecciavano e si confondevano con il paesaggio.

Punto di riferimento era San Martino di Castrozza, che per quattro volte era attraversato dalla corsa. Sessantaquattro gli equipaggi partecipanti di cui 34 arrivarono alla fine; vincitori Arnaldo Cavallari e Sandro Munari su Alfa Romeo Giulia TI Super. Generale l’entusiasmo, anche dei piloti che avevano manifestato prima della gara le loro perplessità per la lunghezza del percorso e il suo ritmo.

Subito dopo la prima edizione, sempre nel 1964 si diede vita a un challenge internazionale, la Mitropa Cup, inizialmente per Italia, Austria e Germania Ovest, e poi estesa anche a Ungheria, Polonia, Jugoslavia e Cecoslovacchia. La prima edizione del 1965 fu vinta dagli austriaci Romberg-Ferner. Il Rally di San Martino di Castrozza può quindi essere considerato l’antesignano del nuovo rallismo italiano. La nuova formula si impose e sorsero successivamente altre manifestazioni a sua imitazione, quali il Rally dell’Elba o il Rally delle Alpi Orientali.

Ma il successo di una manifestazione tanto affascinante impose problemi di sicurezza. Non esistendo all’epoca una normativa italiana in materia, gli organizzatori tramite la federazione che all’epoca delegava tutto alla Csai, provvidero prontamente alla stesura di un rigido regolamento che tutelasse la sicurezza dei partecipanti e degli appassionati. Regolamento che solo in un secondo tempo entrò a far parte integrante del codice della strada.

Per ribadire l’importanza che le condizioni di sicurezza rivestivano nell’ambito di gare di questo genere, per evidenziare tratti inediti e aspetti suggestivi della manifestazione, oltre che per pubblicizzare la nuova formula rallystica, nel 1968 venne realizzato dal comitato organizzatore del rally un filmato.

Inviato alla venticinquesima Festival Internazionale del Documentario Sportivo di Cortina d’Ampezzo, fu proclamato vincitore assoluto. Frattanto le edizioni del rallye si susseguirono ininterrotte fino al 1977. La manifestazione scalò tutti i gradi di validità internazionale raggiungendo prima il campionato europeo, poi il campionato mondiale conduttori. Nel 1977 condizioni impossibili imposte dalla Pubblica Amministrazione costrinsero a rinunciare alla organizzazione del rallye: l’ultimo vincitore del “Vecchio San Martino” fu Sandro Munari.

Libri su Storie di Rally

la scheda

SAN MARTINO, MAGIA DI UN RALLY

Autore: Beppe Donazzan

Dipinti: Bianca Poli

Immagini: Bianco e nero e a colori

Pagine: 180

Editore: Antiga Edizioni

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Sotto il Segno dei Rally 2: racconti di Beppe Donazzan

Ad un anno di distanza da Sotto il segno dei Rally arriva Sotto il Segno dei Rally 2 che completa il monumentale lavoro di Beppe Donazzan sulla storia del rallysmo italiano.

La formula è sempre la stessa: un’appassionante serie di storie, fatti e imprese che, lette in sequenza, finiscono per dar vita ad un vero e proprio romanzo su questo mondo che tanta passione ha suscitato negli anni. A cambiare, questa volta, sono i protagonisti che, in questo secondo volume, corrispondono a quelli di alcuni fra i piloti italiani di maggior rilievo che hanno corso dagli anni Ottanta sino ad oggi.

I loro nomi sono, fra gli altri, Vudafieri, Cerrato, Zanussi, Bettega, Tabaton, Tognana, Cunico, Biasion, Liatti e Deila. Basta leggere i primi due o tre racconti per ritrovarsi, improvvisamente, in mezzo ai muri di folla che negli anni Ottanta e Novanta delimitavano i percorsi delle prove speciali lungo la penisola.

E capisci subito che non è necessario arrivare in fondo al volume, per sentirsi in grado di garantire che l’ultima fatica di Donazzan dovrebbe occupare un posto di riguardo nella libreria di ogni appassionato. E ti ritrovi comunque, tutto d’un fiato, in fondo al volume.

Tre i capitoli del libro. Il primo, “Le sfide infinite” parla di Attilio Bettega, Adartico Vudafieri, Vittorio Caneva, Tonino Tognana, Nico Grosoli, Franco Ceccato, Mario Aldo Pasetti, Antonella Mandelli, Franco Corradin, Gabriele Noberasco, Micky Martinelli, Alberto Alberti, Paolo Pasutti, Giorgio Pasetti.

E poi ancora, Paola Alberi, Gianni Del Zoppo, Nick Busseni, Dario Cerrato, Massimo Barbujani, Franco Uzzeni, Michele Cinotto, Franco Leoni, Carlo Cuccirelli, Fratelli Betti, Alberto Carrotta, “Bronson”, Pietro Mirri, Flaviano Polato, Paolo Baggio, Pierangela Riva, Ennio Santinello, Giacomo Bossini.

Nel secondo, “Tutte le latitudini” ci sono Fabrizio Tabaton, Andrea Zanussi, Miki Biasion, Gianfranco Cunico, Alessandro Fiorio, Bruno Bentivogli, Massimo Ercolani, Paola De Martini, Carlo Capone, Chantal Galli, Michele Rayneri, Gilberto Pianezzola, Giovanni Manfrinato, Isabella Bignardi, Fabrizio Fabbri, Paolo Alessandrini, Prisca Taruffi, Alessandro Fassina, Enrica Munaretto, Giammarino Zenere, Pucci Grossi, Michele Grecis, Edi Orioli, Enrico Bertone, Sergio Cresto, “Tabacco”.

Nel terzo, “L’era dell’elettronica” salgono in cattedra Andrea Aghini, Piero Liatti, Paolo Andreucci, Andrea Dallavilla, Pierluigi e Romeo Deila, Piero Longhi, Andrea Navarra, Renato Travaglia, Luca Rossetti, Gigi Galli, Umberto Scandola, Andrea Crugnola, Loris Roggia, Manuel Sossella, Lara Battistolli, Massimo Gasparotto, Alex Bruschetta, Alessandro Battaglin.

Ma anche: Claudio De Cecco, Luca Cantamessa, Giandomenico Basso, Massimo Ceccato, Marco Tempestini, Luca Pedersoli, Valentino Rossi, Franco Ballerini, Felice Re, Luca Campedelli, Matteo Gamba, Mauro Spagolla, Fabrizio Nucita, Fontana, Italia Rally Talent, Sandro Sottile, Angelo Medeghini.

Esiste la possibilità di acquistare Sotto il Segno dei Rally 1 e Sotto il Segno dei Rally 2 in abbinata e contenuti in un elegante cofanetto. Si tratta di una edizione limitata di duecento pezzi, che consiglio vivamente e che trovi dettagliata nella scheda libro. Beppe Donazzan, che è sempre un gentiluomo, mi ha concesso la pubblicazione di alcuni brani. Li trovi su Storie di Rally con una semplice ricerca. Di seguito ne pubblico uno molto divertente.

In Abruzzo il colpo con una Porsche in una torrida estate del 1982

Nel corso della giornata, per lo più all’imbrunire, scattava la domanda da un milione di dollari. Da nord a sud. Classica. In veneto era: “Te piase più i rally o la figa?”… Immancabile, dopo tanti discorsi di motori, ammortizzatori, “meglio i Koni o i Bilstein? No, su quea gara monto i Bilstein, la machina, da drìo, la sta più zò…”. Di solito il quesito veniva sparato dal personaggio più carismatico, quello che correva. Il team principal del gruppo, si direbbe ora.

Partivano le schermaglie di precisazioni: “Un rally con che macchina?, in contrapposizione “con che figa?”. Dalla Stratos o dalla 037, sull’altra sponda andavano a mille Serena Grandi, Edwige Fenech, Carmen Russo, Lilli Carati…protagoniste di film e di immagini senza veli sui giornali tipo Le Ore, Blitz, Men o Caballero che, per qualche minuto, avevano la supremazia su Autosprint.

C’era chi sceglieva i rally, chi – i più – la seconda opzione. Chi invece, ligio al compromesso radicato nella cultura democristiana, diceva: “Mi fasso i rally. La tosa poi me la trovo in machina…”. Le sghignazzate si protraevano a lungo, con toni sempre più coloriti e accesi. Uno dei tanti ritrovi dei giovani di Bassano del Grappa era un negozio di calzature. Titolare Ennio Santinello, un altro personaggio oltre le righe di quel pazzo mondo, con passione smisurata per le auto.

Fuori dal comune. Un pensiero fisso che non aveva fine. Era lui che innescava ogni tanto quella domanda, quando il gruppetto di amici aumentava di numero sul far della sera. C’era chi arrivava dal lavoro e chi aveva chiuso i libri dell’università”.

Ennio lasciava alla compagna il compito di servire i clienti. Entrava in scena solo se le presenze, all’interno del negozio, aumentavano di numero, oppure per l’ingresso di qualche attraente ragazza. Allora scattava dalla poltrona dell’ufficio, pieno di coppe e di cataste di Autosprint e Quattroruote, tirava giù dagli scaffali mezza bottega per mostrare le proposte più belle.

Cosa riuscisse a scorgere, inginocchiato, davanti alle signore, mentre le aiutava ad infilarsi le accattivanti scarpe dai tacchi slanciati o gli stivali, realmente non si sa. Conclusa la vendita rientrava nell’ufficio, rosso paonazzo, agitando le mani anticipando, visivamente, il racconto.

A luci rosse, naturalmente. Qualcuno del gruppo – compreso chi scrive, non lo nega – per provare l’ebbrezza del proibito, si improvvisava, qualche volta, commesso. Ma ne ritornava deluso. Era l’atmosfera che si creava ad alzare la temperatura del momento. Siparietti come nei film di Pierino e nulla più. Certo è che Ennio Santinello in macchina andava forte. Preparava le sue auto con una meticolosità da fuori di testa.

Soprattutto i particolari venivano esaltati. A vederle finite, dalla Fulvia HF 1600, alla Beta Montecarlo, per finire alla Porsche SC 3000, alcune con le quali aveva gareggiato, era un delitto pensare che avrebbero affrontato dei rally su viottoli dal fondo impossibile. Santinello non aveva mai avuto velleità di graduatorie e campionati. Correva quando voleva e se ne aveva voglia.

Così come decise di andare giù a Pescara, per partecipare al secondo rally della Spiga. Bel parco partenti con “Pau”, Leoni e Mirri con le Stratos. Ennio era alla guida di una Porsche SC 3000 Gruppo B, in realtà poco più di serie. Come navigatore Walter Bizzotto, un altro personaggio di Bassano, successivamente numero 1 della Mitropa Cup e dal 2013 anche presidente dell’Automobile Club di Vicenza.

Giù il piede, facendo attenzione a non esagerare e il risultato arrivò. Imprevisto e imprevedibile. Primi assoluti in un delirio di folla nel capoluogo abruzzese, in un giorno caldissimo di inizio estate. In pieno Mundial di Spagna, 112 iscritti, 82 partenti. Accade in Centro Italia, sempre in quel fine settimana del giugno 1982.

Libri su Storie di Rally

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SOTTO IL SEGNO DEI RALLY 2

Autore: Beppe Donazzan

Volumi: collana editoriale Grandi corse su strada e rallies

Copertina: rigida

Pagine: 416

Immagini: in bianco e nero e colori

Dimensioni: 14 x 22 centimetri

Editore: Giorgio Nada Editore

Prezzo: 20.50 euro

Peso: 739 grammi

ISBN: 978-8-8791159-9-5

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Una curva lunga una vita, quella del copilota Gigi Pirollo

Gigi Pirollo, un navigatore di lungo corso come forse nessuno, neanche Cristoforo Colombo o Ferdinando Magellano. Ma qui si parla di rally.

Una curva lunga una vita è quella di Gigi Pirollo, un navigatore di lungo corso come forse nessuno, neanche Cristoforo Colombo o Ferdinando Magellano. Ma qui, nel libro Gigi Pirollo, Una curva lunga una vita, si parla soltanto di rally, anzi della sua storia nei rally che, dagli eroici anni Settanta, arriva ai giorni nostri.

Quarantatré anni di rally raccontati in un’avvincente sequenza di episodi e aneddoti vissuti a fianco di innumerevoli piloti. In queste poche parole, il condensato decine di pagine di passione e storia dei rally raccontate a ruota libera direttamente dall’autore, il quale dopo aver riempito innumerevoli quaderni di note, ha metaforicamente usato la matita per narrare in “Gigi Pirollo – Una curva lunga una vita” episodi e aneddoti di quei rally che furono, corsi al fianco di piloti del calibro Adartico Vudafieri o i fratelli Pasetti. Ma anche Alex Fiorio, Gian Franco Cunico, Carlo Capone, Gian Domenico Basso, solo per citarne alcuni.

Trecento pagine meravigliose pagine, arricchite da un centinaio di immagini per una lettura tutta d’un fiato, a cominciare dallo start della prefazione, uscita dalla sapiente e autorevole penna di Beppe Donazzan. Una divertente e quantomai ricca antologia di foto integra una storia unica, scritta a quattro mani con Giancarlo Saran. Insomma, un altro bel libro da leggere, rileggere e conservare a futura memoria.

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GIGI PIROLLO – UNA CURVA LUNGA UNA VITA

Autori: Gigi Pirollo, Giancarlo Saran

Volumi: collana editoriale Grandi corse su strada e rally

Copertina: rigida con sovracoperta

Pagine: 240

Immagini: 129 a colori, 7 in bianco e nero

Formato: 14 x 22 centimetri

Editore: Giorgio Nada Editore

Prezzo: 28 euro

Peso: 540 grammi

ISBN: 978-8-8791170-9-8

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