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Franco Patria e il coraggio di osare: storia di una stella cadente

Classica faccia con sorriso da bravo ragazzo, pieno di sogni. I capelli scurissimi lo rendevano più simile ad un impiegato che ad un pilota di auto. Vincitore del Rally dei Fiori nel 1963, Franco Patria aveva coraggio di osare, grinta e bravura da vendere quando si metteva al volante. Era un fuoriclasse e poteva permettersi di mettere dietro piloti ben più esperti di lui. Questo era il Franco Patria che il destino si è portato via ad appena ventuno anni.

Avete presente quelle scie luminose con a capo una palla incandescente di colore verde tanto grandi da essere viste anche nel cielo inquinato delle metropoli? Sono meteore o stelle cadenti così veloci da essere definite “boldi”? Sono rare, ma ogni tanto possono essere avvistate. Se ce le avete presenti, anche perché viste in fotografia, potete meglio comprendere e apprezzare la storia e la carriera agonistica di Franco Patria. Anche lui era una stella cadente, che ha lasciato una scia breve, ma intensa.

Nascere al freddo del 24 febbraio 1943 a Torino e morire l’11 ottobre 1964 sulla Linas-Montlhéry sulla Abarth Simca 1300 Bialbero. A soli ventuno anni. Non si può, dice ancora oggi qualcuno, eppure capita. Come capitò a Franco Patria, una stella che cadde nel più bello dei suoi spettacolari lampi di luce. E non poteva illuminare diversamente un ventenne che abbandona la vita facendo la cosa che più ama: gareggiare in auto. Dura solo tre anni la sua storia sportiva, tranciata in un plumbeo giorno di ottobre. Tre anni di sport ai massimi livelli che bastano per lasciare l’amaro in bocca. No, non bisogna pensare a cosa sarebbe potuto divenire in futuro Patria.

Nato a Torino nel 1943, cresce in una zona fertile per i motori, la Liguria di Ponente, dove Gigi Taramazzo è il punto di riferimento mentre Franco Patria con Amilcare Ballestrieri e Leo Cella sono le promesse. Nel 1961 prende la patente e l’anno dopo si mette in mostra: con una Lancia Appia Zagato si impone nella Cesana-Sestrière e nella Garessio-San Bernardo. Inizia la sua breve carriera con il team Grifone in squadra proprio con Cella e Taramazzo. Otto gare dopo, all’inizio del 1963, firma un contratto con la Lancia Corse come pilota ufficiale (diciotto le gare che disputa per il Marchio).

Classica faccia con sorriso da bravo ragazzo, pieno di sogni. I capelli scurissimi lo rendevano più simile ad un impiegato che ad un pilota di auto. Franco Patria aveva coraggio di osare, grinta e bravura da vendere quando si metteva al volante. Era un fuoriclasse e poteva permettersi di mettere dietro piloti ben più esperti di lui. Questo era il Franco Patria che il destino si è portato via ad appena ventuno anni, già consacrato pilota di indubbio talento e dal futuro radioso. “Era un pilota che, paragonato ad oggi, avrebbe potuto diventare Michael Schumacher”, diceva Giorgio Pianta, che con Patria corse proprio nel 1963, nel primo anno di Lancia del pilota ligure.

A proposito del 1963. A proposito di quell’anno di Lancia: nasce la HF Squadra Corse. Si correva in pista, in salita, nei rally, dappertutto. Oltre a Giorgio Pianta e Gigi Taramazzo c’erano Leo Cella, Piero Frescobaldi, Luciano Massoni ed il milanese Luigi Cabella. Sic orreva con le Flavia Coupé 1500. In qualche occasione, si è corso anche in pista con la Flaminia Coupé, prima con la GT 2.5 e poi quella con il motore di 2,8 litri. Patria si mette in luce alla 6 Ore di Brands Hatch, dove con Romolo Rossi è sesto di classe 6, alla belga Coupe Terlaemen a Zolder, dove è secondo nella stessa classe, e allo Zandvoort Trophy sull’omonima pista olandese.

Il grande centro della carriera di Franco Patria arriva in apertura di stagione con l’impensabile vittoria nel terzo Rally dei Fiori, che dal 1968 sarebbe diventato il Sanremo. Si corre tra il 22 e il 24 febbraio del 1963. La gara, ovviamente, è valida per il solo Campionato Italiano, del Mondiale ancora non c’è neppure l’ombra. Il pilota di appena venti anni si presenta al via della competizione matuziana con la Flavia Coupé ufficiale con guida a destra. Al suo fianco ha sanremese Sergio Orengo, sanremese doc.

Sulla falsariga del Rally di MonteCarlo, la gara prende il via da diverse città. Quell’anno si parte da Genova, Torino, Milano, Pisa, Imperia, Modena e Verona. Ci sono ben ottantotto partenti e solo sessantuno vedranno l’arrivo. Dopo la tappa di concentrazione le auto da rally sono chiamate ad affrontare un percorso di circa 500 chilometri nell’entroterra ligure. A fine febbraio, la neve non manca mai in abbondanza. Su un percorso tormentato e difficile, la classe di Patria viene fuori e il giovanissimo talento trionfa sulla vettura gemella di Leo Cella e Bruno Lanteri.

“Era un ragazzo sempre allegro, simpatico, spinto dall’entusiasmo. Schietto, ci si poteva fare affidamento. Io e Franco – ricordava Giorgio Pianta – eravamo grandi amici. Per lui ogni problema poteva essere superato. Non esisteva un problema insormontabile”. Se positivo è il ritratto di quell’uomo che stava sbocciando nel ragazzo natio di Torino, ancor più positivo è quello del pilota. Pianta confermò: “Sembrava nato con la macchina nel sangue. Solo Ignazio Giunti era come lui. Aveva una guida morbida, le sue traiettorie erano calcolate e perfette. Paragonandolo ad un pilota da rally lo avvicinerei a Walter Rohrl, poco spettacolare ma redditizio. Per lui vedevo un futuro in Formula 1”.

Al Tour de France del 1963, corso da Patria su una Flavia 1800, le prove in salita si alternavano a quelle in pista. Durante una cronoscalata, mai vista prima, mentre era intento a guidare a tavoletta spiegava a Pianta come sarebbe stata la strada subito dopo, pur senza averla mai affrontata. I due segnarono il miglior tempo di categoria. E poi l’anno dopo con l’Abarth Simca 2500 vinse la Stellavena-Boscochiesanuova con un tempo incredibile ancora oggi. Se l’uomo stava sbocciando in Franco, il campione era già pronto a riscuotere ciò che gli spettava: gloria e successo.

Nel 1964, Patria passa agli ordini di Carlo Abarth. Finisce direttamente nella squadra ufficiale con Hans Herrmann e Tommy Spychiger. A fine marzo, nel Trofeo Jolly Club a Monza, vince la classe con la debuttante Fiat Abarth 595. Due settimane dopo fa l’assoluto a Stellavena, altri quindici giorni e si aggiudica la Coppa Gran Turismo Trofeo Shell a Imola. I successi aumentano, in Italia ed all’estero. A fine giugno fa esordire vittoriosamente alla Predappio-Rocca delle Caminate la monoposto di Formula 3. A metà luglio con l’Abarth Simca 2000 si aggiudica la classica Trieste-Villa Opicina.

Infila altri successi. Il 20 settembre fa la conoscenza del circuito francese di Monthlery: alla Coupe de Paris è primo nella classe Turismo 850 cc sulla Fiat Abarth 850 TC e nella GT 2.000 cc con l’Abarth Simca 2000. Il 4 ottobre, sullo stesso tracciato, altre due vittorie di classe nella Coupe de Salon. Un settimana dopo Monthlery avrebbe ospitato l’importante 1000 Km di Parigi, prova del Mondiale Marche. Quel trionfale 1964 lo spinge in alto. Tanto in alto. Forse troppo. E si sa, le vertigini possono giocare brutti scherzi.

Così succede che sul finire della stagione, a ventuno anni, viene nominato direttore sportivo dell’Abarth in virtù dei successi raggiunti. Per lui si preannuncia un passaggio alla Ferrari nella squadra Prototipi. Prima delle vacanze c’è la 1000 Km di Parigi a Monthlery. È l’11 ottobre. Su un’Abarth Simca 1300 corre con il conterraneo Gigi Taramazzo. Piove. Patria ha appena ripreso il volante dopo una sosta ai box, sta rientrando in pista dove sopraggiunge Peter Lindner.

Dal curvone sopraelevato esce a tutta velocità la Jaguar metallizzata di Peter Lindner, importatore per la Germania delle vetture realizzate dalla Casa inglese e fanatico del Marchio al punto di acquistare la VDU881, la Jaguar personale con la quale è morto Mike Hawthorn. La Jaguar di Lindner non è una E-Type normale, è una “light-wheigt”, uno dei modelli da competizione realizzati nei primi anni Sessanta per competere con le Ferrai GTO e le Aston Martin.

Sono vetture nervose, le Jaguar. Bisogna saperle controllare. La visibilità è scarsissima, il fondo è quello che è, con un pericoloso problema di scarsissima aderenza segnalato e ignorato. La E-Type non è nuova a brutti scherzi. Ha già tradito un pilota esperto come Roy Salvadori, vivo per miracolo. Questa volta tradisce Lindner. In uscita di curva, sbanda e punta diritta verso i box, separati dal tracciato solo da una cortina di balle di paglia. Le investe, decolla e piomba sull’Abarth di Franco, ancora ferma, e su tre commissari che sono. Muoiono tutti.

Quel giorno, la luce di Franco Patria si spegne per sempre. Anzi no. Inizia a splendere nel cuore e nella mente degli appassionati italiani che lo ricordano da sempre come uno dei mancati campioni (Renato Ronco, giornalista di TMC, gli ha dedicato un bellissimo libro edito dalla casa editrice monegasca Ephedis e dedicato a lui e a Leo Cella, Carriere Spezzate) su cui la sfortuna si è accanita particolarmente bene.

Miki Biasion e il primo titolo con la Lancia Delta HF

Anche se era facile prevedere il contrario, visto il netto predominio delle vetture della Casa torinese, a sorpresa si è assistito ad una gran lotta in famiglia tra le Lancia Delta HF. Con Miki Biasion e Tiziano Siviero irraggiungibili e lanciati verso un successo praticamente certo, considerato l’enorme vantaggio sugli inseguitori, la battaglia ha avuto come protagonisti Alex Fiorio e Dario Cerrato.

“Mi sarebbe bastato un sesto posto per il titolo mondiale, ma ho voluto vincere. Non potevo fare diversamente davanti al mio pubblico”. Con queste parole, contentezza e soddisfazione a stento contenute, Miki Biasion ha suggellato il trionfo al Rally di Sanremo 1988, quinto successo stagionale, che lo ha lanciato definitivamente in vetta alla classifica mondiale piloti. Era dal 1977, dal successo di Sandro Munari (sempre su Lancia) che un italiano non arrivava al vertice del mondiale. Biasion, trentottenne, veneto di Bassano del Grappa, ha costruito il suo successo sull’affiatamento con il compagno e compaesano (anche lui di Bassano del Grappa), Tiziano Siviero e sulla grande affidabilità della Lancia a trazione integrale.

È il 14 ottobre 1988 e, questa volta, è un pilota italiano, Miki Biasion, sulla Lancia Delta HF, a sedere sul trono del Mondiale Rally. Giunti sugli sterrati della Toscana, il Rally di Sanremo vede già quattro Lancia integrali ai primi posti con Miki Biasion in testa alla classifica provvisoria dopo ventitré prove speciali. Fino alla seconda tappa sono gli spagnoli Carlos Sainz e Luis Moya, su Ford Sierra Cosworth, a guidare la classifica provvisoria del Rally d’Italia, seguiti da Cerrato-Cerri a 24”, Fiorio-Pirollo a 49” e Biasion-Siviero a 54”.

Tra le prove della prima tappa, la dodicesima viene vinta da Del Zoppo-Scalvini, la tredicesima viene annullata in segno di lutto per la morte dei due piloti francesi, la quattordicesima va a Cerrato-Cerri, la quindicesima agli spagnoli Sainz-Moya e la sedicesima di nuovo a Cerrato-Cerri. Dopo gli incidenti si è fatto consistente il numero dei concorrenti ritirati fra i quali il francese Auriol e il finlandese Kankkunen su Toyota Celica che al termine della prima giornata guidava la classifica.

Il dominio del campione del mondo veneto in questa stagione è stato fuori di discussione: dal Portogallo al Sanremo passando per il Kenya, l’Acropoli, l’Olympus, con un secondo posto in Argentina. “Ma la vittoria più bella – ha detto – non è stata quest’ultima, ma quella del Safari Kenya. Mai prima di allora un italiano si era imposto a Nairobi”. Al Sanremo il biondo veneto è andato al comando fin dalla terza tappa e non ha conosciuto un momento di flessione. Alla fine il successo Lancia è stato totale: quattro vetture ai primi quattro posti.

Dietro Biasion si piazza Fiorio, che è secondo anche nella classifica mondiale, Cerrato e il finlandese Alen. La Ford Sierra dello spagnolo Sainz staccatissima a oltre 6 minuti. Campione di sci, appassionato di motocross, Biasion ha debuttato nei rally nel 1979, al volante dell’Opel Kadett GT/E, partendo prima dal Trofeo Rally Nazionali e arrivando a disputare qualche gara CIR. È arrivato alla Lancia nel 1983 centrando subito, a venticinque anni, il Campionato Europeo. Nel 1988 la consacrazione con il titolo iridato.

Si chiude un cerchio che da molto tempo vede le vetture italiane sempre al vertice della specialità, con dieci titoli iridati Marche a partire dal 1972, sette con la Lancia e tre con la Fiat. Quattro Lancia Delta HF Integrale nei primi quattro posti, di cui le prime tre condotte da equipaggi tutti italiani, un titolo iridato ed uno tricolore. Questo l’ultimo bottino della Lancia al Rally d’Italia che si è concluso a metà di quel bagnato mese di ottobre nella Città dei Fiori.

Con la Lancia Delta HF Integrale del Martini Racing, Biasion e Siviero hanno così legittimato la conquista del titolo, avvenuta con una gara d’anticipo sulla fine della stagione. Una corona iridata che arriva in Italia dopo nove anni di completo dominio da parte dei piloti nordici. Anche se era facile prevedere il contrario, visto il netto predominio delle vetture della casa automobilistica torinese, nella quinta ed ultima tappa si è ugualmente vista una gran lotta in famiglia tra i piloti della Lancia. Con Biasion-Siviero ormai irraggiungibili e lanciati verso un successo certo, considerato il loro vantaggio sugli inseguitori, la battaglia nelle rerovie ha come protagonisti Alex Fiorio e Dario Cerrato, che sull’asfalto riescono sempre a dare il massimo. Ma andiamo con ordine.

I torinesi partono subito all’attacco, rosicchiando secondi su secondi a Markku Alen, che riesce a resistere ed è costretto a retrocedere in quarta posizione. Il finlandese non si rassegna e risponde da par suo all’affronto dei due amici-rivali, riacciuffando la terza posizione. La battaglia continua e si risolve nell’ultimo chilometro dell’ultima prova speciale. È in quel momento che Cerrato riesce a passare di nuovo davanti ad Alen. Con questo piazzamento il pilota torinese ha anche la certezza matematica di conquistare il titolo italiano, visto che il suo più pericoloso avversario, Andrea Zanussi, con la sua Bmw M3, è uscito di scena sulla terza tappa.

Una giornata esaltante per la Lancia, disturbata soltanto dal mancato successo nel Gruppo N di Jorge Recalde e di Gianni Del Zoppo, costretti a ritirarsi nel corso della quarta tappa di una gara corsa come sempre con il coltello tra i denti. I due piloti riescono a prendere punti in questo rally, lasciando quindi la possibilità al belga Gaban (Mazda) di smuovere ulteriormente la classifica, portando il proprio vantaggio a 7 punti sull’argentino e a 13 sull’italiano. Da novembre in poi, nonostante ci sia ancora di mezzo il RAC, la Lancia può davvero pensare al futuro, cioè alla stagione 1989, anche se piloti, meccanici e tutti quanti hanno dato il loro contributo a un’annata strepitosa, vogliono rimanere legati al presente, cercando di gustare fino in fondo il sapore del successo.

“In momenti come questi è difficile dire quello che realmente si prova – afferma Miki alla fine di quel Rally di Sanremo –, ma credo che questo titolo iridato possa essere il giusto premio per tutto il lavoro svolto da me e Siviero e da tutti i meccanici sia in gara sia durante la messa a punto della vettura. Proprio per questo vorrei dedicare il Mondiale a tutti quanti per il lavoro svolto. Avrei dovuto impostare una gara in maniera diversa, guidando con maggiore prudenza, ma non me la sentivo di deludere i tifosi in un rally che si correva proprio in Italia. Con questa vittoria ho così completato una stagione che mi ha regalato cinque grosse soddisfazioni, con il successo in altrettante prove iridate, fra cui il Safari”. Miki e Tiziano ancora non immaginano che nel 1989 incasseranno il secondo titolo iridato della loro splendida carriera.

Delta S4 telaio 151 e il ”fantasma” di Henri Toivonen al RAC

Un collezionista a caccia della storia sul telaio numero 151 della Delta S4 si imbatte in un giallo che fa inevitabilmente scoppiare un caso internazionale. Qual è il telaio vincitore del RAC 1985 il 202 come scritto dalla storia o il 151 come sostenuto da questo appassionato svizzero ex dirigente della Sauber? Abbiamo avuto modo di confrontarci con colleghi giornalisti esperti di Delta S4 e con ingegneri che alla S4 da corsa si sono dedicati e infine abbiamo incrociato tutte le informazioni con quelle pubbliche. Nella vicenda interviene anche RM Shoteby’s che ha venduto all’asta il telaio 202 respingendo qualunque supposizione di veridicità in questa storia.

“Da giovane, guardavo le cronoscalate in Svizzera e sono rimasto impressionato dalla Lancia Delta S4 di Bruno Ianniello, da quanto fosse incredibilmente veloce sin dalla linea di partenza. Un po’ più tardi e dopo aver lavorato per la Sauber, ho iniziato con la collezione e la restaurazione delle mie auto del Gruppo C e LMP1 (Leblanc Caroline e Leblanc Mirabeau). Recentemente mio figlio più giovane ha iniziato a guidare e mi ha espresso il desiderio di una Lancia Delta Integrale. L’ho aiutato a trovarne una e contemporaneamente mi sono ricordato della Lancia Delta S4. Ho iniziato con la ricerca di un’auto del genere e fortunatamente ho potuto acquistare una Gruppo B da BR Sports di Lorenzo Bresolin. È la Lancia Delta S4 con telaio numero 151, scorrevole e senza motore”. A raccontarci questa storia che, da qui in avanti si trasformerà in un giallo internazionale che insegue il “fantasma” di Henri Toivonen e della S4 vincitrice al RAC 1985, è Rolf Wyss, appassionato collezionista d’oltreconfine che ci contatta per avere maggiori notizie in merito a questo telaio numero 151 della S4.

Per chiarezza: tutti i telai compresi nella numerazione “100”, tra cui il 151, sono telai costruiti per le S4 stradali. Invece, i telai compresi nella numerazione “200”, come appunto il 202 (vincitore al RAC 1985) sono telai costruiti per le S4 da corsa. Non è un caso se citiamo il 202, che con Henri Toivonen vince al debutto e a breve si capirà bene il perché. Il signor Wyss spiega a Storie di Rally: “Mi ha detto Bresolin che ha ricevuto l’auto 2011 da Maurizio Marsilli, ex patron di Rosso Corsa a Castelfranco-Treviso, di aver acquistato questa vettura nel 1992 perché era un’auto con specifiche di Gruppo B, successivamente immatricolata dallo stesso Marsilli con la targa “TV 965180” nell’anno 1992. Si suppone che sia un’auto “Abarth Experience”. La vettura è rimasta per molti anni nel garage di Marsilli, poi Bresolin ha iniziato il restauro. Ho potuto avere la macchina nel 2017, finendo il lavoro con un motore del magazzino Abarth, acquistato da Bruno Ianniello all’inizio degli anni Novanta. L’auto non è ancora completamente finita, ma il grosso del restauro è stato fatto”.

“Durante la fase di restauro mi sono messo alla ricerca della storia del telaio numero 151 per rendere il tutto più originale possibile – spiega Rolf Wyss –. Ho guardato molti vecchi filmati e foto delle vetture che hanno corso in Gruppo B, inizialmente senza alcun successo. Poi ho scoperto che Henri Toivonen ha capottato la sua S4 al RAC Rally 1985 prima di vincerlo e mi è venuto in mente che il mio telaio ha una piccola lesione nella struttura del telaio nella parte anteriore del tetto che potrebbe derivare da un capottamento. Mi sono chiesto se il mio telaio non potesse centrarci qualcosa. Il 151 ha rinforzi all’attacco degli ammortizzatori posteriori col telaio, Quindi, dovrebbe essere uno chassis del Gruppo B. Ma ovviamente so che il telaio che ha vinto il RAC Rally 1985 dovrebbe essere il telaio 202, appartenuto a Raffagnato”.

“Svolgendo ulteriori indagini ho incontrato il fotoreporter Reinhard Klein, a Colonia, e abbiamo scoperto che il telaio della mia macchina è il telaio utilizzato da Henri Toivonen nel 1985 al RAC Rally”. Attenzione, perché da qui, il signor Rolf Wyss non usa più il condizionale. Per lui, non è più questione di potrebbe, dovrebbe e parrebbe. Ma è diventato “ il telaio della mia macchina è il telaio utilizzato da Henri Toivonen nel 1985 al RAC Rally”. La storia ci interessa non tanto per inseguire ipotesi, ancor di meno per lanciarne di nuove e fantasiose, ma solo per avere conferma della verità certificata relativa ad una vettura che non è un auto da rally normale: è la prima Delta S4 omologata a debuttare e vincere una gara di Mondiale Rally guidata dal pilota più leggendario di tutti i tempi.

La storia di Wyss è clamorosa a prescindere, sia che venga confermata sia che venga smentita. Nel primo caso, del quale però non si hanno elementi, si sarebbe scoperto un cambio di telaio 202/151 non registrato su una vettura già battuta all’asta come vincitrice del RAC 1985. Nel secondo caso, invece, sarebbe Wyss la vittima di una sua illusione. E purtroppo, le indicazioni che abbiamo raccolto vanno in questa direzione. Almeno al momento. Nel mese di agosto ci siamo mossi, con la dovuta riservatezza attraverso dei canali ufficiali e ufficiosi. Abbiamo avuto modo di confrontarci con colleghi giornalisti esperti di Delta S4, con ingegneri che alla S4 da corsa si sono dedicati e infine abbiamo incrociato tutte le informazioni acquisite riservatamente con quelle pubblicate sui più autorevoli libri in materia, come ad esempio Lancia Delta S4 di Vittorio Roberti e Luca Gastaldi, oltre alle dettagliate cronache sportive dell’epoca, pubblicate sui giornali italiani e anche su quelli britannici.

Una immagine della S4 di Henri Toivonen incidentata al RAC 1985
Una immagine della S4 di Henri Toivonen incidentata al RAC 1985 confrontata con le foto di Wyss

Se vi è traccia di un capottamento di Henri tra la PS33 e la PS36, in cui il pilota finlandese perde circa mezzo minuto ma riacciuffa la seconda posizione, da nessuna parte vi è traccia di un presunto cambio di telaio mai registrato alle cronache. Quando Markku Alen esce di strada e perde 5′, finendo la prova grazie all’aiuto di Juha Kankkunen e di Fred Gallagher che lo aiutano a rimettersi in strada, Henri s’impossessa addirittura della leadership. All’inizio dell’ultima tappa, sulla vettura di Toivonen risulta effettuato un cambio prudenziale del differenziale anteriore e del compressore volumetrico. Non del differenziale centrale che, invece, faceva le bizze.

Questa è una delle immagini inviate da Rol Wyss a sostegno della sua tesi
Questa è una delle immagini inviate da Wyss a sostegno della sua tesi sul numero 202 scritto a penna

Wyss ci ha inviato alcune foto in cui prova a spiegare visivamente la sua teoria: “Potete vedere da alcune foto, dove potete confrontare le saldature del mio telaio con le saldature del telaio di Henri al RAC e sono assolutamente identiche. Solo un raccordo viene saldato al telaio successivamente per limitare la corsa della sospensione posteriore. È anche possibile vedere un numero 202 scritto a mano, ma sfortunatamente fino ad ora non ho un’immagine con una risoluzione abbastanza buona della piastra del telaio durante il RAC”. Le foto siamo riusciti ad ingrandirle quanto serviva per rilevare ad occhio nudo che il pezzo di nastro con scritto 202 potrebbe essere qualunque cosa, ma soprattutto non è posto sul telaio e nelle immagini non vi è traccia del numero dello chassis.

Il giallo su questo telaio, che ha già iniziato ad inquietare il mondo delle aste, in particolare RM Shoteby’s che ha venduto nel 2019 ad una cifra da capogiro proprio il telaio 202 certificato Abarth Classiche e FCA Heritage, si infittisce quando Wyss si chiede: “In quel momento era telaio numero 151 con solo un 202 scritto a mano per entrare nel gara o è stata successivamente cambiata da Abarth in 151 prima di venderla a Maurizio Marsilli?”. Pieno di entusiasmo, Wyss si reca a gennaio 2019 all’Abarth Classiche. Vuole incontrare Maurizio Zarnolli. “Ma con mio disappunto – aggiunge Wyss – a lui non interessava assolutamente la verità sui telai 202 e 151. Al contrario, mi ha detto che avrei dovuto tacere, altrimenti avrei finito per coinvolgere i vertici FCA”.

La stessa esperienza, come accennato l’ha avuta con RM Sotheby’s. In pratica Wyss scrive al signor Augustin Sabatié-Garat, responsabile vendite per l’Europa alla RM Shoteby’s e nella mail sostiene di avere la certezza matematica (parla del 100%) che il suo telaio 151 sia quello che ha disputato il RAC 1985 con Henri. Apriti cielo. La risposta che arriva dalla casa d’asta britannica, che in quel momento sta vendendo il telaio 202 è lapidaria: “FCA Heritage ha confermato l’autenticità dell’auto che presentiamo nella vendita di Londra. Se hai qualche problema con ciò, dovresti inviare la tua auto per farla certificare. Il nostro ufficio legale è attivo e monitorerà ogni tentativo di mettere a rischio la vendita del telaio dell’auto 202”.

Ciò non ha fatto altro che stimolare le ricerche di Wyss. Alla luce delle sue ricostruzioni, di cui ha tentato di informare Abarth e Ferrari, così come anche la casa d’asta, il collezionista svizzero contesta alla RM Shoteby’s, in merito all’autenticità del telaio 202 venduto: “Il certificato Abarth del 2016 attesta solo l’originalità dei componenti meccanici come motore, differenziale, silenziatore e così via. Non certifica lo chassis. Quindi questa non è assolutamente una conferma sul fatto che il telaio 202 sia il telaio che ha partecipato al RAC 1985. Maurizio Zarnolli di Abarth Classiche ha realizzato un manoscritto senza foto, una ricerca scientifica e anche senza data dove scrive che il telaio è ancora lo stesso della nascita insieme all’immatricolazione TO 77889E”. Ed ecco il primo grande dubbio: “Durante il RAC Rally 1985 l’auto usata ebbe l’immatricolazione provvisoria “A6 37353” e la targa “TO 77889E” fu assegnata più tardi”.

Da qui le domande dell’imprenditore che spera di aver acquistato un tesoro in grado di rivoluzionare la storia con il telaio 151: “Chi può essere sicuro che il telaio non sia stato cambiato, come si faceva di tanto in tanto in quegli anni? Chi può dire che fosse un’altra macchina? La targa “TO 77889E” è stata intestata per la prima volta a Lecce Pen (Giovanni Lecce, ndr) e non a FIAT Spa. Quindi, anche con questa nota non è certificato, che il telaio 202 sia il telaio del RAC 1985. Se poi si sa che l’auto ha avuto un incidente con conseguente danneggiamento del telaio nella zona dell’abitacolo, lecito doversi porre questi dubbi sulla nota di Maurizio Zarnolli, che invece scrive che non sono state modificate le parti del telaio”.

Per concludere, Wyss segnala alla RM Shoteby’s, in risposta alla poco velata minaccia di un intervento da parte del proprio studio legale: “Se guardate le foto del certificato Abarth del 2016, vedete completamente altre saldature del telaio rispetto alle foto storiche del RAC 1985. Invece, le saldature del mio telaio 151 sono simili alle foto storiche. Ritengo che anche con le foto del certificato Abarth è dimostrato che il telaio che intendete vendere non è il telaio vincitore del RAC con Toivonen. Vi chiedo solo di fornire informazioni corrette agli acquirenti, sul fatto che il telaio che vendete non è il telaio dell’auto vincitrice del RAC 1985”.