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Sergio Limone: la mia esperienza dalla Stratos alla Deltona

”Così negli anni Sessanta vi fu un ritorno alle origini, con un’attività sportiva svolta da clienti privati, prima con la Flavia, e il successivo prototipo derivato dalla Flavia Sport, per gare su strada come il Mugello o la Targa Florio, primi esempi di vetture da competizione a trazione anteriore di elevata potenza. In un secondo tempo con la Fulvia HF, a cui seguì la macchina da corsa concepita per vincere e voluta da Cesare Fiorio: la Stratos!”. Parola di Sergio Limone.

Storie di Rally pubblica un estratto dalla monografia dell’AISA, la numero 108: “Lancia, uomini, tecnica, vittorie”. L’intervento è dell’ingegnere Sergio Limone, che tutti collegano principalmente alle due Gruppo B della Lancia e non solo.

di Sergio Limone

Sono stato assunto in Abarth nel 1972 a ventiquattro anni, appena dopo la mia laurea in ingegneria meccanica, ed ho iniziato a lavorare per il marchio Lancia dal 1980. In Lancia non vi era una tradizione di partecipazione alle competizioni, e questo per l’impostazione data fin dall’inizio dal suo fondatore, Vincenzo Lancia, che nacque sì come pilota (fu un grande pilota della squadra Fiat) ma che si dimostrò subito consapevole di quanto le corse potessero dissanguare le aziende, convogliando su di essere le migliori energie e una grande quantità di soldi. E che per questo motivo si oppose sempre ad una attività sportiva ufficiale.

Fu un peccato, dal mio punto di vista, perché per esempio la Lambda, che esprime tutta la genialità di Vincenzo Lancia, ha delle caratteristiche che la rendono una base eccellente per una macchina da corsa. I risultati sportivi lo dimostrarono ma furono risultati raggiunti da clienti privati che ricorrevano a trasformazioni fatte al di fuori della casa madre. Dunque la Lancia non ignorava il fenomeno ma preferiva non gestirlo al proprio interno.

Per fare un esempio, alla Mille Miglia del 1932 partecipò una Lambda su cui il motore originale era stato sostituito dal motore della Dilambda; in altri casi la vettura fu addirittura trasformata in una monoposto per le gare in salita, sfruttando la struttura portante molto leggera e rigida, il che è riprova della validità delle soluzioni tecniche Lancia, dal punto di vista sia della leggerezza sia della tenuta di strada.

Non da meno fu l’Aprilia, modello dal bilanciamento eccezionale per quegli anni, con caratteristiche che ancora oggi la rendono quasi imbattibile nelle gare per vetture d’epoca. La svolta arrivò nel secondo dopoguerra, quando le tante vittorie di categoria della meravigliosa Aurelia convinsero Gianni Lancia, succeduto al padre nella conduzione dell’azienda, a partecipare alle gare sport e di F1. Le successive vicende, tragiche e sfortunate, sembrarono invece dar ragione alla prudenza del capostipite, e nel 1955 ogni partecipazione sportiva ufficiale fu sospesa.

Così negli anni Sessanta vi fu un ritorno alle origini, con un’attività sportiva svolta da clienti privati, prima con la Flavia, e il successivo prototipo derivato dalla Flavia Sport, per gare su strada come il Mugello o la Targa Florio, primi esempi di vetture da competizione a trazione anteriore di elevata potenza. In un secondo tempo con la Fulvia HF, a cui seguì la macchina da corsa concepita per vincere e voluta da Cesare Fiorio: la Stratos!

L’arrivo di una macchina così competitiva innescò una feroce rivalità con la Fiat, che per opporsi validamente alla Stratos realizzò prima la 124 spider Rally Abarth, quindi una versione rally della X1/9, dotandola di un motore di 2000 cc di origine Lancia Montecarlo. Si trattava di una situazione paradossale, di cui la dirigenza Fiat Auto si rese conto presto, tanto da chiedersi: “Perché dare dei soldi a due squadre corse che si battono fra di loro per far vincere una volta una vettura fatta da Bertone e la volta successiva una vettura fatta ancora da Bertone? Impieghiamo il budget per pubblicizzare una vettura di grande serie”.

Bernard Darniche sulla Lancia Stratos HF al Monte
Bernard Darniche sulla Lancia Stratos HF al Monte

Fu quindi presa la decisione di relegare la Stratos ai campionati nazionali e di preparare una versione Rally della anonima 131, affidata ad Abarth, come peraltro stava facendo Ford con la Escort, per battersi nel campionato del mondo Rally, che la Fiat vinse nel 1977, 1978 e 1980. E cosi arriviamo al 1980, quando entro io. La riorganizzazione del settore sportivo di Fiat Auto stava proseguendo con l’unificazione delle due squadre in una sola unità operativa comprendente tutti gli uomini di Abarth e di Lancia Corse, con ovvie e prevedibili difficoltà di rodaggio.

I compiti però erano ben definiti: gli uomini Abarth si occupavano delle Lancia da rally, il gruppo storico della Lancia Corse capitanato da Tonti invece delle Lancia da pista. Una riprova del fatto che la Fiat credeva fermamente nel ruolo della Lancia, tanto da volerne rinsaldare l’immagine di vettura sportiva su tutti i campi di gara.

A partire dal 1° gennaio 1982 la FIA aveva previsto una nuova impostazione dei regolamenti tecnici sportivi, basata essenzialmente sui tre gruppi A, B e C. Per Gruppo A si intendevano vetture da Turismo costruite in almeno 5.000 esemplari e la possibilità di trasformazione per la competizione; per Gruppo B, vetture da Gran Turismo costruite in almeno 200 esemplari; per Gruppo C vetture Sport. A questi si aggiungerà poi il gruppo N, quello delle vetture strettamente di serie (5.000 esemplari).

Data questa variazione di regolamento, a partire dal 1980 la preparazione delle nuove vetture da corsa per i campionati mondiali rally venne affidata alla Abarth. Il progetto, noto come SE037, fu definito nelle sue linee essenziali all’inizio del 1980 e l’antivigilia di Natale il prototipo di questa vettura da rally girava già al Campo Volo con una carrozzeria provvisoria. Nel frattempo Pininfarina ne stava studiando una linea elegante e funzionale.

La SE037 dal punto di vista strutturale è una vettura estremamente semplice, risultato di tutte le esperienze positive e negative accumulate negli anni precedenti, specie con la 131 Rally. Per le sospensioni la scelta cadde sulla soluzione a parallelogrammi, la migliore in assoluto per l’impiego in gara. Il telaio era basato sulla cellula dell’abitacolo della Lancia Montecarlo integrata da tralicci tubolari anteriori e posteriori.

Con innegabili vantaggi: per produrre le duecento vetture richieste dal regolamento erano già pronti, finiti e funzionanti, le porte, gli alzacristalli, il cruscotto, gli arredi interni, tutti pezzi che fanno impazzire quando le macchine da realizzare sono poche. Invece, per i tralicci, per le sospensioni e per il motopropulsore Abarth aveva ampia competenza per costruirli bene ed in fretta.

Uno stile inconfondibile la Fiat 131 Abarth Rally
Uno stile inconfondibile la Fiat 131 Abarth Rally

Per il motore, la scelta cadde su uno ben noto, derivato da quello della Fiat 131 Rally e successivamente sviluppato con l’applicazione della sovralimentazione con compressore volumetrico. Il prototipo fu realizzato velocemente. Il primo telaio fu costruito materialmente da Dallara su disegno Abarth, perché aveva le maschere della Montecarlo Gr.5, così è stato facile e rapido trasformarle e adattarle al nuovo modello.

Da osservare la sospensione posteriore, dotata di due ammortizzatori: dato il peso avevo pensato che due avrebbero lavorato meglio senza dare problemi. I carichi verticali andavano direttamente dal portamozzo al telaio con una soluzione innovativa inventata dal mio predecessore, il sig. Colucci. Le sospensioni erano completamente regolabili e gli attacchi sul telaio erano multipli. In quel momento, infatti, le gomme che andavano per la maggiore erano le Pirelli, ma non si sapeva se ci sarebbe stato o meno uno sviluppo delle gomme non radiali.

Per questo mi decisi a dotare tutte le vetture di attacchi multipli, in modo da lasciare la porta aperta allo sviluppo successivo, permettendo in prospettiva innumerevoli regolazioni, anche di geometria, in funzione del tipo di pneumatico. La SE037 ha avuto uno sviluppo iniziale molto travagliato. L’urgenza di produrre duecento esemplari per l’omologazione (ottenuta nell’aprile del 1982) ha rubato tempo e risorse alla definizione della versione da gara. Mi piace ricordare il ruolo di Giorgio Pianta, che in questa macchina ha sempre creduto e si è sempre impegnato facendomi da spalla nello sviluppo senza mai scoraggiarsi.

La prima vittoria assoluta arrivò soltanto nell’ottobre del 1982, in una gara regionale in Inghilterra. Con il 1983 la macchina fece un salto di competitività, vincendo il Rally di Montecarlo, e nel contempo anche i piloti iniziarono a provare gusto a guidarla e ad apprezzarla. Nel 1983 arrivò la vittoria del Campionato del Mondo Rally.

Ormai però tutto quello che era possibile trarre da questo modello era stato tratto. La vettura a due ruote motrici ormai aveva fatto il suo tempo, per vincere occorreva presentare una vettura a quattro ruote motrici. Anche stavolta a realizzarla sarà l’Abarth, ma avrà un nome diverso – Lancia Delta S4 – in modo da evocare una vettura di serie.

Esteticamente non venne tanto bene: quando Ghidella la vide disse che assomigliava ad una suora, le suore vincenziane che portavano quei grandi copricapi con i due risvolti verso l’alto. Una “somiglianza” dovuta al fatto che i tecnici avevano chiesto delle grandi prese d’aria per raffreddare l’intercooler collocato posteriormente.

La Lancia Rally 037 di Miki Biasion
La Lancia Rally 037 di Miki Biasion

Padre del progetto della Delta S4 fu Messori: io l’ho ereditata da lui, che ebbe il coraggio di fare una macchina innovativa ma complicatissima. Partiamo dal telaio: se per la SE037 era basato sulla cellula esistente della Lancia Montecarlo, nel caso della S4 era un telaio in traliccio di tubi rivestito in materiale composito, in quegli anni semplice vetroresina.

Il motore lo si voleva ancora con la prontezza di risposta caratteristica del compressore volumetrico, ma senza i limiti di sovralimentazione riscontrati in precedenza, e fu perciò scelta la doppia sovralimentazione, in modo da unire i vantaggi dei due tipi nonostante una complessità notevole di impianto. Il tutto in un momento in cui l’elettronica di controllo non si sapeva cosa fosse: era ancora tutto comandato con degli attuatori pneumatici.

Questo sistema fu realizzato e sviluppato su una 037 dedicata allo scopo ed è stata l’unico aspetto provato in anticipo di questa nuova macchina. Per il resto ci si è trovati a vivere tutti i problemi tipici di quando si sperimentano insieme tanti pezzi nuovi, e il problema di un organo ritarda lo sviluppo degli altri. Di conseguenza la macchina ebbe uno sviluppo lungo e tormentato. I primi disegni sono del 1983 e l’omologazione è arrivata a fine 1985, un lasso di tempo quasi doppio rispetto alla SE037!

L’avvio di stagione fu sfavillante: dopo l’esordio vittorioso al RAC nel novembre 1985, Toivonen portò la vettura alla vittoria anche nel Rally di Montecarlo 1986, nonostante un incidente in trasferimento. Ma l’epilogo fu inaspettato e cambiò radicalmente la situazione. L’incidente, verificatosi il 2 maggio 1986 durante il Tour de Corse, nel quale perirono Henri Toivonen ed il navigatore Sergio Cresto, causò la decisione della FIA di escludere dai rally le vetture di Gruppo B.

Avrebbero d’ora in poi potuto partecipare soltanto vetture del Gruppo A, con potenza limitata a soli 300 cavalli. Il 1986 si chiuse amaramente, nonostante le vittorie nel Campionato Europeo ed Italiano. Avevamo comunque pronta l’evoluzione della S4, qualcosa di eccezionale, la ECV1. La S4 era infatti stata impostata fin dall’inizio per permettere ottime evoluzioni, e così fu. La ECV ha il telaio in carbonio e motore a doppia sovralimentazione. E’, infatti, un biturbo con un turbo a destra ed uno a sinistra, una soluzione a flusso incrociato utilizzata per prima dalla BMW per gare in salita.

La stessa ECV1 avrà un ulteriore sviluppo, la ECV2. L’obbligo di utilizzare nei rally le vetture del Gruppo A ci impose di scegliere la Delta berlina, nata nel 1979, e l’anno successivo eletta vettura dell’anno. Dimostrazione che questi sono anni in cui l’Ingegneria Lancia fa molte cose innovative, e gode di una certa libertà in seno alla Direzione Tecnica Fiat. Fu infatti realizzata nel 1981 una Delta Turbo 4×4 in due o tre prototipi, fatti provare ai giornalisti con buon esito.

La Lancia Delta S4, un'icona del WRC
La Lancia Delta S4, un’icona del WRC

Allora iniziavano ad apparire sul mercato vetture 4×4 e la Lancia ebbe il coraggio di iniziare con una serie di mille vetture derivate da questi prototipi. Ma con i nuovi regolamenti decisi dalla FIA, la Lancia decise di produrne cinquemila esemplari e non più mille: questa, implicitamente, fu una grande affermazione di fiducia nelle capacità del reparto corse. Se infatti non fossero arrivate le vittorie, le vetture sarebbero risultate invendibili!

E le vittorie arrivarono, perché Abarth si tuffò letteralmente sul progetto, e partendo da una vettura di produzione cominciò a sviluppare di gran carriera la versione da corsa. Debutto vittorioso a Montecarlo 1987: la Delta diventa il sesto modello vincente della Lancia in quella gara. Da quel momento sembrò iniziare un ciclo virtuoso perché la macchina vinceva, vincendo otteneva ottimi risultati anche di vendite, e noi cominciammo ad essere ascoltati in tutte le nostre richieste pur di rafforzare l’immagine del modello.

Le richieste non mancarono, perché la 4WD era stata pensata per tutto tranne che per vincere le corse: dunque c’era bisogno di un motore più potente, con potenze più elevate, e un intercooler più grande. Da 240 i cavalli passarono a trecento, il limite imposto dalla Federazione per la categoria. Ma chiedemmo anche una carrozzeria diversa, capace di ospitare i pneumatici della massima larghezza concessa dal regolamento.

Una delle nostre prime richieste fu il motore a 16 valvole, che però ci fu concesso soltanto al termine della produzione dei cinquemila esemplari a otto valvole (Lancia Delta Integrale). E siccome la macchina si dimostrò ancora vincente, si decise una ulteriore evoluzione, la quarta e ultima della serie, nota come “Deltona”. Il motore fu quello della Lancia Thema dotato di contralberi; particolarmente interessante la sospensione posteriore con bracci paralleli, che garantisce un’ottima guidabilità, uno dei punti forti che hanno permesso alla macchina una lunga carriera.

La trasmissione, con una geometria diversa, è concettualmente quella della S4, con un differenziale ripartitore centrale ed un giunto viscoso. Tra l’altro il nostro ruolo, oltre che occuparci di preparare le vetture per le varie corse, era anche di realizzare piccole serie delle parti modificate da vendere ai preparatori e alle scuderie. Vi erano dei veri e propri cataloghi, tutto doveva essere disegnato, realizzato, provato ed infine messo su catalogo, un lavoro davvero impegnativo. D’altronde le Delta da competizione si vendevano in tutta Europa e non solo.

Il passaggio dalle vetture di Gruppo B realizzate in piccole serie di duecento esemplari commerciali e venti da corsa alle vetture del Gruppo A, a produzioni di 5.000 unità, modificò anche le prove su strada. Queste diventarono molto più frequenti ed intense, anche per la maggiore disponibilità di vetture.

Lancia Delta HF Gruppo A
Lancia Delta HF Gruppo A

Diventò consuetudine provare con due macchine, con valutazioni comparative e in condizioni molto vicine nel tempo. Non c’era più la necessità di attendere la trasformazione della vettura da una soluzione all’altra, e ci si organizzò via via con strumenti sempre più professionali, attrezzandosi con furgoni laboratorio per il rilevamento dei dati.

Provavamo anche molto in galleria del vento, anche minimi dettagli come le posizioni dei fari supplementari, e infinite soluzioni di raffreddamento, in galleria climatica, su uno speciale banco a rulli. Molto insistite le prove sui guadi, perché uno degli obiettivi della Lancia era di vincere il Safari, e nonostante i tanti tentativi (con la Fulvia e la Stratos e, oltre alla Lancia, la Fiat con la 124 e la 131) erano arrivati soltanto piazzamenti ma non vittorie.

Per passare un guado occorre aver centrato tre obiettivi: che l’impianto elettrico sia stagno, che il motore non ingurgiti acqua, che la macchina rimanga guidabile nell’acqua, affondando ma non galleggiando, altrimenti sarebbe trasportata via dalla corrente. Ed ecco finalmente arrivare una vittoria Lancia nel Safari! La Delta lo vincerà tre volte, un grande successo per l’auto e soprattutto per la squadra.

In quegli anni si svilupparono anche i primi test specifici sulla sicurezza, grazie alla collaborazione ottenuta in maniera informale dai tecnici del Centro Sicurezza, ben disposti ad uscire dalla loro routine quotidiana di prove. Furono loro a suggerirci una prova comparativa di roll-bar, un test che da tempo non si faceva più. Si trattava di una prova di caduta da un tetto per la quale occorrevano tre macchine da sacrificare.

Si sperimentò anche il tamponamento posteriore, cosa inusuale per una vettura da competizione; noi lo ritenemmo utile in quanto se la macchina andava in testa coda poteva urtare un ostacolo, per esempio un albero, con possibili perdite di benzina dalle pompe. La consapevolezza di questo rischio ha fatto sì che da un certo anno in poi le pompe delle Delta fossero dentro il serbatoio stesso.

Da una prova di lancio e ribaltamento su un piazzale, invece, capimmo la facilità con cui si potevano creare situazioni potenzialmente molto pericolose, per esempio la possibilità del copilota di uscire dal finestrino con le braccia. Questo portò all’adozione di film antisfondamento ai cristalli delle porte anteriori.

I risultati dell’attività sportiva della Delta sono noti: sei titoli consecutivi dal 1987 al 1992, con quattro modelli diversi, dalla 4WD alla Deltona. Dire che è stata una macchina eccezionale è ancora poco se si pensa che è stata usata ancora per anni da team privati, è servita come base per molte vetture da competizione, tanto da portare a casa la vittoria nella sua classe nel campionato delle gare in salite nel 2013, oltre due decenni dopo la presentazione!

David Sutton: il genio che vinse il Mondiale nel 1981

Il mondo dei rally piange la dipartita di David Sutton, che è stato sempre vicino alla Casa di Boreham. Il suo aiuto nel far superare al reparto motorsport di Ford un periodo difficile, quando i lavoratori dell’Ovale Blu scioperarono nel 1978, mettendo a rischio la leadership nel Mondiale Rally, fu premiato con un grande regalo da parte del direttore del settore motorsport di Ford, Peter Ashcroft.

David Sutton, classe 1940, è venuto a mancare il 7 aprile 2021, all’età di 81 anni. Britannico, più precisamente londinese, Sutton è diventato famoso soprattutto per aver preparato la Ford Escort RS1800 che Ari Vatanen e David Richards fecero letteralmente “volare” nel Campionato del Mondo Rally 1981. Quello che poi vinsero, primi e a lungo unici privati nella storia, regalando momenti indimenticabili a tutti gli appassionati del Marchio e stupendo tutti gli altri.

David Sutton era stato pure pilota agli inizi della sua carriera, da giovane, ma non gli era andata benissimo. Non come gli andò poi da preparatore. Nel suo destino, evidentemente, c’era scritto altro. Agli inizi della sua carriera, da giovane, si batteva al volante di una Lotus Ford Cortina, prima, e di Ford Escort, dopo. Ma è da preparatore di auto da rally a marchio Ford e con i piloti finlandesi che riscuote successo. Un enorme successo.

La David Sutton Motorsport balza agli onori delle cronache, per la prima volta, con Timo Mäkinen nel RAC del 1968: Sutton, in quell’occasione, gestisce una Escort Twin Cam MKI prestata dal team ufficiale Ford al Finlandese Volante, che guida l’evento prima che la guarnizione della testata dell’auto si bruci e lo appiedi nei boschi della Scozia. Da quel momento, Sutton è sempre vicino alla Casa di Boreham e il suo aiuto nel far superare al reparto motorsport di Ford un periodo difficile, quando i lavoratori dell’Ovale Blu scioperarono nel 1978, non viene dimenticato dall’allora direttore del motorsport, Peter Ashcroft. Anzi…

Con l’azienda Boreham incapace di convincere i lavoratori ad allestire le RS1800 per il RAC, c’è una fondata preoccupazione che il dominio di sei anni della Escort nel Campionato del Mondo Rally sia destinato a finire. A questo punto si tenta il tutto per tutto. Pezzi di auto, ricambi e anche persone vengono portate di nascosto presso la David Sutton Cars, dove il geniale architetto prepara sei Escort MkII per il rally britannico di quell’anno e gestisce la famosa auto blu con livrea Eaton Yale del vincitore finale Hannu Mikkola.

Quando, un anno dopo, Ford annuncia che non avrebbe continuato nei rally, Ashcroft consegna le auto e affida i piloti a Sutton, che si trova a dirigere una squadra semi ufficiale fino al 1981. Ecco perché sarà ricordato, soprattutto per aver guidato una squadra privata che ha affrontato e battuto i migliori rallysti al mondo. Vero è che la stagione 1981 viene ricordata ricordata per l’arrivo della Audi quattro, ma è stata la squadra londinese di Sutton a occupare la vetta della classifica con Ari Vatanen e David Richards a leggergli le note.

La David Sutton Cars ha iniziato a farsi spazio nel WRC quando Ford si è ritirata dalla serie iridata, alla fine del 1979. Con l’appoggio di Rothmans e le Escort RS1800 messe a punto e sviluppate presso l’hub automobilistico Ford di Boreham, Sutton ha fatto l’impossibile per diventare il primo team privato a vincere un titolo mondiale. E c’è riuscito. È stato un record che ha resistito fino al 2006, quando Sébastien Loeb ha vinto il suo quarto titolo consecutivo, ma con Kronos Racing, team semi-ufficiale di Citroen Sport.

La stagione 1981 è ancora scolpita nella mente di Vatanen e di Richards. “Quella stagione 1981 è stata bella come tutta la mia carriera racchiusa in un anno”, ha detto Ari Vatanen a WRC.com. “Passavamo da questi incredibili momenti che ti facevano volare in alto ad alcuni in cui si sprofondava molto in basso, come quando stavo vincendo e poi sono andato a sbattere contro un camion in Costa d’Avorio”.

“Ma per tutto il tempo, David aveva un grande sorriso. Lo indossava come un abito. Sempre un grande sorriso. E quando facevo gli errori, veniva e mi metteva il braccio sulle spalle, avevamo un rapporto un po ‘come padre e figlio. È stato fantastico e ha lasciato un grande vuoto nello sport”.

Richards ha aggiunto: “Io e Ari abbiamo molto di cui essere grati a David, che era proprio il cuore della squadra. Sutton ha lasciato Ford ed è diventato fedele ad Audi alla fine del 1981, perché ebbe la possibilità di fare correre auto da rally Audi UK con Hannu Mikkola, Stig Blomqvist e Michèle Mouton nel Campionato Britannico e in tutto il mondo”. Un secondo titolo, nel Mondiale Produzione, arrivò nel 2003, quando Martin Rowe lo conquistò con una Subaru Impreza Gruppo N.

Giorgio Leonetti racconta l’epoca della ”sua” Tre Gazzelle

Giorgio Leonetti racconta nella sua ultima intervista come fece rinascere la scuderia e come fece a raggiungere degli obiettivi straordinari. ”La trasformazione del Team Brunik fu necessaria, perché avevo capito che una svolta poteva arrivare soltanto entrando a far parte del cosiddetto Junior Team, con l’appoggio diretto di una Casa, in questo caso la Lancia. I miei punti di riferimento erano Jolly Club e Grifone”.

Agli inizi degli anni Ottanta non si erano ancora estinti i clamori della scuderia novarese e c’erano tanti rimpianti per quella atmosfera e per quella spensieratezza perdute. A Torino esisteva il dinamico Team Brunik, una bella realtà composta da piloti piemontesi che raccoglievano buoni risultati. Tra questi: Filippi, Ceria, Zuccarello, Francone, Isabella Bignardi e un certo Giorgio Leonetti che era, oltre che pilota, l’anima della scuderia.

Dopo aver cominciato a vincere qualche titolo nazionale, il gruppo si era dotato anche di sponsor di un certo livello, Olympus e Jensen, fu così che al grintoso e intraprendente Leonetti, venne l’idea di chiedere la possibilità di utilizzare lo storico e prestigioso nome Tre Gazzelle. Gli fu concesso, anche se era scontato che non si sarebbe mai più ricreata quella atmosfera di amicizia e convivialità che aveva contraddistinto la scuderia di Novara nella sua “prima vita”. Così nel 1982 rinacque la Tre Gazzelle, con grandi ambizioni e un imprinting più sportivo e agonistico. Subito arrivò uno sponsor che fu decisivo, la R6.

Giorgio Leonetti racconta nella sua ultima intervista come fece rinascere la scuderia e come fece a raggiungere degli obiettivi straordinari. “La trasformazione del Team Brunik fu necessaria, perché avevo capito che una svolta poteva arrivare soltanto entrando a far parte del cosiddetto Junior Team, con l’appoggio diretto di una Casa, in questo caso la Lancia. I miei punti di riferimento erano Jolly Club e Grifone”.

“Per raggiungere questo obiettivo non potevamo usare solo il nome prestigioso della Tre Gazzelle, dovevamo farci un’immagine e garantire efficienza. Il primo passo fu comprare ben quattro 131, direttamente in Abarth, e poi quattro furgoni tutti uguali. Ciò naturalmente fu possibile grazie all’ingresso della R6. Il 1982 fu un anno di apprendistato, uscimmo dall’ambito delle gare piemontesi per affrontare il Campionato Italiano. I nostri piloti di punta erano Noberasco e Ceria con la 131 e la Bignardi con la Stratos”.

“Conquistammo presto la fiducia dell’Abarth e di Cesare Fiorio e già nel 1983 entrammo a far parte del Junior Team. Non posso dimenticare quando Silecchia mi fece firmare il contratto affidandoci un programma che prevedeva una Lancia 037 nel Campionato Italiano con l’equipaggio Cinotto-Cresto. Ma sempre nel 1983 ci fu un’altra svolta importante, perché mi chiamò l’ingegnere Chiti e la Tre Gazzelle divenne la squadra ufficiale che gestiva le Alfetta GTV dell’Autodelta”.

“Come piloti scelsi il fidatissimo Ormezzano e Noberasco, un pilota per il quale ho sempre avuto tanta simpatia, perché dotato di grande talento con un po’ di follia. Ripagammo la fiducia che ci avevano dato in Corso Marche quando nel 1984, con Capone, che aveva sostituito Cinotto, vincemmo il Campionato Europeo. Fu un anno indimenticabile”.

“Nel quale abbiamo avuto come avversario, fino alla fine, nientemeno che Henri Toivonen con la Porsche Rothmans. Ma voglio ricordare con orgoglio, tra le tante soddisfazioni che ebbi in quegli anni, grazie agli sponsor West e Bastos che, con i colori della Tre Gazzelle, hanno corso tra gli altri: Bettega, Pregliasco, Snijers e Zanussi e che la nostra squadra di meccanici era invidiata da tutti i team, come esempio di efficienza e preparazione”.

Tutte le risposte che si potevano cercare da Daniele Audetto

Alen uno dei pochi scandinavi capace di vincere in Corsica. Walter carattere calmo e preciso, vero ”teutonico”, era più costante e sapeva mettere gli assetti più adatti alla sua guida. Quelli di oggi sono piloti eccezionali che non hanno bisogno di tutta questa tecnologia da videogame. Daniele Audetto a ruota libera nell’intervista più lunga e impegnativa della storia: 16 giornalisti, in media tre domande a testa, col coordinamento di Ariella Mannucci e Flavia Munari.

Daniele Audetto è stato uno dei grandi uomini delle corse italiane. Ex pilota di rally e dirigente della gestione delle sponsorizzazioni del Gruppo Fiat. Ma anche amministratore delegato del team Super Aguri F1 e manager della Arrows. Audetto è nato a Torino, in Piemonte, il 4 maggio 1943 e ha iniziato la sua vita facendo l’artista e il giornalista.

Nei rally, all’inizio, è stato copilota di Luca di Montezemolo, Amilcare Ballestrieri e Sandro Munari nel team Lancia. Durante i suoi tre anni con il team si è laureato in Management presso l’Università Bocconi. Si è ferito gravemente alle gambe durante un incidente. Nel 1976 ha sostituito Montezemolo come team manager Ferrari. E alla fine di quella stagione è stato promosso come supervisore di tutte le attività del motorsport del Gruppo Fiat.

Ha lasciato la Fiat quattro anni dopo e ha iniziato a lavorare come indipendente, con una varietà di team di F1 e organizzazioni di gare di offshore. Viene ricordato, in particolare, per la sponsorizzazione di Arrows F1 di Ceramiche Ragno. Dopo tre anni è stato reclutato da Lamborghini Engineering e nel giro di un anno è stato promosso ad amministratore delegato, sovrintendendo al programma dei motori di F1 dell’azienda tra il 1989 e il 1993. Dopo la chiusura di Lamborghini Engineering, Audetto ha lavorato nel Campionato Mondiale Superbike.

Di seguito pubblichiamo la più lunga e completa intervista mai effettuata nella storia, che è stata possibile da realizzare con l’aiuto di due coordinatrici speciali, Ariella Mannucci e Flavia Munari, le quali pazientemente hanno messo insieme tutte le domande dei cronisti, girandole a Daniele Audetto. Il risultato è strepitoso.

Cesare Fiorio capo di Lancia Alitalia nel 1975
Cesare Fiorio capo di Lancia Alitalia nel 1975

Gian Dell’Erba

Come e con chi ti sei accostato ai rally?

“Vivendo a Bordighera tra Sanremo e Montecarlo era inevitabile entrare nel giro dei rally. Mi portarono sul Turini a vedere il passaggio in cima al Colle e ne fui affascinato. Il primo approccio fu una regolarità sprint Asti-Sanremo con la Giulia “rubata” a mio padre, poi preparata per il Rally dei Fiori e schiantata nei pressi di Calizzano per una lastra di ghiaccio mentre guidava il mio coequipier Giorgio Garino. Fortunatamente l’amico Bascianelli mi propose di farlo con lui con la sua Giulietta TI con un risultato decoroso. Poi Leo Cella mi propose di navigarlo al Rally di Montecarlo facendo con Leo tutte le ricognizioni, ma Cesare Fiorio, giustamente, decise che ero troppo acerbo e gli accosto Alcide Paganelli, molto utile nei lunghi trasferimenti. Con Leo avrei dovuto fare il successivo Sanremo, e per molto utile nei lunghi trasferimenti. Con Leo avrei dovuto fare il successivo Sanremo, e per prepararmi al meglio partecipai all’Elba con un campione di moto, un “certo” Amilcare Ballestrieri con una Gordini praticamente di serie. Fu un’apoteosi, in testa fino all’ultima notte, quando il cavetto dell’alternatore ci lascio al buio. Rimediammo perdendo pochi minuti ma terminammo secondi e primi di Gruppo. Nelle stesse ore Leo Cella moriva a Balocco testando l’Alfa 33. Cesare Fiorio non si lascio scappare l’occasione e ingaggiò seduta stante Amilcare per il Sanremo con la Fulvia HF preparata per Cella-Audetto, che divenne Ballestrieri-Audetto. Gara durissima con il groppo in gola pensando a Leo e per Amilcare doversi adattare alla trazione anteriore da una tutto dietro come la facile Gordini, e di li passo a passo con sacrifici e passione siamo andati sempre in avanti…”.

Come e quando hai conosciuto tua moglie Delphine?

“Ho conosciuto mia moglie al Rally del Marocco dove correva con una Saab dell’importatore di Parigi, grazie a Cristiano Chiavegato che me la fece notare al ricevimento prima della partenza e poi grazie a Bernard Darniche che me la presentò al CO di Fez. Amore a prima vista, ci sposammo dopo pochi mesi in Kenia dopo il Safari Rally”.

Cosa ha voluto dire lavorare part-time con Luca Montezemolo? Poi diventare assistente di Cesare Fiorio?

“Aver fatto il navigatore a Luca mi diede la possibilità di stringere una fraterna amicizia con una persona che divenne famosa e mi fu sempre vicino. Quando ero direttore di Fiat Corse e lui Direttore Relazioni Esterne in Corso Marconi finivo sempre il budget a metà campionato, però con le 131 al comando, allora andavo da lui che trovava sempre il modo per un extra budget. Essere stato assistente di Cesare Fiorio fu la mia più grande fortuna, da lui imparai il mestiere non facile di Direttore Sportivo, è stato il mio Maestro, il più grande di tutti i tempi”.

E in Lamborghini?

In Lamborghini partecipai alle trattative per l’acquisizione da parte di Chrysler e stabilii un ottimo rapporto con Jacocca e con Bob Lutz. Li convinsi con Emil Novaro a entrare in F1 come motoristi con il geniale Mauro Forghieri che disegnò e costruì un 12 cilindri eccezionale. Senna lo testò a lungo con una McLaren adattata preparata da Giorgio Ascanelli, battendo i tempi delle pole a Silverstone e Estoril. Ayrton lo voleva già usare nelle due ultime gare del campionato, ma eventi in quel momento inesplicabili, nonostante un accordo tra i vertici Chysler e Ron Dennis, fecero naufragare l’accordo costringendo Ayrton a lasciare la McLaren, con i motori Peugeot della 24h di Le Mans rimaneggiati, per andare alla Williams e alla fatale Imola per la rottura del piantone dello sterzo saldato male. Questa è la verità, e la Chrysler svendette la Lamborghini a Tommy Suharto, figlio del Presidente Indonesiano. Per fortuna la Lamborghini venne poi rilevata dalla VW/Audi che sotto la presidenza di Stefano Domenicali è tornata ad essere la grande Casa automobilistica che merita di essere.

Markku Alen e Ilkka Kivimaki in una foto del 1976
Markku Alen e Ilkka Kivimaki in una foto del 1976

Carlo Cavicchi

Alen o Rohrl. Chi era più forte e perché?

“Marku Alen e Walter Rohrl, due grandi campioni. Marku un finlandese molto “latino” sempre molto agitato e nervoso, ma nelle “sue giornate” era imbattibile, soprattutto in certi rally come Portogallo e Finlandia, famoso il suo “adesso grande attack”. Alen uno dei pochi scandinavi capace di vincere in Corsica, Walter carattere calmo e preciso, vero “teutonico”, era più capace di vincere in Corsica. Walter carattere calmo e preciso, vero “teutonico”, era più costante e sapeva mettere gli assetti più adatti alla sua guida. Non amava correre in certi rally mettere gli assetti più adatti alla sua guida. Non amava correre in certi rally tipo Svezia, 1000 Laghi e RAC. Al Rally del Brasile erano in lotta serrata durante tutta la prima tappa, con un vantaggio abissale sul terzo, perché sapevano che avrei deciso di bloccare la classifica per la seconda tappa, e così fu, ma non fu facile farlo accettare a Marku. Rohrl era fortissimo anche in pista, dove faceva gli stessi tempi di Patrese, con la Beta Silhouette, nel Mondiale Marche vinto dalla Lancia”.

Perché costringesti Waldegaard a correre (e peraltro a dominare) il Rally RAC del 1975 ben sapendo che alla fine sarebbe stato comunque squalificato?

“Feci continuare Waldegard al RAC per tre motivi: primo, i giudici accettarono di farlo continuare “sub judice” per poter meglio investigare cosa era effettivamente successo al CO, dove arrivò con 5’ di ritardo. La mia versione fu che la strada era bloccata dalle molte vetture degli spettatori. Secondo: avevo dato ordine a Waldegaard di andare “a tavoletta” fino alla fine del rally. Infatti vinse tutte le prove speciali dando spettacolo entusiasmando il numeroso pubblico, e alla fine ebbe più pubblicità la Lancia del vincitore. Terzo: perché lo spirito del Team Lancia era quello di mai mollare fino a quando c’era una pur minima possibilità di vittoria, un gran Team, di grandi uomini, ancora oggi un esempio per tutti. Fu una leggenda la Squadra Lancia HF.

Tra i record non ufficiali, ma scolpiti sulla pietra dei rally, c’è il tempo impiegato dai meccanici Buschiazzo, Dal Sasso, Crema e Fregnan nel Rally di Svezia 1978 quando sottozero, sdraiati per terra in un’area di servizio della Esso a Forshaga, sostituirono il cambio di Alen nel tempo strepitoso di 13’43”. Era un’impresa incredibile. Perché allora nelle interviste all’arrivo tu lo riducesti a 11’50”? Non era già abbastanza eccezionale il tempo vero?

“Hai ragione tu, ma ho ragione anch’io. Ti spiego: fu comunque un’impresa eccezionale di questi quattro super-meccanici, con la supervisione del grande Giorgio Pianta, comunque allenati e preparati ad affrontare situazioni come questa. In effetti il tempo impiegato per l’assistenza in totale, dall’arrivo in assistenza alla ripartenza fu di 13’43”, ma il tempo impiegato per la sola sostituzione del cambio fu di 11’50”, e Alen riuscì ad arrivare al successivo CO nel minuto di tolleranza, senza penalità. Devo ammettere che con Carlo Cavicchi non si poteva bluffare, era sempre presente nel posto giusto nel momento giusto, aveva il fiuto del grande inviato speciale, direi specialissimo”.

Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Sanremo 1974
Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Sanremo 1974

Luca Pazielli

Spedizione 131 diesel Londra-Sidney…

“In un Comitato Corse mi chiesero cosa si potesse fare per il lancio sul mercato della 131 Diesel, la prima auto Diesel prodotta dalla Fiat, mercato dominato da Peugeot e Mercedes. Chiesi tempo e dopo una riunione in Abarth con sulla scia dei mondiali vinti dalla 131 Abarth. Chiesi tempo e dopo una riunione in Abarth con Avidano, Pianta e Colucci decidemmo di proporre la partecipazione alla durissima Londra-Sidney, camuffata e iscritta da “privata” dal Team Aseptogyl dell’esperto Bob Neyret con tre 131. Ne parlai a Montezemolo che ne sostenne l’iniziativa. Il Comitato Corse approvò la partecipazione e il budget, in un’impresa un po’ incosciente, con una 131 non ancora sul mercato in una durissima maratona. L’Abarth e il Reparto Esperienze Fiat con l’Ingegnere Carletti realizzarono un lavoro eccezionale e le tre 131 Diesel vennero affidate a Neyret-Hopfner, al grande Baghetti con l’Ingegnere Carletti e un equipaggio femminile, Dacremont-Vanoni. Per l’ufficio stampa Fiat segui la gara Mauro Coppini che ne ricavò una copertura mediatica eccezionale. Dopo mille peripezie con la perdita dell’equipaggio femminile per uno scontro frontale in Australia, salvammo la vita della Dacremont con un atterraggio sulla strada illuminata dai fari di alcune auto, e la portammo a Darwin dove fu operata d’urgenza bloccando un’ emoraggia interna. Alla fine la Fiat 131 Diesel vinse il gruppo Diesel sconfiggendo Peugeot e Mercedes, e propiziando il successo nel lancio”.

Tua gara e vittoria con Munari al rally Alpi Orientali…

“Correvo nel team Lancia come navigatore di Ballestrieri. Un giorno mi chiama il mio maestro, Cesare Fiorio, e mi dice: “Munari deve rientrare nelle corse, si è ripreso abbastanza bene dal terribile incidente del Montecarlo (dove perse la vita Lombardini) e vorrei che lo affiancassi tu, per poter capire se Sandro è recuperabile sul piano psico-fisico, con Amilcare ho già parlato, no problem”. Mi stava dando una grande responsabilità, ma a Fiorio non si poteva dire no. Presi un aereo da Nizza a Venezia, Gino Gotta mi portò a Udine e iniziammo le ricognizioni. Eravamo nella stessa camera, Sandro aveva una cicatrice ancora fresca che gli attraversava tutto il petto in diagonale, gli avevano estratto la milza e un pezzo di fegato, a Skopje furono bravissimi a salvarlo. In gara sugli sterrati era molto sofferente, dovevo tenere con una mano la leva del cambio che nei salti si disinseriva, e con l’altra giravo le pagine per per leggere le note. Per fortuna vi erano alcune prove su terra liscia come La Maina e la mitica Kraniska Gora in Jugoslavia, asfaltata e con i tornanti in pavé scivoloso. In quelle prove Sandro era uno spettacolo , guidava come un Dio, faceva il “pendolino” nei tornanti, con classe e naturalezza incredibili. Davamo la paga a tutti, recuperando il tempo perso sugli sterrati sconnessi. L’ultima prova era la Crovara, una specie di greto di torrente, la ferita gli faceva molto male e dovetti lasciare le note e tenere il volante che vibrava moltissimo e col ginocchio tenevo la leva del cambio. Per fortuna la PS non era molto lunga e alla fine vincemmo il Rally delle Alpi Orientali, con un Munari recuperato nel morale. Quando sulla pedana d’arrivo mi diede la mano dicendomi “Grazie” mi vennero le lacrime agli occhi. Poi ci fu la telefonata di Cesare “Bravo, missione compiuta, adesso puoi tornare da Amilcare”. Grandissimo Munari un pilota e un uomo eccezionale. Gli voglio molto bene”.

Contratto con Rhörl a San Martino di Castrozza…

“Il contratto con Walter al San Martino fu una piccola furbata. Era iscritto con una Porsche privata poiché non era nei programmi Opel ufficiale con cui aveva un contratto. Una sera era a cena al Colfosco con Christian Geistdorfer, dove stavamo anche noi del Team Fiat. Vado al suo tavolo e gli dico: “Ma Walter vai a rovinare quella bella Porsche sul Manghen, ti metto a disposizione un muletto 131 rimesso a nuovo, ti diverti, non ti costa niente e se ti trovi bene ti do il doppio della Opel per un contratto in Fiat di due anni”. Mi chiese di lasciargli un po’ di tempo per riflettere. Ne riparlai a Christian da solo dopo cena che mi diede un grosso aiuto per convincere Walter per venire con lui in Fiat Abarth e al mattino mi diede l’OK. Convocai subito Pianta e Silecchia al fine di preparargli una super 131 con una super assistenza. In gara fu uno spettacolo, con una 131 mai guidata fece tempi eccezionali, giù dal Manghen quasi prese Munari e alla fine lo dovetti rallentare per fare prendere più punti a Verini, che poi vinse l’Europeo. Dal Colfosco di San Martino di Castrozza iniziò una storia di successi e di un grande Campione, e sono fiero di quella piccola furbata ma soprattutto di una Squadra Fiat Abarth che ha fatto vincere tre mondiali ad un auto nata per il uso tranquillo.

Emanuele Sanfront

La grande differenza nel gestire un team di rally e uno di F1…

“Gestire un rally ai miei tempi era molto complicato, era come organizzare una guerra con i mezzi più disparati, auto muletto veloci da cannibalizzare in casi estremi, camion carichi di pneumatici , furgoni con pezzi di ricambio e carburante, elicotteri per assistenze di emergenza, aerei per i collegamenti radio, una direzione gara operativa h24. Il tutto sparpagliato in zone vastissime, come tutto il Kenya, la Grecia da Salonicco al Peloponneso, la Nuova Zelanda da Wellington a Aukland, il RAC da Londra a Inverness nel nord della Scozia, eccetera. In F1 se non hai la macchina giusta una volta partita la gara a parte i distacchi c’è poco da fare, almeno adesso c’è un po’ di strategia gomme e pit-stop, ma c è molta più politica, tecnologia estrema, costi altissimi, sono tutti super-men, ma è sicuramente la massima espressione dell’automobilismo sportivo, con il vantaggio rispetto ai rally che si può seguire dall’inizio alla fine della gara. Nei rally le gesta eroiche di consumano nelle notti fredde sperduti nelle foreste gelate del nord della Svezia o nelle savane del Kenya o nei deserti del Marocco. Secondo il mio parere dovrebbero eliminare o almeno ridurre tutti questi aiuti che si danno ai piloti di F1 telecomandati dai box e dalle cabine di regia a migliaia di km di distanza dalle sedi dei team. Sono piloti eccezionali che non hanno bisogno di tutta questa tecnologia da videogame”.

Come visse il ritiro (voluto) da Lauda nel GP del Giappone 1976?

“Il ritiro di Lauda lo vissi umanamente serenamente, professionalmente meno”.

Quale la più grande soddisfazione provata nei rally e quella in F1…

“Sicuramente le vittorie che mi hanno dato molta gioia sono state le vittorie in F1 e nei rally a Montecarlo e Sanremo, praticamente in casa mia, vicino ai miei cari e ai miei amici”.

Dovesse dire grazie a qualcuno a chi lo direbbe?

“Devo milioni di grazie a tutti i miei piloti, ai tecnici, ai fantastici meccanici, a tutti quelli che mi hanno sostenuto e aiutato, ma se devo dire un solo grazie va al mio Maestro e Mentore, Cesare Fiorio, che mi ha dato fiducia quando non ero nessuno, e insegnato il mestiere difficile ma entusiasmante di Direttore Sportivo, che consiste principalmente nel dare l’esempio e gestire persone di differenti qualità, personalità e caratteristiche, con i pregi e i difetti di tutti, che si devono saper valorizzare, o minimizzare, e sapere e accettare. Nessuno è perfetto, ma si devono evitare gli errori analizzando tutti i minimi particolari, poi “fare squadra” è molto importante, direi indispensabile”.

Sergio Remondino

Perché Munari non ha vinto con la 131 come avrebbe potuto e come aveva fatto con la Stratos?

Munari era molto veloce con la 131, ma in Corsica ha avuto un problema tecnico mentre eraal comando, e a Sanremo lottava alla pari con Rohrl e Alen che avevano molta più esperienza con la 131 e anche più feeling con Giorgio Pianta. Mentre la Stratos gli era stata “costruita addosso” con dei grandi “sarti” come Giampaolo Dallara e Mike Parkes. Comunque quando uno vince con una Fulvia Corsica e Montecarlo sarà sempre al di sopra di tutto.

Perché Fiorio ha lasciato che Munari smettesse così presto?


“Fiorio non ha fatto smettere né Munari né nessuno, anzi, lo ha fatto iniziare e diventare campione. Penso piuttosto fosse molto deluso del “matrimonio” Fiat-Lancia, che praticamente mandò in pensione la sua ancora vincente Stratos per motivi commerciali. Di Stratos ne sono state fatte 500 , di 131 migliaia: Ubi Maior Minor Cessat!”

Perché, per davvero, dopo l’incidente di Lauda non sono venuti alla Ferrari né Fittipaldi né Peterson?

“Fittipaldi non venne alla Ferrari perché aveva un contratto di ferro e multimilionario con la Copersucar, grande azienda Brasiliana, e Peterson perché un giorno Enzo Ferrari mi urlò “Qui ienda Brasiliana” , “Qui comando io!” E me lo urlò per una telefonata che ricevette da Torino”.

Renato Ronco

Qual è il risultato di cui sei più fiero?

“Il risultato di cui sono sempre stato fiero è sempre stato il prossimo”.

Qual è il pilota che ti ha dato più soddisfazioni?

“Il pilota che mi ha dato più soddisfazioni è stato Francesco Bascianelli, il primo amore non si scorda mai”.

Ma è vero che alla tua veneranda età vuoi rimetterti in gioco?

“Purtroppo con la iniqua, antisportiva, immorale, e per me anche probabilmente illegale, il balzello di 200 milioni per una nuova licenza di F1 da dividere fra i 10 team esistenti ha reso impossibile iscrivere un nuovo team in F1 come ci era stato proposto e confermato dal regolamento tecnico-sportivo annunciato dalla FIA e da Liberty Media a Austin nel GP USA dell’anno scorso, poi rimangiato per le proteste di sei team che non avrebbero firmato il Concorde Agreement. Pertanto per adesso, ma solo per adesso, capitolo chiuso, o rimandato”.

Nedo Checchi

Sartana, Munari, Amilcar, Daniel’s…

“Sartana perché andai al Rally Alpi della Luna di nascosto dai miei genitori, dicendo che andavo a trovare mia sorella a Capri, dove andai effettivamente un solo giorno preparando sette cartoline che mia sorella inviava a casa ogni giorno per tenere i miei tranquilli e sereni. Purtroppo con Amilcare vincemmo il rally con il servizio che andò alla Domenica Sportiva. Così al mattino mio padre si sentì fare i complimenti per la vittoria del figlio Dani. Mio padre rispondeva che ero a Capri. E si sentiva dire: “Macché, Maresciallo, lo abbiamo visto in TV, era proprio Dani!”. Mentre Munari il nome Drago se lo conquistò sul campo vincendo un epico Tour de Corse con la Fulvia HF contro Alpine e Porsche. Amilcar per Ballestrieri fu coniato da Cesare che conosceva una Casa automobilistica francese, la Amilcar, sparita da tempo, ma con caratteristiche robuste e tenaci, come il mitico Ballestrieri. Il Daniel’s è stato il grande bollitore e centrifugatore di talenti e appassionati, sede della Scuderia delle Palme, dove sono passati tutti, ma proprio tutti quei matti delle corse. Pensate che le prime note le ho viste trascrivere in bella a un tavolo del Daniel’s da Luciano Lombardini dopo aver provato il Langan, con Gigi Taramazzo che ci raccontava delle sue Mille Miglia, dondolando da un piede all’altro con una Muratti all’angolo delle labbra, tempi veramente eroici, ma ci si poteva morire”.

Fusione dei reparti corse Fiat-Lancia in attività sportive automobilistiche.

“La fusione Fiat-Lancia fu inevitabile. Ci scannavamo più tra noi che con le altre Case, sotto lo stesso padrone, che un giorno ci disse “game over”. E prevalsero gli obiettivi commerciali (migliaia di 131) che non la sola immagine (cinquecento Stratos). Fu triste ma ubi maior minor cessat, e facemmo vincere tre mondiali ad una auto da famiglia come la 131 con probanti aumenti di vendite”.

Tra i grandi che hai conosciuto e frequentato nei rally e in F1 chi ti è rimasto nel cuore?

“Per fortuna ho un cuore grande e c’è posto per tutti!”.

Leo Todisco Grande

Da aretino, vorrei chiederle un ricordo della sua vittoria al primo Rally Alpe della Luna del 1969, ottenuta come navigatore a fianco di Amilcare Ballestrieri con la Lancia Fulvia HF del Jolly Club.

“Alpe della Luna 1969, corso come “Sartana” per motivi famigliari (non dovevano sapere che andavo a fare il rally), al fianco di un Ballestrieri in gran forma che lasciò il grande Sandro Munari a più di un minuto, guida funambolica sempre al limite ma sotto controllo, con i denti quasi piantati nel volante, e due braccia poderose per domare una dura trazione anteriore. Fu anche il rally dove nacque una grande amicizia con Cristiano Rattazzi, ma soprattutto con Luca Montezemolo, coi quali poi si incrociarono più volte le nostre vite”.

Una definizione, in una parola, degli ultimi ”diesse” Ferrari, diciamo da Fiorio in poi, fino a Binotto…

“Cesare Fiorio, il più grande DS di sempre, se gli avessero lasciato prendere Ayrton Senna avrebbe creato un ciclo di successi prima di quello di Schumacher, ma con più immagine per la Ferrari, perché Senna era Senna. Todt è stato il più vincente perché ha avuto un Presidente come Montezemolo che gli ha trovato il budget per prendere non solo Schumacher, ma anche Ross Brawn, Rory Byrne (praticamente mezza Benetton di due mondiali) e Gilles Simon gran gran motorista. Jean gran lavoratore, professionale, un capo duro ma trascinatore, con una grande spalla come Stefano Domenicali. Maurizio Arrivabene ha fatto bene il suo lavoro e avrebbe meritato di più, mentre Binotto lo aspettiamo tutti nel 2022 coi nuovi regolamenti: purtroppo non ha i vertici giusti per poter lavorare tranquillo, John Elkan e Luigino Camilleri saranno anche dei grandi manager ma di F1 non ne capiscono un tubo. Forza Mattia!”.

Quale ritiene, tra le sue molteplici esperienze di alto livello nel motorsport, dai rally alla Formula 1, alla motonautica, ed altro, quella che le ha lasciato il segno più profondo?

“Sicuramente il segno più profondo me lo ha lasciato il San Martino di Castrozza, esattamente la PS di Valstagna, una gamba e tre costole rotte, una nel polmone, e un pezzo che ancora mi esce un poco dal torace. Il rischio era il nostro mestiere, con Amilcare che poi… Siamo vivi per miracolo, quindi che bella la vita quando sfiori la Dama Nera con la falce…”.

Amilcare Ballestrieri con la Fulvia al Rally di MonteCarlo
Amilcare Ballestrieri con la Fulvia al Rally di MonteCarlo

Marco Cariati

Quali sensazioni e ricordi del debutto con Amilcare Ballestrieri?

“Il debutto con Amilcare Ballestrieri all’Elba praticamente ci aprì le porte per entrare nell’automobilismo professionalmente, con un contratto con la Lancia Squadra Corse capitanata da un giovane Cesare Fiorio. Amilcare guidava la Gordini funambolicamente, le faceva fare quello che lui voleva, venendo dalle moto ad alto livello e alto rischio, dentro una una carrozzeria un’auto chiusa si sentiva talmente protetto che poteva osare oltre ogni limite. Sensazionali le due traiettorie a filo burroni e a spelare rocce e muri. Aveva bisogno di rischiare come l’aria da respirare, fece sensazione alla sua prima uscita in un rally così importante. Con la Fulvia trazione anteriore fece più fatica ad adattare la sua guida estroversa, se avesse avuto una tutto dietro come Alpine o Porsche avrebbe fatto ancora meglio di quanto raggiunto con la Fulvia, con la Stratos corse poco ma vinse una grandissima Targa Florio. Per me Amilcare è un vero fenomeno, e se non siamo morti non è un miracolo, ma perché amava solo sfiorarla, mai baciarla, la morte, un vero artista del rischio”.

Cosa ne pensava delle Fiat 147 alimentate a carburante derivato dalla canna da zucchero, schierate al Rally del Brasile 1979. Che fine fece il progetto e perché?

“In effetti delle 147 a carburante derivato dalla canna da zucchero non mi sono molto interessato, in compenso adoravo la caipirinha anch’essa derivata dalla canna da zucchero, che però faceva volare”. Ironizza e svia. Magari non ricorda. Comunque, la storia è qui.

Riccardo Rossi Ferrini

Ritieni i rally attuali paragonabili a quelli del tuo periodo, e in cosa sono diversi?

“I rally attuali sono più simili ai vecchi minirally tipo Monti Savonesi e 333 Minuti. Sicuramente oggi è un problema organizzare un rally tipo Sanremo, Acropoli, Safari, MonteCarlo, eccetera, di una settimana. Certo che hanno perso molto fascino, ma ci si deve adattare ai tempi”.

Nella tua carriera realistica quale pilota hai considerato il più forte?

“Di piloti forti ho avuto tutti, escluso Vatanen. Poi il più forte dipende dal tipo di auto, dal tipo di rally, dal team, ma sicuramente il binomio Munari-Lancia è quello che più ha lasciato il segno, senza nulla togliere a Miki Biasion, che ha vinto due mondiali e soprattutto il Safari. E forse il mio è anche un giudizio di affiatamento umano, come con Amilcare Ballestrieri”.

Ti fa rabbia vedere la Ferrari in queste condizioni? E sul caso Vettel cosa dici?

“Sulla Ferrari non posso esprimere un giudizio obiettivo, essendo troppo legato alla Ferrari e a Piero Ferrari. In F1 ci sono cicli, McLaren Senna-Prost, Williams Mansell-Damon Hill, Renault Alonso, Ferrari Schumacher, Red Bull Vettel e adesso Mercedes Hamilton. La Ferrari credo ritornerà vincente dal 2022 con i nuovi regolamenti e con un fortissimo Leclerc. Per Vettel penso che forse potevano dirglielo un poco più avanti per non demotivarlo all’inizio del campionato, ma avranno avuto i loro buoni motivi per farlo”.

Cristiano Baggio

Hai vinto due volte il Rally delle Alpi Orientali, nel 1968 al fianco di Munari (Vincitore l’anno prima con Lombardini) e nel 1970 con Ballestrieri, entrambe le volte su Lancia Fulvia HF. E’ stato più difficile navigare Sandro o Amilcare? E quanto ha rappresentato quella vittoria per Sandro, reduce dal terribile incidente durante la marcia di avvicinamento al Montecarlo?

“Due grandi vittorie con due grandi campioni. Sandro guidava più in scioltezza, d’istinto naturale, Amilcare di forza. Sandro non sembrava rischiare, Amilcare amava il rischio, parte della sua formazione motociclistica, quando vedeva una discesa si buttava giù a capofitto, molto più veloce di Sandro. Infatti gli arrivò una volta davanti vincendo il Rally Alpi della Luna ad Arezzo. Sono convinto che, se dopo l’exploit all’Elba con la Gordini avesse continuato con una trazione posteriore come l’Alpine, avrebbe raggiunto traguardi ancora più importanti. Ha fatto fatica ad adattare la sua guida funambolica alla ostica trazione anteriore della Fulvia. Purtroppo con la Stratos ha corso troppo poco”.

Hai gareggiato, specialmente nel 1971, diverse volte al fianco di Luca di Montezemolo. Com’era al volante?

“Montezemolo era un pilota dotato e molto veloce, ma aveva poco tempo per provare, arrivava all’ultimo momento dovendo seguire gli studi universitari e praticamente seguiva le note. Ricordo che al Sanremo in un CO tirato senza note con una nebbia da tagliare col coltello mi fece rizzare i capelli talmente andava veloce d’istinto con visibilità zero, mentre all’Elba eravamo al comando e nell’ultimo giorno rompemmo un braccetto della sospensione nella discesa della terribile PS della Segagnana. L’Avvocato Agnelli lo chiamava quasi ogni giorno alle 6 del mattino per sapere come andavano le prove ma soprattutto per non trascurare gli studi”.

Nel 1977 alla vigilia del Rally di San Martino di Castrozza, ultimo della mitica serie organizzata dall’avvocato Luigi Stochino, ingaggiaste Walther Rohrl per affidargli la Fiat 131 Abarth, vettura che vinse tre titoli iridati (1977-1978-1980). Se il campione tedesco non avesse irmato il contratto, avevate altri piloti in lista d’attesa? E chi?

“Non avevo nessun piano per prendere un nuovo pilota, fu l’occasione che fece il “gatto ladro”, con un Walter Rohrl al San Martino fu una felice coincidenza”.

Come sei finito al fianco di Palikovic nel Rally di Sanremo del 1969, dominato dalle Fulvia di Kallstrom, Aaltonen e Barbasio (in coppia con Mario Mannucci)? Correste con una Porsche 911 S e vi classificaste quinti assoluti, preceduti dalla vettura gemella di Taramazzo-Pescò, ma davanti ad altri assi del volante (Cavallari, Rattazzi, Smania, Trombotto, Clark…). Uno sgarbo alla Lancia?

“Conobbi Jovica Palikovic durante il Rally di MonteCarlo che concluse decimo con una Gordini. Ragazzo simpatico e buon manico, fidanzato con la figlia di Tito. Alla fine del rally mi propose di fare con lui il Sanremo con una Porsche ufficiale, con un cachet superiore a tutto un anno in Lancia, ma ad una condizione: avrei dovuto preparare tutto io, radar, note, assistenza, eccetera. Jovica sarebbe arrivato solo il giorno prima della partenza per le verifiche e la Porsche la portavano direttamente da Stoccarda. Accettai e anche Fiorio capì e approvò la mia scelta. Detto fatto, mi appoggiai alla Scuderia della Palme per fare le ricognizioni con i vari Mannini, Gibelli, Gamenara. Direttore Sportivo Renato Ronco, che iscrisse le tre Porsche ufficiali di Taramazzo, Zasada e Palicovich come Scuderia delle Palme con documento timbrato Porsche e firmato dal grande capo Ferdi Piech, assistenza supportata dall’auto officina Rolando, e tutti gli amici della Scuderia delle Palme sparpagliati sul percorso del rally. Jovica arrivò puntuale con un aereo privato da Belgrado e all’uscita dalla pedana in Corso Imperatrice mi chiese: dove vado, destra o sinistra? Fu così fino alla fine dove giungemmo quinti in scia a Gigi Taramazzo, in un rally non adatto alle Porsche, molto innevato e fangoso, dove le Fulvia dominavano su quel terreno. Unico neo di quel rally fu quando il nostro DS Renato Ronco, in un momento di cristiana benevolenza, dette la nostra benzina pagata in dinari alle Lancia ufficiali rimaste a secco senza assistenza al controllo di Cantarana, altrimenti forse il risultato finale sarebbe stato diverso. Altro che sgarbo alla Lancia, Fiorio ringrazia ancora Renato Ronco!”.

Lino Ceccarelli

Ci racconti quando eri in assistenza volante in Marocco (un clamoroso salto di controllo a timbro di un equipaggio straniero) e in Kenya (un soccorso ai piloti Lancia fermi nella savana davanti a leoni)?

“In Marocco la vittoria di Lampinen-Andreasson con la sola Fulvia HF contro gli squadroni Alpine e Citroen fu un capolavoro di strategia, con un piccolo aereo della Agricolair con su il nostro Meccanico Brosio che effettuava interventi ad ogni occasione che si rendeva necessaria, atterrando in qualsiasi posto, deserto o strade sterrate. Ad un certo punto vide le prime due Alpine schiantarsi in un guado secco non segnalato dalle note, creatosi per un forte temporale. Senza indugio fece atterrare il pilota Christian, un mercenario che partecipò alla guerra dei 5 Giorni, per segnalare a Lampinen di rallentare e passare il guado indenne per arrivare a Casablanca. Al Safari vi furono situazioni pericolose, come un’assistenza a Munari circondati dai leoni, ma il pilota del nostro aereo Jerry ondati dai leoni, ma il pilota del nostro aereo Jerry Shirley ci cavò d’impaccio organizzando una cagnara battendo sulle taniche di benzina con le chiavi a croce e urlando a squarciagola cosicché i leoni seccati dal rumore se ne andarono nella savana”.

Mario Argento

Tu hai sempre supportato l’attività sportiva di Sandro Munari, vedi la partecipazione al Safari con l’Alfa Romeo GTV, cosa ti ha spinto a sostenerlo anche dopo la sua uscita dal Gruppo Fiat?

“Perché Munari meritava una rivincita al Safari e gli trovai un’Alfa Romeo con la quale avrebbe potuto vincere se in un guado non si fosse guastato l’alternatore”.

Il progetto in Lamborghini con il fuoristrada LM002, sempre con Sandro e Mario, raccontaci come nacque e come si sviluppò.

“Con la LM002 in Grecia fu un’impresa difficile per via delle carreggiate e degli pneumatici molto larghi, che non stavano nelle tracce segnate da altri concorrenti concorrenti nelle fangose PS, ma sui terreni normali stracciò tutti come un Drago. Il progetto LM002 si fermò con l’acquisizione da parte della Chrysler, che puntò sulla nuova Diablo”.

Per un certo periodo, se non sbaglio, esercitasti la professione di giornalista, raccontaci questa tua avventura.

“In effetti collaborai con Autosprint, Quattroruote, Tuttosport e Martedì Sport di Oscar Orefici. Mi piaceva scrivere e mi pagavano anche, divenni giornalista pubblicista con la tessera di Autosprint che mi permise di volare in First da Roma a Sidney con Carlo Cavicchi per seguire l’ultima parte della Londra-Sidney. Ma scrivere era un hobby mentre facevo altri mestieri più importanti, si fa per dire…”.

Patrizio Cantù

Ci racconti il tuo inizio come navigatore di Ballestrieri con la Renault Gordini? Mi risulta che volevi scendere!

“Il debutto di Amilcare Ballestrieri all’Elba con me al fianco è stato semplicemente entusiasmante e devo dire che condividevo i rischi che sapeva prendere e gestire. Mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello di voler scendere, anzi, visto che poi abbiamo condiviso tre anni di successi insieme”.

Racconta che casino è successo a Nairobi quando andammo con Sandro, l’Alfa Romeo, Corbari e i meccanici dell’Autodelta rimasero tutti bloccati dalla maledizione di Montezuma: cioè “diarrea”…

“In effetti sono cose che capitano in quei Paesi, per questo avevamo sempre col team il nostro famoso dottor Benigno Bartoletti”.

Racconta quando con Ecclestone andammo in treno causa nebbia a Mestre, alla Pino Silvestre Vidal in cerca di sponsor per la Brabham e lui si presentò con un modello già verniciato. Bernie chiese troppo e finimmo a mangiare pesce.

“Povero Mr. Ecclestone , arrivato col suo aereo a Linate causa nebbia dovemmo prendere il treno fino a Venezia per la presentazione della Brabham al Direttore Commerciale della Vidal per una sponsorizzazione del profumo Pino Silvestre. Ecclestone posò un grosso pacco sulla scrivania del direttore e ne estrasse un modello in scala enorme con i colori e le scritte Pino Silvestre, con il tipo esterrefatto di fronte alla richiesta economica che, probabilmente, era superiore al fatturato del profumo! Per farsi perdonare ci portò a pranzo in un super ristorante ma la granzeola andò sicuramente di traverso al piccolo grande Mr. Ecclestone”.

Mario Donnini

Caro Daniele, qual è stata la tua più bella vittoria in F.1 nel 1976?

“Per me di Bordighera la più bella vittoria fu quella di Montecarlo con Niki a pochi chilometri da casa con mio padre ai box e molti amici a sostenere la Ferrari di fronte ad una bellissima Grace Kelly”.

E quale il tuo più grande rimpianto nel GP del Giappone 1976 quando Lauda perse il mondiale con Hunt?

“Al Fuji prevalsero i sentimenti e il cuore e non la fredda lucida mente. C’era un accordo tra Niki e James auspice Ecclestone e Fittipaldi presidente dell’ Associazione Piloti di prendere il via per rendere validi i contratti con gli organizzatori e le televisioni, per poi fermarsi poiché la pista era impraticabile sotto un tifone che riversava cascate di acqua sul circuito. Quando Niki si fermò per primo come Fittipaldi, Carlos Pace e Perkins avrei dovuto dire a Niki di stare in pista e aspettare fino a quando James si fosse fermato, non sapendo che ai box Teddy Mayer lo minacciò che qualora si fosse fermato gli avrebbe rovinato la carriera, e forse di più. Ma io avevo visto Niki moribondo pochi mesi prima e non me la sentii di rimandarlo in pista in quelle condizioni. A freddo fu un mio errore, ma non me ne pento, e a chi dice che Enzo Ferrari era un uomo duro e senza cuore, si sbaglia, perché capì la situazione e condivise la decisione. Balle la battuta di Niki coniglio, ci perdonò, e l’anno dopo Niki lo ricompensò rivincendo il mondiale”.

Qual è stato il momento in cui ti sei sentito più felice, nelle corse?

“In tutte le corse, dai rally alla F1, alla Superbike con Flammini, alla motonautica, sono sempre stato felice perché quando la tua passione diventa anche il tuo lavoro non puoi essere che felice, sempre circondato da grandi piloti, tecnici, meccanici, da grandi squadre e sempre ai vertici mondiali”.

Pino Allievi

Perché non è rimasto in Ferrari?

“Non sono rimasto in Ferrari perché ero stato mandato “in prestito” per sostituire Montezemolo promosso Direttore Relazioni Esterne in Corso Marconi vicino all’Avvocato Agnelli. Dal 1977 fui di ritorno nel Gruppo Fiat come responsabile Fiat Corse in Abarth per lanciare la 131 nei rally del Mondiale, vincendone tre tra il 1977 e il 1980, ma mantenni rapporti anche operativi con Enzo Ferrari nelle trattative con Gilles Villeneuve e James Hunt, presente Piero Ferrari, e rapporti con Ecclestone e Balestre. In effetti non ho mai avuto un contratto Ferrari, ma sempre con Fiat Auto”.

La follia più grande che ha fatto?

“Di follie ne ho fatte tante e preso molti rischi, con decisioni a volte azzardate e un po’ spregiudicate, ma chi non rischia non rosica, e ho avuto molta fortuna, però quella di forzare un blocco della Gendarmerie al Rally di Montecarlo per dare le note e le percentuali di secco, bagnato, neve e ghiaccio della PS del Turini fu ad alto rischio. Infatti mi arrestarono col mio povero coequipier Brunin Ferrari all’arrivo della speciale a La Bollene, ma riuscii a dare le informazioni a Giovanni Gariboldi della Pirelli a inizio PS a Le Moulinet che gli montò le CN36 coi chiodini affogati che venivano fuori quando servivano dopo l’asfalto asciutto consentendo a Munari e Mannucci di vincere un memorabile Montecarlo nel 1972 battendo Alpine, Porsche, Mini Cooper e compagnia bella. L’unico rimpianto: non mi rilasciarono in tempo per poter festeggiare col mio team sul lungomare di Montecarlo…”.

Tre pregi e tre difetti.

“Caro Pino, mi conosci troppo bene per poter dire tu meglio di tutti i miei pochi pregi e i molti difetti…”.

Nicolas Rettagliati

Lei ha attraversato il periodo più bello e intenso delle Corse. Le limitate tecnologie e il coraggio facevano emergere la stoffa dei piloti, che ingrediente manca oggi nelle nelle corse? Il grande giornalista Mario Donnini di Autosprint ha definito le gare di oggi noiosissime e con troppe regole ha ragione?

“Ha ragione Donnini, tutta questa tecnologia da video games e questi eccessivi aiuti ai piloti telecomandati come robot dai box e dalle cabine di regia installate presso le sedi dei team con un pilota nel simulatore che “simula” lui stesso la gara. Troppe seghe mentali, che gli stessi piloti, che sono bravissimi, vorrebbero togliersi dalle palle: metti il modulo 5, fai un’altra un’altra traiettoria, frena prima, o dopo, consumi troppo l’anteriore sinistra, risparmia carburante… Ma andate tutti a quel paese!”.

Nel 1976 al Fuji diluviava, qual è la sua idea su quelle condizioni di gara, si doveva correre? Nel 1976 al Fuji diluviava, qual è la sua idea su quelle condizioni di gara, si doveva correre? LauLauda fece la cosa giusta o fu troppo precipitoso e non aspettò l’evolversi della gara? Una sua da fece la cosa giusta o fu troppo precipitoso e non aspettò l’evolversi della gara? Una sua idea personale a prescindere da come sono andate le cose.idea personale a prescindere da come sono andate le cose.

“Lauda fece semplicemente quanto concordato con James Hunt ed Emerson Fittipaldi, su richiesta di Ecclestone di prendere il via per validare i contratti con organizzatori e TV, per poi fermarsi subito dopo. Purtroppo Hunt fu minacciato dal suo DS Teddy Mayer e non si fermò, non potendo lui rispettare l’accordo a scapito di gravi conseguenze (conoscevo bene l’avvocato americano Teddy Mayer, un mastino). Pertanto io avrei dovuto dire a Niki di continuare in quelle apocalittiche condizioni (avete mai visto un tifone in Giappone?) ed aspettare che Hunt si fermasse. Ma prevalsero i sentimenti e il cuore, avendo assistito Niki morente alcuni mesi prima al Nurburgring (gli diedero l’estrema unzione). Non me la sentii di rimandarlo in pista e se avesse avuto un altro incidente? Ma la fredda mente e professionalità di un DS avrebbe dovuto rimandarlo in pista, io non me la sentii, ed anche Enzo Ferrari avrebbe dovuto rimandarlo in pista, invece comprese la situazione. Per ricompensarlo Niki rivinse il campionato l’anno dopo”.

Una domanda da un milione di dollari, due nomi del suo periodo delle corse. Il miglior pilota di rally e quello di Formula 1 quelli che le hanno lasciato un segno indelebile.

“Per me non esiste un miglior pilota in assoluto sia nei rally che in F1, i piloti vanno legati alla loro epoca, ai mezzi a disposizione, al Team, ma anche alle politiche e ai budget a disposizione, ma le posso dire che ho avuto la fortuna di poter lavorare con i migliori piloti del mondo, e non le scrivo l’elenco, perché finirei la batteria…”.

Jean Pierre Champeau: il mecenate di Sebastién Loeb

Come tanti uomini d’affari Jean Pierre Champeau ha la passione per lo sport, in particolare per l’automobilismo. Si avvicina ai rally in età matura, comincia alla fine degli anni Ottanta quando ormai veleggia verso i quaranta. Inizia con la Renault 5 GT Turbo per poi passare alla Sierra Gruppo N.

Il 22 ottobre 2019 avrebbe compiuto 70 anni essendo nato nel 1949 ed invece l’8 giugno se n’è andato a 69 e qualche mese dopo una lunga malattia, niente in confronto al dolore vissuto esattamente vent’anni prima. Ma ci ritorneremo. Jean Pierre Champeau è un nome che in Italia dice poco ma al di là delle Alpi, nel mondo del lavoro così come in quello dell’automobilismo, vuol dire tanto. La ditta che porta il suo nome, fondata a Limoges dalla famiglia nel 1929, è la più grande azienda di carpenteria della Francia. Un vero e proprio colosso del settore.

Come tanti uomini d’affari Jean Pierre Champeau ha la passione per lo sport, in particolare per l’automobilismo. Si avvicina ai rally in età matura, comincia alla fine degli anni Ottanta quando ormai veleggia verso i quaranta. Inizia con la Renault 5 GT Turbo per poi passare alla Sierra Gruppo N, alla Bmw M3 gruppo A e poi ancora Escort, Impreza, Mégane Maxi fino al 1999.

In quell’anno (ricordate il dolore a cui abbiamo accennato all’inizio?) suo figlio Mark, nato nel 1975, ha 24 anni: ha iniziato a correre nel 1994 ed è un promettente pilota, capace di piazzarsi quarto nel Campionato nazionale 1998. L’anno dopo, il maledetto 1999, lo inizia con una Subaru Impreza WRC. Il 30 agosto sta provando il Mont Blanc finisce contro un camion morendo sul colpo.

Per papà Jean Pierre è un colpo tremendo: smette di correre e riprenderà solo nel 2004 disputando un paio di stagioni con la Corolla WRC e la 206 WRC per poi fare qualche gara in pista. Ma subito dopo la morte di Mark decide, per onorarne la memoria, di aiutare giovani piloti. Nell’inverno tra il 1999 ed il 2000 individua un ragazzo di 26 anni dell’Alsazia che alterna il lavoro come operaio in una ditta di elettricisti alle corse.

Non è riuscito ad emergere attraverso il Volant Jeunes ma ha trovato due mecenati, Dominique Heintz et Rémi Mammosser, che gli hanno permesso di vincere nel 1999 il Trophée Citroën Saxo Kit Car e di fare tre gare del Mondiale con la Federazione francese. Per il 2000 il ragazzo è a piedi perché non ha il budget necessario per correre: Jean Pierre Champeau lo cerca, gli parla e decide di aiutarlo facendogli correre con una Saxo Kit il Championnat de France de rallyes Terre.

Con sette successi su nove gare vince il titolo 2RM. Lo nota Guy Frequelin e lo chiama a fra parte del team ufficiale Citroën. Ed il ragazzo sarà sempre grato a Champeau, senza il quale la sua carriera si sarebbe interrotta all’inizio del nuovo millennio. Ah, non abbiamo detto il nome del ragazzo… è proprio necessario?

Carlos Tavares: il manager che ama Stratos HF e rally

Non rinuncia alla tecnologia e alla modernità. Taglia via il ”vecchio” inutile. Un manager vero, Carlos Tavares. Perché, per fortuna, c’è anche un ”vecchio” utile. Un ”vecchio” che non invecchia. Quando il manager non ”gioca” con le auto d’epoca, si getta nella mischia dei rally storici. Il Rally MonteCarlo Historique è una delle sue gare preferite e anche nel 2021 sarà alla guida della sua Lancia Stratos.

Carlos Tavares, a capo del Gruppo PSA e oggi proiettato alla guida del nascente gruppo automobilistico Stellantis, è sempre stato un uomo di sostanza più che di apparenza, per quanto impeccabile nell’immagine. Non è mai stato uno con tanti fronzoli. E soprattutto ha sempre e solo avuto un’unica passione: quella per le corse automobilistiche, e per i rally in particolare. Infatti, quando può si infila in uno dei suoi personali gioielli, come la Stratos HF della sua scuderia personale, e va a correre.

Carlos Tavares, un uomo nato per stare alla guida, in auto, nel lavoro, nella vita. Petto in fuori e spalle diritte. Si guarda indietro solo per imparare dal passato e verificare se si è migliorati. Portoghese, manager di apprezzamento internazionale, nel mondo dell’automotive viene definito un dirigente che è parte integrante del mondo in cui si proietta. Un indispensabile ingranaggio del motore che dirige. I francesi lo amano. Ha risollevato le sorti di Peugeot e Citroen. Ha trasformato il Gruppo PSA in una società sana ed efficiente, ha gestito il matrimonio con FCA e curato la nascita di Stellantis.

Carlos Tavares portoghese di Lisbona, nato il 14 agosto 1958, proviene dai piani alti di Renault. In Portogallo si è avvicinato al mondo dell’auto, frequentando il circuito dell’Estoril da ragazzino. Ha studiato al Lycée francais dove sua madre insegnava. Infatti, si è diplomato al alla Ecole Centrale de Paris e ha iniziato la sua carriera in Renault nel 1981. È stato direttore del progetto Renault Mégane II.

Carlo Tavares: il manager che ama Stratos HF e rally
Carlo Tavares: il manager che ama Stratos HF e rally

Ha poi lavorato per la Nissan, società controllata da Renault. Nel 2009 diventa responsabile della Nissan per i mercati del Nord e del Sud America. Nel 2011 è chief operating officer di Renault, nonché il secondo dirigente di Carlos Ghosn e suo braccio destro. Tavares ha rassegnato le dimissioni dalla Renault il 29 agosto 2013, due settimane dopo aver pubblicamente dichiarato di voler diventare CEO di una casa automobilistica, scusandosi poi con il personale Renault per la gaffe.

La famiglia Peugeot lo ha subito preso nella speranza di non affondare. Carlos Tavares c’è riuscito. Per salvare se stesso, ha reso quello di Peugeot e Citroen uno dei gruppi industriali più competitivi al mondo. Nel 2014 diviene amministratore delegato e presidente del consiglio di amministrazione del Groupe PSA in sostituzione di Philippe Varin.

Durante il suo mandato, ha varato misure di riduzione dei costi e aumentato la quota di mercato dell’azienda in Cina, che ha riportato il Groupe PSA in attivo dopo diversi anni di perdite. Nel 2014 sotto la sua guida, è stata creata come marchio autonomo la DS Automobiles, di cui è presidente. Dopo che PSA e FCA hanno annunciato la loro fusione a ottobre 2019, Tavares ne diventerà amministratore delegato.

Non rinuncia alla tecnologia e alla modernità. Taglia via il “vecchio” inutile. Un manager vero, insomma. Perché, per fortuna, c’è anche un “vecchio” utile. Un “vecchio” che non invecchia. Infatti, quando il manager non “gioca” con le auto d’epoca che custodisce nel garage della sua casa alle porte di Parigi, si getta nella mischia dei rally storici.

Il Rally MonteCarlo Historique è una delle sue gare preferite e anche nel 2021 sarà alla guida della sua Lancia Stratos con la moglie Armelle, al suo fianco da quarant’anni, a fare l’osservatrice appassionata. Non ci crederete ma Carlo Tavares si è fatto inserire nel contratto di lavoro con il Gruppo PSA un’apposita clausola che prevede la possibilità per il manager di partecipare a ventidue corse automobilistiche ogni anno.

Intervista ”senza sconti” a Cesare Fiorio da parte dei fans

Cesare Fiorio non ha più interessi nel motorsport e nella sua carriera sportiva ha fatto, forse, anche più di quello che voleva e pensava di riuscire a fare. Nel Gruppo Facebook intitolato a Sandro Munari e Mario Mannucci, gestito da Ariella Mannucci e Flavia Munari, è stato possibile realizzare la più grande intervista senza sconti mai fatta a Cesare Fiorio. Ecco cos’ha detto…

Al tempo dei social tutto è possibile. E soprattutto, non tutto è negativo. Lo conferma ciò che è avvenuto nel Gruppo Facebook intitolato a Sandro Munari e Mario Mannucci, gestito da Ariella Mannucci e Flavia Munari, dove è stato possibile realizzare la più grande intervista senza sconti a Cesare Fiorio.

Per Cesare domande a bruciapelo, spesso molto indiscrete, poste dai suoi fans. Un’intervista a cui Fiorio si sarebbe volentieri sottratto negli anni in cui era direttore sportivo Fiat-Lancia, per ovvi motivi, ma che invece adesso è diventata per lui molto piacevole da gestire e da affrontare. E così, l’occasione è diventata ghiotta e decine di appassionati hanno visto soddisfare varie curiosità che gli ronzavano per la mente da chissà quanti anni.

Cesare Fiorio non ha più interessi nel motorsport e nella sua carriera sportiva ha fatto, forse, anche più di quello che voleva e pensava di riuscire a fare. Per quanto rimanga un impenetrabile scrigno di segreti, alcuni che non verranno mai rivelati, in questa intervista si è messo in discussione ha fornito tante informazioni inedite, ragionate col senno di poi, che è sempre una scienza esatta. A volte ci ha messo una “pezza”. Molte domande sono state rimodulate e riadattate ad un’intervista, mantenendo il senso della domanda posta. Le risposte sono originali.

Una lettera datata 1962 da Fiorio ad Angiolini
Una lettera datata 1962 da Fiorio ad Angiolini

Ci può raccontare l’aneddoto di come ha deciso di usare le gomme chiodate al Monte 1986 e la “genialata” delle lampadine gialle, usate anche da Peugeot?

Giuseppe Gangi, quel Montecarlo fu molto travagliato. Quando Toivonen era al comando con la nuovissima S4, questo dopo aver già dominato il RAC, fu centrato in un trasferimento da un ubriaco. Impiegammo quattro assistenze successive, dato il poco tempo a disposizione in ognuna di queste, a rimettere la macchina a posto. Da quel momento Toivonen tornò al comando per vincere il rally con oltre 4 minuti di vantaggio sul secondo! Per quanto riguarda i fari gialli, sulla prova del Turini, molti spettatori francesi lanciavano contro le nostre macchine della neve, per ritardarne l’azione. Fu allora che per confondere questi screanzati, montammo sulle nostre macchine dei fari gialli, in modo da sembrare macchine francesi, Peugeot e Alpine. La cosa funzionò e alla fine risultammo vincitori. Quella che era la gara più seguita, ci vide vincitori undici volte”.

Lunga è la storia che unisce la storia agonistica della famiglia Facetti a Cesare Fiorio. So e conosco per sentito dire di Cesare pilota, le sue auto venivano preparate in officina Facetti. Ci racconta un po’ di questa meravigliosa storia, che prosegue poi negli anni con un grande rapporto di collaborazione e stima con mio padre?

Mariagrazia Facetti, certo che il mio rapporto con la famiglia e l’officina Facetti di Bresso è lunga da raccontare. Di certo, quando correvo, Carlo, Giuliano e il loro padre, mi facevano sempre affrontare le gare con una macchina competitiva e affidabile, che mi consentirono di ottenere molte vittorie ed il titolo italiano di categoria. Poi, dopo che fondai la Squadra Corse Lancia, continuai a inviargli macchine da preparare che ci fecero apprezzare in tutto il mondo. Poi trasferimmo la preparazione a Torino, nel reparto corse, ma la collaborazione continuò per anni e ancora oggi abbiamo ottimi rapporti con la famiglia Facetti”.

Ci ha sempre incuriosito conoscere la reazione del Reparto Corse Lancia dopo che Fiat Abarth presento, anche se in sordina, la prima versione del prototipo Fiat Abarth X1/9 e che subito, dai primi passi su strada, dimostrò un notevole potenziale. Eravate pronti con la Stratos a rispondere alla sfida? La “bete a gagner” avrebbe avuto ancora possibilità di sviluppo? O avevate il classico “coniglio nel cilindro” per continuare a vincere, vicende politico-commerciali permettendo?

Sergio Gargiulo grazie della domanda! La Fiat Abarth X1/9, in effetti, non è mai esistita, dato che chi la sosteneva si era reso conto del potenziale della Stratos e del suo motore Ferrari. La macchina X1/9 è letteralmente sparita e gli oppositori, tanti, della Stratos dovettero assistere al suo grandissimo potenziale che le consentì di vincere i successivi treMondiali, il primo dei quali, vinto solo omologando per le gare la Stratos il primo di ottobre di quell’anno. Ma le gare mondiali erano ancora cinque, dopo quella gara, e la Stratos in queste poche gare si aggiudicò il primo dei Campionati del Mondo Rally”.

A proposito della Fiat 131, ha sancito la fine della Stratos: solo per motivi commerciali?

Gabriele Iori, la Stratos aveva vinto tre Campionati del Mondo Rally, terrorizzando molti avversari che avevano poi abbandonato il WRC. A quel punto la Fiat, di cui nel frattempo ero diventato, insieme a Lancia, responsabile, mi chiese se avremmo potuto vincere anche con la 131. A quel punto dovetti dire di sì, anche perché sapevo che unendo l e squadre Lancia e Fiat, avevamo la migliore squadra sul campo: in effetti, pur con qualche difficoltà vincemmo con la 131, anche se le Stratos, in mano a privati, vinsero ancora nel Campionato del Mondo, come fece Tony Fassina a Sanremo e Bernard Darniche a MonteCarlo”.

È vero che pensavate anche ad un’evoluzione della Stratos con l’otto cilindri della 308 GT/4?

Gerardo Cazzato nessun pensiero di questo tipo, sia perché la macchina risultava comunque vincente, sia perché avremmo dovuto omologarla di nuovo, con costi di cui non disponevamo”.

Ci può raccontare qualcosa di inedito e tecnico su quella Fulvia Coupé 1200 di colore blu, modificata con l’avantreno della 1,6 HF, e se tuttora esiste?

Dario Di Bello, la vettura di cui parli, la usavo per i miei spostamenti al seguito dei rally, dove a differenza di adesso, che vede dirigenti e meccanici fermi nelle aree di servizio, vietate al pubblico, bisognava arrivare in un maggiore possibile numero di assistenza, praticamente alla fine di ogni prova di velocità. Avevo quindi la necessità di disporre di una vettura veloce. La mia macchina di assistenza non è mai stata una Fulvia bianca, come magari sostiene qualche nostro ex-impiegato. La mia era una Fulvia blu, super modificata, che mi consentiva in incontrare i miei piloti il maggior numero di volte”.

Vorrei la ricetta per cucinare la Alfandega?

Roberta Gremignani, vedo che ricordi ancora la nostra Alfandega: mi fa piacere che hai ancora questa memoria, ma, veramente, non posso rivelarti la sua ricetta”.

Mi piacerebbe che ricordasse la sua partecipazione al Gran Premio di Pescara del 1961 con l’Appia Zagato…

Mario Semproni, ho avuto la fortuna di partecipare, e vincere la categoria all’ultima edizione del GP di Pescara. Di quella gara, che si svolgeva su un circuito stradale assai lungo, ricordo le emozioni di ogni volta che si transitava davanti ai box e si riceveva il segnale che eravamo in testa, e purtroppo ricordo anche il mio grande compagno di gara, Piero Frescobaldi, deceduto l’anno successivo, in un incidente alla 24 ore di Spa”.

MonteCarlo 1978 fu dominato dal maltempo, ma cosa è mancato alla Stratos per ripetersi la quarta volta?

Claudio Pugliese, io capisco che riferirsi a così tanti anni fa possa indurre a clamorose sbagliate conclusioni. A noi in quell’anno era stato imposto di non far più correre la Stratos, che aveva dominato le stagioni precedenti. Comunque Montecarlo rappresentava unicamente una delle prove del Campionato del Mondo Costruttori, che in ogni caso vincemmo noi ugualmente con la Fiat 131 nell’albo d’oro del Monte noi risultiamo comunque undici volte vincitori”.

Chi sono stati i suoi collaboratori stretti per la costruzione del reparto corse?

Mariagrazia Facetti, quando fondai, e poi diressi per anni il reparto corse Lancia, ricordo i primi collaboratori: avevo un capo officina, Walter Levizzani, due super meccanici, come Luigi Podda e Gino Gotta, cui poi si unirono Giannelli, detto “Scintilla” e Brosio. Ma i nostri collaboratori, nel tempo furono tanti e ricordo Mina Zaccone, Mike Parkes, GianPaolo Dallara, Carlo Facetti e Almo Bosato”.

Potrebbe raccontarci qualcosa sulla gestione dei piloti nel periodo della 037, Walter Röhrl ad esempio, visto che il pilota tedesco ancora oggi considera la 037 la migliore auto da rally che ha mai guidato?

Stefano Zordan, da noi sono passati quasi tutti i grandi piloti dell’epoca, dato che gareggiare con una nostra macchina era considerato un privilegio. Ma un giorno arrivò l’Audi4 che dominò improvvisamente molte classifiche, dato che era l’unica con quattro ruote motrici. Cosa fare? Noi non disponevamo ancora di quella tecnologia, ma avevamo la cultura di come costruire una macchina vincente e così, contro le Audi Quattro schierammo la 037, leggerissima, a motore centrale molto manovrabile su qualunque terreno. Il risultato di quell’anno, il 1983, fu che noi vincemmo il Campionato del Mondo oltre a tante gare, anche coadiuvati dai nostri ottimi piloti, come Rohrl e Alen. Fu una sorpresa per tutti, e quel Mondiale è passato alla storia e sta per diventare anche un film, con la collaborazione di Riccardo Scamarcio, che in questo film interpreterà me”.

Il 14 dicembre 1981 Cesare Fiorio annunciava la nascita della Lancia Rally 037
Il 14 dicembre 1981 Cesare Fiorio annunciava la nascita della Lancia Rally 037

Un parere sul pilota Nigel Mansell. Un grandissimo campione che, forse e purtroppo, ha raccolto meno di quanto ci si poteva attendere. E un parere sulla F1 attuale.

Nigel Mansell è stato per me un grandissimo acquisto con una velocità eccellente e una sensibilità meccanica fuori dell’ordinario. Con la Ferrari vinse alcune gare, ma il suo punto debole era il carattere, eccessivamente influenzabile, e quando Prost arrivò in squadra, la sua, “furbizia” lo mise in crisi e quell’anno, Prost vinse sei gare e lui solo una. Ma non era certo questo il valore che aveva. Se non fosse stato per questa sua fragilità caratteriale, il suo potenziale agonistico era eccezionale”.

Buon pomeriggio, mi piacerebbe sapere su quali basi scelsero di fare il cambio gomme in PS al Turini e la vera storia della scelta di Jean Alesi?

Giancarlo Cilia, il cambio gomme in prova è stata una nostra trovata vincente, finché non è stata imitata dagli avversari e poi vietata dalla FIA. Il concetto, dato che le prove di un rally possono essere miste (asfalto, neve o terra) era quello di poter disporre della miglior gomma per ogni condizione. E questo compensava largamente il tempo di sostituzione. Al Turini non lo abbiamo mai fatto. Per quanto riguarda Alesi, avevamo notato le sue grandi doti e lo abbiamo strappato alla Williams, tuttavia dopo la mia partenza dalla Ferrari, dovuta al fatto che avevo fatto un contratto con Ayrton Senna, dalla presidenza Ferrari smentito, Alesi dovette poi utilizzare una macchina non competitiva e non in grado di far valere il suo potenziale”.

È vero che nei rally ricevevate aiuto dalle concessionarie ufficiali del luogo dove si svolgeva lo stesso, che dovevano rimanere aperte anche la notte quando si disputava la gara? E poi vorrei un suo parere personale sul perché la Fulvia Zagato non vinse e non corse tanto quanto la coupé, anche se sulla carta, data la sua scocca in peraluman e la sua conseguente leggerezza, sembrava vincente…

Anna De Giacinto, non corrisponde se non casualmente a verità che chiedevamo aiuti esterni, dato che di gare ne abbiamo fatte e vinte anche dove non vi erano concessionari o altri. Eravamo autosufficienti. Per quanto riguarda la Zagato, questa era una macchina più adatta alla pista che ai rally. In effetti, solo per ricordare un grande momento di questa macchina, alla 24 ore di Daytona abbiamo vinto la categoria, piazzandoci anche sesti assoluti, laddove le altre macchine in gara avevano almeno tre o quattro volte la nostra cilindrata. I piloti erano Maglioli e Pinto”.

Rally, pista, auto e ancora auto. Proviamo a parlare di barche? Cosa le è rimasto dentro della meravigliosa avventura del Destriero? Rally e sport acquatici due discipline lontane da affrontare con approcci e mentalità diverse, ma se sempre con un grande spirito di squadra. Ci racconti un poco di questa sua avventura?

Sergio Gargiulo parallelamente alle corse di automobile ho partecipato professionalmente anche a gare motonautiche, dove ho ottenuto la vittoria in trentuno Gran Premi off-shore. Questo mi ha consentito di essere un possibile candidato per il Nastro Azzurro dell’Atlantico. Dopo averlo tentato una prima volta con Azimut Benetti, dalla cui esperienza ho raccolto molte informazioni. Speravo che l’eventuale successivo tentativo si rivolgesse a me, dato che eravamo in cinque al mondo ad aver affrontato l’Atlantico anche di notte ad oltre 50 nodi. Quando ho ricevuto la chiamata ho fornito il mio rapporto su quella che ritenevo l’imbarcazione idonea per portare a casa questa sfida. A questo tentativo ha partecipato il top dell’industria mondiale di produzione nautiche. Dalla Fincantieri, industria di Stato specializzata in navi militari, alla General Electric, che produceva turbine aeronautiche e che stava anche “marinizzando”, alla Kameva, produttrice di idrogetti, visto che non avevamo su Destriero trasmissione ad eliche, fino alla Sperry Marine, produttrice di strumentazioni nautiche, e alla Fiat, che ci garantiva la messa a punto di tutte queste innovazioni. In quell’anno, a causa di condizioni marine non idonee anziché tentare il record il 21 di giugno, quando cioè il giorno e lungo e le notti brevi, abbiamo potuto affrontare l’Atlantico solo il 9 di agosto, dovendo guidare nelle notti un’ora e mezzo più lunghe. Era come guidare una macchina di notte a 200 km/h a fari spenti. Il tentativo si concluse dopo 58 ore, 34 minuti e 50 secondi, record Atlantico tutt’ora imbattuto dopo quasi ventotto anni. Per me è stata la massima soddisfazione dato che ero sia responsabile della sfida, sia pilota della nave. E questo record che è tornato in Italia dopo quasi cinquant’anni rappresenta un grande vanto per la nostra nazione, molto invidiato da americani ed inglesi che negli anni avevano disputato questa sfida. Cosa che fanno ancora adesso senza successo”.

Chiedo il parere su tre personaggi che, con auto differenti e in epoche diverse, hanno fatto parte della HF Squadra Corse: Luciano Lombardini, Achille Marzi e Mauro Baldi.

Giovita Codeluppi, mi hai nominato tre persone che hanno contribuito a rendere grande il nome dell’Italia nel mondo. Di Luciano Lombardini posso solo ricordarmi con grande nostalgia della sua grande professionalità ed affetto per la nostra Squadra. Purtroppo, causa l’incidente non è più tra noi. Di Achille Marzi e Mauro Baldi non posso che ricordare la grande velocità che sapevano imprimere alle loro macchine. Sono stati a tutti gli effetti dei campioni”.

Ci racconta qualche aneddoto riguardante la bella stagione con la Lancia LC1 Gruppo 6?

Edoardo Bongioanni, per produrre quella macchina avevamo iniziato una collaborazione con Dallara che ci aiutò a renderla assolutamente competitiva e con la quale vincemmo anche un Campionato del Mondo Sport Prototipi, battendo addirittura le Porsche, pur avendo noi unicamente un motore 1.400 cc turbo. Tuttavia per queste gare avevo schierato il meglio dei piloti italiani anche di F1 quali Patrese, Alboreto, Nannini, Fabi, Ghinzani e De Cesaris”.

Come nacque l’idea di far correre la Fulvia Sport? E in particolare in gare endurance come erano Sebring e Daytona? Confrontandosi con i grandi dell’ automobilismo quali erano Ford, Porsche, Ferrari…?

Gerardo Cazzato, non era una macchina trasformabile per i rally, come la Fulvia Coupé, ma questa non era all’altezza della Fulvia Zagato nelle gare in pista”.

Tutti conoscono la prima parte della sua vita, a 300 km/h, da condottiero, in hai vinto tutto. Ma pochi sanno della seconda parte, quella che sta vivendo, a 0 km/h, fatta di pace, di aria pura e cibi genuini, di 27 ettari e di tutto ciò che di bello la nostra natura pugliese, in poche parole il “buen retiro” di Masseria Camarda a Ceglie Messapica offre. Ho avuto di godere più volte di questo angolo di pace e chiedo: come è riuscito a cambiare la sua vita in modo così radicale?

Michele Perla, in effetti la mia attività con le gare automobilistiche era terminata. Commentavo ancora la F1 per la RAI ma quando la televisione di Stato perse i diritti della F1, che passarono a Sky, alcuni amici mi portarono in Puglia, dove non ero mai stato prima. Quella visita mi fece cambiare la vita ed ora, dopo aver ristrutturato Masseria Camarda a Ceglie, trasformandola in un agriturismo biologico, vivo qua.E ricevo tutti gli anni delle visite”.

Sarebbe bello sentire qualcosa su Munari-Mannucci da dopo la vittoria del MonteCarlo del 1972. Quel successo credo abbia contribuito a portare al massimo la passione degli italiani per i rally. No?

Graziano Bissacco, a quei tempi vi erano tre passioni: la F1, il Campionato Sport Prototipi e i rally. Purtroppo oggi la grande passione per i rally si è affievolita, dato che anziché gareggiare tre giorni e tre notti, si parte alle nove del mattino, all’una si entra in parco assistenza, poi la sera si va a dormire. Un tempo si stava tre giorni e tre notti al seguito dei concorrenti, le assistenze erano a bordo strada, in mezzo al pubblico, e non nei parchi assistenza, assolutamente vietati agli appassionati. E anziché addentare qualche panino, ci si siede nei mezzi posteggiati nei parchi assistenza a mangiare i manicaretti preparati da qualche chef. Questo ha allontanato il grande pubblico. E poi vi erano, fra i primi, una macchina italiana e dei piloti italiani…”.

Qualche aneddoto sul pilota Carlo Capone?

Eros Finotti, devo dirti che Capone lo ritenevo un pilota interessante, ma evidentemente qualche cosa non ha funzionato e Capone non ha continuato la sua ascesa. Peccato”.

È vera la “genialata” dell’acquisto di tutto il sale disponibile nei supermercati francesi per cospargerne le strade e contrastare l’egemonia delle Audi Quattro al MonteCarlo?

Alfredo Gippetto, devo dire che le Audi Quattro stavano terrorizzando i rally, non avendo per esempio noi, la tecnologia delle quuattro ruote motrici. A quel punto costruimmo la 037, macchina leggerissima, motore centrale e grande manovrabilità. Quell’anno il Campionato del Mondo lo vincemmo noi e al MonteCarlo, l’unica prova veramente innevata, riuscimmo a farla ripulire dalla equivalente Anas francese. Per nostra fortuna non nevicò più di tanto quell’anno, e noi arrivammo primi e secondi. Era la prima gara, insidiosa per noi, che invece ci vide trionfare. Ma poi ne vincemmo anche altre, anche sulla terra, e alla fine eravamo noi i campioni del mondo”.

Tra le sue tante “gesta”, una Appia Zagato alla Targa Florio del 1962, ci delizierebbe con qualche aneddoto inedito sul questo mitico circuito?

Dario Di Bello, la macchina da me guidata nella Targa Florio del 1972 non era un’Appia, ma un prototipo Zagato con motore Flaminia, di 2.500 cc. Correvo con un pilota a quel tempo molto quotato, Mennato Boffa, e mentre eravamo sesti assoluti, in mezzo ad altri numerosi super prototipi, al mio compagno di gara scoppiò la frizione e ci ritirammo. La Targa Florio di allora era una supergara, con un circuito di 72 chilometri, da ripetere undici volte. Insomma, una gara incredibile con quasi un milione di spettatori. Dopo vari piazzamenti come direttore sportivo Lancia, fui chiamato nel 1972 da Enzo Ferrari per dirigere una sua macchina nella gara di quell’anno. Arrivammo primi, con l’equipaggio Merzario-Munari, e fu la prima volta nella storia delle corse che utilizzammo una ricetrasmittente, soluzione che oggi hanno tutti, ma allora rappresentava un mio piccolo contributo. Poi nel 1974, all’ultima edizione di quella incredibile gara, vincemmo di nuovo, con un prototipo Stratos, con l’equipaggio Larousse-Balestrieri”.

Right or wrong I am still the captain. Sinceramente quante volte avrà dovuto prendere decisioni di cui non era convinto e quante altre invece le difenderebbe a spada tratta?

Sergio Gargiulo, in effetti sei quasi sempre da solo a dover decidere. Ora mi viene in mente una difficile decisione che ho dovuto prendere. Eravamo a Imola, nel 1990 e Berger si schiantò all’inizio del secondo giro alla curva del tamburello. La macchina prese fuoco e solo l’intervento tempestivo dei servizi di sicurezza della pista, lo salvarono in meno di 10 secondi . La gara fu interrotta, e a quei tempi l’interruzione durava in tutto 20 minuti. Avevo dunque da prendere una decisione: era stato un errore di Berger, o un cedimento meccanico? Il tempo passava in fretta e dovevo decidere se Mansell, che avendo vinto la prima gara in Brasile, Imola era la seconda, poteva ripartire o meno. Mi rivolgo a Barnard, nostro direttore tecnico, che mi dice: “Domani, quando esamino la macchina ti dirò”. Mancano solo più quattro minuti. Incontro Piero Ferrari, figlio di Enzo, interpello anche lui, che mi risponde: “Tu comandi e tu decidi”. Già, è proprio così. A Imola, le bandiere Ferrari sventolano ovunque, Berger non ha quasi nulla. Mancano ancora due minuti. Basta, mi dico, non mi sento di far partire Mansell, leader del Campionato. Le macchine sono schierate e mancano ancora 30”. Fai un giro e rientra, dato che no so se Berger ha avuto o meno un problema. Mansell non ne vuole sapere, ma io la decisione ho dovuto prenderla, da solo. Le macchine partono e al primo giro Mansell non rientra, nonostante le chiamate radio e il segnale Box esposto. Ma dopo pochi giri, riesco a farlo rientrare. A quel punto inizia la mia terribile attesa, che deve durare fino al mattino seguente, quando esamineranno la F1 di Berger. Ebbene, quello è stato un momento difficile, per me. Avevo fermato proprio a Imola, sul circuito Dino Ferrari, la macchina che era in testa al Campionato. Il responso di Barnard, per mia fortuna, fu che aveva ceduto il supporto ala anteriore e che avrebbe potuto capitare anche all’altra macchina. Ma vi garantisco che quelle ore furono per me terribili e mi resi conto che da solo dovevo prendere anche questo tipo di decisioni”.

Perché ha quasi sempre scelto piloti italiani?

Mariagrazia Facetti, ho sempre avuto un debole per i piloti italiani e molti li ho portati ai migliori risultati. Per sua memoria le ricordo i grandi successi nei rally di Munari, i due Campionati del Mondo di Biasion e la mia squadra nei prototipi con Patrese, Alboreto, Nannini, Fabi, Ghinzani, De Cesaris, Pirro che hanno maturato con noi la loro esperienza e permesso a noi di beneficiare della loro bravura”.

Quali differenti sensazioni ha colto nelle sue esperienze nei rally e in pista?

Sergio Devetak, non vi era differenza: l’unico obbiettivo era vincere le gare e la soddisfazione, alla fine, era uguale, quando vincevamo e questo capitava sovente”.

Nella sua carriera ha affrontato diversi team manager: ne ricorda qualcuno in particolare, per qualcosa che ha fatto e che forse lei avrebbe gestito in modo diverso? Cos’è che rende una “squadra” vincente? Conta di più una preparazione metodica o l’abilità (anche del singolo) di sapere reagire alle situazioni che si possono presentare?

Gianluca Nataloni, devo dire che di team manager ne ho incontrati tanti, ma purtroppo per loro, quando incontravo di nuovo quella squadra, c’era un’altra persona. Non ho avuto con loro rapporti particolari, dato che l’unico pensiero che avevo, era di tenermeli dietro. Comunque, di persone preparate ne ho trovate molte, anche se ogni sera mi coricavo pensando quale mossa ci voleva il giorno successivo per continuare a tenermeli dietro”.

Come mai la Lancia LC2 , pur velocissima, non raggiunse quell’affidabilità che avrebbe meritato e che le avrebbe permesso di ridicolizzare Porsche. Mancarono i finanziamenti per gli investimenti necessari?

Il nostro programma in pista, che riuscivamo a tenere in piedi nonostante gli scarsi finanziamenti, aveva principalmente uno scopo: ottimizzare le capacità di chi operava nei rally, con una tecnica più raffinata, che solo la pista ci poteva dare. Peraltro, prima con la Beta Montecarlo, poi con la LC1 abbiamo vinto Mondiali anche davanti alle Porsche. Le macchine avevano anche la progettazione di Dallara, ma non potevamo più sostenere quelle spese e avevamo ottimizzato le capacità dei nostri tecnici da rally. Con quelle macchine abbiamo utilizzato sempre piloti italiani, Patrese, Alboreto, Nannini, Pirro, Fabi, De Cesaris e Ghinzani) con i quali abbiamo pur sempre portato a casa un Campionati del Mondo. Ma non potevamo più continuare”.

Paolo Ciabatti dai rally alla Ducati: le corse nel sangue

Torinese, arrivato a un passo dalla laurea in ingegneria prima che la morte del padre lo costringesse ad abbandonare gli studi, da ragazzo sognava di fare il pilota di cross. Ma soprattutto di aerei. E poi di rally. Paolo Ciabatti, direttore sportivo di Ducati Corse, ha sempre avuto le gare nel sangue.

Paolo Ciabatti, direttore sportivo di Ducati Corse, ha sempre avuto le gare nel sangue. Nel 1979, ad esempio, era al volante della A112 e una delle sue gare preferite di quell’anno fu il Rally Valli Imperiesi, nel 1980 e nel 1981 sulla Renault R5 Gruppo 2 (indimenticabile al Rally Valle d’Aosta e al Rally della Lana), nel 1982 sulla mitica Lancia Stratos, prima come pilota e poi anche come navigatore di Grandini.

Torinese, arrivato a un passo dalla laurea in ingegneria prima che la morte del padre lo costringesse ad abbandonare gli studi, da ragazzo sognava di fare il pilota di cross. Ma soprattutto di aerei. E poi di rally.

Se gli domandate com’è scattato l’amore per le corse vi risponderà: “Colpa della morte di Ignazio Giunti nella 1000 Km di Buenos Aires nel 1971: le immagini della Ferrari 312 a fuoco dopo essere stata colpita dalla Matra di Jean Pierre Beltoise. Comprai il mio primo Autosprint e da lì cominciò tutto. Nel 1974 vidi poi Agostini vincere con la Yamaha la 200 Miglia di Imola dopo che aveva anche conquistato Daytona. Aver trasformato questa passione in lavoro è una grandissima fortuna”.

Paolo Ciabatti con la R5 al Rally Valle d'Aosta 1980
Paolo Ciabatti con la R5 al Rally Valle d’Aosta 1980

Se gli domandate, invece, della sua auto da corsa preferita vi dirà: “La Lancia Stratos che guidai nel Rally della Valle d’Aosta 1982, l’ultimo prima che scadesse di omologazione”.

Nel 2019 ha partecipato insieme ad Andrea Dovizioso (che ricordiamo tutti sia al Memorial Bettega sia al Monza Rally Show) al Rallylegend di San Marino con la Audi quattro S1 EKS RX usata da Mattias Ekstrom nel Campionato del Mondo Rallycross.

Franco Patria e il coraggio di osare: storia di una stella cadente

Classica faccia con sorriso da bravo ragazzo, pieno di sogni. I capelli scurissimi lo rendevano più simile ad un impiegato che ad un pilota di auto. Vincitore del Rally dei Fiori nel 1963, Franco Patria aveva coraggio di osare, grinta e bravura da vendere quando si metteva al volante. Era un fuoriclasse e poteva permettersi di mettere dietro piloti ben più esperti di lui. Questo era il Franco Patria che il destino si è portato via ad appena ventuno anni.

Avete presente quelle scie luminose con a capo una palla incandescente di colore verde tanto grandi da essere viste anche nel cielo inquinato delle metropoli? Sono meteore o stelle cadenti così veloci da essere definite “boldi”? Sono rare, ma ogni tanto possono essere avvistate. Se ce le avete presenti, anche perché viste in fotografia, potete meglio comprendere e apprezzare la storia e la carriera agonistica di Franco Patria. Anche lui era una stella cadente, che ha lasciato una scia breve, ma intensa.

Nascere al freddo del 24 febbraio 1943 a Torino e morire l’11 ottobre 1964 sulla Linas-Montlhéry sulla Abarth Simca 1300 Bialbero. A soli ventuno anni. Non si può, dice ancora oggi qualcuno, eppure capita. Come capitò a Franco Patria, una stella che cadde nel più bello dei suoi spettacolari lampi di luce. E non poteva illuminare diversamente un ventenne che abbandona la vita facendo la cosa che più ama: gareggiare in auto. Dura solo tre anni la sua storia sportiva, tranciata in un plumbeo giorno di ottobre. Tre anni di sport ai massimi livelli che bastano per lasciare l’amaro in bocca. No, non bisogna pensare a cosa sarebbe potuto divenire in futuro Patria.

Nato a Torino nel 1943, cresce in una zona fertile per i motori, la Liguria di Ponente, dove Gigi Taramazzo è il punto di riferimento mentre Franco Patria con Amilcare Ballestrieri e Leo Cella sono le promesse. Nel 1961 prende la patente e l’anno dopo si mette in mostra: con una Lancia Appia Zagato si impone nella Cesana-Sestrière e nella Garessio-San Bernardo. Inizia la sua breve carriera con il team Grifone in squadra proprio con Cella e Taramazzo. Otto gare dopo, all’inizio del 1963, firma un contratto con la Lancia Corse come pilota ufficiale (diciotto le gare che disputa per il Marchio).

Classica faccia con sorriso da bravo ragazzo, pieno di sogni. I capelli scurissimi lo rendevano più simile ad un impiegato che ad un pilota di auto. Franco Patria aveva coraggio di osare, grinta e bravura da vendere quando si metteva al volante. Era un fuoriclasse e poteva permettersi di mettere dietro piloti ben più esperti di lui. Questo era il Franco Patria che il destino si è portato via ad appena ventuno anni, già consacrato pilota di indubbio talento e dal futuro radioso. “Era un pilota che, paragonato ad oggi, avrebbe potuto diventare Michael Schumacher”, diceva Giorgio Pianta, che con Patria corse proprio nel 1963, nel primo anno di Lancia del pilota ligure.

A proposito del 1963. A proposito di quell’anno di Lancia: nasce la HF Squadra Corse. Si correva in pista, in salita, nei rally, dappertutto. Oltre a Giorgio Pianta e Gigi Taramazzo c’erano Leo Cella, Piero Frescobaldi, Luciano Massoni ed il milanese Luigi Cabella. Sic orreva con le Flavia Coupé 1500. In qualche occasione, si è corso anche in pista con la Flaminia Coupé, prima con la GT 2.5 e poi quella con il motore di 2,8 litri. Patria si mette in luce alla 6 Ore di Brands Hatch, dove con Romolo Rossi è sesto di classe 6, alla belga Coupe Terlaemen a Zolder, dove è secondo nella stessa classe, e allo Zandvoort Trophy sull’omonima pista olandese.

Il grande centro della carriera di Franco Patria arriva in apertura di stagione con l’impensabile vittoria nel terzo Rally dei Fiori, che dal 1968 sarebbe diventato il Sanremo. Si corre tra il 22 e il 24 febbraio del 1963. La gara, ovviamente, è valida per il solo Campionato Italiano, del Mondiale ancora non c’è neppure l’ombra. Il pilota di appena venti anni si presenta al via della competizione matuziana con la Flavia Coupé ufficiale con guida a destra. Al suo fianco ha sanremese Sergio Orengo, sanremese doc.

Sulla falsariga del Rally di MonteCarlo, la gara prende il via da diverse città. Quell’anno si parte da Genova, Torino, Milano, Pisa, Imperia, Modena e Verona. Ci sono ben ottantotto partenti e solo sessantuno vedranno l’arrivo. Dopo la tappa di concentrazione le auto da rally sono chiamate ad affrontare un percorso di circa 500 chilometri nell’entroterra ligure. A fine febbraio, la neve non manca mai in abbondanza. Su un percorso tormentato e difficile, la classe di Patria viene fuori e il giovanissimo talento trionfa sulla vettura gemella di Leo Cella e Bruno Lanteri.

“Era un ragazzo sempre allegro, simpatico, spinto dall’entusiasmo. Schietto, ci si poteva fare affidamento. Io e Franco – ricordava Giorgio Pianta – eravamo grandi amici. Per lui ogni problema poteva essere superato. Non esisteva un problema insormontabile”. Se positivo è il ritratto di quell’uomo che stava sbocciando nel ragazzo natio di Torino, ancor più positivo è quello del pilota. Pianta confermò: “Sembrava nato con la macchina nel sangue. Solo Ignazio Giunti era come lui. Aveva una guida morbida, le sue traiettorie erano calcolate e perfette. Paragonandolo ad un pilota da rally lo avvicinerei a Walter Rohrl, poco spettacolare ma redditizio. Per lui vedevo un futuro in Formula 1”.

Al Tour de France del 1963, corso da Patria su una Flavia 1800, le prove in salita si alternavano a quelle in pista. Durante una cronoscalata, mai vista prima, mentre era intento a guidare a tavoletta spiegava a Pianta come sarebbe stata la strada subito dopo, pur senza averla mai affrontata. I due segnarono il miglior tempo di categoria. E poi l’anno dopo con l’Abarth Simca 2500 vinse la Stellavena-Boscochiesanuova con un tempo incredibile ancora oggi. Se l’uomo stava sbocciando in Franco, il campione era già pronto a riscuotere ciò che gli spettava: gloria e successo.

Nel 1964, Patria passa agli ordini di Carlo Abarth. Finisce direttamente nella squadra ufficiale con Hans Herrmann e Tommy Spychiger. A fine marzo, nel Trofeo Jolly Club a Monza, vince la classe con la debuttante Fiat Abarth 595. Due settimane dopo fa l’assoluto a Stellavena, altri quindici giorni e si aggiudica la Coppa Gran Turismo Trofeo Shell a Imola. I successi aumentano, in Italia ed all’estero. A fine giugno fa esordire vittoriosamente alla Predappio-Rocca delle Caminate la monoposto di Formula 3. A metà luglio con l’Abarth Simca 2000 si aggiudica la classica Trieste-Villa Opicina.

Infila altri successi. Il 20 settembre fa la conoscenza del circuito francese di Monthlery: alla Coupe de Paris è primo nella classe Turismo 850 cc sulla Fiat Abarth 850 TC e nella GT 2.000 cc con l’Abarth Simca 2000. Il 4 ottobre, sullo stesso tracciato, altre due vittorie di classe nella Coupe de Salon. Un settimana dopo Monthlery avrebbe ospitato l’importante 1000 Km di Parigi, prova del Mondiale Marche. Quel trionfale 1964 lo spinge in alto. Tanto in alto. Forse troppo. E si sa, le vertigini possono giocare brutti scherzi.

Così succede che sul finire della stagione, a ventuno anni, viene nominato direttore sportivo dell’Abarth in virtù dei successi raggiunti. Per lui si preannuncia un passaggio alla Ferrari nella squadra Prototipi. Prima delle vacanze c’è la 1000 Km di Parigi a Monthlery. È l’11 ottobre. Su un’Abarth Simca 1300 corre con il conterraneo Gigi Taramazzo. Piove. Patria ha appena ripreso il volante dopo una sosta ai box, sta rientrando in pista dove sopraggiunge Peter Lindner.

Dal curvone sopraelevato esce a tutta velocità la Jaguar metallizzata di Peter Lindner, importatore per la Germania delle vetture realizzate dalla Casa inglese e fanatico del Marchio al punto di acquistare la VDU881, la Jaguar personale con la quale è morto Mike Hawthorn. La Jaguar di Lindner non è una E-Type normale, è una “light-wheigt”, uno dei modelli da competizione realizzati nei primi anni Sessanta per competere con le Ferrai GTO e le Aston Martin.

Sono vetture nervose, le Jaguar. Bisogna saperle controllare. La visibilità è scarsissima, il fondo è quello che è, con un pericoloso problema di scarsissima aderenza segnalato e ignorato. La E-Type non è nuova a brutti scherzi. Ha già tradito un pilota esperto come Roy Salvadori, vivo per miracolo. Questa volta tradisce Lindner. In uscita di curva, sbanda e punta diritta verso i box, separati dal tracciato solo da una cortina di balle di paglia. Le investe, decolla e piomba sull’Abarth di Franco, ancora ferma, e su tre commissari che sono. Muoiono tutti.

Quel giorno, la luce di Franco Patria si spegne per sempre. Anzi no. Inizia a splendere nel cuore e nella mente degli appassionati italiani che lo ricordano da sempre come uno dei mancati campioni (Renato Ronco, giornalista di TMC, gli ha dedicato un bellissimo libro edito dalla casa editrice monegasca Ephedis e dedicato a lui e a Leo Cella, Carriere Spezzate) su cui la sfortuna si è accanita particolarmente bene.

Giorgio Faletti, artista italiano dei rally

Tra il Rally di Sanremo 1992 disputato con la Lancia Delta HF Integrale e quello di MonteCarlo 1998 con la Cinquecento Sporting c’è di mezzo, nel 1993, la cronoscalata su terra Nido Dell’Aquila con la Lancia Delta HF Integrale. Giorgio Faletti cappottò la vettura nel tratto finale e, fortunatamente, senza conseguenze fisiche. Poi lo scrisse sulla sua rubrica ‘Io canaglia’ su Autosprint.

Astigiano doc contaminato dalla passione per i rally, oltre che uno stimato attore e scrittore, Giorgio Faletti è stato anche un grande appassionato del mondo delle corse automobilistiche e collaboratore giornalista del settimanale Autosprint, dove gestiva in piena autonomia la rubrica “Io canaglia”. Il suo ruolo di appassionato lo portò ad andare oltre, fino ad indossare casco e tuta e ad impugnare un volante da corsa tra le mani. Dopo una non breve trafila, arrivò a disputare da pilota due rally del World Rally Championship.

Nel 1992 si schierò al via del Rally di Sanremo, al volante di una Lancia Delta HF Integrale Gruppo A del team Martini Racing, che concluse al quindicesimo posto assoluto. Sei anni dopo volle provare il brivido del Rally di MonteCarlo con una due ruote motrici, che disputò al volante di una Fiat Cinquecento Sporting, seguito sempre dal fido navigatore Giuseppe “Bepi” Cerri.

Tra il Sanremo e il MonteCarlo c’è di mezzo, nel 1993 la cronoscalata su terra Nido Dell’Aquila con una Lancia Delta HF Integrale, dove cappottò la vettura nel tratto finale e senza conseguenze fisiche. Nella settimana successiva la sua rubrica “Io Canaglia” su Autosprint fu intitolata “Qualcuno volò sul Nido dell’Aquila”. Il testo, accompagnato da una foto a tutta pagina della vettura in volo, recitava semplicemente “Io, porca vacca!!!”. Tra i suoi compagni di corse c’era anche Dodi Battaglia.

Nato ad Asti il 25 novembre 1950 se n’è andato il 4 luglio 2014. Un male incurabile ha messo fino alla storia di Giorgio troppo presto, lasciando amaro in bocca al mondo della spettacolo, della letteratura e dello sport. Personaggio poliedrico ed eclettico, nel corso della sua vita ha saputo raggiungere il successo in campi diversi, dapprima come comico del cabaret, poi come cantante e infine come scrittore di gialli.

Giorgio Faletti nella Ferrari di Gilles Villeneuve
Giorgio Faletti nella Ferrari di Gilles Villeneuve

Chi era Giorgio Faletti, tra tenacia e dedizione

Figlio unico di Carlo Faletti e di Michela Dafarra, Giorgio Faletti visse da bambino nel Borgo Torretta, in un modesto alloggio di Corso Torino, ad Asti. Suo padre era un commerciante ambulante e vendeva bottoni e forcine per i capelli in piazza Vittorio Alfieri, nel centro di Asti. Sua madre era una sarta. Il nonno di Faletti era un antiquario e raccoglieva nel suo magazzino oggetti antichi, opere d’arte, mobili e libri.

Nel 1976 il ventiseienne Faletti, assieme a due amici, affittò uno studio pubblicitario ad Asti. S’iscrisse anche a giurisprudenza senza ultimare gli studi, preferendo intraprendere la via dello spettacolo. Si trasferì a Milano, dove frequentò i corsi della neonata scuola teatrale milanese Quelli di Grock, fondata da Maurizio Nichetti. Incominciò la carriera come cabarettista nel locale milanese Derby negli anni Settanta, nello stesso periodo in cui sul palco del locale circolavano Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi, Paolo Rossi, Giorgio Porcaro, Francesco Salvi, Enzo Jannacci.

In televisione esordì nel 1979 a Telealtomilanese nell’ambito della trasmissione televisiva Playboy di mezzanotte, nel 1981 passò poi sugli schermi di Antennatre ne Il guazzabuglio, e nel 1983 partecipò a fianco di Raffaella Carrà a Pronto Raffaella. Nel 1985 entrò in Drive In, programma televisivo di Antonio Ricci. Il suo personaggio più famoso era Vito Catozzo, ma ne interpretò anche altri, come Carlino, Suor Daliso e il “testimone di Bagnacavallo”. Poco dopo, a fianco di Zuzzurro e Gaspare creò il personaggio di Franco Tamburino in Emilio. Negli anni Novanta del Novecento la consacrazione.

La musica era l’altra grande passione

Un’altra grande passione di Giorgio Faletti era la musica. La prima attività musicale si realizzò nel 1980 dove, assieme al compositore Dario Piana, realizzò per l’etichetta Eleven di Aldo Pagani, un 45 giri di genere pop- musica leggera strumentale. Il duo si firmò con il nome “Island”. Con gli anni Faletti si avvicinò maggiormente al mondo della musica e nel 1988 pubblicò il mini-album Colletti bianchi, colonna sonora del telefilm omonimo che lo vide fra i protagonisti.

Nel 1991 uscì Disperato ma non serio, il suo secondo disco, contenente tra gli altri Ulula, dal notevole successo commerciale e radiofonico, con la quale partecipò al Festivalbar 1991. Sempre quell’anno scrisse per Mina il pezzo Traditore, incluso in Caterpillar. L’anno seguente partecipò per la prima volta, in coppia con Orietta Berti, al Festival di Sanremo, presentando la canzone Rumba di Tango, inserita poi nel suo terzo album Condannato a ridere.

Scrisse in generale solamente i testi delle canzoni, ma talvolta fu compositore e paroliere degli stessi brani per svariati artisti. Per i Dik Dik scrisse “Io, te, l’infinito” (brano dell’album Amico, 1978), per Dario Baldan Bembo scrisse nel 1979 tutto l’album omonimo “Dario Baldan Bembo” e diede forma anche ai testi dei brani del relativo 45 giri incisi in entrambi i lati “Giuro, Cosa siamo noi” (1979).

Sempre per i Dik Dik scrisse altri due brani, Vuoto a rendere e Mamamadama (1980), per Drupi testo e musica della canzone “Maledetta musica” (brano dell’album Amica mia, 1992). Per Fiordaliso Mascalzone (1994) e per Angelo Branduardi scrisse due brani dell’album Camminando camminando, 1996. In seguito collaborò ancora con Branduardi, componendo per lui l’intero album Il dito e la luna (1998), tra cui Il giocatore di biliardo e La comica finale, ispirata alla vita di Stan Laurel e Oliver Hardy.

Affetto da tumore polmonare, nella primavera 2014 si sottopose a una serie di cure a Los Angeles. Trasferito all’ospedale Molinette di Torino, morì il 4 luglio 2014, a 63 anni. Dopo la camera ardente, allestita ad Asti nel Teatro Vittorio Alfieri, l’8 luglio i funerali si svolsero nella Collegiata di San Secondo.

Don Piero Toniolo e la coppa di Sandro Munari

La passione di don Piero Toniolo per i rally non è nata ieri. Già da ragazzo, prima di diventare prete, leggeva il settimanale Autosprint e le prime originali riviste di rally, come Rally Report. Ma, all’epoca, Don Piero non conosceva ancora il suo idolo, Munari: è accaduto tutto solo nel 2007, proprio alla parrocchia di Chiesanuova. Ora celebra l’eucaristia con la coppa regalatagli da Sandro.

Don Piero Toniolo, prima di essere un prete, è un personaggio, di quelli che avremmo dovuto inventare se non ci fosse stato. Ma per fortuna il problema non si pone, dal momento che c’è ed è ben nota la sua passione per i rally, oltre che il suo grande rispetto per le persone, uomini o donne, bianchi, neri o gialli che siano non fa differenza. Una passione così viscerale da indurlo, come prete, a celebrare messa a Camponogaro, in Veneto, in ricordo dei rallysti scomparsi. Ogni anno, sempre lo stesso giorno, il 20 gennaio, la data in cui morì Luciano Lombardini, copilota di Sandro Munari.

La messa viene celebrata appositamente per salutare chi non c’è più. Don Toniolo celebra l’eucaristia usando la coppa con cui Sandro Munari, il suo secondo idolo dopo Dio, fu premiato alla Pontedecimo, gara rocambolesca che lo vide vincitore ma in ospedale e che nei giorni successivi lo mandò in crisi al punto di pensare al ritiro delle competizioni. Don Piero dice che il vescovo è a conoscenza del fatto che lui celebra messa con la coppa del suo mito, ma in fondo a noi non interessa più di tanto l’aspetto gerarchico del mondo cattolico, vogliamo solo scoprire curiosità e retroscena di un personaggio che sta sempre dietro le quinte, come si conviene ad un prelato, e che è considerato universalmente il prete da rally, il prete dei rallysti italiani.

A Don Piero Toniolo il cuore che batte Lancia e ha sempre un pensiero rivolto ai rally e ai rallysti. Ha piacere che ci siano tanti sportivi alle celebrazioni del 20 gennaio, perché nel tempo, questa data, è diventata l’occasione buona per ricordare tutti i piloti, i navigatori e gli amici del mondo automobilistico che ci hanno lasciato. È parroco a Camponogara, nella provincia di Verona. Nato nel 1955 a Piovene Rocchette, in provincia di Vicenza, si è appassionato alle corse su strada fin da giovanissimo.

La vittoria di Sandro Munari al Rally di Montecarlo 1972 è stata la scintilla che lo ha fatto diventare un fan sfegatato del Drago di Cavarzere. Negli anni alla passione per la musica dei Deep Purple, dei Genesis e dei Pink Floyd, Don Piero (che tra l’altro ha corso il Rallylegend 2009 a fianco di Davide Biasiolo su una Mini Cooper) ha unito quella per i modellini: circa trecento le vetture in scala 1:43 ed 1:18 che lui possiede, comprese tutte quelle con cui ha corso Munari. Da quando ha conosciuto il suo mito è consigliere del Veneto Rally Club di cui Munari è presidente onorario. Dal 2009 ogni 20 gennaio celebra la messa in ricordo degli amici rallysti, meccanici ed appassionati scomparsi.

È lui l’ideatore del Munari Day. Ma non solo. Don Piero Toniolo è anche il parroco di Chiesanuova, a Padova. Una bella chiesa con annesso cinema, dove si è svolta la parte finale della manifestazione, e un rapporto moderno e diretto con la sua gente. Ma Don Piero non è solo uomo di fede, è anche uomo di passioni: nel suo cuore trovano posto anche la musica rock, la montagna e – questo è più singolare – il collezionismo di modellini. Una bella collezione, la sua, avviata sin da ragazzo perché – come dice lui stesso – “Tutti noi abbiamo bisogno di immagini”. I pezzi cui lui è più affezionato e che espone con orgoglio sono proprio quelli che riproducono le auto da rally portate in gara da Munari.

La passione di Don Piero Toniolo per i rally non è nata ieri. Già da ragazzo, infatti, leggeva il settimanale Autosprint e le prime originali riviste di rally, come Rally Report. Ma, all’epoca, Don Piero non conosceva ancora il suo idolo, Munari: è accaduto tutto solo nel 2007, proprio alla parrocchia di Chiesanuova, in occasione della manifestazione “L’Uomo ed i Motori”. E da lì ne è nata una bella amicizia che ha dato origine anche al Munari Day.

La messa è stata celebrata anche nel 2019, con una interruzione nel 2018 per problemi di salute del prelato, che continua ogni giorno a ringraziare il Signore. Anche solo quando ritrova il cd di Sting che manca alla raccolta, ma che – pensandoci bene – girava proprio nel lettore dell’auto i giorni prima del “blackout”. Perché significa che la memoria non è uscita compromessa dalla malattia.

Per don Piero Toniolo, parroco di Camponogara e Campoverardo, il 28 gennaio 2017 ha rappresentato lo spartiacque tra un prima e un dopo che ha rafforzato la sua convinzione che niente nella vita avviene a caso: colpito da una seria patologia si è impegnato per mesi per recuperare il linguaggio e la parte destra del corpo.

Ma poi, sul più bello, nel momento in cui le dimissioni erano vicine, a marzo un altro episodio ha vanificato tutti gli sforzi. A settembre, un attacco renale ha rallentato ancora una volta l’arrivo all’agognato traguardo: ritornare in parrocchia. In tutto quattro mesi di ricovero da gennaio a maggio al San Camillo di Treviso, tre mesi e mezzo in day hospital e, ancora adesso, la fisioterapia un paio di volte la settimana: un tempo lungo, motivato giorno per giorno dalla costanza e dalla fiducia che tutto si sistemi, puntando sulla forza di volontà e su quella speciale relazione con il Signore che tutto può.

La regina Elisabetta II, amica dei rally e di Colin McRae

La regina Elisabetta II d’Inghilterra che, non dovendo più mandare la sua flotta a combattere, si dedica conferire l’onoreficenza con il titolo di Baronetto a chi fa bene alla sua nazione o le regala momenti di buon umore. Tra questi non poteva mancare Colin McRae.

Un tempo la regina lodava chi difendeva il castello, chi proteggeva la sua incolumità. Insomma, i servitori della Patria. Grazie agli accordi tra nazioni, togliendo la parte africana, le regine di oggi devono preoccuparsi di altro. In particolare, la Regina Elisabetta II d’Inghilterra che, non dovendo più mandare la sua flotta a combattere, si dedica conferire l’onoreficenza con il titolo di Baronetto a chi fa bene alla sua nazione o le regala momenti di buon umore.

Così negli anni il presigioso premio ha avuto molti artisti, calciatori, attori, rallysti… Ma se prima la maggior parte dei Baronetti era prettamente del Regno Unito, con il tempo, la globalizzazione, l’integrazione… il raggio si è allargato anche a stranieri che entravano a far parte di una squadra inglese. Così da pochi intimi a decine di personaggi. La Regina Elisabetta II sa come fare notizia.

Ma chi sono i beneficiari delle onoreficenze conferite nella tenuta della Regina e di tutti i reali a Buckingham Palace. Nella musica il nome più illustre è quello di Elton Jhon, forse l’unico che è molto spesso a Palazzo, lui è uno di casa che viene spesso chiamato dalla Regina a cantare in privato per lei e i suoi avi.

Ma non solo negli anni ci sono stati i Beatles (tutti i componenti oltre al loro produttore George Martin), Mick Jagger (solo lui e non tutti i componenti degli Rolling Stones), Sting (solo lui dei Police), Daniel Barenboim pianista e direttore d’orchestra argentino-israeliano, Jimmy Page (chitarrista dei Led Zeppelin anni 60-80).

Nel cinema Sean Connery il secondo 007, anche se la politica inglese tentò di mettersi di mezzo visto che l’attore si era messo dalla parte dell’indipendenza della Scozia; oltre a lui Charlie Chaplin, uno di quelli che portò allegria ai militari nella Seconda Guerra Mondiale tra il 1939 e il 1943, ma tanti altri: Jackie Chan, il regista Ridley Scott, Steven Spielberg, Elizabeth Taylor, Henry Winkler (Fonzie in Happy Days), Roy Hudd (attore comico inglese), John Mills (tra i più grandi attori del secolo scorso), Roger Moore, Catherine Zeta-Jones.

Colin McRae e Richard Burns
NemiciAmici: Colin McRae e Richard Burns

Per la parte culinaria c’è l’immancabile Gordon Ramsey, forse qualche piattino ha stuzzicato la voglia della Regina d’inserire anche lo chef più stellato d’inghilterra nella lista dei ‘baronetti’. Ma passiamo agli sportivi, nella lista ci sono tantissimi ex rugbysti inglesi, ma non potendo scriverli tutti ne abbiamo presi soltanto due: Charles Carling e John ‘Mike’ Catt.

Poi tanti altri sport e tra questi i rally con Colin McRae, David Weir (velocista paralimpico, specialista sia delle gare di velocità, che di mezzofondo, fondo e maratona), David Steve Williams (Canoa), Mark Cavendish (Ciclismo), Francis Morgan Thomplson (Atletica leggera), John Westwood (Golf), Algernon Maudslay (Vela), la trafila della Formula 1: Bruce Chapman, Alain Prost, Jackie Stewart, Frank William, per poi passare a sorpresa a Nigel David Short (Scacchi). Tra gli altri anche politici, drammaturgi, matematici e chi più ne ha più ne metta.

La regina Elisabetta II è anche nota per essere una grande appassionata di motorsport e di rally, in particolar modo di rally su terra, con riferimento alle corse su strade che si disputano sul territorio africano. Non è un caso se è una delle più grandi sostenitrici del RAC Rally (o Rally GB) e che adori il Safari Rally, che gli è stato dedicato in versione Historic nel cinquantesimo anniversario della competizione keniota, come ci racconta anche lo splendido volume di McKlein.

Martin Holmes, decano dei giornalisti purosangue

Era prolifico nello scrivere le sue lettere, ma faceva in modo che il club fosse invitato nei rally di tutto il mondo. Fu con la rivista del club, Spotlight, che Martin Holmes divenne prima giornalista e poi, ad un certo punto, direttore ed editore. Martin Holmes pubblicava di rally ogni settimana sulla popolare pubblicazione settimanale, Motoring News, su Autosport e su RallyMag.

Martin Holmes conosceva i rally. Oh, se li conosceva. Li conosceva così bene che, a volte, impiegava anche dieci secondi prima di rispondere ad un quesito. In quei dieci secondi, rastrellava il suo enorme database celebrale e articolava un pensiero che, inevitabilmente, avrebbe fatto opinione. Dal momento in cui ha scoperto questo sport, mentre studiava per diventare avvocato presso l’Università di Southampton, da dove ha mosso i suoi primi passi come copilota nel 1959 (e il suo primo passo è stato grande: ha vinto alla prima gara), Martin voleva saperne sempre di più.

La sua sete di conoscenza e di comprensione, per i fatti era inesauribile. Ma conoscenza non poteva essere separata da comprensione. La memoria doveva fondersi con un’alta capacità di analisi e di previsione. Conoscenza e comprensione non potevano essere disgiunte. Queste erano le sue linee guida per un giornalismo autorevole, razionale, veritiero, a volte scomodo e antipatico, altre volte precursore dei tempi. Martin era così: o lo si amava o lo si odiava. Non aveva due facce. Sghignazzava sempre, o per disssenso o per consenso. Non ti lasciava mai capire fino in fondo. Non prima della domanda successiva. Quindi, alla fine, o lo si odiava o lo si amava: e si finiva per amarlo.

Il mondo dei rally si è svegliato senza di lui giovedì 11 giugno 2020, ma è stato scelto di darne notizia solo quattro giorni più tardi in rispetto della sua famiglia. Il decano dei giornalisti di rally (mitici gli striscioni “Welcome Martin Holmes Rallying” che si vedevano nelle hall degli alberghi dove alloggiava lui e i suoi collaboratori giornalisti e fotoreporter), firma autorevole e apprezzata in tutto il mondo, ha perso la battaglia contro il cancro, poco dopo il suo ottantesimo compleanno. È una perdita enorme per i rally, a cui era legato da ormai sessantuno anni.

Nato ad Ashtead, nel Surrey, Holmes si era poi laureato anche in giurisprudenza, ma realizzò prima il suo sogno di diventare navigatore rally professionista e giornalista inviato permanente nel WRC dal 1974. Il miglior cronista in assoluto nella disciplina. Le sue passioni – aeroplani, mappe, ingegneria e viaggi – trovarono appagamento nello sport che amava, i rally, e nel lavoro che faceva: il cronista di razza.

Si è fatto conoscere mentre studiava legge all’Università di Southampton. Ha seguito il suo primo rally nel 1959 a Isetta, dove ha ottenuto anche la sua prima vittoria. Divenne membro del Sutton and Cheam Motor Club nei primi anni Sessanta, una “mecca” nel sud di Londra per gli appassionati di rally. E lì si innamorò perdutamente di questo sport.

Martin Holmes ha preceduto il WRC ed è rimasto – fino al Rally di Germania 2019 – il volto più noto nel parco assistenza e nell’ufficio stampa. Noto e stimato come copilota, la sua fama decollò come giornalista. Lavorando nell’era pre-internet attraverso la sua agenzia, Martin ha fornito articoli e fotografie (con le immagini provenienti principalmente dal suo amico di lunga data Maurice Selden) a pubblicazioni in tutto il mondo.

Era prolifico nello scrivere i suoi articoli, ma faceva in modo che il suo club, intanto diventato “Martin Holmes Fan Club” fosse invitato nei rally di tutto il mondo. Fu con la rivista del club, Spotlight, che Martin Holmes divenne giornalista e poi, ad un certo punto, anche direttore ed editore. Martin Holmes pubblicava di rally ogni settimana su Motoring News, su Autosport e su RallyMag.

Il suo primo rally è datato 1962, correva con un minivan, e centrò una vittoria. Il suo primo RAC Rally risale al 1964 (Ford Anglia 1200). I successi arrivarono sotto forma di titolo britannico riservato ai navigatori nel 1971 (Escort RS1600 Mk1), quarto a Sanremo (Lancia Beta Coupe) e Portogallo (Datsun Violet 160J) e due volte quinto (Toyota Corolla e Renault 5 Turbo) nel CCR. La sua ultima partecipazione ad un rally fu il RAC, nel 1981. Non porteva essere diversamente. Disputò anche molte gare da privato con Ford, Toyota, Renault, Skoda, Datsun, Lancia e Vauxhall.

Come autore, ha scritto molti libri. Il suo primo libro Rally Navigation (1975 e 1997) è stato seguito nel 1978 da Ralllyng e l’anno successivo è stato pubblicato il World Rallying 1, un annuario del World Rally Championship. La serie si è conclusa con World Rallying 33, che copre la stagione 2010. L’ultimo libro di Martin Holmes, intitolato The Great British Rally: RAC to Rally GB, è stato scritto insieme a Graham Robson (pubblicato alla fine del 2019).

Nel corso degli anni, Martin Holmes ha lavorato a stretto contatto con il fotografo Maurice Selden, con Kevin Gormley e Ursula Partridge (segretaria) fornendo resoconti e immagini di rally, nonché notizie e articoli alle principali riviste di tutto il mondo. Martin sapeva di conoscere i rally, sapeva dove cercare le notizie, ma soprattutto poneva sempre le domande giuste.

Martin Holmes credeva fermamente nel fatto che non bisogna porre mai una domanda se è improbabile che si possa avere una risposta sincera. Credeva nello sviluppo della fiducia tra il pilota e il giornalista e diceva sempre: “Non puoi mai avere un rapporto con qualcuno che ti ha mentito”. Era questo il motivo per cui non poneva la domanda se non era certo di avere una risposta quantomeno verosimile.

Negli ultimi anni, famiglia e problemi di salute hanno limitato molto i suoi spostamenti, ma la pensione non era una parola presente nel vocabolario di Holmes, che si incontrava praticamente ovunque. Internet, World Rally Radio, WRC+ AllLive hanno consentito che Martin, da casa sua nel Surrey, potesse continuare ad informare su ciò che stava accadendo nei rally di tutto il mondo. Hanno permesso ai suoi tanti fan di continuare ad ascoltare una voce autorevole del mondo del rallysmo, una voce che i rally li ha accompagnati dagli albori fino all’ultima evoluzione del mese di aprile 2020.

L’ultimo rally WRC a cui ha partecipato, il suo 520° evento, è stato il Deutschland 2019. Martin ha vissuto a Woking, dopo il suo matrimonio con Sally, che è morta nel 2017. Holmes lascia un figlio e tre nipoti.

Pernilla Solberg parla del figlio Oliver e del marito Petter

‘Ho rivissuto una sorta di flashback in cui ero seduta con il mio figliolo in un vecchio Maggiolino della Volkswagen mentre lui si affanna a guidare arrampicato sullo sterzo della macchina che va diritta in un campo e poco dopo mi ritrovo seduta in una Volkswagen Polo GTI R5, accanto al mio figliolo solo un po’ più grande che ha solo una cosa in mente: vincere’.

“Ricordo la prima volta che mi sono seduta accanto a mio figlio Oliver in una macchina. Eravamo nella fattoria molti anni fa. Come tutti i bambini di cinque anni, aveva solo una velocità! Osservandolo da vicino mentre correvamo verso la fine della prima tappa della manifestazione in Svezia, mi chiedevo cosa fosse successo negli ultimi tredici anni. Come se ci fosse stato uno step che mi sono persa”. A dirlo non è una copilota qualunque, ma è Pernilla, la mamma di Oliver Solberg e moglie del campione del mondo rally Petter.

“Ho rivissuto una sorta di flashback in cui ero seduta con il mio figliolo in un vecchio Maggiolino della Volkswagen mentre lui si affanna a guidare arrampicato sullo sterzo della macchina che va diritta in un campo e poco dopo mi ritrovo seduta in una Volkswagen Polo GTI R5, accanto al mio figliolo solo un po’ più grande che ha solo una cosa in mente: vincere. Una cosa che la gente mi chiedeva prima dell’inizio era: sei nervosa? Non lo ero. Neanche un po’. Ho visto Oliver svilupparsi come persona e come pilota, ha già una buona esperienza”, prosegue Pernilla Solberg.

“Ad essere sincera, ero un po’ impaurita dal fatto che potevo essere io a commettere qualche errore con le note o con i tempi. Sono cresciuta come pilota piuttosto che come copilota, ma Petter e io abbiamo disputato anche Rally Sweden Historic alcune volte negli ultimi anni e mi è piaciuto molto. I rally sono tutto per la nostra famiglia. Come sapete, Petter ha a che fare con il rally, ma prima che ci sposassimo, mio padre, Per-Inge Walfridsson, correva nei rally con auto fantastiche come le Lancia Stratos. E anche i miei zii Lars-Erik Walfridsson e Stig-Olov Walfridsson erano in rallysti di ottimo livello”. Una dichiarazione che ben spiega il titolo vinto da Petter e la carriera intrapresa dal piccolo-grande Oliver.

“A casa, a tavola, parliamo sempre di rally. Parliamo solo di quello. E io amo i rally e le strategie per organizzare una buona gara. Quando abbiamo saputo del Rally Sweden Lockdown, siamo stati molto felici di poter competere. È passato molto, troppo tempo senza competizioni e il cambiamento nell’aria casalinga è stato incredibile – racconta ancora Pernilla Solberg –. Appena abbiamo saputo che si poteva correre ci siamo messi tutti a lavorare per il raggiungimento di questo obiettivo”.

“Perché ho navigato Oliver e non Petter? Oh, non lo so. Forse sono un po’ più propensa a concentrarmi sulle note che mi vengono lette e non a dare consigli su come si fanno le curve. All’inizio, Petter ha lavorato molto con Oliver, ma siamo sempre stati attenti a non spingerlo troppo oltre. Se vuole farlo, noi lo aiuteremo, ma deve farcela da solo. Sul rally, la sensazione all’interno della macchina era la stessa di quella che ho quando corro con Petter. Entrambi hanno un controllo perfetto della macchina. Oliver ha lo stesso approccio calmo, niente chiacchiere, niente stress, solo concentrazione”.

“Nel pomeriggio non abbiamo avuto problemi con la macchina, è stato tutto perfetto, nonostante se la strada stesse diventando sporca. Sono stata sorpresa di sentire Oliver dire che non mi aveva ascoltato nell’ultima fase. Come tutte le mamme, mi piace pensare che mio figlio ascolti tutto ciò che gli dico. Ma capisco cosa intendesse dire. Avevamo girato così tante volte, che era un po’ come giocare al computer: più ti eserciti meglio impari curve e traiettorie. Battere Pontus Tidemand è stato un bene per Oliver, ma renderà suo cugino più determinato a batterlo la prossima volta”.

Colin Clark: ‘Robert Kubica mi ha fatto ricredere sulla F1’

Stavano testando il lunedì prima dell’inizio della gara. I test del lunedì sono generalmente molto rilassati, con poca o nessuna presenza di giornalisti e al massimo venti auto. È un’ottima opportunità per parlare con i piloti in ambienti più rilassati, meno frenetici. Quel giorno Colin Clark capì che, per Robert Kubica, il ritorno alle gare dopo l’incidente era una sfida. La più grande sfida. Mai una disabilità, l’ha sempre e solo definita una limitazione. E i limiti possono essere superati.

Colin Clark rivela che Robert Kubica gli ha radicalmente cambiato la visione dei piloti della F1. E grazie ai “ricordi” di Facebook. “Il feed del social mi ha ricordato che un’anno prima ero appena tornato sull’incantevole isola della Sardegna, pensandoalle glorie di Rally di Italia. Perché Kubica mi riporta in Sardegna? È davvero molto semplice. Al Rally Italia Sardegna 2013, per la prima e unica volta in vita mia mi è stato chiesto un selfie con un vincitore di una gara di Formula 1. E nessuno sa che è stato Robert a chiedermi il selfie”, racconta Colin Clark.

Colin Clark è un’istituzione e non avrebbe bisogno di nessuna introduzione, ma una buona norma giornalistica ci costringe a ricordare che la sua è la voce di WRC. Giornalista e bravissimo filmaker dotato di stile e passione inconfondibili. Insomma, lui, premette: “Prima di approfondire quella particolare storia, concedimi e permettimi di raccontarti un po’ di quello che ho imparato sulla più grande star automobilistica della Polonia, appunto Robert Kubica. Il mio primo incontro con Kubica risale al Rally del Portogallo del 2013 e, a dire il vero, non avevo idea di cosa aspettarmi da lui”.

Ovviamente sapeva che aveva avuto una carriera enormemente promettente in F1 e anche nei rally e, quest’ultima, apparentemente interrotta dal terribile incidente alla Ronde di Andora due anni prima, ma sapeva poco sull’uomo. “A dire il vero, le mie esperienze con le stelle della F1 e della MotoGP negli anni precedenti mi avevano dato una visione un po’ contrariata degli dei delle “gare tonde”. Kimi Raikkonen a malapena rispondeva alle mie domande al fine tappa durante la sua permanenza nel Mondiale Rally”.

Nelle sue gare WRC, Valentino Rossi si circondava di così tanti PR che avresti anche potuto pensare che fossero tutti al Rally della Nuova Zelanda per aiutare a tappare il buco nello strato di ozono. Entrambi i nostri campioni del circuito erano in realtà personaggi accettabili che, a mio avviso, avevano sviluppato una buona dose di cinismo mediatico nato da molti anni di lavoro con giornali tabloid molto aggressivi. O forse non piacevamo a noi, non lo so”. Ma l’apprezzabile realtà è questa.

Per questo, in base alle mie precedenti esperienze, non sapevo davvero cosa aspettarmi a quel test ufficiale del WRC2 per il Rally del Portogallo. Kubica stava facendo il suo debutto nel Mondiale con una Citroen DS3 RRC, un’auto da rally detunizzata. Sebbene non facesse ufficialmente parte del team Citroen, eravamo stati avvertiti di PR Citroen che in nessun caso dovevamo avvicinarci a Kubica per le interviste. Come puoi immaginare, questo aggiungevafumo alla mia visione un po’ scettica sulle star della F1 che passavano dai rally”, racconta ancora Colin Clark.

Stavano testando il lunedì prima dell’inizio della gara. I test del lunedì sono generalmente molto rilassati, con poca o nessuna presenza di giornalisti e al massimo venti auto. È un’ottima opportunità per parlare con i piloti in ambienti più rilassati, meno frenetici. Mi sono comportato come da istruzioni e mi sono tenuto a distanza dall’imponente servizio di assistenza di Kubica. Ma la curiosità ha avuto la meglio su di me e all’ora di pranzo il mio cameraman e io siamo passati per dare un’occhiata più da vicino alla macchina di Robert Kubica, che sembrava coperta di carta stagnola”.

Si presentò un’opportunità da non ignorare. Mentre stavo ammirando la macchina, Kubica si girò. Ora cosa faccio? Ho un microfono, un cameraman e mille domande da porre. Ma nella mia mente c’era già un PR francese arrabbiato che urlava: “No domande!”. Ma siccome ancora nessun PR si era presentato pensavo che, di solito, sono molto rispettoso delle richieste fatte dagli uffici di pubbliche relazioni. Però ero combattuto: “Sì, no, sì, no”. Kubica si avvicinò e salutò. Io ero un po’ sorpreso e balbettai un “Sono Colin della Rally Radio”. “Non c’è bisogno che ti presenti, so esattamente chi sei, ascolto sempre Rally Radio”, mi rispose Robert”.

La mia innata sfiducia verso tutto ciò che è F1 è svanita. Ho ottenuto la mia intervista e quello è stato l’inizio di una grande amicizia che ho avuto con Robert Kubica. Quando lo conobbi meglio, cominciai a capire quanto fosse una persona davvero speciale. Kubica è un pilota disabile, ma non lo sentirai mai lamentarsi di nulla. La sua lesione all’avambraccio destro sarebbe stata sufficiente a porre fine a qualsiasi pensiero per una futura carriera automobilistica per la stragrande maggioranza dei piloti. Ma non per Kubica”.

In effetti, per Robert Kubica, il ritorno alle gare dopo l’incidente fu una sfida. La più grande sfida. Mai una disabilità, l’ha sempre e solo definita una limitazione. E i limiti possono essere superati. Ma solo con l’approccio più determinato, tenace e risoluto. E questo è Kubica. In quella prima intervista ha parlato deirally come pietra miliare nel suo viaggio di ritorno in F1. Devo ammettere che non ero convinto che sarebbe mai successo. In quei primi giorni del suo ritorno sembrava che il massimo livello del motorsport mondiale fosse tristemente irraggiungibile. Ma quando lo ho ascoltato, ho capito che credeva fermamente in quello che stava dicendo”.

Essere positivi, ci viene detto, è un aspettofondamentale del recupero dalle avversità. E abbastanza spesso la positività che vediamo è solo una stampella per aiutare qualcuno in un difficile e doloroso percorso. Ma questo non è mai stato il caso di Robert. La sua fiducia nella sua guarigione, nel suo talento, nelle sue capacità e nel suo destino bruciavano. Sarebbero stati accecanti per chiunque avesse avuto il privilegio di trascorrere del tempo con lui”.

Kubica sapeva che un giorno sarebbe tornato in F1. Ma prima doveva mettersi alla prova nel mondo degli osservatori e vincere nel WRC. E per farlo ha avuto bisogno di un po’ di aiuto anche da parte di un giornalista come Colin Clark, un’istituzione nel mondo dell’informazione internazionale. “Torniamo alla storia dei selfie. Robert non ha vinto in Portogallo, ma ha vinto per la prima volta nel WRC2 un paio di gare dopo, in Grecia. Dopo la conferenza stampa post rally, dovevo solo fare un selfie con il mio nuovo pilota preferito in campionato, Kubica”.

In Sardegna, Kubica vince ancora e io sono seduto in fondo alla sala stampa a godermi la conferenza stampa post rally. Mentre Robert passeggia stringendo ancora tra le mani la bottiglia di champagne, si gira e mi chiede: “Ehi, Colin che ne dici di un selfie?” Sono assolutamente d’accordo! Quindi, sorridendo come un gatto del Cheshire e stringendo la bottiglia scattiamo il selfie. Kubica è scaramantico. Quindi, siccome ha continuato a vincere altri tre rally quell’anno, dopo ogni successo abbiamo continuato il rituale con i nostri selfie”.