Sandro Munari e Mario Mannucci al Rally di Sanremo 1974

Sandro Munari: ”WRC? I rally così non hanno più senso”

”Il pilota deve tornare ad essere il punto di riferimento centrale delle corse, per l’emulazione e l’ammirazione degli appassionati. E’ suo fra l’altro il compito di esasperare la meccanica a beneficio della sicurezza dei mezzi di tutti i giorni. Il mio pensiero per dare un futuro a questa specialità è: riduzione delle potenze e regolamenti più restrittivi”. Parola di Sandro Munari…

Immaginate lo storico copilota dell’indimenticato Pucci Grossi, Alessandro Pavesi, uno dei più apprezzati co-driver degli anni Ottanta, Novanta e primi Duemila, che si rivolge a Sandro Munari e gli domanda: “Io corro con una Peugeot 206 WRC nel Trofeo Rally Terra e l’anno scorso ho vinto il titolo della categoria, ma vengo delle vetture di serie. Tenuto conto dell’evoluzione del costume sportivo e automobilistico, ha senso che in futuro i rally vengano disputati da vetture ancora più vicine a quelle di serie o è giusto che l’evoluzione delle corse vada verso le World Rally Car?”.

La risposta non vela facciamo immaginare. Il “Drago di Cavarzere” la dà in occasione della Conferenza di Milano, organizzata dall’AISA e tenuta presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnica l’11 marzo 2000. “Grazie per la domanda, sempre più ricorrente, sul futuro dei rally – premette Munari nel 2000, appena tre anni dopo che le WRC avevano debuttato sulla scena iridata –. In una recente intervista su Autosprint, che ha fatto il giro del mondo ho affermato che i rally di oggi non hanno più senso se si va avanti con la attuale formula tecnica e organizzativa, soprattutto per quanto riguarda le caratteristiche dei percorsi di gara”.

“E’ vero che bisogna tenere conto di problemi molto importanti come quello della sicurezza; ma andando avanti così, io penso che il rally non abbia un grande futuro.
Primo, perché non c’è una sufficiente esposizione: il pubblico non segue, non vede, non viene informato. Anche una manifestazione così importante, forse la più importante del mondo, come il Montecarlo passa sotto silenzio”.

“La formula organizzativa chiamata “margherita”, perché concepita in modo da concentrare in una stessa area tutte le assistenze e le attività tecnico-sportive allo scopo di favorire il contatto col pubblico e con i giornalisti, non ha funzionato. Secondo: la ricerca esasperata delle prestazioni aumenta enormemente solo i costi senza migliorare la spettacolarità e non appare perseguibile ancora a lungo. Il numero delle Case che partecipano ai rally si sta riducendo drasticamente (solo 2 quest’anno contro le 4 o 5 dell’anno scorso): di questo passo sarà la fine di questa specialità”.

“Secondo me, bisogna tornare indietro: non sono i 600 o i 1000 CV che determinano la spettacolarità della corsa. La gente vuol vedere più da vicino, vuole apprezzare le differenze di pilotaggio. Le vetture devono essere prese dalla serie, regolando in modo molto restrittivo le modifiche ammissibili in modo da contenere i costi. Limitare il ricorso all’elettronica o ai sistemi di controllo di trazione significa proprio ridare significato ai valori umani”.

“Il pilota deve tornare ad essere il punto di riferimento centrale delle corse, per l’emulazione e l’ammirazione degli appassionati. E’ suo fra l’altro il compito di esasperare la meccanica a beneficio della sicurezza dei mezzi di tutti i giorni. Il mio pensiero per dare un futuro a questa specialità è: riduzione delle potenze e regolamenti più restrittivi”.

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