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Sandro Munari e il Safari Rally maledetto

Sandro Munari al Safari Rally 1977 (foto Munari-Mannucci Fans Club)

Nel 1999, il Drago di Cavarzere, al secolo Sandro Munari, rivelò i retroscena di due cocenti sconfitte maturate in quella che per lui è sempre stata una gara stregata, ossia il Safari Rally.

Trent’anni di corse, tre generazioni di piloti. Nomi che non hanno bisogno di presentazioni. Sandro Munari, Markku Alén e Miki Biasion. Tutti accumunati dalla passione per i rallies. Non soltanto un mestiere, un modo per guadagnarsi (bene) la vita, ma la realizzazione di un desiderio, di un’idea giovanile. Gente che non è mai stata di tante parole, che ha quasi sempre preferito i fatti ai discorsi. Tuttavia davanti alle loro creature le lingue si sciolgono, un po’ per commozione e forse anche per orgoglio.

Quanti episodi, aneddotti, ci vorrebbe un libro. “Non l’ho mai detto a nessuno – raccontò Sandro Munari, il vincitore a Monte-Carlo nel 1972 con la Lancia Fulvia HF, un trionfo indimenticabile – ma mi piace ricordare, più mettendomi il coltello nella piaga, perché persi due Safari Rally, una gara per me maledetta che dopo tanti tentativi non sono mai riuscito ad aggiudicarmela. Una volta proprio con la Fulvia rimasi impiantato durante un’impervia salita a causa di un altro concorrente che si era fermato in mezzo a una stradina larga un palmo. Avrei voluto buttarlo nel burrone, ma lo aiutati a ripartire, ma mi fermai a mia volta. Arrivò un fuoristrada per spingermi, ma urtandomi ruppe tutta la parte posteriore della vettura, schiacciandola. Così non potemmo prendere le ruote di scorta che ci servivano di ricambio e persi la gara.

“Successivamente con una Lancia Stratos avevamo 56′ di vantaggio e macavano solo cinquecento chilometri su oltre cinquemila già percorsi, di strada facile in mezzo alle piantagioni di thè, dopo aver attraversato foreste e savane – ricordò Munari –. Entrammo in una vallata stretta e bucammo una gomma. Chiamai via radio, ma il furgone dell’assistenza era già partito, non mi sentiva. Rimasi laggiù come un pazzo. Allora fu terribile, ora lo considero un bel ricordo”.