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Safari Rally 1975 nei ricordi di Munari: tra paura e avventura

Sandro Munari, Safari 1975

All’arrivo di quel Safari Rally 1975, Sandro Munari raccontava la sua gara, il suo rammarico per non aver vinto. Tracciava un’analisi dei perché e raccontava alcuni aneddoti di ciò che gli era capitato durante l’evento.

Nairobi, 30 aprile 1975. Nel “Safari Killer”, o “Safari assassino”, come i giornali della capitale kenyota hanno ribattezzato questa edizione del rally, che si è conclusa con appena 14 vetture, Sandro Munari, in coppia con Loity Drews, ha portato la Stratos al secondo posto assoluto. Un eccellente risultato per tutti, ma il Drago non è soddisfatto. Non gli va di non essere riuscito a vincere. Di nuovo…

“Ove Andersson – diceva Munari – è andato bene, la Peugeot ha camminato forte, è specializzata in queste gare africane. Però, non avrebbe mai potuto batterci se non avessimo perso tanto tempo per motivi così sciocchi che vien rabbia solo a pensarci. In nessuna gara ho mai avuto tante forature. Non ne so la ragione. Forse, il mantenere a lungo elevate velocità, con le sollecitazioni e il calore, ha fatto degenerare normali taglietti e scalfitture prodotte dal fondo sterrato. E la rabbia è maggiore perché la mia Stratos è giunta al traguardo, dopo seimila chilometri, perfettamente integra. Motore, telaio, sospensioni, ammortizzatori non hanno avuto il minimo guaio. Si poteva vincere con mezza giornata di vantaggio. L’anno scorso sono arrivato terzo con la Fulvia, ma i meccanici hanno dovuto rifarmi quasi la macchina. In questo senso sono contento: ho lavorato per 50 giorni sulle piste del Kenya per preparare la Stratos. Un lavoro di collaudatore lungo e affaticante, ma i frutti si son visti: la nostra berlinetta ha dimostrato di essere anche a prova di Safari. E’ sempre la più forte, e, quindi, il risultato del rally mi lascia molto deluso”.

Munari ammette di aver sempre “tirato alla disperata, costretto a rimontare nella prima tappa per l’iniziale incidente nella polvere lasciata dalla Peugeot di Timo Makinen e per la panne dell’alternatore. Nella seconda parte del Safari – ricordava – mi sono avvicinato a quelli che mi stavano davanti: Singh, Waldergaard ed Andersson. Ritiratosi l’indiano, in difficoltà Bjorn, sono giunto a nove minuti da Ove. Ho sperato per un attimo di farcela, ma sono arrivate le tre forature prima del Mount Kenya Safari Club. Alla terza mi son sentito morire. Ho capito che anche stavolta non avrei vinto il Safari”.

“In questo Safari ho passato solo due momenti peggiori. Ad un certo punto mi son trovato con una ruota e la batteria da cambiare. Significa perder tempo, farsi superare sulla strada da molte auto e con tutta la polvere che c’era rinunciare al tentativo di portarsi in testa. Ho proprio sperato che la macchina sì rompesse. Poi mi son ripreso, ho pensato alle stranezze di questa corsa che permette recuperi incredibili e ho continuato con la stessa grinta di prima. L’altro momento brutto l’ho passato negli ultimi chilometri. Sono giunto su un dosso a 200 l’ora e Drews mi ha detto di continuare tranquillo, che c’era un rettilineo – spiegava Sandro –. Non so per quale ispirazione, ho frenato: dietro c’era una curva, su una scarpata profonda. Avrei vo lato proprio come un jet dell’Alitalia, ma dall’altra parte non esistevano campi di atterraggio. Ho avuto paura, ma tanta”.

Per fortuna, nel Safari ci sono stati anche momenti divertenti. “Ho visto – aggiungeva Munari – animali di ogni genere. Ho dovuto suonare per aprirmi il passo in mezzo ad una mandria di bufali e fare una gran frenata per evitare un leopardo che si era sdraiato in mezzo alla prova speciale. Un bell’animale, che mi ha dato una lunga occhiata prima di andarsene, per nulla spaventato. Il Safari merita di essere fatto anche per questi incontri. E’ una gara davvero unica, fantastica. Stavolta era stata progettata molto bene grazie a Gunnar Haggbom. L’unico elemento negativo è stato la polvere. Non penso che in Europa si possa immaginare che un’auto lasci una “coda” di 500-600 metri, lo ho cercato di passare lo stesso, ma dopo l’incidente mi sono rassegnato”.