Renzo ''Tabacco'' Lorenzato al debutto, foto GuidAci

Renzo Lorenzato: lo chiamavano ”Tabacco” ed era un mito

Negli anni settanta Renzo Lorenzato, postino di Montecchio Maggiore, conosciuto come ”Tabacco”, era un personaggio tra i più noti e ricercati nel mondo dei rally che aveva cominciato a bazzicare per inseguire il suo idolo, Gigi Dalla Pozza, per il quale aveva coniato il soprannome “Finnico”. Dopo le gare teneva banco con i suoi inimitabili racconti che inventava al momento mescolando, con straordinaria arte affabulatoria, realtà e fantasia. Purtroppo è mancato due anni fa ma nella memoria di chi lo ha conosciuto è sempre vivo e al solo nominarlo il sorriso ritorna spontaneo.

Renzo Lorenzato, Tabacco (credit photo GuidAci) per gli amici, se n’è andato di venerdì. Aveva 63 anni. Per più di 40 anni è stato il “cantore” delle gesta dei piloti berici. Un menestrello. Nel giro lo conoscevano tutti e tutti lo aspettavano, alla fine delle gare, per ascoltare i suoi commenti e le mille avventure delle quali era stato interprete o testimone. Aveva coniato il soprannome “Finnico” per Gigi Dalla Pozza, il suo idolo. Ma stravedeva anche per Lucky e Zordan. Di una simpatia contagiosa, ne aveva per tutti. Ha disputato anche qualche gara e se non avesse esagerato con l’acceleratore.

Il ricordo di Beppe Donazzan

Non è stato un campione, non è stato nemmeno un buon pilota. Uno degli ultimi, ma Renzo Lorenzato, il mitico “Tabacco”, lo conoscevano tutti. A suo modo un personaggio. Di lui ho raccontato nel mio libro “Sotto il segno dei Rally 2“,  edito da Giorgio Nada Editore – Giunti.

Quando sui colli vicentini veniva organizzata qualche cena, i piloti facevano a gara, anche da lontano, per essere presenti. Sapevano che quando entrava in gioco “Tabacco”, a fine serata le mascelle avrebbero fatto male a furia dal ridere e di lacrime non ce ne sarebbero state più.

Passione allo stato puro, unita ad una conoscenza del settore, macchine, piloti, regolamenti, gare, memoria elefantiaca e, di tutto questo, Renzo realizzava un cocktail esplosivo di comicità.

Faceva il portalettere a Montecchio Maggiore, cittadina ad una ventina di chilometri da Vicenza. Finito il lavoro piombava nell’officina di Danilo Dalla Benetta e andava in scena la commedia. Parlava per immagini, il più a luci rosse, inframmezzate da bestemmie apocalittiche, sparate a getto continuo. Ma erano i commenti su piloti e rally a fare la differenza. Per andare più forte in discesa ti diceva: “Zo come negri…”, cioè al massimo, metafora dei film porno dove gli attori di colore ci danno dentro quando scopano. Il bello è che “il zo come negri…”, lo utilizzava anche quando faceva il navigatore. Arrivava la discesa, smetteva di dare le note, Gigi Dalla Pozza, il finnico, non certo uno sconosciuto, impegnato nella guida, non sentendo più nulla in cuffia si girava e gridava?

“Renzo? E adesso?”.

“Adesso, porca troia, va zo come negri…zo tutta. Sfonda el pavimento…”, gli gridava. Tutto così.

Accadde realmente al Rally di Radicofani nel 1979. Dalla Pozza, prioritario, partiva con la 127 Gr. 1 della scuderia Grifone con il numero 1. Dietro avevano Alessandro Nannini con la Stratos. Il futuro campione della Formula 1 andò a protestare in direzione gara facendo presente la differenza delle due macchine in fatto di prestazioni. Non fu possibile modificare l’ordine di partenza. La prima prova, tutta in discesa sullo sterrato, fece esaltare il “finnico”. Non solo il senese non raggiunse la 127 ma alla fine beccò sei secondi.

“Tabacco” si avvicinò alla Stratos: “Te ghe visto cosa vol dire andar zo da negri. Voialtri fango e adesso ve damo el resto…”.

Non fu così, Alessandro Nannini vinse alla grande quella gara.

“Tabacco” era un tappabuchi, nel senso che non avendo grandi possibilità economiche, saliva in macchina quando qualcuno rimaneva all’improvviso senza il secondo. Gli capitava di correre anche con gente molto forte, come Dalla Pozza, per esempio. Erano pochi coloro che teneva in considerazione, che esaltava con i suoi commenti al vetriolo. Biasion, Antonillo Zordan, il “finnico” Dalla Pozza, il “mugnaio” Casarotto, “Lucky”, poi tutto il panorama rallistico nazionale era infilzato dalle sue battute irridenti.

Da navigatore aveva espresso il desiderio di fare una corsa da pilota.

Danilo Dalla Benetta e Mauro Peruzzi fecero una colletta per metterlo in condizione di partecipare al rally del Veneto 1987.

Misero insieme la cifra per noleggiare una Ford Escort Gr.A della Promotor Sport. Navigatore Danilo, direttore sportivo Mauro. Alla gara erano iscritte fior fiore di macchine tra le quali due Lancia Rally 037, colore rosso, quelle di Popi Pianezzola e Anselmo Cosimo.

Alla fine della prima prova, la radio dell’assistenza gracchiò. Si sentì il vocione di “Tabacco”: “Come son ‘ndà?”.

Mauro per non demoralizzare il neofita del volante rispose: “Tutto ben Renzo, te si drìo ae 37…”.

Si sentì una risata cosmica, inframmezzata dalle madonne. La conclusione fu ancora più esilarante: “El gera solo l’antipasto, ‘desso vao a ciaparle…”, vado a prenderle. Così con naturalezza, ne era proprio convinto.

Verso fine gara Mauro Peruzzi sentì la radio rimbombare.

“Gho spacà el cambio, el cambio, el cambio. Gho la leva in man, Dio…”.

Urlava talmente forte che Danilo uscì dall’abitacolo. L’assistenza della scuderia Palladio era a pochi metri di distanza e “Tabacco” non si era ancora accorto.

“Mauro, Mauro, gho spacà el cambio…”, urlò sempre più forte nel microfono della radio.

Ad un certo punto Danilo, serafico, gli disse: “Renzo, Mauro el xe là. Varda che el te sente anche senza la radio…”.

Nel suo piccolo, un grande.

Se ne è andato pochi mesi fa lasciando un grande vuoto ma un enorme ricordo.

”Tabacco” ricordato da Roberto Baggio

Gliel’aveva promessa ed era stato di parola. “Tabacco, ho qualcosa per te” gli disse porgendogli un pacchetto così ben infiocchettato da sembrare un regalo di Natale. Fuori, però, c’erano almeno 30 gradi, il sole martellava africano e al 25 dicembre mancavano non meno di quattro mesi. Renzo Lorenzato, “Tabacco” per tutti, stentava a crederci.

Adartico Vudafieri, proprio il pilota della fiammante Lancia Stratos azzurra sponsorizzata Sportitalia, s’era ricordato di quando, un mese prima, al Bellunese, gli aveva assicurato che se avesse vinto il Trofeo dei rally nazionali, gli avrebbe procurato una tuta ignifuga nuova di palla. Il titolo era arrivato e con il prestigioso trofeo era giunto pure il momento di saldare il debito. Tabacco scartò il pacco con il cuore che andava a farfalle. Le mani giravano a mulinello. Neanche quando smistava lettere e cartoline nel piccolo ufficio di Montecchio, paese a pochi chilometri dalla sua abitazione, prima di iniziare il giro di consegne con la borsa di cuoio assicurata al manubrio della bici, era così veloce. Liberatosi di carta e fiocchi, alzò la tuta come fosse una reliquia, mostrandola a tutti. Danilo Dalla Benetta non perse un secondo: “Arancione come le giacche degli stradini?” commentò suscitando l’ilarità generale, sicuro di far centro.

In effetti la tutta era di una tonalità abbagliante, con la marca “Lineasport” in bella evidenza. “Così i me vede rivar prima” gli rispose in estasi Tabacco, schivando la trappola e chiudendo il discorso. Se non la fece baciare agli astanti, poco ci mancò. Diede un paio di gomitate ad Antonillo che inutilmente cercò di strappargliela di mano, la passò sotto gli occhi di Gigi “Stallone” senza dargli il tempo di sfiorarla, la fece annusare a Gigi il Finnico, il suo mito. Poi prese la destra di Adartico e gli stampò sul dorso un bacio lungo e profondo, degno di un anello papale.

Non si sarebbe più staccato se Tiziano non avesse chiesto un brindisi, trovando tutti d’accordo. Davanti alle bollicine non c’era difesa che tenesse. Per paura che anche una sola goccia di prosecco potesse profanarla, la ripiegò in quattro con maniacale attenzione. Recuperò la carta strappata in fretta e furia qualche minuto prima, la riparò e la mise al sicuro sul sedile posteriore della sua utilitaria, casomai qualche invidioso tentasse tirargli uno scherzo. Moriva dalla voglia di indossarla, ma si guardò bene dal farlo, sicuro com’era che la compagnia avrebbe intonato Te Deum e Dies Irae all’unisono pur di sfotterlo.

Lo fece tre ore più tardi quando, tornato a casa, rifilò un calcio tra le costole a Birba che gli era corsa incontro festante temendo, di fronte alle manifestazioni d’affetto della bastardina, di perdere il controllo del prezioso pacchetto. Non degnò di uno sguardo la madre premurosa, rifiutò cena e Domenica Sportiva mentre scorrevano le immagini del Gran Premio di Germania. Volò dritto dritto in camera, scalando tre gradini alla volta. Si tolse scarpe e pantaloni, sfilò maglione e camicia e si pose davanti allo specchio.

Religiosamente allargò la tuta. Tremante ed emozionato, infilò prima la gamba destra e poi la sinistra nella “Lineasport”, cercando di non sgualcirla troppo. Completata l’operazione, la tirò in vita dolcemente, dando una sistematina ai “gioielli” che fluttuavano or di qua ora di là, alla vana ricerca di una più comoda collocazione in quell’armatura capace di resistere al fuoco. Poi toccò alle braccia e ripeté, ieratico, i gesti di poc’anzi. Lentamente tirò la cerniera e allacciò il colletto alla coreana facendo pressione sul nastro di velcro. Posò lo sguardo sullo specchio e si vide bellissimo!

Per un attimo sognò di essere Munari sul podio del Montecarlo, scordandosi che il Drago solitamente vestiva un elegante e sobrio gessato “verde” e non uno screanzato arancione. In malora anche il colore! Si pentì quando, destato dal canto fuori orario del gallo, tornò alla realtà. Riavvolse freneticamente il film della giornata. Sandro non c’era più, svanito in un amen e allora ricordò che il suo idolo era, e sarebbe per sempre rimasto, Gigi il Finnico. Riavutosi, sentì una fitta al cuore e sofferse come S. Pietro quando, per tre ben volte nello scorrere di poche ore, rinnegò l’amicizia con Gesù.

Tutto sì, ma traditore proprio no! Tolse la tuta e la appese, con mille premure, su una gruccia dell’armadio. Per non perderla di vista lasciò le ante socchiuse, accesa la modesta abat-jour del comodino. Infilatosi sotto le coperte, non riuscì a prendere sonno. Troppo intense le emozioni provate e troppa l’adrenalina ancora in circolo per piombare tra le braccia di Morfeo. Ramenandosi almeno tre ore, al tocco dell’una non ce la fece più a rimanere sdraiato e si alzò. Senza far rumore – sapeva benissimo che nell’altra stanza anche mamma Angelina non riusciva a chiudere occhio, allarmata e preoccupata dal suo insolito modo di fare – spalancò l’armadio e si mise in adorazione davanti all’agognato cadeau di Vuda.

La scena aveva un che di evangelico e profano allo stesso tempo. Tabacco, genuflesso, sembrava una delle pie donne salite sul Calvario e la tuta sulla gruccia, animata dalle ombre lanciate dalla flebile lampadina da 15 watt, pareva uno dei due poveri Cristi finiti in croce accanto al Nazareno. La solfa continuò tutto l’autunno e la successiva primavera. Ogni sera, prima di ficcarsi sotto le coperte, Tabacco spalancava l’armadio e si metteva in adorazione della “Lineasport”, riandando col pensiero alle imprese sempre più esaltanti del Finnico. Se la Chiesa ingiungeva di santificare la domenica assistendo alla messa, Tabacco rispettava il precetto “adorando” la tuta. Tutti i giorni, però, mica soltanto le feste comandate.

L’incantesimo si ruppe quando – a primavera inoltrata e con la ripresa delle gare ormai imminente – un pomeriggio baciato dal sole, rientrò anzitempo a casa, avendo finito prima del previsto la consegna della corrispondenza. Entrato nel cortile sgommando, il suo sguardo fu attirato da una macchia di colore che giocava a rimpiattino tra le vigne, ormai rigogliose di foglie e con in grappoli in via di formazione. Strabuzzò gli occhi, poi li spalancò, infine partì a razzo urlando come un ossesso. «Diego, cossa sito drio fare?». Il vecchio padre lo guardò stupito. “No te vedi mia? So drio dar el verderame ae visee!”. «Ma chi te ga dito de metarte a me tuta?» gemette disperato Tabacco. “Ciò, fiolo, par non sporcarse, bisogna metarse el toni – gli rispose serafico Diego – Go trovà questo in camara tua e me lo go messo. El me va benon. E desso basta sigare e lassame lavorar. Go ancora do piantae da fare!”.

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