Miki Biasion in azione su Delta S4 al Rally di Sanremo del 1986

L’amore tra Miki Biasion e la Delta: l’incontro nel 1985

A proposito di Miki Biasion e la Delta. Riflessioni a posteriori su una delle vetture più vincenti della storia: Non bastava più pigiare sull’acceleratore per bruciare i rettilinei in un attimo e anche io, come tutti, dovetti cambiare il modo di pilotare. Con meno cavalleria sotto il cofano, era fondamentale lasciare scorrere l’auto.

Un rapporto d’amore vero quello di Miki Biasion e la Delta. “Ci eravamo incontrati nel 1985 quando, molto sofisticata, aveva reazioni brutali e abbiamo continuato a frequentarci quando i nuovi regolamenti l’hanno costretta ad addolcirsi. Siamo stati insieme fino al 1991 e sono stati anni intensi e bellissimi…”. Sono le parole di Miki Biasion che racconta del suo rapporto con la Lancia Delta. Rapporto d’amore, ovviamente.

“Non ci separavamo quasi mai: quando, fra un rally e l’altro, i miei compagni di squadra staccavano la spina e si prendevano qualche giorno di vacanza, io attaccavo con i test. Dieci, dodici ore al giorno ad andare avanti e indietro su una base di qualche chilometro a collaudare questo e quello, a verificare se le modifiche studiate a tavolino dai tecnici dell’Abarth erano efficaci. A inventarci qualcosa per renderla più veloce, più competitiva”. Rapporto d’amore, dicevamo.

”In tutto, più di trecento giorni all’anno per sette stagioni, abbastanza per poter dire che nella mia vita ho passato più tempo a guidare una Delta che a fare altre cose… Finita la parentesi con la S4 che rappresentava l’esaltazione del rischio e del coraggio, è arrivata la 4WD. All’Elba in un giorno d’autunno del 1986, il nostro primo contatto, i primi approcci”, ricorda Miki Biasion.

“Niente di veramente esaltante, e non solo perché si ruppe subito una testina dello sterzo e me la misi in testa. Dai cinquecento cavalli della versione Gruppo B, la potenza era scesa a duecentocinquanta, duecentosessanta e la sensazione era frustrante”, dice ancora il due volte campione del mondo rally.

“Non bastava più pigiare sull’acceleratore per bruciare i rettilinei in un attimo e anch’io, come tutti, dovetti cambiare il modo di pilotare. Con meno cavalleria sotto il cofano, era fondamentale lasciare scorrere l’auto per non arrancare fra una curva e l’altra”.

“Non fu facile, ma ci riuscii. E adesso posso dire di essere orgoglioso di aver contribuito, lavorando a stretto contatto con gli ingegneri Lombardi, Limone e Ferrero, a rilanciare un modello che di fatto era ormai fuori mercato. Anni esaltanti, quelli. Si correva e si vinceva e intanto si continuava a studiare e collaudare soluzioni che ci permettessero di restare al vertice sfidando squadre che avevano budget sempre più importanti”.

“Passo dopo passo, le prestazioni crescevano e cresceva il piacere di guidare: la Delta era sempre più competitiva e spettacolare su tutti i fondi. Con l’ultima versione dell’Integrale 16 valvole senza la flangia a limitare l’immissione dell’aria, quella in livrea rossa che usai al Sanremo del 1989, si avevano a disposizione 380-390 cavalli e si andava di traverso anche sull’asfalto”.

“Limando qua e là, plasmandola, tutti insieme l’avevamo trasformata in una vera auto da corsa, l’unica macchina italiana capace di vincere per ben tre volte consecutive il Safari Rally in Kenia”. Poi qualcuno l’ha fermata in corsa, ma la Delta seppur non più sviluppata ha continuato a vincere per anni, facendo sempre la parte del Leone in tantissime competizioni internazionali.