Sandro Munari al Safari Rally 1977 (foto Munari-Mannucci Fans Club)

Rapina al Safari: quel cronometro strappato a mano armata

”Rimasi pietrificato dalla brutta sorpresa e dalla paura, ma comunque ho reagito cercando di spiegargli che il cronometro era uno strumento indispensabile per il mio lavoro e che avrei avuto dei problemi a finire la gara. Questi parlava solo swailli e non capiva”, racconta Piero Sodano a Sandro Munari a proposito della rapina al Safari Rally 1977. ”Così continuava a premere sempre di più la punta del coltello sulla mia pancia”.

Storie di Rally pubblica un racconto di Sandro Munari riferito alla rapina al Safari Rally 1977. Non aneddoto tipicamente sportivo, ma un vero “giallo” a lieto fine avvenuto nel contesto di quell’edizione della competizione africana.

di Sandro Munari

Era l’anno 1977 e fu l’ultimo Safari che corsi con la Stratos. A condividere con me quell’avventura c’era Piero Sodano, anche lui contagiato dal mal d’Africa. Fu il Safari più bagnato e fangoso delle 10 edizioni alle quali ho partecipato. La pioggia incessante durò quasi tutti i cinque giorni interi di corsa, mettendo a dura prova sia piloti che vetture, trasformando strade e terreni molto insidiosi e pericolosi.

Con simili condizioni, così difficili ed imprevedibili, le qualità velocistiche del pilota non erano più determinanti per conseguire un buon risultato. Era necessario infatti, trasformarsi anche in un esperto “geologo” per riuscire a “studiare” e capire dove l’acqua fosse più insidiosa in funzione del terreno che incontrava. A volte era più sicuro fare un fuori pista, transitando attraverso il “bush”, dove il terreno era più consistente.

Ciò nonostante restammo intrappolati più volte nel fango ed anche in mezzo a dei lunghi e profondi guadi. Per questo eravamo costantemente bagnati fradici ed impantanati fino ai capelli. In queste condizioni diventava anche più faticoso guidare, perché le scarpe infangate scivolavano facilmente sulla pedaliera. Ovviamente non avevamo la possibilità di cambiarci gli indumenti. In questo modo la fatica era doppia, o tripla di quella che si sarebbe fatta in condizioni più umane.

Infatti, mi ricordo che alla fine della gara, avevo tutta la schiena piagata, causa lo sfregamento della tuta costantemente bagnata sullo schienale del sedile. Ma l’episodio più “divertente”, se però lo chiedete a Piero (Sodano, ndr) non credo che sia dello stesso parere, ci era capitato, quando nel bel mezzo della notte, eravamo rimasti dentro ad un guado. Per fortuna c’erano i soliti africani che non vedevano l’ora di rendersi utili, non tanto per farci un favore, ma per raggranellare qualche scellino.

Così, mentre Piero scendeva per organizzare al meglio la squadra di “volontari”, io ovviamente ero rimasto al volante pronto a sfruttare le spinte. Dopo alcuni tentativi, riuscirono a farmi ripartire; la strada era in salita e fangosa, preferendo non fermarmi subito per fare salire Piero, perché correvo il rischio di non ripartire. Così proseguii per una cinquantina di metri, necessari per arrivare su un terreno più solido.

Passavano i minuti ma di Piero neanche l’ombra. Impaziente continuavo a guardare lo specchietto retrovisore, ma tra il buio, la pioggia e la scarsa visibilità posteriore che la Stratos offriva, non riuscivo a vedere niente. Così decisi di aprire la portiera urlando: Piero…ooo, Piero…ooo”, ma niente. Questo fatto mi faceva innervosire sempre di più, perché vedevo passare i minuti inutilmente e non capivo perché.

D’altra parte non volevo scendere dalla vettura, perché il motore si spegneva ed avevo paura che non si partisse più, viste le condizioni in cui eravamo. Vi faccio notare che in tutto il tempo che siamo stati fermi, non era passato nessun concorrente, questo vi da un’idea dei distacchi che si formavano tra un concorrente e un altro. Finalmente sentii aprire la portiera destra e vidi Piero catapultarsi dentro ansimando come un mantice, mi disse di partire alla svelta. Mentre lui cercava di riprendere il fiato, io imbufalito l’assalii verbalmente, chiedendogli come mai avesse perso così tanto tempo prima di risalire.

Lui, un po’ per la mancanza di fiato, un po’ perché era ancora scioccato, non riusciva a parlare. Intanto proseguivo guidando al “buio”, in quanto Piero non riusciva a ritrovare la posizione in cui riprendere la lettura delle note, con ulteriore perdita di tempo.

Da lì a poco, Piero si riprese e cominciò a raccontarmi: …è successo che quando ho preso gli scellini dalla tasca per pagare, uno di loro. Un tipo alto e grosso, si avvicina e mi appoggia la punta di un lungo coltello sulla pancia, chiedendomi, oltre ai soldi, di dargli il cronometro che avevo al polso! Rimasi pietrificato dalla brutta sorpresa e dalla paura, ma comunque ho reagito cercando di spiegargli che il cronometro era uno strumento indispensabile per il mio lavoro e che avrei avuto dei problemi a finire la gara. Questi parlava solo swailli e non capiva.

Vi ricordo che eravamo all’estremo nord del Kenya, vicino alla frontiera con il Sudan, in una zona sperduta dove la maggior parte della gente che viveva da quelle parti, indossava ancora la pelle di leopardo.

Così continuava a premere sempre di più la punta del coltello sulla mia pancia. A quel punto – continua Piero – mentre cercavo di pensare a cosa fare, lui con un rapido movimento mi prese il braccio destro dove avevo il cronometro ed, infilata la lama del coltello sotto il cinturino, con un colpo secco lo tagliò. Fulmineo prese il cronometro e si dileguò nel buio della notte.

Allora, io compresi la gravità dell’accaduto, cercai di rincuorare e calmare il povero Piero, dicendogli che era stato fin troppo bravo e che non avrebbe dovuto prendere rischi tali per salvare un cronometro. Anche senza il cronometro ce l’eravamo cavata benissimo, anche perché in una gara così dura, i ritardi si calcolavano a ore e non a secondi. Al traguardo arrivarono solo sette vetture su una settantina partite e noi finimmo terzi assoluti. Niente male.

La storia del cronometro però non finì lì. Durante la premiazione raccontammo cosa ci era successo; tra le persone che ci ascoltavano c’era anche un pezzo grosso dell’organizzazione, il quale ha voluto sapere esattamente il luogo dove era successo lo spiacevole inconveniente. Dopo qualche giorno partimmo per rientrare in Italia e tutto sembrava dimenticato; invece, dopo qualche settimana mi chiamò Fiorio, dicendomi che un dirigente della Fiat di Nairobi lo aveva informato che, la polizia keniota aveva recuperato il cronometro e che ce l’avrebbe spedito al più presto.

La cosa mi aveva alquanto incuriosito, così telefonai a Nairobi per sapere come la polizia fosse riuscita a scovare il ladruncolo in una zona così impervia ed ampia. E’ stato molto facile – mi disse il mio interlocutore – come puoi immaginare non c’erano tante persone in quel villaggio che indossassero un cronometro sdoppiante Heuer ultima generazione. E siccome la polizia keniota non è per niente tenera, soprattutto con i propri connazionali, lo presero e lo sbatterono dentro.