La sezione di Storie di Rally dedicata a piloti e copiloti dell’ERC

Franco Patria, un talento Lancia a marchio Grifone

Patria è terribilmente veloce e ogni tanto è anche falloso. Ma raramente. Nel 1964, partecipa a due gare di Campionato Europeo Rally. Prima al si presenta al via del Rally di MonteCarlo, con la Flavia Coupé. Nel Principato si classifica ventesimo assoluto. Poi si presenta al via del Rally dei Fiori con Amilcare Ballestrieri alle note.

Avete presente quelle scie luminose con a capo una palla incandescente di colore verde tanto grandi da essere viste anche nel cielo inquinato delle metropoli? Sono meteore o stelle cadenti così veloci da essere definite “boldi”? Sono rare, ma ogni tanto possono essere avvistate. Se ce le avete presenti, anche perché viste in fotografia, potete meglio comprendere e apprezzare la storia e la carriera agonistica di Franco Patria. Anche lui era una stella cadente, che ha lasciato una scia breve, ma intensa.

Assieme a Giancarlo Baghetti, Lorenzo Bandini, Bruno Deserti e Giacomo Russo è la speranza più brillante dello sport automobilistico italiano degli anni Sessanta. Viene alla luce il 24 febbraio 1943 a Torino e muore l’11 ottobre 1964, ad appena ventuno anni, a causa di un incidente occorso al volante della Abarth Simca 1300 Bialbero, presso l’Autodromo del Monthléry durante la 1000 km di Parigi. La sua breve carriera sportiva inizia con la Scuderia del Grifone nel 1962, insieme a Leo Cella e Luigi Taramazzo.

Già all’inizio del 1963, con sulle spalle appena otto gare, firma per la Lancia Corse come pilota ufficiale. È anche un ottimo rallista. Suo un primo posto di classe nel Rally dei Fiori del 1963, a vent’anni, con Sergio Orengo a leggere le note sulla Lancia Flavia. Ma non solo. Il giovanissimo Franco si piazza primo della classe GT 2500 della Targa Florio 1963, disputata in coppia con Leo Cella. E ancora: vanta diciannove vittorie di classe in tre stagioni tra i 1150 e i 2500 cc, di cui ben sette con la 1600 per il solo 1963.

Patria gareggia anche nel Campionato Europeo e in quello Italiano Turismo del 1963, vincendo il titolo nazionale per Lancia nella classe riservata alle vetture con cilindrata fino a 1,6 litri. Disputa diciotto competizioni col Costruttore torinese. La stagione sportiva 1964 vede l’avvio di Patria nelle cronoscalate e prosegue con vetture di Formula 3 e Sport Prototipo del Campionato del Mondo. Poi, bruscamente è costretto a fermarsi per l’incidente in cui, oltre a lui, muoiono Peter Linder, che perde il controllo della vettura, e anche tre commissari.

Patria è terribilmente veloce e ogni tanto è anche falloso. Ma raramente. Nel 1964, partecipa a due gare di Campionato Europeo Rally. Prima al si presenta al via del Rally di MonteCarlo, con la Flavia Coupé. Nel Principato si classifica ventesimo assoluto. Poi si presenta al via del Rally dei Fiori con Amilcare Ballestrieri alle note. I due corrono con la Lancia Flavia. Alla fine sono solo sedicesimi a causa di problemi avuti in gara. In pista corre con le Abarth e partecipa anche al Mondiale Prototipi.

Nel 1964 vince anche la Coppa Città di Sydney

In quel 1964 vince ancora tra le GT nella Stallavena-Boscochiesanuova, nella Trieste-Opicina e nella Coppa Città di Sydney. Se non bastasse, è secondo alla 3 Ore di Monza e alla Coppa Città di Enna, oltre che ventesimo al Rally di Monte-Carlo, secondo degli equipaggi italiani. L’11 ottobre 1964 si disputa l’ultima gara della sua vita. È al Monthléry, dove si disputa la 1000 Km di Parigi. Piove forte, tanto forte che quasi quasi non si vede nulla. Si corre ormai da ottantaquattro giri.

Due terzi di gara sono andati in archivio. In testa alla corsa c’è la Ferrari 330P di Graham Hill e Joakim Bonnier. Il percorso sembra un fiume e il curvone sopraelevato dell’autodromo è particolarmente scivoloso. Molti piloti segnalano questo problema ai box ed ai commissari, ma nessuno lo comunica alla direzione di gara. In quelle fasi di gara, Luigi Taramazzo cede il volante dell’Abarth-Simca 1300 Bialbero a Franco Patria. Si attende il via libera dei commissari che circondano al sua auto.

Dal curvone sopraelevato esce a tutta velocità la Jaguar metallizzata di Peter Lindner, importatore per la Germania delle vetture realizzate dalla Casa inglese e fanatico del Marchio al punto di acquistare la VDU881, la Jaguar personale con la quale è morto Mike Hawthorn. La Jaguar di Lindner non è una E-Type normale, è una “light-wheigt”, uno dei modelli da competizione realizzati nei primi anni Sessanta per competere con le Ferrai GTO e le Aston Martin.

Sono vetture nervose, le Jaguar. Bisogna saperle controllare. La visibilità è scarsissima, il fondo è quello che è, con un pericoloso problema di scarsissima aderenza segnalato e ignorato. La E-Type non è nuova a brutti scherzi. Ha già tradito un pilota esperto come Roy Salvadori, vivo per miracolo. Questa volta tradisce Lindner. In uscita di curva, sbanda e punta diritta verso i box, separati dal tracciato solo da una cortina di balle di paglia. Le investe, decolla e piomba sull’Abarth di Franco, ancora ferma, e sui tre commissari che le sono accanto. Muoiono tutti.