Loris Roggia insieme alla moglie Cristina Larcher e ad uno dei suoi due figli

Loris Roggia e quel Rally di Bassano 1984

Una sera alla birreria Ottone, a due passi dal Comune, disegnò sulla tovaglia di carta il percorso. Quattro le prove: Cavalletto, da ripetersi tre volte, e poi due volte Lusiana, Stoccareddo e la mitica Valstagna. Non poteva mancare. 350 chilometri, una corsa racchiusa in un fazzoletto, brevi trasferimenti, gran ritmo, così Loris “inventò” qualcosa di nuovo. Procedeva piano, in maniera chirurgica, con lo schema che aveva in testa. Metteva i tasselli, uno dopo l’altro, nel grande puzzle dell’organizzazione appena nata. Moderna, una svolta rispetto al pressapochismo del passato.

“Te pensi? Gavemo ‘na strada come Valstagna e non si corre… Non è possibile…”, diceva Loris appena incontrava qualche amico appassionato di rally. Era un’ossessione la sua. Un’ossessione costruttiva che lanciava messaggi, faceva proseliti, scavava fondamenta. Travolgente. Primi Anni Ottanta e in provincia di Vicenza non si correva più. Da tempo. E nel Nordest, una delle grandi scuole di piloti, la situazione non era migliore. I prefetti avevano richiesto agli organizzatori impegni così pesanti, in termini di sicurezza, che tutti furono costretti ad arrendersi. Uno dopo l’altro. La strada che da Valstagna porta a Foza, l’università, teatro di sfide infinite, era diventata palestra soltanto per i nostalgici.

Di notte, con la macchina con la quale andavano a lavorare, facevano una-due salite per riscoprire quell’adrenalina dei bei tempi andati. I rumori dei motori, i fari che tagliavano il buio, i controsterzi, le staccate all’ultimo, le grida, soltanto un ricordo lontano. Le HF, le Alpine, le Stratos, Munari, Ballestrieri, Andruet. Rohrl… diventarono fotografie ingiallite. Anche la scintilla della passione di Loris era scoccata là, lungo i tornanti di quella strada, in mezzo alla polvere, prima come tifoso, poi come navigatore. Bassano diventò la capitale di un irredentismo che voleva travolgere la situazione. Loris Roggia, all’interno della scuderia Bassano Rally Racing, l’agitatore di idee più accanito.

Correva, uno dei giovani co-piloti più titolati in campo nazionale, aveva di che sfogarsi, eppure stava male al solo pensiero che nella sua zona fossero stati cancellati i rally, la sua vita. Rispetto agli altri Loris si distingueva perchè soffriva, ma soffriva veramente. Un dolore autentico. Un giorno lo trovai al bar La Pesa di Mason, covo del tifo, in un caldo pomeriggio di fine estate 1983. “Qualcosa si sta muovendo…”, mi disse con fare enigmatico senza aggiungere altro. Dall’irruente al riflessivo. Quando entrava in questa fase, quando era parco di parole, significava che vedeva la luce alla fine del tunnel, che si poteva passare ai fatti. Un rally a Bassano.Il suo lavoro di convincimento riuscì a fare breccia nell’allora amministrazione comunale della Città del Grappa guidata da Antonio Basso, ma soprattutto nel vulcanico assessore allo sport Luigi D’Agrò.

“Riportare un rally nel Veneto, pensa? La gente ha fame, tanta fame di queste gare, vive solo di ricordi…”, sottolineava. “Ora è arrivato il momento di ripartire. Con ordine, ma ripartire…”, continuava.Non aveva sicurezze, non aveva né un “sì”, né un “no”, in mano aveva soltanto un politico “ni”, “vediamo…”. Per Loris, quell’incertezza, che avrebbe bloccato chiunque, era ininfluente, era come se tutti i documenti fossero già firmati, come se i permessi prefettizi fossero già al sicuro in un cassetto. Alla Csai bloccò una data, 15 settembre 1984. All’inizio dell’anno si buttò anima e corpo nell’avventura. Per lui non c’erano mezze misure. Ancora prima di insediarsi nel piccolo ufficio, al primo piano del Municipio di Bassano, aveva bene in testa cosa avrebbe fatto, quale sarebbe stato il disegno del rally.

Una sera alla birreria Ottone, a due passi dal Comune, disegnò sulla tovaglia di carta il percorso. Quattro le prove: Cavalletto, da ripetersi tre volte, e poi due volte Lusiana, Stoccareddo e la mitica Valstagna. Non poteva mancare. 350 chilometri, una corsa racchiusa in un fazzoletto, brevi trasferimenti, gran ritmo, così Loris “inventò” qualcosa di nuovo. Procedeva piano, in maniera chirurgica, con lo schema che aveva in testa. Metteva i tasselli, uno dopo l’altro, nel grande puzzle dell’organizzazione appena nata. Moderna, una svolta rispetto al pressapochismo del passato.

Niente al caso. Percorso, sicurezza, strade, località lungo l’itinerario da sensibilizzare, incontro con gli abitanti, orari, traffico, ambulanze, carri attrezzi, servizio stampa. Un lavoro da alchimista. Stava dimostrando di possedere grandi capacità anche nell’incasinatissimo settore dell’allestimento-gara. Missionario della passione si era trovato una nuova occupazione. La luce dell’ufficio restava accesa fino ad ora tarda, mesi intensi. Di notte, il silenzio e la solitudine, incredibilmente, per lui erano un valore aggiunto.

Si ricaricava, in questa maniera recuperava la forza della tranquillità. Uno dei suoi segreti. Sereno solo in apparenza, dentro di sé era un vulcano. Sapeva, aveva intuito che non sarebbe stato facile, che sarebbe accaduto qualcosa, che gli ultimi giorni sarebbero stati decisivi e infernali. Un sesto senso. L’elenco degli iscritti si allungò giorno dopo giorno, fino a toccare quota centosessanta, il massimo permesso dalla Csai. Il mondo dei rally a Nordest si era risvegliato, tutti volevano venire a partecipare al “Città di Bassano”.

Le macchine di tutto riguardo, con ben quattro Ferrari 308 GTB preparate da Giuliano Michelotto a fare da richiamo per tifosi e media.Tutto a posto, tutto perfetto, ma mancava soltanto un semplice foglio, poche righe, una firma e il timbro della Prefettura di Vicenza. Il nulla osta per l’effettuazione della gara. La cosa più importante. La tensione era al massimo all’interno dell’organizzazione della Bassano Rally Racing. Chi imprecava, chi perdeva la pazienza, chi la speranza. Qualche altro aveva iniziato con i processi. “Aspettate, calmi, vedremo…”, il suggerimento di Loris. Tre semplici parole, sussurrate, che riuscirono a tenere uniti e a rassicurare. “Aspettate, aspettate…”. Il fax arrivò da Vicenza lunedì sera 10 settembre, a quattro giorni dalle verifiche, a cinque dalla gara.

La sua tenacia e determinazione avevano avuto il potere di cambiare il corso della storia della specialità nel Veneto, di rivedere le macchine tornare a dare spettacolo sulle strade. Sabato 15 settembre 1984, alle 9,01, la Lancia 037 di “Pau”, pseudonimo del bassanese Paolo Baggio, assieme a Paolo Zami, scattava dal Ponte degli Alpini. Solo allora il volto di Loris si illuminò con un sorriso. E iniziò la battaglia. E che battaglia. Sulle strade, rese viscide dalla pioggia, Paolo Pasutti portò al successo la Ferrari 308 di Giuliano Michelotto.

Tratto dal libro “Sotto il segno dei Rally Volume II di Beppe Donazzan – Giorgio Nada Editore – Giunti