Leonardo David sugli sci sognava i rally: non ne ebbe il tempo

Leonardo David sugli sci sognava i rally

Viaggiava come un fulmine e nel 1978 decise che avrebbe voluto correre nei rally. Con la patente ancora fresca di tipografia comprò un Renault 5 Alpine, Azzurra come la Nazionale. In quegli anni si poteva fare di tutto, e Leonardo David faceva impazzire il cronometro a salire e scendere da Saint Jean.

Leonardo David era considerato il nuovo Thoeni, ma sognava di diventare pilota rally e aveva comprato una Renault 5 Alpine, ovviamente azzurra, con cui si preparava a debuttare, fresco fresco di patente. Aveva 18 anni, Leonardo David, il ragazzo in grado di battere re Stenmark. Appena maggiorenne la vittoria in slalom, poi l’incidente a Cortina, i mal di testa sottovalutati e il coma dopo la discesa di Lake Placid.

Chi era Leo? Beh, un campione. Semplicemente un campione nato già fatto. Dice nulla Pista Internazionale Leonardo David? Ci sono ferite che restano sempre a aperte, testimoni del fatto che il dolore non si cancella. Però, la memoria va coltivata. Storie di Rally non può farne a meno. È insito nei suoi geni.

Leonardo era nato qui a Saint-Jean, il 27 settembre 1960. Il papà Davide non era uno qualunque: due volte tricolore in discesa libera e sette anni passati nella Nazionale Italiana di sci. Il piccolo Leo imparò prima a mettere gli sci che a camminare. E quando la famiglia si trasferì a La Trinitè, qualche chilometro più su, nella gola che si incunea oltre i 4500 metri del Lyskamm, la nuova casa di Leo affacciava proprio sulle piste.

Un destino segnato. Nel bene e nel male. Ma a Leonardo David piacevano tanto anche le auto da rally. E sognava… Stavano sempre insieme lui e la sorella Daniela. Leo era vivacissimo, con la faccia da impunito e i riccioli a cascata sul viso. Sciare era come respirare. Si lanciava da ogni pendenza, quando zigzagava era insuperabile.

Un’infanzia serena, con qualche marachella, come quella volta che a Leo venne in mente di saltare la scuola, trascinando pure Daniela e invece di entrare nell’istituto dove c’era l’unica classe elementare per i bimbi del paese, si nascosero in un garage. Papà Davide, avvisato da un amico, li riportò indietro infliggendogli la punizione più temuta: niente sci per una settimana.

Leonardo David era considerato il nuovo Thoeni
Leonardo David era considerato il nuovo Thoeni

Leo aveva la velocità nel sangue: era un vincente

Leo bruciava le tappe. Incominciò a vincere tutte le gare a cui partecipava. Erano sfide tra ragazzini, ma bastavano a far passare di bocca in bocca il suo nome. Non sentiva la pressione, l’inverno lo dedicava alla neve e agli allenamenti sulle piste, d’estate c’era spazio per la pesca delle trote, per i tuffi dagli scogli dell’isola d’Elba e per le partite a calcio a Gressoney.

Nel 1978 l’attenzione generale era rivolta al Mondiale in Argentina. Leo impazziva per Bearzot, ma nel frattempo aveva vinto nella Coppa Europa. Doveva ancora compiere 18 anni quando gli si aprirono le porte del successo e della Nazionale di Thoeni, Gross, Plank e De Chiesa. Ma lui non era lì per imparare. Era lì per vincere.

Viaggiava come un fulmine, aveva la velocità nel sangue, e in quel periodo decise che avrebbe voluto correre nei rally. Con la patente ancora fresca di tipografia comprò un Renault 5 Alpine, Azzurra come la Nazionale. In quegli anni si poteva fare di tutto, e Leonardo David faceva impazzire il cronometro a salire e scendere da Saint Jean.

Oslo, 7 febbraio 1979: Leo sorrise alla vita e al fotografo, accanto aveva due mostri sacri come Stenmark (secondo) e lo statunitense Phil Mahre (terzo). Il futuro sembrava suo… Una caduta durante una prova di discesa a Cortina valida per il titolo italiano, questo accadde il 16 febbraio. Picchiò la testa, Leo. Si sentiva stordito, aveva vertigini. Il dottore della Nazionale gli impedì di partecipare alla gara e lo spedì a Lecco dai medici federali per una visita di controllo.

La Tac, negli Anni Settanta, era presente solo in pochissimi ospedali. Analgesici e riposo per qualche giorno. Leo ritornò a casa in macchina. Il mal di testa non passava. Neppure quando si unì alla Nazionale per preparare la trasferta di Lake Placid, negli Usa, dove nel 1980 erano in programma le Olimpiadi.

David, per l’ex tecnico Mario Cotelli, poteva puntare a una medaglia. In allenamento, però, le cose non girano: Paolo De Chiesa vede Leonardo fermarsi a bordo pista, scuotere il capo come se volesse scacciare un insetto che rimbalzava da una parte all’altra della scatola cranica. Non riusciva più a sopportare il rumore degli sci sul ghiaccio. Ma i dottori erano tranquilli. E Leonardo David non vinse mai quella medaglia. Non debuttò più nei rally. Non ne ebbe il tempo.