La deriva moderna dei rally italiani che tende a peggiorare

La deriva moderna dei rally italiani che tende a peggiorare

Uno sport che non ha mai attecchito dappertutto a causa di una politica sportiva inconsistente e un’organizzazione incompetente. La deriva moderna dei rally dipende solo da questo. Eppure dai rally sono nate storie come quella di Arnaldo Cavallari, il mugnaio di Adria, e Sandro Munari, il Drago di Cavarzere.

Per chi, come me, quando si scruta davanti allo specchio inizia a scorgere un po’ più di qualche capello bianco, nomi come Arnaldo Cavallari, Sandro Munari, Adartico Vudafieri, Tony Fassina, Miki Biasion, rievocano ricordi indelebili, che ti catapultano in un’epoca che è stata tra le più belle e romantiche che i rally abbiano vissuto. E creano nostalgia pensando alla deriva moderna dei rally italiani.

Un periodo che si è consumato a cavallo del ventennio che va dal 1968 fino quasi al 1990. Guardo i rally di oggi e ripenso ai tempi che furono, agli anni in cui non avevo ancora l’età per andare in motorino e si partiva ugualmente (almeno in due!!!) in treno o in macchina alla volta di altre regioni d’Italia. Il tutto per seguire un rally.

Uno sport che non ha mai attecchito dappertutto a causa di una politica sportiva inconsistente e di organizzazioni inconsistenti. Si andava nelle Marche, in Toscana. All’epoca avremmo dato un braccio per ammirare da vicino Arnaldo Cavallari, il mugnaio di Adria che aveva scoperto Sandro Munari, il Drago di Cavarzere.

I due si erano conosciuti per caso, ad una gara di kart. Il campione di Adria aveva messo in palio una coppa che era toccata al ragazzo di Cavarzere. Una stretta di mano e via. La storia poteva finire lì. Invece no. I due si ritrovano qualche anno dopo: Cavallari cercava qualcuno che lo accompagnasse a provare un rally nel Ferrarese e si ricorda di quel tipo che non aveva visto vincere, ma che gli era piaciuto tanto. Proprio tanto. La carriera del Drago inizia così, con una telefonata. E in quel periodo non c’erano i cellulari. E neppure Facebook.

Per me e per un’infinità di altri appassionati, i rallisti erano personaggi mitici, veri e propri eroi. I rally mettevano davvero a dura prova vettura ed equipaggio. Ricordo che non ci stancavamo mai di ascoltare gli equipaggi e le loro storie. Papà mi diceva sempre che se a scuola mi fossi impegnato come facevo con questo sport avrei potuto chiudere gli studi nella metà del tempo previsto dal normale iter, saltando due classi all’anno.

Nei miei pensieri non c’era la matematica, l’inglese, la biologia o l’astronomia. C’erano le Lancia Stratos, le Lancia Rally 037, le Lancia Delta S4, le Peugeot 205 T16, le Austin Metro 6R4 e le altre Gruppo B… In quegli anni, piloti, copiloti e componenti dei team parlavano poco di elettronica e disquisivano ancor meno di assetti e di cavalli.

Era un mondo fatto di persone che sono diventate personaggi decidendo di avventurarsi in auto su strade per capre e muli, passando più tempo negli alberghi e sulle prove speciali che a casa, ma che non perdevano di vista i maestri: li osservavano, li ascoltavano per provare a fare come loro. Tutti seguivano una trafila che era sempre la stessa: rispetto delle gerarchie stabilite. Purtroppo, i tempi sono cambiati e sinceramente non vedo nemmeno come si possa pensare di tornare ai rally di una volta.

Il bello dei rally con la R maiuscola

Le serate e le nottate volavano via che era un piacere, si restava tutti affascinati da chi spiegava come in quella curva era riuscito a “tenere” la macchina che voleva saltar fuori ad ogni costo. E tu magari eri stato fortunato e lo avevi anche visto. Ovviamente continuavamo a parlare tra noi di queste cose sulla strada del ritorno, il giorno dopo e quello dopo ancora. In attesa del prossimo rally. Ma in che cosa si differenziano i rally di ieri da quelli di oggi? Che cosa è cambiato?

Per prima cosa è cambiato l’aspetto economico. Una volta, trovare uno sponsor era molto più facile. Anzi, era molto facile. Basti pensare che un’azienda che decideva di investire su un giovane era aiutata dal fatto che la cifra elargita poteva essere fiscalmente detratta al 100% sotto forma di pubblicità, mentre oggi questo non è più possibile, grazie alle “furbate” di qualcuno, qualcuno che stampava fatture false in quantitativi industriali, finendo per sputtanare la specialità in cielo, in terra e in ogni luogo.

Negli anni Ottanta con una cifra pari a 20 milioni delle vecchie lire (circa 10 mila euro odierni, ma non per potere d’acquisto) ci si poteva permettere una vettura da assoluta. Oggi con la cifra corrispondente, considerando anche l’inflazione, e arrivando quindi a circa 25 mila euro, si può disputare appena una gara a noleggio (forse) con una top car. E già che ci siamo, apriamo pure una parentesi: in quei periodi, in cui la cementificazione selvaggia era agli albori, andare ad allenarsi sulle strade “giuste” era molto facile. C’erano tante strade, tanta tolleranza, meno cattiveria da stress, e soprattutto pochi controlli…

Henri Toivonen con la Porsche 911 SC RS Gruppo B Prodrive
Henri Toivonen con la Porsche 911 SC RS Gruppo B Prodrive

Poi, l’urbanizzazione continua ha di fatto ridotto, in alcuni casi eliminato, anche la possibilità di allestire i percorsi. In quegli anni fantastici chiudere un tratto di strada per una giornata, il più delle volte per una notte, per chi in quella strada ci abitava, era l’occasione per fare festa e stare tutti insieme a mangiare e bere e sognare di diventare dei campioni, come quelli che si vedevano passare a pochi metri da noi.

Oggi, chiudere anche solo per un’ora 5 chilometri di una strada sperduta, in una qualunque valle, diventa una problema serio. Bisogna chiedere permessi preventivi, bisogna pagare tasse su tasse, versare caparre per eventuali danni, stipulare costose assicurazioni e sopratutto sperare di non dare fastidio a chi magari in quel giorno deve andare a fare il pic-nic o recarsi nella propria casetta di montagna.

Questi fattori e certi individui che hanno inquinato il “nostro sport” e che la federazione non ha quasi mai radiato, nella speranza di lucrare il più possibile in maniera illecita ed esentasse hanno fatto sì che molte grandi aziende si allontanassero da questo sport per non tornare mai più, che oggi molti giovani non credano quasi più alla possibilità di emergere nei rally a livello professionistico e che i praticanti finissero spesso sotto la lente d’ingrandimento della guardia di finanza. Poveri rally, unica specialità sportiva che si corre in due, uno a fianco all’altro (ogni vettura deve ospitare un equipaggio formato da due persone, il pilota e il copilota entrambi considerati dei potenziali conduttori).

Il copilota rally non è un video gioco

Certo, sono cambiate anche le professionalità richieste, soprattutto quella del copilota, il personaggio che occupa il “sediolo” di destra. Sul suo ruolo sono stati versati fiumi di inchiostro, ma ancora oggi il suo ruolo non è compreso a fondo, nonostante la sua figura sia cruciale e la sua vita piena di adrenalina e rischi, già solo per essere affidata nelle mani del compagno che guida. Essere navigatore è sempre stato considerato, spesso erroneamente, uno degli espedienti per salire su un auto da corsa se non si hanno disponibilità finanziarie o capacità di guida necessarie.

Oggi, questo ruolo si rivela sempre più professionale, qualificando notevolmente il rendimento dell’equipaggio. E il pilota? Anche lui si è evoluto, lo si esige sempre più preparato, soprattutto tecnicamente, ma affiancato da un coequipier e da una squadra sempre più professionali. Anche a livello quasi “amatoriale. Altro che improvvisazione… Il problema è che, essendo del tutto scomparsi i veri team, la selezione di un pilota (e a volte anche di un copilota) viene effettuata sulla base di fattori di carattere economico.

Per concludere mi piace ribadire un concetto a me caro, che in questi anni ho sempre messo in evidenza tutte le volte che ho potuto, senza mai stancarmi. Si tratta di un concetto semplice che i dirigenti federali del trentennio 1990-2020 tentano di schivare, proprio come si tenta di schivare un macigno di sterco che sta per colpirti: i danni maggiori che i rally e l’automobilismo in genere stanno subendo e pagando sono figli dell’ignoranza e dell’incompetenza di chi, pensando di occuparsi di sport, continua a coltivare interessi a volte anche personali e fa politica. Politica economica.

Resto del parere che la politica dovrebbe stare lontana dallo sport, proprio come certi vecchi da alcuni bambini. Invece, il fatto che il rallismo nazionale sia finito in mano ad un manipolo di incompetenti prestati allo sport che, coscienti della propria incapacità, continuano a fare danni a colpi di esperimenti, ben spiega l’attuale situazione in cui versa il nostro sport e la continua emorragia di piloti, copiloti e team.

Comprendo che, per i “saggi” che siedono nella stanza dei bottoni, accettare questa mia personale critica significherebbe accettare tutti i fallimenti dell’ultimo ventennio e ammettere di essere riusciti a regalare un “giochino” fantastico (il rally), che sfornava fior di professionisti, ad affittamacchine senza scrupoli e con scarse, o quantomeno discutibili, professionalità.

In Italia, rally era sinonimo di Lancia. Neppure Fiat, ma Lancia. E Lancia uguale Martini Racing, una delle squadre più vincenti della storia del Mondiale Rally, così come la Delta resta nell’immaginario collettivo l’auto di riferimento per la specialità. Ma in fondo, la storia rallistica del Costruttore italiano ha una lunga tradizione: inizia concretamente con la Fulvia a trazione anteriore, che ha segnato il passaggio dai giorni pionieristici della metà degli anni Sessanta all’era professionale, iniziata negli anni Settanta e cresciuta con la Stratos, seguita poi dalla Rally 037.

Entrambe a trazione posteriore, queste ultime sono entrate nella storia delle corse conferendo al Marchio un fantastico e indistruttibile alone di mito e magia, una fama che ha raggiunto l’apice solo alla fine dell’era dei “mostri” del Gruppo B.

WRC è il terzo nome del Campionato del Mondo Rally
Anche il Campionato del Mondo Rally cambia, ma diversamente dal CIR

Quell’evoluzione mai voluta

Queste macchine godevano di una leggerezza assoluta e di una potenza enorme che sfiorava i 700 cavalli, creando un binomio tanto pericoloso da condurre il buon senso generale a decretare la loro abolizione. Non a caso erano soprannominate “bare con le ruote”.

Con l’arrivo del Gruppo A, la Casa di Chivasso ebbe l’opportunità di evolvere una vettura stradale eccitante e soprattutto speciale, unica, come la Delta, in quella che poi sarebbe diventata la più blasonata macchina della storia dei rally. Peccato, però, che un giorno per discutibili scelte manageriali, nonostante la squadra avesse raggiunto una meritata fama di peso mondiale e fosse temuta da chiunque, la Lancia fu costretta (costretta dai dirigenti Fiat) a dire addio ai rally. Basta investimenti. Stop allo sport.

Via le macchine, via la squadra, via l’entourage, i piloti e il vivaio, i meccanici. Un attimo. Un colpo di spugna che cancellò tutto e che incrinò lentamente la salute della specialità rallistica in Italia. Un brutto fulmine. Tra l’altro a ciel sereno. Da quel momento in poi, al posto di lavorare diplomaticamente per consentire un eventuale ritorno del Costruttore nazionale, la federazione italiana iniziò a trattare con i noleggiatori di auto, che per natura sono interessati solo ai soldi. Non fanno sport se non guadagnano.

La scelta strategica della Lancia ridimensionò notevolmente il giro di affari e di sponsorizzazioni, che divenne prima anoressico e poi asfittico. Se a ciò si aggiunge che chi era chiamato a vigilare si tappò gli occhi, ignorando movimenti strani di ex piloti professionisti che per sopravvivere fecero diventare famosi i rally per le fatture false, allora il quadro è un po’ più completo, purtroppo.

Tutto quello che si vive oggi non può prescindere da ciò che è accaduto ieri. Ovviamente in Italia, perché invece all’estero, in FIA, hanno dimostrato che è bastato mandare a casa un politico incompetente come Max Mosley e sostituirlo con un manager pratico come Jean Todt per fare rinascere il WRC. Da noi, sempre in “Itaglia”, siamo costretti a parlare con gli affittamacchine e mandare i rally in crisi di identità. Chissà poi perché…