Dakar: quando il giallo non è solo cambio di colore

Il richiamo della Dakar 1987: da Vatanen a Ballestrieri a Zanussi

La prima tappa si concluderà a Barcellona e, da lì, la carovana sbarcherà ad Algeri per poi puntare sul Sahara. Ma se per i francesi la Parigi-Dakar è un appuntamento che contende il primato ad armi pari con sport più popolari, come il calcio, il rugby e le corse di cavalli, la passione ha ormai contagiato tanti altri. Basta scorrere l’elenco del partecipanti: gli italiani sono 73: 21 sulle moto, 20 sui camion (una delle categorie particolari della gara) e 32 a bordo di 16 tra auto e fuoristrada.

Nella notte del 31 dicembre 1986, nella piazza d’Armi del castello di Versailles tra le auto, le moto e i camion con i motori imballati, non c’è Thierry Sabine con la sua tuta bianca a gridare il “via”. L’inventore della Parigi-Dakar è morto nel deserto africano l’anno prima: l’elicottero dal quale controllava la sua creatura, una delle gare più dure e avventurose del mondo, si schiantò contro una duna a sei giorni dall’arrivo. Ma la grande kermesse continua. Anzi, l’edizione 1987, la nona della serie, si annuncia ancor più appassionante: con un record di partecipanti (500 equipaggi), con macchine speciali, con una carovana Interminabile di mezzi d’appoggio.

Tutto lanciato per 13 mila chilometri divisi in ventuno tappe attraverso i Paesi del Sahel, fino alla capitale del Senegal. Il fascino della corsa, e il segreto del suo successo, è proprio qui: nella sfida lanciata a una natura ostile, alla sabbia, alle tempeste di vento, seguendo piste appena tracciate. Una cavalcata che nessun rally classico, anche il più difficile, riesce ad eguagliare. La storia delle Parigi-Dakar, cominciata nel 1979 (allora partirono appena 87 moto e 80 auto), è fitta di abbandoni in massa, di incidenti, di concorrenti sperduti nel deserto.

Nel 1982 rimase due giorni bloccato nella sabbia anche Mark Thatcher, il figlio del premier inglese. Adesso, dopo la morte di Thierry Sabine, per molti è diventata addirittura un’epopea dove contano, certo, la tecnologia e gli investimenti, ma più ancora il coraggio, la voglia di sentirsi per tre settimane dei moderni Lawrence d’Arabia. In Francia è una vera febbre: con pagine e pagine sui giornali con dirette televisive e guerre di sponsor.

Nella notte di San Silvestro dell’85 (la partenza viene data alle 5 dopo un Capodanno passato all’aperto) gli spettatori erano in trecentomila a fare muro lungo Yavenue de Parts. Il 31 dicembre 1986 saranno forse più numerosi per applaudire i piloti-avventurieri che, dall’1 gennaio 1987, potranno seguire soltanto attraverso immagini lontane: 21 tappe per coprire 13.000 chilometri dei più difficili percorsi esistenti sulla faccia della terra.

La prima tappa si concluderà a Barcellona e, da lì, la carovana sbarcherà ad Algeri per poi puntare sul Sahara. Ma se per i francesi la Parigi-Dakar è un appuntamento che contende il primato ad armi pari con sport più popolari, come il calcio, il rugby e le corse di cavalli, la passione ha ormai contagiato tanti altri. Basta scorrere l’elenco del partecipanti: gli italiani sono 73: 21 sulle moto, 20 sui camion (una delle categorie particolari della gara) e 32 a bordo di 16 tra auto e fuoristrada.

Ci sono nomi noti – come Ballestrieri – e altri meno conosciuti. Anche questa è una caratteristica della Parigi-Dakar: ai piloti professionisti si mescolano centinaia di amatori, spesso personaggi dello spettacolo o del jet-set. Alle precedenti edizioni della corsa hanno partecipato Carolina di Monaco e suo fratello, il principe Alberto, l’attore Renato Pozzetto e il suo collega francese Claude Brasseur o il cantante Michel Sardou.

Nel 1986, però, sono gli “sportivi puri” a fare la parte del leone. Per la prima volta a bordo di una piccola Lada (finora aveva pilotato Porsche e Mercedes) c’è Jacky Ickx, uno del veterani della Parigi-Dakar. E ancora piloti di formula come Patrick Tambay, o grandi dei rally come Ari Vatanen, il finlandese volante che ritorna alle gare dopo l’incidente dell’anno prima in Argentina, alla guida di una delle Peugeot 205 Turbo 16 valvole, preparate Gran Raid, con le quali la Casa francese ha deciso di lanciarsi in una competizione di questo tipo.

Un’altra 205 ufficiale è quella guidata dall’italiano Andrea Zanussi in coppia con il kenyiota Shekar Metha. Ma la Parigi-Dakar 1987 è anche un omaggio a Thierry Sabine e all’altra vittima dell’incidente in elicottero del 14 gennaio 1986: il cantante Daniel Belarvoine, Daniel era uno degli idoli del giovani francesi. Aveva partecipato alla corsa prima da protagonista, poi nel gruppo degli organizzatori con un compito particolare: quello sociale, dell’aiuto alle popolazioni del Paesi, quasi tutti poverissimi, attraversati dalla luccicante carovana.

Il contrasto tra i miliardi spesi per la grande kermesse e la situazione del Sahel assetato e affamato è stata sempre stridente. Ha sollevato anche delle polemiche aspre. Così Sabine e Belarvoine avevano deciso di investire una parte del guadagni in aiuti economici. E il 14 gennaio 1987, nell’anniversario della loro morte, tre impianti per il pompaggio dell’acqua saranno consegnati a Gao, nel Mali.

E’ uno degli impegni presi dai tre personaggi che hanno raccolto l’eredità di Thierry Sabine: suo padre, Gilbert, Patrick Verdoy (da sempre numero due dell’organizzazione) e René Metge, che ha vinto tre edizioni della Parigi-Dakar e ne è diventato il direttore tecnico. Il primo impegno era quello di tenere in vita la corsa dell’avventura: una sfida che è già riuscita.

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